Vigna Pia
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Vigna Pia - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: I Grottoni - In nome del Papa Re - Villa Bonelli - Il Casale degli Irlandesi - Il Forte Portuense - Garibaldi, eroe contro - Fratel Policarpo - Il Casale D’Arcangeli - Portuense - La Tomba A al Drugstore - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Vigna Pia di Antonello Anappo
L’istituto Vigna Pia è un edificio del 1858, originariamente adibito a scuola agraria e opera assistenziale, al centro della tenuta omonima. Tra 1850 e 1851 il principe Torlonia, la principessa Wolkonski e l’Ordine religioso dei Minimi costituiscono una proprietà fondiaria unitaria di 22 ettari, denominata Istituto agrario di carità Vigna Pia in onore del papa regnante, Pio IX. L’insediamento è strutturato secondo lo schema della colonìa, con vasti terreni a coltura intorno ad un corpo di fabbrica principale. La popolazione è costituita di « orfani e altri garzonetti più sventurati », tra i 7 e i 21 anni. Dopo l’alfabetizzazione essi ricevono la formazione teorica in agronomia e agrimensura, cui segue l’apprendistato di orticultura, cerealicultura e viticultura ed infine il collocamento a servizio in una famiglia rurale. Il Convitto, di forma quadrangolare, rivolge il prospetto principale alla valle della Magliana. È sormontato dallo stemma papale tra due cornucopie colme di grano. L’edificio si prolunga in un padiglione di minor altezza, realizzato da Leone XIII nel 1889. Il 23 aprile 1891 gli edifici sono danneggiati dallo scoppio della Polveriera di Forte Portuense. La tenuta aveva un portale monumentale, oggi scomparso. Nel Dopoguerra l’estensione della tenuta viene erosa dall’urbanizzazione, fino a perdere la vocazione agraria. Il complesso è oggi sede di convitto, centro giovanile e polisportiva locale. |
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I Grottoni di Antonello Anappo
I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei, originati in epoca romana da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane. Taluni associano i Grottoni alle perdute Catacombe di San Felice, attestate al III miglio della Via Portuense-Campana. Un’indagine del Primo Novecento ha confermato il parziale utilizzo cimiteriale di alcuni ambienti. Tuttavia successivi crolli hanno impedito una attribuzione certa. Le fonti storiche che parlano di catacombe sono il De locis sanctis, che elenca Felice tra i martiri portuensi (« qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt »); l’Index coemeteriorum, che cita un cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi; un carme di Papa Damaso (366-384), che descrive il Sepolcro di Felice, dipinto dal Presbitero Vero. Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (San Paolo) e prima di Ponziano (Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui « il Tevere s’impaluda ». Lo studioso Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde. Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso. |
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In nome del Papa Re di Antonello Anappo
Nel 1866 una sanguinosa faida oppone i popolani di Villa Jacobini agli zuavi pontifici. È una storia di donne e di coltelli, sullo scenario complesso degli scontri tra i “patrioti” e sostenitori di Pio IX, ultimo papa re. Gli “zouaves” sono arrivati a Roma da molto lontano. Sono in origine unità di fanteria berbere, regolarizzate nell’esercito francese dal 1830 e distintesi eroicamente ad Algeri, Sebastopoli, Balaclava, e Palestro, nella Seconda guerra d’indipendenza italiana. Dal 1860 sono sotto ingaggio a Roma, al comando di La Morcière e De Charette. Gli zuavi “romani” sono prevalentemente francesi, belgi, americani, canadesi e irlandesi, conosciuti per una certa grevità e guasconeria, ma animati da fede sincera ed assoluta dedizione alla monarchia papalina. Senza conoscere fatica lavorano alla costruzione di trincee contro l’odiato Garibaldi e al tramonto è possibile vederli rincasare alla villa-caserma dei Santucci lungo via Portuense, cantando con enfasi i versi finali dell’“Evviva Pio”: “La corona che cinge sua fronte / non si strappa / la regge il Signor!”