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<title>Archivio Storico Portuense</title><link>http://www.arvaliastoria.it/dblog/</link>
<description>Archivio Storico Portuense</description><language>it</language>
<item>
	<title><![CDATA[1921, disastro ferroviario alla Magliana]]></title>
	<description><![CDATA[<p>La Collezione di Rivaportuense ha acquistato il numero de <i>La Tribuna illustrata</i> (con la copertina dell&rsquo;illustratore A. Minardi) dedicato all&rsquo;incidente ferroviario dell&rsquo;11 settembre 1921 alla Magliana.</p>
<p>Quel giorno, una domenica, un treno viaggiatori stracolmo, partito da Roma Ostiense, raggiunge Ladispoli, dove celebri atleti si esibiscono in tuffi, a conclusione della stagione balneare. Al ritorno avviene la sciagura, presso l&rsquo;attuale sottopasso di via del Trullo, in un tratto allora intersecato dai binari a servizio delle industrie di zona.</p>
<p>Il fotocronista Ferri accorre tra i primi e racconta con crudo realismo: &ldquo;Un treno merci in manovra, malauguratamente affidato alle mani inesperte di un fuochista diciassettenne, &egrave; andato a cozzare come un ariete sulle vetture centrali del treno, che filava velocemente su Roma. Il cozzo &egrave; stato terribile&rdquo;. I vagoni deragliano, precipitando nella scarpata di Montecucco. &ldquo;24 viaggiatori, in gran parte donne e bambini, v&rsquo;hanno perduto miseramente la vita, e oltre 100 individui han lasciato brandelli delle loro carni e frammenti delle loro ossa in quel groviglio immane di ferri contorti e legname stroncato&rdquo;.</p>
<p>Il bilancio finale super&ograve; le 30 vittime. L&rsquo;episodio (definito &ldquo;uno dei pi&ugrave; terribili disastri che mente umana ricordi&rdquo;) colp&igrave; duramente l&rsquo;opinione pubblica, incrinando i miti della <i>ferrovia </i>e del <i>mare per tutti</i>.</p><br /><div id="technorati">
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</div>
]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.arvaliastoria.it/public/post/1921-disastro-ferroviario-alla-magliana-494.asp]]></link>
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	<dc:date>2011-11-08T00:00:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Antonello Anappo</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[La Sacra Rota e la Parrocchietta]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Nel&nbsp;1777, in pieno scontro tra i &ldquo;secessionisti&rdquo; portuensi e i capitoli di S. Maria e S. Cecilia, la Sacra Rota si pronuncia, in favore dei primi.</p>
<p>Il tribunale ecclesiastico era stato chiamato in causa da un quarto contendente, il cardinal Rezzonico vescovo di Porto e S. Rufina, che vantava un&rsquo;antica giurisdizione sulle vigne portuensi. Da tempo tollerava che S. Maria vi riscuotesse le congrue, facendosi in cambio carico dei mantenimenti civili, ma il vescovo aveva impugnato l&rsquo;accordo. La delegazione rotale, nominata dal cardinal Colonna, vicario di Pio VI per Roma, soggiorna lungamente sul posto, per verificare a chi spetti la cura delle anime vignajole. In meno di due anni i giudici pronunciano sentenza e danno ragione al Vescovo di Porto, suggerendo allo stesso tempo comporre la disputa &ldquo;liquidando&rdquo; in denaro il vescovo e costituendo il territorio portuense in parrocchia autonoma. &ldquo;Troppo necessaria &egrave; ivi l&rsquo;erezione di una nuova parrocchia&rdquo;, scrivono.</p>
<p>Pio VI e il Sacro Collegio approvano la sentenza dagli evidenti riflessi politici, &ldquo;come unico mezzo per sedare le controversie e come vero rimedio per accorrere alli bisogni spirituali della campagna&rdquo;. Colonna scrive allora ai Vignajoli: &ldquo;Il SS.mo Signor nostro Pio VI, &egrave; venuto a sapere che i fedeli abitanti nelle vigne, nei casolari e nelle campagne fuori Porta Portese, a causa delle difficolt&agrave; di accedere alle loro chiese parrocchiali di S. Maria e S. Cecilia, sono quasi del tutto privati del cibo spirituale&hellip;&rdquo;.</p>
