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Il Caesareum

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Caesareum - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Bosco sacro degli Arvali - Il Balneum - Casal Sodini - Alla corte di Cleopatra - La Lupa, Faustolo, i Gemelli - Acca, dea della Magliana - Summanus e le porte dell’Inferno - Il Tempio di Dia - Il Tetrastylum - La frana del 28 giugno 1965 - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Il Caesareum

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ipotetica ricostruzione tridimensionale del Caesareum, basato sui disegni del Lanciani

Il Caesareum (o Aedes Divum, cioè Tempio dei Divi Cesari) è uno dei templi minori del Santuario degli Arvali, dedicato al culto degli imperatori divinizzati.

Esso fu sicuramente in uso fino al tempo di Gordiano III a metà del III sec. d.C. Gli Acta Fratrum Arvalium riferiscono che in onore dell’imperatore si svolgeva “ante Caesareum” l’immolazione rituale di un “taurum aureatum” (un toro dorato).

L’umanista Peruzzi fu il primo ad individuarlo in epoca moderna e a fornirne una descrizione. L’insigne studioso riferisce che il sacello misurava m 6,20 x 4,40, con quattro colonne alle estremità, pareti ricoperte di travertino ed il lato posteriore absidato. Lo studioso Merchiorri nel secolo scorso raggiunse conclusioni simili.

All’interno del Caesareum si trovavano nove busti di imperatori arvali, che il Peruzzi descrive in questo modo: “Statue numero nove, di imperatori incoronati di spiche di grano […]. Ciascuna havea uno epitaphio e in nel fine dello epitaphio vi era ‘Frati Arvali’ e erano nove epitaphi correspondenti alle nove statue insino a Gordiano”. Le statue sono oggi conservate ai Musei Vaticani, nel British Museum, il Louvre e il Castello di Ecouen (Parigi).

 

 

Il Bosco sacro degli Arvali

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Uno scorcio della Collina di Monte delle Piche. Qui era collocato il Lucus Fratrum arvalium

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari.

La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

 

 

Il Balneum

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il Balneum degli Arvali. Gli ambienti in azzurro erano freddi; quelli in arancio erano riscaldati

Il Balneum è un impianto termale di piccole dimensioni (lunghezza 35 m, superficie 600 mq) ad uso esclusivo degli Arvali. Sorgeva 150 m a sud del Tempio di Dia lungo la via Campana e si componeva di 15 vani e 6 piscine.

Dal vestibolo (1) diviso in tre aulette e affiancato dalle latrine collettive (2) si accedeva a una grande sala conviviale (3), con nicchie vezzose sulle pareti absidate e colonne marmoree a sorreggere la volta dagli ampi lucernari. Di lì una porta immetteva nel frigidarium (4), sul cui pavimento si aprivano due piscine dai mosaici policromi.

Il piccolo tepidarium (5) era seguito dallo spogliatoio-destrictarium (6) e dalla sauna-laconicum (7). I due ambienti del calidarium (8) erano dotati di vasche di diversa temperatura, alimentate dalle fornaci (9). Il circuito si completava con un tepidarium per il ritorno a temperatura ambiente.

Costruito nel 222 d.C., il Balneum ha funzionato fino al 340; gli ambienti hanno continuato a vivere, prima come fornace e poi come casale rustico, fino all’alto Medioevo. I ruderi sono stati scavati negli anni 1975-81 dall’École Française e si trovano (interamente coperti e non visitabili) sotto il Casale Agolini in via della Magliana, 585.

 

 

Casal Sodini

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casale di via dei Martiri Portuensi, 7

Casal Sodini è un casale rurale ottocentesco, facente parte del nucleo della Borgata Magliana alla Magliana Vecchia.

L’odierno accesso carrabile è da una traversa di piazza Madonna di Pompei, anche se la presenza di un balcone padronale sul lato opposto lascia supporre che l’accesso storico doveva probabilmente trovarsi in direzione della strada che costeggia la stazione ferroviaria (oggi via del Tempio degli Arvali), parallela a via della Magliana.

