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Nostra Signora di Valme

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Nostra Signora di Valme - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Wojtila, elogio del chiasso - Il Santo Volto - Il Caesareum - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Le Terme di Pozzo Pantaleo - La Mansio della Via Portuensis - Alla corte di Cleopatra - Portunus, il ragazzo sul delfino - Portuense - Le Cave romane alla ex Purfina - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Nostra Signora di Valme

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Nostra Signora di Valme

Nostra Signora di Valme è una chiesa parrocchiale contemporanea, il cui titolo ricorda un prodigio, avvenuto nel 1247 durante la Reconquista spagnola.

Il re Ferdinando, durante l’assedio di Siviglia, invoca il sostegno della Vergine Maria, con l’espressione tardo-latina « Valme! » (letteralmente Vali me, cioè Dammi forza). Subito dalla terra arida sgorga una sorgente di acqua ristoratrice, che permette alle truppe cristiane di riprendere le armi e scacciare, nel sangue, i Mori. Sul luogo del prodigio Ferdinando edifica un santuario, in cui colloca una statua lignea della Madonna, oggetto di grande venerazione popolare. In seguito la statua si trasferisce al santuario di Dos Hermanas e dal 1866 il suo culto è praticato anche a Roma, nella basilica di Santa Maria Maggiore, gemellata a Dos Hermanas. Dal 28 febbraio 1982, con il decreto del cardinal Poletti A tutti è ben noto, il culto di Valme è assegnato al Territorio Portuense, dove si costituisce la nuova parrocchia di Valme.

Da una iniziale sede di fortuna si intraprende, negli Anni Novanta, la costruzione della nuova chiesa progettata dall’architetto Spina, conclusa il 24 marzo 1996 con la consacrazione del cardinal Ruini. L’Edificio liturgico dalle grandi vetrate si caratterizza per l’icona mariana presente sull’altare maggiore. Il 10 marzo 2010 sarà collocata la nuova statua in trono della Vergine di Valme.

La parrocchia è affidata all’Opera della Chiesa, comunità cristiana ispirata alla figura di Madre Trinidad. Il Complesso parrocchiale si compone di Comunità, Casa dell’Apostolato e Casa di risposo. Da Nostra Signora di Valme dipendono le cappelle di S. Giovanni Battista de La Salle e di Papa Giovanni XIII a Borgata Petrelli.

 

 

Wojtila, elogio del chiasso

di Antonello Anappo

 

 

 
 
L'immagine bonaria di Papa Giovanni Paolo II. Nel 1998 visitò Nostra Signora di Valme

Giovanni Paolo II visita N.S. di Valme il 16 dicembre 96. È la terza domenica d’Avvento, tradizionalmente chiamata “Gaudete” in memoria di un passo di S. Paolo ai Filippesi che esorta a gioire per la vicinanza del Natale.

Le prime parole sono per i più piccoli: “Vi ringrazio per questa accoglienza chiassosa. E grazie a Dio che c’è chiasso, perché è un segno della gioia! Essendo ragazzi siete la gioia incarnata; io vi voglio bene!”.

In chiesa Wojtila scandisce S. Paolo (4,4-5): “Rallegratevi sempre nel Signore! Ve lo ripeto, siate felici! Il Signore è vicino!”. I diaconi leggono Isaia (61,10 “il Signore mi ha rivestito di salvezza”), S. Paolo ai Tessalonicesi (5,16 “Dio vi santifichi fino alla perfezione”) e spiegano le figure di S. Giovanni Battista e S. Elisabetta, preparatori dell’Avvento.

Il discorso ai “carissimi fratelli e sorelle della parrocchia” è un elogio per le opere di evangelizzazione, fin dentro i condomìni. “Sono lieto di celebrare l’eucarestia insieme con voi!”, dice. “Che la buona Novella possa entrare in ogni casa ed aiutare a riscoprire che solo in Cristo c’è salvezza. In Lui è possibile trovare pace interiore, speranza e forza per affrontare ogni giorno le situazioni della vita, anche le più pesanti e difficili".

 

 

Il Santo Volto

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Santo Volto di Gesù

Il Santo Volto è un complesso parrocchiale contemporaneo, affine stilisticamente alle avanguardie architettoniche romane di Meier a Tor Tre Teste e di Carbonara all’Alessandrino.

La parrocchia si costituisce il 28 ottobre 1985, con decreto del Cardinal Poletti, intorno alla cappella del martire polacco S. Massimiliano Kolbe. Con un successivi decreti del Cardinal Ruini, dal 1992 al 2001, la parrocchia acquista il nome attuale e competenze territoriali maggiori, che richiedono la costruzione di un nuovo edificio per il culto. I progettisti Piero Sartogo e Nathalie Grenon strutturano l’impianto architettonico in due grandi blocchi: l’Edificio liturgico, su strada, e la Canonica, in posizione interna, separati dal lungo Sagrato obliquo. I lavori, iniziati nel 2003, si concludono con l’inaugurazione il 18 marzo 2006.

