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Home   »    Schede   »    Scheda n. 125

Bosco degli Arvali

di Antonello Anappo

 

Inventario:

 

125-F-004 - Bosco degli Arvali (Lucus Deae Diae (Bosco sacro della Dea Dia) o dei Fratres Arvales).

Categoria:

 

Bene componente (complesso archeologico del Santuario degli Arvali) 

Collegamenti:

 

Tempio della dea Fortuna al VI miglio n. 126 - Tempio della dea Fortuna al VI miglio
Tempio della dea Dia n. 127 - Tempio della dea Dia
Cæsareum n. 128 - Cæsareum
Tetrastylum n. 129 - Tetrastylum
Papiliones n. 130 - Papiliones

Risorse:

 

» Galleria fotografica: Bosco degli Arvali
» Monografia: Bosco degli Arvali.

 

Collocazione:

 

Didascalia

  Didascalia

Area:

 

Corviale

Indirizzo:

 

Località Catacombe di Generosa, snc.

Ind. satellitare:

 

n.d..

Visibile?

 

visibile da strada.

Categoria:

 

Bene componente (complesso archeologico del Santuario degli Arvali) 

 

Cronologia:

Didascalia

 
Didascalia  

Epoca: 01 - Età arcaica, fino al 509 a.C. (vedi schede come questa)

Si può visitare? accesso libero

A chi chiedere per una visita? Municipio XV Arvalia-Portuense.

 

Aspetto architettonico:

Forma: bosco sacro - (vedi schede come questa)

Stato di conservazione: di interesse naturalistico

proprietà: pubblica - (per quanto noto)

 

Notizia storica:

 

Uno scorcio della Collina di Monte delle Piche. Qui era collocato il Lucus Fratrum arvalium (foto Antonello Anappo)

 

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari.

La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

 

 

Carme funerario di Caecinia Bassa (foto Antonello Anappo)

 

I Romani accettavano con serenità la morte e per lo più confidavano in un aldilà. Tuttavia consideravano particolarmente ingiusta la morte che superata l’età infantile sopraggiungesse prima della pubertà. Spesso le epigrafi funerarie la chiamano “mors iniqua” e contengono invettive. L’epitaffio della piccola Cæcinia Bassa (II sec. d.C.), tuttavia, contiene una rabbiosa maledizione. Con rispetto, ne raccontiamo la storia.

Il suo carme funerario (14 righe conservate al Museo nazionale romano) è in prima persona: “Qui giaccio. Sono Bassa, fanciulla che non conobbe la maturità (Hic sum Bassa, virgo pudica)”. La morte la coglie prima dei 10 anni (undecimum annum mi non licuit perducere), nonostante le invocazioni agli dèi dei genitori. La maledizione è rivolta a chiunque se ne rallegri ad alta voce (quis forte gaudet de morte iniqua): “Cerere lo farà morire di fame (Ceres perficiat fame)”.

Il riferimento al culto arvalico di Cerere e il rinvenimento a S. Bibiana (dove nel VII sec. giungono le spoglie dei martiri portuensi e materiali locali di reimpiego) fanno ritenere Cæcinia originaria della Magliana.

 

 

Enea in fuga da Troia, di Federico Barocci (1598). Roma, Galleria Borghese (foto Antonello Anappo)

 

In costruzione.

 

 

Acca Larenzia (Pietro da Cortona, Romolo e Remo raccolti da Faustolo, 1643, particolare) (foto pubblico dominio)

 

Acca è una divinità minore, associata a Dia-Cerere e legata all’augurio sacrale di fecondità della terra seminata, grazie al favore dei Lari. Acca prende gli attributi di Larentia e Mater Larum (madre dei Lari); peraltro la parola arcaica “akka” significa anch’essa “madre”.

Macrobio (nei Saturnalia I, 10) descrive Acca come una affascinante prostituta, offerta in trofeo per una partita a dadi fra il custode del tempio di Ercole e un prestante straniero. Alla vittoria di quest’ultimo Acca si concede con sublime trasporto, tanto che lo straniero, commosso, si rivela nella sua vera identità – egli era infatti il dio Ercole -, consigliandole in ricompensa di seguire ciecamente il primo uomo che avesse incontrato.

Acca si imbatte in Taruzio, anziano possidente etrusco, proprietario delle terre in riva destra, alla Magliana. Acca ne diviene la sposa, adeguandosi con devozione ai nuovi costumi e onorando il culto dei Lari.

Quando l’anziano marito muore Acca si ritrova padrona di una fortuna immensa, che cede al Popolo di Roma con una solenne donazione all’Ara Maxima, per poi affrontare la morte mistica immergendosi nelle acque del Velabro. I Romani, in segno di gratitudine, le dedicano la festa annuale dei Larentalia, il 23 dicembre, solstizio d’inverno.

 

 

Lucus Deae Diae (foto Antonello Anappo)

 

In costruzione.

 

 

La Lupa allatta Romolo e Remo. Rubens, oggi ai Musi capitolini (foto Antonello Anappo)

 

La Lupa è un dio comune alle tre culture originarie di Roma: Aita per gli Etruschi (divinità infernale), Soranus per i Sabini (divinità purificatrice e fecondante), Lupercus per i Latini (divinità della pastorizia). La Lupa è inoltre animale sacro a Marte (Mamers per i Sabini), e nume tutelare del popolo latino. La sua immagine più famosa è il bronzo etrusco del V sec. a.C. conservato nel Campidoglio, per il quale Antonio Pollaiolo, nel 1471, realizzò la coppia di gemellini in omaggio al mito della fondazione.