. Il racconto popolare vuole che questi giovani dai capelli ed occhi chiari, dalle uniformi sgargianti con i calzoni a sbuffo, la cintura di tela, la giacca corta e il fez, abbiano subito infiammato i cuori delle popolane portuensi. E pare anche che qualche zuavo, forse dopo aver ecceduto nel vino all’Osteria del Cardinale, abbia pure ecceduto in galanterie, rifiutandosi però di convolare a nozze riparatrici. I congiunti delle fanciulle disonorate pensano in un primo tempo di lavare l’affronto secondo la consuetudine cavalleresca, in singolar tenzone con il profanatore. Ma il “pubblico ristoro dell’affronto” viene precluso. Con Garibaldi alle porte e la Sede pontificia vacillante, gli zuavi sono l’ultima milizia effettiva di Santa Romana Chiesa contro l’armata dei “senza-Dio”: eliminare anche uno solo tra gli zuavi avrebbe avuto un pericoloso risvolto antinazionale, e con ogni probabilità avrebbe esposto la Tenuta Jacobini alle rappresaglie di un potere temporale disfatto ma ancora crudelmente rabbioso. La contromossa degli uomini validi di Vigna Jacobini, comunque, non tarda ad arrivare. Si decide quindi per l’« accoppamento », la pugnalata volante sulle spalle di norma riservata agli « infami », cui segue la sparizione del corpo senza lasciare traccia. Per nascondere i corpi i popolani ricorrono ad un singolare stratagemma, che lascia supporre l’implicita approvazione dei Signori locali. “Poiché le rappresaglie militari non sono un'invenzione recente - ha scritto Stelvio Coggiatti, sulla Strenna del 1972 - i gelosi vendicatori escogitano un momentaneo ma sicuro nascondiglio per i resti mortali di quei soldati, vincitori di battaglie amatorie, ma caduti in azioni di rappresaglia”. Il nascondiglio sono le botti vuote: le salme vengono deposte sul fondo, e le botti sono ben allineate con le altre piene di buon vino, nelle cantine di Vigna Jacobini. |
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Villa Bonelli di Antonello Anappo
Villa Bonelli (già Casa Balzani) è una villa ottocentesca, legata alla memoria dell'agronomo Michelangelo Bonelli, cui si deve l'impianto della Tenuta Due torri, l'organizzazione a terrazze del parco e la ristrutturazione edilizia della villa. Il casino agricolo originario (del 1839) passa nel 1906 ai Balzani e nel 1925 all’ing. Bonelli, già proprietario dal 1923 della attigua paludosa Proprietà Due Torri. L'opera di bonifica condotta da Bonelli avrà del prodigioso: unificate le proprietà, prosciuga le acque stagnanti con idrovore di sua invenzione, scava canalizzazioni (se ne possono riscontrare i tracciati nelle attuali via della Magliana nuova e via di Pian Due torri) e, con vasche e chiuse, porta l’acqua per l’irrigazione sù in collina. In pochi anni la valle si copre di carciofi e altri ortaggi, il pendìo collinare di vigna pregiata e frutteto. Bonelli commissiona all'architetto Busiri-Vici ingenti ristrutturazioni sul casolare esistente (trasformandolo in villa, con l'aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica e una serra-studio). Il parco si addolcisce con scalinate, fontane e terrazze prospettiche, e con alberature di querce, pini e cipressi. La tenuta rimane produttiva fino agli anni Sessanta, per poi frazionarsi e conoscere una attività edilizia speculativa. Negli anni ’80 Villa Bonelli passa al Comune; nel 2004 gli architetti Panunti e Santarelli hanno progettato il restauro, completato nel marzo 2005. Il parco (con accessi da via Camillo Montalcini, 1 e via Domenico Lupatelli, snc) misura oggi 4,5 ettari. Nella Villa risiede la Presidenza del Municipio XV Arvalia-Portuense. Villa Bonelli è stata studiata dalla Sovrintendenza Comunale di Roma e dalla Soprintendenza ai BB.AA. e del Paesaggio di Roma (cfr. Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970673 - Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di G. Tantini). |