L’Edificio liturgico, caratterizzato da volumi netti rivestiti con lastre di travertino romano, è caratterizzato dalla Semicupola alta 20 m, che poggia alla moresca direttamente sull’edificio (anziché su un tamburo). Nello spazio sacro, a pianta semicircolare, linee essenziali disegnano forme astratte, disposte radialmente intorno all’altare. L’ambiente prende luce dalla Grande vetrata alta 34 m, dalla struttura circolare in ferrocemento realizzata dagli ingegneri Michetti e Breccia. Dalle pareti emergono opere dai forti cromatismi: l’affresco Luce dalle tenebre di Marco Tirelli e le 15 formelle della Via crucis di Mimmo Paladino. Nei corpi di servizio - la Cappella feriale dedicata al Santissimo Sacramento, la Sagrestia e il Confessionale - l’impiego dei colori è ribaltato: sono le pareti ad avere forti cromatismi mentre le opere d’arte hanno tinte tenui e quasi monocrome: la Vetrata in sicofoil di Carla Accardi e il Volto di Cristo di Ruffo.

La Canonica (residenza del parroco, foresterie e sale comunitarie) ospita le Nuvole concettuali di Chiara Dynys. La chiesa è visitabile per gran parte della giornata. È possibile sostare nel lungo sagrato, a forma di V, che termina con la Croce sospesa di Eliseo Mattiacci. Il perimetro esterno è delineato dalla Cancellata di Giuseppe Uncini.

 

 

Il Caesareum

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ipotetica ricostruzione tridimensionale del Caesareum, basato sui disegni del Lanciani

Il Caesareum (o Aedes Divum, cioè Tempio dei Divi Cesari) è uno dei templi minori del Santuario degli Arvali, dedicato al culto degli imperatori divinizzati.

Esso fu sicuramente in uso fino al tempo di Gordiano III a metà del III sec. d.C. Gli Acta Fratrum Arvalium riferiscono che in onore dell’imperatore si svolgeva “ante Caesareum” l’immolazione rituale di un “taurum aureatum” (un toro dorato).

L’umanista Peruzzi fu il primo ad individuarlo in epoca moderna e a fornirne una descrizione. L’insigne studioso riferisce che il sacello misurava m 6,20 x 4,40, con quattro colonne alle estremità, pareti ricoperte di travertino ed il lato posteriore absidato. Lo studioso Merchiorri nel secolo scorso raggiunse conclusioni simili.

All’interno del Caesareum si trovavano nove busti di imperatori arvali, che il Peruzzi descrive in questo modo: “Statue numero nove, di imperatori incoronati di spiche di grano […]. Ciascuna havea uno epitaphio e in nel fine dello epitaphio vi era ‘Frati Arvali’ e erano nove epitaphi correspondenti alle nove statue insino a Gordiano”. Le statue sono oggi conservate ai Musei Vaticani, nel British Museum, il Louvre e il Castello di Ecouen (Parigi).

 

 

La Necropoli di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Necropoli Portuense (immagine aerea)

La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza).

Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo.

Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale.

Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Terme di Pozzo Pantaleo

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

 

 

La Mansio della Via Portuensis

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Mansio di Pozzo Pantaleo (immagine aerea)

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar.

Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato.

Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso.

L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole).

 

 

Alla corte di Cleopatra

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Orti di Cesare

Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono.

Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici.

Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside.

Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio.

Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside.

Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino.

 

 

Portunus, il ragazzo sul delfino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il dio Portuno cavalca il delfino (Scavi al complesso termale di Pietra Papa)

Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano.

Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume.

Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma.

Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio.

 

 

Portuense

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia

Portuense è la seconda delle sette sezioni urbanistiche del Municipio XV, di cui occupa il versante collinare alla sinistra della Via Portuense, nel tratto tra la Ferrovia Roma-Pisa e il fosso di Papa Leone (oggi interrato).

I confini urbanistici disegnati nel 1977 comprendono solo una parte dell’Area storica portuense, termine con cui si indicano i due lati della Via Portuensis di epoca romana, « ab Janiculo ad mare », cioè dalle pendici del Gianicolo in direzione del mare. Il territorio era allora coperto di distese boschive, e l’impiego del suolo era limitato all’estrazione del tufo (cave di Pozzo Pantaleo) e agli usi funerari (Necropoli Portuense). Dal Rinascimento le Vigne portuensi disegnano un vivace territorio agricolo, solcato dai percorsi di crinale, che sono ancora oggi alla base del sistema viario del quartiere.

Tra Sette e Ottocento le tenute si frammentano (fra le famiglie Jacobini, Gioacchini, Neri e Ceccarelli per citare le maggiori) e sorgono i grandi casali: Villa Jacobini, Casa Petrella, Casa Balzani (in seguito Villa Bonelli) e il Convitto Vigna Pia. Nel 1877 sorge la struttura militare di Forte Portuense. L’edificazione moderna inizia nel Primo Novecento nelle forme dei villini, cui seguono nel Dopoguerra caseggiati a maggior densità abitativa. Oggi è possibile individuare nel quartiere tre nuclei principali: Vigna Pia, Santa Silvia e Villa Bonelli, cui corrispondono grossomodo tre chiese parrocchiali: Sacra famiglia, Santa Silvia, Nostra Signora di Valme.

I dati comunali al 31 dicembre 2008 indicano una popolazione residente di 29.771 abitanti.

 

 

Le Cave romane alla ex Purfina

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Cave romane di via Portuense e via Belluzzo a Vigna Pia

La Cava ex Purfina è una cava di età romana, sita in via Belluzzo al Portuense.

Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

Credits:

On line dal 09/09/2003, 712 letture.