<p>Sembra fatta. E alla Parrocchietta si canta vittoria. Ma in quel momento sopraggiunge l&rsquo;incidente: il paladino don Aluffi si ammala gravemente, e lascia la Parrocchietta a un vice-curato, di cui Santa Maria ottiene facilmente ragione, richiamandolo all&rsquo;obbedienza. In breve, proprio quando il Papa &egrave; pronto a concedere l&rsquo;autonomia, la chiesetta al Portuense si svuota. Occorrer&agrave; attendere ancora due anni.</p><br /><div id="technorati">
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</div>
]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.arvaliastoria.it/public/post/la-sacra-rota-e-la-parrocchietta-482.asp]]></link>
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	<dc:date>2011-08-16T00:00:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Antonello Anappo</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[La Magliana di Papa Giulio]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo, grazie all&rsquo;alto contributo del Museo del Louvre di Parigi, il racconto di viaggio al Castello della Magliana del critico d&rsquo;arte A. Gruyer (1873).</p>
<p><img alt="" src="/dblog/admin/FCKeditor/editor/images/arrow_ltr.gif" />&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lasciamoci alle spalle Roma da Porta Portese e incamminiamoci per la strada di Porto lungo la valle del Tevere. Al sesto miglio fermiamoci e volgiamo lo sguardo al fiume. Vedremo, quasi a portata di mano, sul primo piano di una campagna il cui orizzonte abbraccia i monti del Lazio e della Sabina, un edificio (o per meglio dire un conglomerato di edifici) quasi in abbandono: non &egrave; un castello n&eacute; una dimora campestre, ma presenta ancora le apparenze della grandiosit&agrave;.</p>
<p>Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana!</p>
<p>I terreni circostanti sono insalubri e paludosi ma riccamente forniti di selvaggina; &egrave; qui che i papi del Quindicesimo e Sedicesimo secolo tenevano le loro battute venatorie. Giacomo Volterrano racconta della <i>gran caccia</i> del 1480, in onore del duca Ernesto di Sassonia e Lawenbourg, presente Girolamo Riario nipote di Sisto IV (Muratori, <i>Scrip. Rer. Italic.</i>, tomo XXIII, p. 104). Nel suo racconto si cita a pi&ugrave; riprese il fiume Magliano ma neanche una volta si fa cenno alla presenza di un Castello. Ne deduciamo, pertanto, che all&rsquo;epoca nella contrada della Magliana non fosse ancora presente alcun edificio significativo.</p>
<p>Fu in effetti Innocenzo VIII (1484-1492) a costruire il primitivo <i>palazzetto</i> della Magliana. Poi venne Alessandro VI (1492-1503), senza lasciarvi traccia. Fu Giulio II (1503-1543) che gli diede proporzioni grandiose, e chiam&ograve; a raccolta tutte le arti per farne una dimora degna di un papa. I pittori, di scuola perugina, decorarono le camere con affreschi, molti dei quali sopravvivono ancora oggi. Giulio II elesse la Magliana come luogo di predilezione e, affinch&eacute; nessuno tra i posteri potesse dubitarne, volle che il suo nome fosse ripetuto su tutte le finestre dei nuovi corpi di fabbrica, la cui costruzione si fa risalire a Giuliano da San Gallo.</p>
<p>Orbene, ad una dimora papale non poteva mancare una cappella. Essa fu ricavata negli appartamenti al pianterreno, e consacrata a San Giovanni Battista.</p>
<p>Il cardinale Francesco Alidosi, incaricato di sovrintendere alla sua decorazione, lasci&ograve; questa iscrizione sulla porta d&rsquo;ingresso: F. CAR. PAPIEN. JVLII II P. M. ALVMNVS (Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Giulio II Pontefice Massimo). Alidosi, nominato arcivescovo delle Terre bolognesi nel 1503, e cardinale di Santa Cecilia nel 1505, aveva assunto il titolo di <i>alumnus</i> proprio in allusione al favore di cui godeva presso Papa Giulio.</p>