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Il Casale degli Irlandesi di Antonello Anappo
Il toponimo Casale degli Irlandesi indica l’altura, alle spalle di largo La Loggia, scelta nel 1877 per l’edificazione di forte Portuense. Nell’estate di quell’anno una commissione militare - composta dal gen. Giovanbattista Bruzzo e da progettisti genieri e artiglieri - ispeziona l’altura una prima volta, e dispone profondi modellamenti: lo sbancamento della sommità, lo scavo degli spazi del forte al di sotto del piano di sbancamento, e la formazione con i materiali di riporto di una cintura di spalto artificiale scarpata rispetto il piano di campagna, e infine la deviazione a valle di via Portuense, per ostacolare un’avanzata nemica. La commissione torna al Casale una seconda volta a distanza di pochi giorni, e visiona sul terreno il tracciato delimitato da paletti. Approvato il progetto dal ministro della guerra, gen. Luigi Mezzacapo, i lavori iniziano il 12 novembre 1877. La studiosa Francesca Ritucci ha rinvenuto un carteggio da cui risulta un’esecuzione regolare. Il 7 febbraio 1878 il gen. Cosenz invita Bruzzo: “Signor Generale, desidererei ch’ella vedesse…”. A fine 1881 la collina ha l’aspetto di un “tartaruga corazzata”, da cui sporgono i soli piani di batteria, la cannoniera e le lunette laterali. Le fortificazioni sono costate 733.000 lire. |
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Il Forte Portuense di Antonello Anappo
Forte Portuense è un’opera difensiva - circondata da un fossato asciutto e con una polveriera esterna - facente parte della cerchia dei 14 forti militari di Roma (Campo Trincerato). I lavori cominciano nel novembre 1877 - con lo sbancamento della sommità di un’altura naturale, la Collina degli Irlandesi - e si concludono, dopo quattro anni di scavi e modellamenti del terreno su una superficie di 4,5 ettari, alla fine del 1881. Lo schema planimetrico è quello di un poligono irregolare, chiamato in gergo militare a pianta prussiana. Il fronte di fuoco, orientato in direzione del mare, misura circa 180 metri ed è costituito di due facce angolate, con al vertice la Casamatta (struttura armata in cui si concentra la potenza di fuoco). Nella parte interna del fronte di fuoco, sormontato da terrapieni, si trova il Quartiere d’armi (serie di camerate dai soffitti voltati, destinate ad alloggiare le truppe). I due fronti laterali sono difesi da casematte di minori dimensioni (Orecchioni). Il fronte di gola, orientato verso la città, ospita la Garitta monumentale (ingresso principale dal caratteristico portale bugnato) e la Caponiera (fortificazione destinata alla difesa dell’ingresso). Dall’ingresso si accede, attraverso un corridoio voltato, ai corpi di guardia e ci si immette nella grande Galleria anulare, anch’essa voltata, che percorre l’intero perimetro del forte. Internamente la struttura si apre in una Piazza d’armi. |
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Garibaldi, eroe contro di Antonello Anappo
Tra le voci contrarie al Campo trincerato vi fu quella lucida e autorevole di Giuseppe Garibaldi, espressa fra marzo e agosto 1877 in una corrispondenza con la gazzetta di Roma “La Capitale”, rinvenuta dalla studiosa Ritucci. La prosa dell’Eroe dei due mondi è gradevolissima, alternando la retorica risorgimentale all’ironia di chi la sa lunga. Uno dei primi scritti, “Fortificazioni di Roma” del 20 marzo, conclude: “Speriamo che questi milioni non servano soltanto ad ingrassare gli appaltatori e i generali! Sono le loro borse che vengono le più volte fortificate!”. Ma il talento di Garibaldi è nel raggiungere le corde del cuore, infervorare gli animi. Il 16 agosto scrive: “Signor Direttore, la Patria non vive dietro i muniti castelli! Essa vive nel petto dei cittadini! Coteste parole vorrei le meditassero Depretis e Mezzacapo nel loro poco serio progetto di fortificar Roma! Roma ha bisogno d’esser abbellita, preservata dalle inondazioni, non attorniata da fossi, che sono una sèntina di febbri!”