La festa annuale si teneva alla grotta del Palatino (15 febbraio, Lupercalia), in onore del dio Lupercus, lupo e capro insieme (il suo nome deriva dalla fusione di “lupus” e “hirpus”, capro), con l’augurio sacrale di proteggere le le greggi dai lupi. Il rito consisteva nel sacrificio di un cane e di una capra, con carattere di purificazione e di preparazione alla primavera. I sacerdoti Luperci, in auspicio di fecondità, colpivano con fuscelli le donne adulte.

Non sorprende di ritrovare il dio comune anche nel mito di fondazione (non a caso è chiamata anche “Lupa marzia), dove una lupa allatta sotto il “ficus ruminalis” i gemelli Romolo e Remo, abbandonati dai servitori del perfido Amulio. È stato osservato da alcuni etologi che l’allattamento da parte di una lupa non è poi una circostanza inverosimile: come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze plurigemellari; una lupa i cui cuccioli fossero stati predati avrebbe potuto adottare i due neonati umani abbandonati. Il linguista Carlo de Simone ha osservato poi come il termine “ruminalis” riprenda la radice etrusca “ruma” (mammella), da cui deriverebbe il nome di Roma e quello del suo fondatore. Pare tuttavia che la sola “lupa” di un mito fondativo ampiamente rimaneggiato, fosse proprio Acca Larentia. La riprova la fornisce Lattanzio, che chiama spesso la meretrice Acca con l’epiteto “Lupa”, che in latino significa prostituta ed è alla radice della parola “lupanar” (bordello). Concordano ache le Historiae di Livio (I, 4) e i Fasti di Ovidio (III, 55).

Il pastore Faustolo raccoglie dunque i gemelli dal fico ruminale, spiegando agli altri pastori accorsi il lutto che aveva strappato alla moglie Acca uno dei dodici figli. Faustolo porta i gemelli - cui dà il nome di Romolo e Remo - alla moglie, in una capanna sul colle Palatino, sul Germalo. Acca Larenzia è ancora una donna giovane, e allatta i gemelli, assumendo il ruolo mistico della “pietosa nutrice”, nobile figura materna, possessiva e protettiva, nonostante il disdicevole passato di “lupa”. Dall’arrivo dei gemellini Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia di vivere perduta. I due gemelli crescono così nella serenità in un mondo di pastori, vigorosi e nell’ebrezza di un’adolescenza selvaggia, e spesso brava. Li ritroviamo già adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore.

 

 

Lucus Deae Diae (foto Antonello Anappo)

 

La chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino - dove nel VII sec. giungono i materiali di recupero del sito degli Arvali - ha restituito una lastra di marmo sacra al dio infernale Summanus.

Summano è una divinità minore da cui dipendono i fulmini notturni (che i Romani ritenevano generati dagli Inferi e diretti al cielo), posta in relazione antitetica con Giove, che presiede invece alle saette diurne. Durante i Summanalia (20 giugno) al dio era sacrificato un montone nero, il suo l’idolo a forma di caprone riceveva l’unzione rituale e si consumavano focacce di farina. Il culto si mantenne associato a Giove fino al 278 a.C., quando se ne staccò ricevendo un tempio autonomo al Circo massimo.

La lastra era posta in una porzione boschiva (probabilmente all’interno del Lucus) devastata da un fulmine notturno. Il pericoloso varco fra mondo superficiale e mondo degli Inferi era carico di sacralità negativa e per questo interdetto agli uomini. La lastra aveva la funzione complessa di riconciliare la divinità, chiudere il varco ed ammonire i colòni circa la natura ‘terribile’ del luogo.

La lastra, datata II-III sec. a.C. (oggi ai Musei capitolini, galleria del palazzo Senatorio, rep. NCE14), riporta minacciosa: ‘Summanium fulgur conditum’, ‘qui il fulmine di Summano ha generato un solco’.

 

 

Dea Flora, venerata nel Lucus degli Arvali (particolare dalla Primavera del Botticelli) (foto pubblico dominio)

 

Dea dei fiori e della vegetazione, Flora presiedeva al risveglio primaverile e, in senso ampio, a tutto ciò che sboccia: la gioventù, i sensi amorosi, lebelle speranze. Aveva un carattere gioioso cui univa scansonata malizia.

La sua festa annuale (il 28 aprile, i “floralia”) si svolgeva all’insegna della liberazione dai rigori invernali: a tutti erano consentite piccanti eccezioni alla morale comune e i giovani si inghirlandavano con fiori senza timore di apparire vanitosi, scambiandosi petali e corone, o anche fave, piselli e lupini. La celebrazione culminava in danze licenziose.

L’iconografia rappresenta Flora come una fanciulla dal colorito vivo e lineamenti della freschezza di un fiore. Celebre è la sua rappresentazione nella “Primavera” del Botticelli, accanto allo sposo Zefiro, dio del vento.

Su Flora abbondano gli aneddoti maliziosi. Si narra che Zefiro acconsentì a sposarla per riparare ad un raptus di bramosia. Ancora, si attribuisce alla dea un magico bocciolo che portava alla gravidanza senza l’intervento maschile. Ne avrebbe fatto uso Giunone per concepire Marte, allorché, stufa dei continui tradimenti di Giove, si decise a negargli i doveri coniugali. Flora aveva a Roma due templi: uno al Quirinale e uno al Circo massimo.

 

 

Per approfondire:

 Galleria fotografica: Bosco degli Arvali

 Galleria

  •  Testo generalista: assente
  •  Saggio: assente
  •  Testo scientifico: assente

 

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Curiosità:

Didascalia

Questo luogo è anche conosciuto come: Lucus Deae Diae (Bosco sacro della Dea Dia) o dei Fratres Arvales.

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Autore principale: Antonello Anappo.

Si ringrazia: Municipio XV Arvalia-Portuense (clicca sul link per vedere altre schede realizzate con la stessa collaborazione).