<p>E and&ograve; oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice, rivestendo il pavimento della cappella di tessere in cotto smaltato, sulle quali campeggiavano, alternativamente, le sue insegne e il suo nome, e le insegne e il nome del papa (le armi di Giulio II raffiguravano in un <i>giogo</i>; quelle dell&rsquo;Alidosi un&rsquo;<i>aquila ad ali spiegate</i>). Dimenticava per&ograve; che l&rsquo;<i>aquila</i> degli Alidosi doveva passare con umilt&agrave; sotto il <i>giogo</i> dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo.</p>
<p>E fu quello che accadde quando il cardinale di Santa Cecilia si vide negare il titolo di principe di Imola, che gi&agrave; era appartenuto ai suoi antenati. Forse l&rsquo;Alidosi si rivolt&ograve; contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d&rsquo;Urbino condivideva il comando, furono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla &egrave; sicuro sull&rsquo;argomento, se non che tempo prima, aveva gi&agrave; tradito Alessandro VI. Fatto sta che lo accusarono di un nuovo tradimento. Appena giunse a Ravenna da Giulio II che attendeva le sue giustificazioni, fu pugnalato in pieno giorno e in piena strada da Francesco Maria della Rovere, lo stesso su cui l&rsquo;Alidosi aveva ribaltato la responsabilit&agrave; della disfatta militare.</p>
<p>Il nome dell&rsquo;Alidosi, tuttavia, dimora ancora alla Magliana e nella Cappella, inseparabile da quello di Giulio II. Gli affreschi della <i>Annunciazione</i> e della <i>Visitazione</i>, dipinta sui due lati dell&rsquo;unica finestra, stanno a dichiarare ancora oggi quali abili mani il cardinale di Santa Cecilia abbia utilizzato. Fu probabilmente lo Spagna, uno dei pi&ugrave; famosi allievi del Perugino, ad eseguire quei dipinti. Quanto alla loro data, non &egrave; possibile individuarla con precisione. La morte violenta dell&rsquo;Alidosi avvenne nel 1511: possiamo solo dire che gli affreschi affidati alla sua cura precedono tale data.</p>
<p>E se Giulio II ha ben amato la sua Magliana, il suo successore papa Leone X Medici l&rsquo;ha amata ancora di pi&ugrave;, legandosene con una passione tra le pi&ugrave; intense e viscerali: Papa Giulio vi aveva chiamato a lavorare la scuola del Perugino; Leone vi chiam&ograve; addirittura Raffaello!</p>
<p>Nella Cappella del Battista, dove lo Spagna aveva dipinto affreschi senza una propria fisionomia, Raffaello ha lasciato i tipi di perfezione che appartengono a lui e solo a lui: nella volta che sovrasta l&rsquo;altare, ha dipinto l&rsquo;<i>Eterno padre benedicente</i>, in mezzo ad una processione di angeli e cherubini; nella verticale dell&rsquo;arco della navata ha lasciato il <i>Martirio di Santa Cecilia</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Testo francese</p>
<p>Sortons de Rome par la <i>Porta Portese</i> et engageons-nous dans la vall&eacute;e du Tibre sur la route de Fiumicino; apr&egrave;s un parcours de six milles environ, arr&ecirc;tons-nous et regardons du c&ocirc;t&eacute; du fleuve; nous verrons, presque &agrave; notre port&eacute;e, au premier plan de cette campagne dont les horizons s&rsquo;&eacute;tendent jusqu&rsquo;aux montagnes du Latium et de la Sabine, un &eacute;difice, ou plut&ocirc;t une r&eacute;union d&rsquo;&eacute;difices quasi abandonn&eacute;s, qui ne constituent ni un ch&acirc;teau ni une ferme, mais qui pr&eacute;sentent encore les apparences de la grandeur.</p>
<p>Une cour rectangulaire, entour&eacute;e de murailles &agrave; cr&eacute;neaux guelfes, pr&eacute;c&egrave;de les b&acirc;timents de diff&eacute;rentes &eacute;poques et d&rsquo;in&eacute;gale hauteur; une porte monumentale, surmont&eacute;e d&rsquo;un arc en plein cintre et flanqu&eacute;e de colonnes, donne acc&egrave;s dans cette cour; un pont, jet&eacute; sur le <i>Magliano</i>, conduit &agrave; cette porte; le seuil une fois franchi, on se trouve en pleine Renaissance, on est dans la <i>Magliana</i>.</p>