. Le argomentazioni militari sono stringenti. Il Campo trincerato non ferma i bombardamenti di lunga gittata: “Ricordatevi quanto hanno resistito le fortificazioni di Parigi!”, scrive sarcastico. Vi è poi un problema di tempo: “A eriger fortificazioni occorre troppo: possono scoppiare dieci guerre prima che siano compiute!”. Il generale attacca anche nel merito: piuttosto che fortificare Roma è sufficiente una cittadella tra “Vaticano, Gianicolo, Aventino, Palatino, Campidoglio, Esquilino, Pincio”, rimodernando le vecchie mura con l’aggiunta della piazzaforte a Montemario. Garibaldi pensa in realtà ad un’alternativa radicale: impiegare i fondi dei forti per armare la Guardia cittadina con fucili di ultima generazione, i temibili “chassepots a retrocarica”, con cui i Francesi avevano battuto proprio Garibaldi a Mentana nel 1866. La retrocarica aveva cambiato il modo di far guerra: il bossolo non veniva più introdotto anteriormente (dalla bocca della canna, come avveniva per i moschetti), ma dalla parte posteriore (la culatta, chiusa da un otturatore). Quando il cane colpiva il bossolo liberando la carica, l’otturatore si apriva automaticamente, espellendo il bossolo vuoto e preparandosi ad accoglierne uno nuovo: una rivoluzione tecnologica, in grado di far passare dai 3 o 4 colpi-minuto tradizionali a 10. La potenza di fuoco triplicava. In questo progetto l’eroe rivoluzionario è osteggiato da Depretis, contrario ad armare le masse di Roma, di cui teme l’insurrezione. Garibaldi esce allo scoperto il 18 agosto: “Tutti converranno che le migliori fortificazioni di Roma sono i petti de’ suoi cittadini. Ebbene, non si è ancora armata la guardia nazionale di Roma di fucili a retrocarica! Si avrà bel spendere per alzare fortificazioni, saranno denari buttati! Le vedremo cadere in mano al nemico senza contrasto”. Le posizioni di Depretis e Garibaldi erano troppo diverse per trovare una sintesi. Mentre Garibaldi scriveva, la costruzione dei forti era già decisa. La Francia rinunciò all’invasione. |
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Fratel Policarpo di Antonello Anappo
Il Fratel Policarpo è un istituto di vita religiosa associata e un centro giovanile, con all’interno una cappella per il culto. Si costituisce l’11 febbraio 1995, nell’ambito dell’ANSPI (Associazione nazionale San Paolo), che promuove la formazione di circoli giovanili e oratorî. Prende il nome dal religioso francese Frère Polycarpe, al secolo Jéan-Hippolyte Gondre (1801-1858). Nato da umili origini nel villaggio alpino di La Motte, diviene maestro elementare ed entra nella Société du Sacré Coeur de Jésus di Lione, occupandosi del noviziato e dell’amministrazione, fino a divenirne superiore generale. Seppur malato di polmonite e febbri tifiche, Policarpo conduce uno stile di vita austero, utilizzando persino il cilicio. Il Sacro Cuore si era costituito nel 1821 ad opera di André Coindre, nel quadro della c.d. rievangelizzazione della Francia dopo i fermenti della Rivoluzione. Fra il 1843 e il 1846 Fratel Policarpo ne riscrive la regola, ispirandosi alle costituzioni dei Gesuiti e dei Fratelli delle Scuole cristiane. Nel 1847 promuove le prime case in America, arrivando a costituirne, tra Francia e Stati Uniti, ben 82. Il complesso presenta oggi impianti sportivi per la danza, ginnastica, nuoto e sport di squadra. Organizza corsi di teatro, visite a luoghi d’arte e della fede e soggiorni alpini. Ospita, in un’ala dell’edificio, un centro polifunzionale. |
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Il Casale D’Arcangeli di Antonello Anappo