La tipologia edilizia è quella rurale della campagna romana, ampiamente presente nella zona. Il casale si sviluppa su una pianta quadrangolare, a due piani, con esterni intonacati e coperture a falde e alcuni corpi di fabbrica minori addossati. L’edificio è in buono stato di conservazione ed è adibito a privata abitazione. Il nome popolare deriva da quello di una famiglia che ne è stata proprietaria. Non è purtroppo visitabile ma è agevolmente visibile da strada, dal civico 7 di via dei Martiri Portuensi, 7.

Il casale è stato catalogato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (repertorio n. 00700749, a cura di Giampaoli & Fracasso).

 

 

Alla corte di Cleopatra

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Orti di Cesare

Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono.

Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici.

Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside.

Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio.

Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside.

Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino.

 

 

La Lupa, Faustolo, i Gemelli

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La Lupa. Particolare dall'incisione Romolo e Remo allattati dalla Lupa di B. Pinelli

La Lupa compare sin dal mito di fondazione di Roma, e in quello portuense dell’incontro tra l’etrusco Faustolo (Tarun) e la meretrice latina Acca Larentia.

Secondo il linguista Carlo De Simone le parole Roma, Romolus e ficus ruminalis avrebbero una matrice comune nell’etrusco ruma (mammella), che evocherebbe il leggendario allattamento di Romolo e Remo da parte della Lupa. Come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze gemellari, e la circostanza di un allattamento è rara ma non impossibile.

Secondo taluni il termine Lupa starebbe ad indicare la stessa Acca Larenzia. Così afferma Lattanzio, che, ricordando il passato da meretrice di Acca, le dà l’epiteto di lupa, che in latino significa prostituta. Versioni simili si ritrovano in Livio e Ovidio (cfr. Historiae I, 4 e Fasti III, 55).

Il pastore Faustolo (Tarun), dunque, prende in consegna i gemelli dalla Lupa e li accoglie nella sua casa, dove un recente lutto aveva strappato alla moglie Acca uno dei suoi dodici figli. Acca assume il ruolo mistico della pietosa nutrice, nobile figura protettiva, nonostante il suo passato di lupa. Dall’arrivo di Romolo e Remo Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia perduta nel lutto. I due gemelli crescono così, con i loro undici fratelli di adozione, nella serenità in un mondo di pastori. Li ritroviamo forti e adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore e a fondare una Città.

 

 

Acca, dea della Magliana

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Acca Larenzia (Pietro da Cortona, Romolo e Remo raccolti da Faustolo, 1643, particolare)

Acca è una divinità minore, associata a Dia-Cerere e legata all’augurio sacrale di fecondità della terra seminata, grazie al favore dei Lari. Acca prende gli attributi di Larentia e Mater Larum (madre dei Lari); peraltro la parola arcaica “akka” significa anch’essa “madre”.

Macrobio (nei Saturnalia I, 10) descrive Acca come una affascinante prostituta, offerta in trofeo per una partita a dadi fra il custode del tempio di Ercole e un prestante straniero. Alla vittoria di quest’ultimo Acca si concede con sublime trasporto, tanto che lo straniero, commosso, si rivela nella sua vera identità – egli era infatti il dio Ercole -, consigliandole in ricompensa di seguire ciecamente il primo uomo che avesse incontrato.

Acca si imbatte in Taruzio, anziano possidente etrusco, proprietario delle terre in riva destra, alla Magliana. Acca ne diviene la sposa, adeguandosi con devozione ai nuovi costumi e onorando il culto dei Lari.

Quando l’anziano marito muore Acca si ritrova padrona di una fortuna immensa, che cede al Popolo di Roma con una solenne donazione all’Ara Maxima, per poi affrontare la morte mistica immergendosi nelle acque del Velabro. I Romani, in segno di gratitudine, le dedicano la festa annuale dei Larentalia, il 23 dicembre, solstizio d’inverno.

 

 

Summanus e le porte dell’Inferno

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Lucus Deae Diae

La chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino - dove nel VII sec. giungono i materiali di recupero del sito degli Arvali - ha restituito una lastra di marmo sacra al dio infernale Summanus.

Summano è una divinità minore da cui dipendono i fulmini notturni (che i Romani ritenevano generati dagli Inferi e diretti al cielo), posta in relazione antitetica con Giove, che presiede invece alle saette diurne. Durante i Summanalia (20 giugno) al dio era sacrificato un montone nero, il suo l’idolo a forma di caprone riceveva l’unzione rituale e si consumavano focacce di farina. Il culto si mantenne associato a Giove fino al 278 a.C., quando se ne staccò ricevendo un tempio autonomo al Circo massimo.