<p>Les terres environnantes soin malsaines et mar&eacute;cageuses, mais abondamment fournies de gibier; les papes du XV<sup>e</sup> et du XVI<sup>e</sup> si&egrave;cle avaient l&agrave; leur rendez-vous de chasse. Giacomo Volterrano raconte une grande chasse dont Girolamo Riario, neveu de Sixte IV, fit les honneurs au duc Ernest de Saxe-Lawenbourg, en 1480 (<i>in nota:</i> Muratori, <i>Scrip. rer. Italic.</i>, t. XXIII, p. 104). Dans cette narration, il est &agrave; plusieurs reprises parl&eacute; du Magliano, mais il n&rsquo;est dit mot de la Magliana. Donc aucune construction ne se voyait alors dans cette contr&eacute;e.</p>
<p>Ce fut, en effet, Innocent VIII (1484-1492) qui b&acirc;tit le casino primitif. Alexandre VI vint ensuite (1492-1503) et n&rsquo;y ajouta rien de notable.</p>
<p>Mais Jules II (1503-1543) lui donna des proportions presque grandioses, et appela tous les arts &agrave; son aide pour en faire une r&eacute;sidence digne d&rsquo;un pape. Des peintres de l&rsquo;&eacute;cole de P&eacute;rouse d&eacute;cor&egrave;rent les chambres de fresques, dont plusieurs subsistent encore aujourd&rsquo;hui. Jules II adopta la Magliana comme un s&eacute;jour de pr&eacute;dilection, et, afin que la post&eacute;rit&eacute; n&rsquo;en p&ucirc;t douter, il voulut que son nom f&ucirc;t r&eacute;p&eacute;t&eacute; au-dessus de toutes les fen&ecirc;tres des b&acirc;timents qu&rsquo;il fit &eacute;lever (<i>in nota</i>: On attribue &agrave; Giuliano da San Gallo les constructions que Jules II fit faire &agrave; la Magliana).</p>
<p>Or, &agrave; une r&eacute;sidence pontificale il fallait une chapelle. Cette chapelle fu m&eacute;nag&eacute;e dans les appartements du rez-de-chauss&eacute;e; elle fut d&eacute;di&eacute;e &agrave; saint Jean-Baptiste.</p>
<p>Et le cardinal Francesco Alidossi, charg&eacute; de pr&eacute;sider &agrave; sa d&eacute;coration, fit graver cette inscription sur la porte: F. CAR. PAPIEN. JVLII. II. P. M. ALVMNVS. Alidossi, nomm&eacute; archev&ecirc;que e Bologne en 1503 et cardinal de Sainte-C&eacute;cile en 1505, prenait la qualification d&rsquo;<i>Alumnus</i> par allusion &agrave; la faveur dont il jouissait alors aupr&egrave;s de Jules II.</p>
<p>Il fit plus: il se mit presque sur le pied de l&rsquo;&eacute;galit&eacute; avec le pontife, en rev&ecirc;tant le sol de la chapelle de briques &eacute;maill&eacute;es sur lesquelles on voyait alternativement ses armes et son nom, les armes et le nom du pape. Il oubliait le joug des la Rovere, sous lequel l&rsquo;aigle des Alidossi devait passer avec humilit&eacute;, &agrave; peine d&rsquo;&ecirc;tre arr&ecirc;t&eacute; dans son vol (<i>in nota:</i> Les armes de Jules II se composaient d&rsquo;un joug; les armes du cardinal Alidossi portaient un aigle aux ailes &eacute;ploy&eacute;es).</p>
<p>Le cardinal de Sainte-C&eacute;cile se vit, en effet, refuser le titre de prince d&rsquo;Imola qu&rsquo;avaient port&eacute; ses anc&ecirc;tres. Se tourna-t-il alors contre Jules II du c&ocirc;t&eacute; de la France? &Eacute;tait-il vendu &agrave; Louis XII, quand les arm&eacute;es pontificales, dont il partageait le commandement avec le duc d&rsquo;Urbin, furent battues par les troupes v&eacute;nitiennes? Rien n&rsquo;est certain &agrave; cet &eacute;gard. Il avait trahi jadis Alexandre VI, on l&rsquo;accusa d&rsquo;une nouvelle trahison; et, comme il arrivait &agrave; Ravenne pour se justifier aupr&egrave;s du pape, il fut poignard&eacute; en plein jour et en pleine rue par Francesco Maria della Rovere sur lequel il avait rejet&eacute; la responsabilit&eacute; de la d&eacute;faite. Son nom n&rsquo;en demeure pas moins ins&eacute;parable de celui de Jules II dans la chapelle de la Magliana.</p>
<p>Les fresques de l&rsquo;<i>Annonciation</i> et de la <i>Visitation</i>, peintes de chaque c&ocirc;t&eacute; de l&rsquo;unique fen&eacute;tre, disent encore quelles mains habiles le cardinal de Sainte-C&eacute;cile avait employ&eacute;es. Un des plus renomm&eacute;s parmi les &eacute;l&egrave;ves de P&eacute;rugin, Spagna probablement, avait ex&eacute;cut&eacute; ces peintures. Quant &agrave; leur date, il est impossible de la pr&eacute;ciser. Le meurtre d&rsquo;Alidossi ayant eu lieu en 1511, on peut dire seulement que les fresques confi&eacute;es &agrave; la surveillance du cardinal sont ant&eacute;rieures &agrave; cette date.</p>
<p>Si Jules II avait beaucoup aim&eacute; sa Magliana, L&eacute;on X l&rsquo;aima plus encore et la fit sienne aussi par des liens plus intimes et plus forts. Jules II y avait attir&eacute; l&rsquo;&eacute;cole de P&eacute;rugin, L&eacute;on X y appela Rapha&euml;l.</p>
<p>Dans cette chapelle, o&ugrave; Spagna peut-&ecirc;tre avait peint des fresques sans physionomie propre, Rapha&euml;l a laiss&eacute; des types de perfection qui n&rsquo;appartiennent qu&rsquo;&agrave; lui. A la vo&ucirc;te qui surmonte l&rsquo;autel, il a montr&eacute; l&rsquo;&Eacute;ternel b&eacute;nissant le monde au milieu d&rsquo;un cort&egrave;ge d&rsquo;anges et de ch&eacute;rubins; dans un des arcs verticaux de la nef, il avait repr&eacute;sent&eacute; le martyre de sainte C&eacute;cile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si ringrazia il <a href="http://www.louvre.fr/llv/commun/home.jsp">Mus&eacute;e du Louvre</a> di Parigi -&nbsp;<i>Direction de la politique des publics et de l'&eacute;ducation artistique</i> - M&eacute;diath&egrave;que, per le preziose&nbsp;documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo.</p><br /><div id="technorati">
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	<link><![CDATA[http://www.arvaliastoria.it/public/post/la-magliana-di-papa-giulio-472.asp]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.arvaliastoria.it/public/post/la-magliana-di-papa-giulio-472.asp</guid>
	<dc:date>2011-05-31T00:00:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Antonello Anappo</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Lettere dal Lager 5A]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Nell&rsquo;inverno 1944 Angelo D., <i>Gefangenennummer </i>(prigioniero n.) 44233 nel <i>M.-StammLager </i>5A, scrive due commoventi lettere, mai recapitate. Una &egrave; per il figlio maggiore Antonio e l&rsquo;altra &egrave; per la moglie Emilia, abitanti alla Stazione vecchia di Ponte Galeria, via Portuense, 1445.</p>
<p>Al figlio scrive: &ldquo;<em>Carissimo Antonio, ti scrivo per farti sapere</em><em> che io mi trovo in Germania internato. Fammi</em><em> </em><em>sapere come state perch&eacute; io ancora non ricevo una notizia da voi. Saluti cari a te e i tuoi fratellini e tua madre. Tuo padre</em>&rdquo; (27.2.44).</p>
<p>Alla moglie scrive: &ldquo;<i>Carissima Emilia, ti scrivo questo biglietto per farti sapere che io sto bene e cos&igrave; spero che sia anche di te, unita con i nostri cari bambini. Io gi&agrave; ti ho scritto altre cinque volte. Credo che le avrai ricevute. Saluti cari a te e ai bambini. Vi auguro una buona salute. Tuo marito</i>&rdquo; (31.1.44).</p>
<p>Le due lettere arrivarono ad un soffio dall&rsquo;essere recapitate. Quando i campi vennero liberati la U.S. Army inoltr&ograve; la corrispondenza in sospeso. Le due lettere (con timbro americano) arrivarono fino all&rsquo;ufficio postale di Ponte Galeria (che a sua volta le timbr&ograve; nell&rsquo;aprile 1945, 14 mesi dopo). All&rsquo;indirizzo indicato per&ograve;, il postino non trov&ograve; nessuno. Le due lettere, acquisite nella collezione del Fondo Rivaportuense, sono state messe a disposizione dei familiari, tramite la parrocchia di Ponte Galeria: speriamo, 63 anni dopo, di riuscire a recapitarle.</p><br /><div id="technorati">
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</div>
]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.arvaliastoria.it/public/post/lettere-dal-lager-5a-467.asp]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.arvaliastoria.it/public/post/lettere-dal-lager-5a-467.asp</guid>