La lastra era posta in una porzione boschiva (probabilmente all’interno del Lucus) devastata da un fulmine notturno. Il pericoloso varco fra mondo superficiale e mondo degli Inferi era carico di sacralità negativa e per questo interdetto agli uomini. La lastra aveva la funzione complessa di riconciliare la divinità, chiudere il varco ed ammonire i colòni circa la natura ‘terribile’ del luogo.

La lastra, datata II-III sec. a.C. (oggi ai Musei capitolini, galleria del palazzo Senatorio, rep. NCE14), riporta minacciosa: ‘Summanium fulgur conditum’, ‘qui il fulmine di Summano ha generato un solco’.

 

 

Il Tempio di Dia

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Tempio di Dia

Il Tempio di Dia (o degli Arvali) è un santuario di epoca augustea, sito nella via omonima, presso il ristorante La Tavernaccia, alla Magliana vecchia.

Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

Il Tetrastylum

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Circo degli Arvali

Il Tetrastylum è uno dei templi minori del Lucus deæ Diæ, nominati negli atti degli Arvali. Non è noto archeologicamente. Lo studioso Peruzzi ne colloca la fondazione in epoca arcaica (“hoc sacellum ordinatum fuit a Romolo”), attribuendolo alla figura leggendaria del primo re di Roma e arvale.

Il tempio si sviluppava su quattro colonne, poste agli angoli di un basamento quadrato, a sostegno delle travi angolari e del tetto (“Tetrastyla sunt, quae subiectis sub trabibus angularibus columnis et utilitatem trabibus et firmitatem praestant”. Vitruvio, De architectura VI, 3.3). Il Tetrastylon compare effigiato nella monetazione di Tiberio.

Lo spazio sacro era aperto alla vista, non protetto da muri. All’interno dovevano trovarsi un idolo e i “triclinia” (le sedute) per i confratelli arvali. Peruzzi ipotizza fosse dedicato ai riti tradizionali della benedizione del grano e del suolo (“ad benedicendum granum et agrum”).

Peruzzi riferisce inoltre il ritrovamento di un basamento rettangolare, tra il Tempio di Dia e le Terme, ritenendola una riedificazione del Tetrastylon in epoca antoniniana (“sic restauratum ab Antonino”). Tale base appartiene però con probabilità maggiore al Cæsareum.

 

 

La frana del 28 giugno 1965

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Viadotto all'Ansa della Magliana (oggi demolito) - (Uccellacci uccellini, Pasolini 1966)

Nella primavera 1965 la costruzione della Statale 201 (oggi Autostrada Roma-Fiumicino) procede speditamente, anche nel tratto fra il 3° e 4° km all’Ansa della Magliana, tra la Ferrovia Roma-Pisa e la riva del Tevere, di cui si conosce la franosità.

Nell’area si sta realizzando un viadotto di 640 metri, sorretto da terne di pali piantate in profondità, a 16 m di distanza per complessive 40 luci. Il 28 giugno, al km 3,083, si verifica improvvisa la frana. Per dieci giorni i movimenti di terra sembrano non finire e generano un fronte esteso circa 200 metri. Il collettore fognario del Trullo risulta inservibile e il traliccio dell’alta tensione pencola. Alcuni piloni del viadotto abbandonano la posizione: sono cioè anch’essi inutilizzabili.

Sospesi i lavori, l’ANAS incarica un geologo, il professor Petrucci di Palermo, di studiare l’accaduto, mentre nel cantiere deserto Pier Paolo Pasolini dirige Totò e Ninetto Davoli in alcune scene di Uccellacci uccellini. I rilievi del Professore appurano uno scivolamento del terreno di 3 metri. La causa è una polla (una piccola sorgente) a monte del terrapieno della ferrovia, che disperdendosi sotto la massicciata ha creato gallerie, vuoti e caverne.

In seguito, gli interventi di ripristino del collettore porteranno alla scoperta archeologica del Balneum degli Arvali: un impianto termale alimentato forse, 18 secoli prima, dalle stesse acque all’origine della frana.

 

 

Credits:

On line dal 19/10/2010, 360 letture.