	<dc:date>2011-04-26T00:00:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Antonello Anappo</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Il pentaprisma]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Nel gennaio 1947 il gruppo dei <i>Ragazzi di Monte delle Capre</i> inventa il <i>pentaprisma</i>. Si tratta di un cristallo ottico, interno alla macchina fotografica, in grado di correggere l&rsquo;inversione del sotto con il sopra delle macchine tradizionali, restituendo all&rsquo;oculare un&rsquo;immagine raddrizzata. Il pentaprisma esiste ancora oggi in tutte le macchine fotografiche <i>reflex</i>.</p>
<p>Gi&agrave; dall&rsquo;inverno 1946 il primo <i>gruppo dei quattro</i> (Corsi, Pardini, Picchioni e Palamidessi) si allarga, con l&rsquo;aggiunta del <i>paparazzo</i> Assenza, un giovane fotografo di strada che ha applicato un <i>pozzetto esterno</i> con dentro tre specchi inclinati al suo apparecchio <i>Kinoflex</i>. L&rsquo;immagine risultava raddrizzata. L&rsquo;operatore Gaetano Judicone, il tecnico specializzato Manlio Valenzi e il fotografo Emilio Altan passano l&rsquo;inverno a testare il pozzetto di Assenza. La svolta per&ograve; avviene grazie al meccanico Michele Frajegari, che sostituisce il pozzetto con un prisma ottico monolitico a cinque facce: due <i>riflettenti</i>, due <i>rifrangenti</i>, una <i>neutra</i>. Lo specchio riflettore a monte dell&rsquo;ottica proietta l&rsquo;immagine capovolta sulla superficie rifrangente alla base del pentaprisma; l&rsquo;immagine arriva cos&igrave; alla seconda faccia riflettente e la proietta sulla terza, anch&rsquo;essa riflettente; infine la terza riproduce l&rsquo;immagine raddrizzata sulla quarta faccia rifrangente, e la restituisce raddrizzata all&rsquo;oculare.</p>
<p>I ragazzi di via Monte delle capre, quell&rsquo;inverno, lavorano sette giorni la settimana, senza pause, provando, smontando e studiando nuove possibilit&agrave;. Arrivano finalmente i primi due prototipi funzionanti. Su uno di essi interviene l&rsquo;architetto e <i>designer</i> Gi&ograve; Ponti (1897-1979), che incorpora il grosso prisma in una struttura cromata, essenziale e gradevole, dai lati arrotondati.</p>
<p>Con l&rsquo;approvazione della <i>Cisa Viscosa</i> il propotipo viene presentato alla Campionaria di Milano del 1947, il cui opuscolo illustrativo mostra la macchina tra le mani della sorridente e purtroppo anonima Signora Enrichetta.</p>
<p>Alla fiera milanese, mentre Telemaco Corsi mostra orgoglioso la &laquo;&nbsp;<i>macchina che raddrizza l&rsquo;immagine</i>&nbsp;&raquo;, avviene un incontro fondamentale. Un uomo in divisa da carabiniere, il colonnello Armando Pelamatti, critica aspramente Corsi e la sua invenzione: essa &egrave; s&igrave; in grado di correggere l&rsquo;inversione <i>sopra-sotto</i>, ma non corregge l&rsquo;altra inversione delle macchine tradizionali, l&rsquo;inversione <i>destra-sinistra</i>, che Corsi aveva trascurato. Con questa macchina, osservava correttamente il colonnello, scattare foto verticali risulta impossibile!</p>
<p>Corsi, amareggiato, si accorge che il pentaprisma va ancora migliorato. Arruola Pelamatti tra i ragazzi di via Monte delle Capre e si mette al lavoro per cercare una soluzione. La versione definitiva, che raddrizza anche l&rsquo;inversione destra-sinistra, arriver&agrave; alla fine del 1947, sdoppiando una faccia del pentaprisma in due facce spioventi angolate di 45&deg;.</p><br /><div id="technorati">
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</div>
]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.arvaliastoria.it/public/post/il-pentaprisma-456.asp]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.arvaliastoria.it/public/post/il-pentaprisma-456.asp</guid>
	<dc:date>2011-02-08T00:00:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Antonello Anappo</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Arvalia e la linea del tempo]]></title>
	<description><![CDATA[<p>L&rsquo;Archivio Storico Portuense segue un <i>modello lineare del tempo</i>, con gli eventi ordinati in sequenza, secondo l&rsquo;ordine del prima e del poi. Taluni eventi sono chiamati <i>cesure storiche</i>, perch&eacute; - portando con s&eacute; un <i>cambiamento del tipo di societ&agrave;</i> - determinano anche un <i>passaggio di epoca</i>. Il modello ha individuato nella storia locale 8 eventi di cesura e, conseguentemente, 9 epoche.</p>
<p>L&rsquo;<b>Epoca arcaica</b> va dalle origini al 509 a.C., anno della cacciata del re Tarquinio il Superbo e dell&rsquo;instaurazione della <b>Repubblica</b>. Questa nuova fase si chiude nel 31 a.C., quando Ottaviano, sconfitti i rivali, assume il potere assoluto. L&rsquo;<b>Impero</b> termina a Roma con una data simbolica, il 410 d.C., anno del saccheggio dei Goti. Il lungo sonno del <b>Medioevo</b> termina nel 1471, con l&rsquo;avvento di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, grandi frequentatori della Tenuta della Magliana. Abbiamo scelto di unificare la breve stagione del <b>Rinascimento</b> ai due secoli della <i>Decadenza</i> (Seicento e Settecento), facendo terminare questa epoca nel 1799, con l&rsquo;arrivo delle truppe napoleoniche.</p>
<p>Segue una fase di straordinaria fioritura urbanistica, il <b>Primo Ottocento</b>, segnata dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformatori dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia una nuova epoca, quella del <b>Risorgimento</b> e della nascita del Regno unitario d&rsquo;Italia. La Marcia su Roma del 1922 apre il <b>Ventennio fascista</b>, che si conclude con la <i>Liberazione</i> del 1944. Da qui ai giorni nostri parliamo infine di <b>Epoca contemporanea</b>.</p>
<p>Il modello comprende anche due epoche supplementari: il <b>Futuro</b>, dove classifichiamo i beni culturali progettati ma non ancora realizzati, e una <b>categoria residuale</b>, che include i beni paesistici, per i quali la nozione del <i>tempo storico</i> non rileva.</p><br /><div id="technorati">
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</div>
]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.arvaliastoria.it/public/post/arvalia-e-la-linea-del-tempo-455.asp]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.arvaliastoria.it/public/post/arvalia-e-la-linea-del-tempo-455.asp</guid>
	<dc:date>2011-02-01T00:00:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Antonello Anappo</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[Il giardino dei frutti perduti]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Il Giardino dei frutti perduti &egrave; un frutteto didattico di <i>Roma Natura</i>, realizzato nel 2006 dall&rsquo;agronomo G. Lucatello.</p>
<p>Contiene 160 specie e variet&agrave; locali di interesse agrario di <i>albicocco</i>, <i>ciliegio</i>, <i>fico</i>, <i>mandorlo</i>, <i>susino</i>, <i>pesco</i>, <i>pero</i>, <i>melo</i>, <i>melograno</i>, <i>nespolo</i>, <i>sorbo</i>, <i>gelso</i> e <i>giuggiolo</i>. Monte di esse sono a <i>rischio di erosione genetica</i>: rischiano cio&egrave; di non venire pi&ugrave; coltivate, soppiantate da altre variet&agrave;, spesso importate, pi&ugrave; resistenti o dalla fruttificazione pi&ugrave; copiosa, riducendo cos&igrave; la <i>biodiversit&agrave;</i> complessiva dell&rsquo;habitat.</p>
<p>Gli esemplari presenti nel giardino non sono stati <i>espiantati</i> ma moltiplicati per <i>innesto</i>. Questa tecnica agraria consiste nell&rsquo;unire ad un albero o arbusto comune (il c.d. <i>portainnesto</i>) parti della pianta a rischio (la c.d. <i>marza</i>): le marze crescono in simbiosi con la pianta ricevente, conservando i caratteri propri. Le marze sono state fornite dall&rsquo;<i>Istituto Sperimentale di Frutticultura di Roma</i>.</p>
<p>I lavori sono iniziati nel novembre 2006, a seguito della cessione in comodato del terreno di propriet&agrave; Milea sul clivo di via dei Martuzzi. Il terreno - esteso 1,046 ettari - &egrave; stato recintato e dotato di un impianto idrico (che recupera un vecchio pozzo), camminamenti, panchine e gazebo. Insieme alle piante da frutto si trovano alberature nostrane (<i>leccio</i>, <i>ulivo</i>, <i>alloro</i>) e arbusti della macchia mediterranea e officinali.</p><br /><div id="technorati">
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</div>
]]></description>
	<link><![CDATA[http://www.arvaliastoria.it/public/post/il-giardino-dei-frutti-perduti-453.asp]]></link>
	<guid isPermaLink="true">http://www.arvaliastoria.it/public/post/il-giardino-dei-frutti-perduti-453.asp</guid>
	<dc:date>2011-01-18T00:00:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Antonello Anappo</dc:creator>
</item>
<item>
	<title><![CDATA[I ragazzi di Monte delle Capre]]></title>
	<description><![CDATA[<p>Fra il 1946 e il 1958 &egrave; attivo al Trullo un gruppo di inventori, meccanici e fotografi, riuniti intorno all&rsquo;idea della <i>macchina reflex italiana</i> e all&rsquo;esperienza produttiva <i>Rectaflex</i>.</p>
<p>Il primo nucleo si compone di tre compagni di scuola: Aldo Pardini, appassionato di scienze, Luigi Picchioni, di impronta tecnica, e Telemaco Corsi, eclettico e sognatore. Hanno in comune la passione per il <i>gioco degli specchi</i> e il disegno di immagini riflesse e ribaltate in camera oscura, sognando di emulare Leonardo da Vinci, D&uuml;rer e Kircher. Pardini &nbsp;diventer&agrave; medico condotto alla Magliana, Picchioni oftalmologo all&rsquo;<i>Ottica Salmoiraghi</i> e Corsi avvocato alla <i>Cisa Viscosa</i>.</p>
<p>Corsi in particolare si appassiona di tecnica fotografica e agli studi dei pionieri Niepce e Talbot. Nel 1939 smonta un <i>apparecchio Daguerre</i>, che ha all&rsquo;interno uno specchio inclinato di 45&deg;: l&rsquo;immagine risulta <i>invertita</i>, con il sotto sopra e la destra a sinistra. Corsi intuisce gi&agrave; da allora che, con una serie ben congegnata di specchi, si pu&ograve; ottenere una <i>visione raddrizzata</i>. Ai tre si aggiunge un quarto amico: Emilio Palamidessi, soprannominato <i>Manidoro</i>. Introverso, scrupoloso, assembla con precisione da orologiaio i pezzi pensati dal trio.</p>
<p>Lo scoppio della Guerra scioglie il gruppo di amici. Corsi intanto fa carriera, fino a diventare, dopo la Liberazione, amministratore della <i>Sara</i>, una societ&agrave; satellite della <i>Cisa</i>, i cui stabilimenti si trovano a via Monte delle Capre. La Sara si occupa di recuperare per usi civili i residuati bellici. Carri armati, autoblindo, furgoni, <i>sidecar</i> e cannoni, con abili colpi di fresatrice diventano moto della PS, ambulanze, o addirittura natanti da diporto.</p>
<p>Corsi torna a riunire i tre amici intorno all&rsquo;idea della <i>macchina fotografica perfetta</i>, che, come l&rsquo;occhio, fotografa esattamente quel che si inquadra attraverso una visione riflessa da specchi interni. Ne fissa le caratteristiche meccaniche: deve essere piccola, leggera e maneggevole come una 35 mm; deve usare le ottiche pi&ugrave; diverse senza problemi di tiraggio e parallasse; deve avere una messa a fuoco facile e precisa, mirando ad altezza d&rsquo;occhio; deve avere tempi di posa sia per le alte che per le basse velocit&agrave;.</p>
<p>Nella primavera del 1946 Corsi va alla XXIV Fiera Campionaria di Milano, in cerca d&rsquo;idee. Gira in lungo e in largo, fa incetta di idee, diventa amico del <i>designer</i> Gi&ograve; Ponti. Soprattutto, interroga decine di inventori alla ricerca di finanziatori. Corsi &egrave; benestante e pu&ograve; sostenere le ricerche dei suoi tre amici, ma non &egrave; certo in grado di finanziare una produzione in serie. Pur consapevole di questo limite decide ugualmente di lanciarsi, e acquista il brevetto della <i>Gamma</i>, una macchina a telemetro con tendina metallica curva, ideata dai Fratelli Rossi. Conta di convincere la sua azienda, la <i>Cisa</i>, a finanziare l&rsquo;impresa. E l&rsquo;avventura inizia.</p><br /><div id="technorati">
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	<dc:date>2011-01-11T00:00:00+01:00</dc:date>
	<dc:creator>Antonello Anappo</dc:creator>
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