Casale D’Arcangeli è un piccolo complesso rurale posto sulla sommità nord-est della collina dell’Imbrecciato, in posizione un tempo dominante sul Fosso di Santa Passera, il cui alveo asciutto è oggi percorso da via Pietro Frattini. Nel 2005 è stato catalogato dalle Belle Arti, dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970742). È identificato tra i « beni d’interesse storico-monumentale ». Il caseggiato, del XIX sec. circa, del tipo rurale della campagna romana, è costituito da un corpo doppio a piante rettangolari, con elevazioni di uno o due piani e coperture a falda singola o doppia. Le murature sono in tufo, laterizi e pietre, ricoperte ad intonaco. Sono presenti dei corpi minori e un ricovero per mezzi agricoli, di edificazione successiva. Il fondo agricolo è caratterizzato da un uliveto, segnalato per pregio, produttività ed estensione nel Piano costitutivo della Riserva naturale regionale Valle dei Casali. L’accesso attuale, a monte, è dal civico 191 di via dell’Imbrecciato, mentre l’ingresso storico era probabilmente da fondovalle. Della piccola tenuta della famiglia D’Arcangeli faceva parte anche un secondo complesso rurale, situato nel fondovalle, oggi in condizioni degradate. |
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Portuense di Antonello Anappo
Portuense è la seconda delle sette sezioni urbanistiche del Municipio XV, di cui occupa il versante collinare alla sinistra della Via Portuense, nel tratto tra la Ferrovia Roma-Pisa e il fosso di Papa Leone (oggi interrato). I confini urbanistici disegnati nel 1977 comprendono solo una parte dell’Area storica portuense, termine con cui si indicano i due lati della Via Portuensis di epoca romana, « ab Janiculo ad mare », cioè dalle pendici del Gianicolo in direzione del mare. Il territorio era allora coperto di distese boschive, e l’impiego del suolo era limitato all’estrazione del tufo (cave di Pozzo Pantaleo) e agli usi funerari (Necropoli Portuense). Dal Rinascimento le Vigne portuensi disegnano un vivace territorio agricolo, solcato dai percorsi di crinale, che sono ancora oggi alla base del sistema viario del quartiere. Tra Sette e Ottocento le tenute si frammentano (fra le famiglie Jacobini, Gioacchini, Neri e Ceccarelli per citare le maggiori) e sorgono i grandi casali: Villa Jacobini, Casa Petrella, Casa Balzani (in seguito Villa Bonelli) e il Convitto Vigna Pia. Nel 1877 sorge la struttura militare di Forte Portuense. L’edificazione moderna inizia nel Primo Novecento nelle forme dei villini, cui seguono nel Dopoguerra caseggiati a maggior densità abitativa. Oggi è possibile individuare nel quartiere tre nuclei principali: Vigna Pia, Santa Silvia e Villa Bonelli, cui corrispondono grossomodo tre chiese parrocchiali: Sacra famiglia, Santa Silvia, Nostra Signora di Valme. I dati comunali al 31 dicembre 2008 indicano una popolazione residente di 29.771 abitanti. |
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La Tomba A al Drugstore di Antonello Anappo
Dal drugstore di via Portuense, 313 (oggi chiuso al pubblico) si accede ad un complesso funerario di 5 ambienti, frequentato dal I al IV sec. d.C. La camera A, scavata nel tufo con volta a botte, ha intonaci giallo e porpora, e pavimenti in mosaico bianco e nero, con le rapresentazioni dionisiache di Licurgo inebriato che assale la ninfa Ambrosia e delle fasi della vendemmia. La camera B è un piccolo locale in mattoni con pitture floreali, preceduto da un recinto esterno per le urne cinerarie dei servi. L’ambiente C, di importanza minore, intagliato nel tufo e intonacato di bianco, conservava i resti di un bimbo di 4 anni. La camera D, anch’essa scavata nel tufo e con intonaci giallo e porpora, presenta quattro file di nicchiette, in cui si leggono graffiti i nomi dei defunti. Vi è stato trovato il corredo in oro di una bimba di 10 anni e quattro sarcofagi, uno dei quali rievoca il culto esotico di Helios e Selene, simboli del ciclo giorno-notte. L’ambiente E, di importanza minore, in muro reticolato e blocchetti di tufo, ha al centro una vasca rettangolare profonda 40 cm. Il sito, che in precedenza ospitava gli Stabilimenti Purfina, è stato scoperto nel 1966 durante la costruzione di una palazzina, e studiato a partire dal 1982. I materiali più preziosi sono oggi al Museo nazionale romano.
Il Drugstore (parte della più vasta Necropoli Portuense) è un sito necropolare di età romana, situato in via Portuense, 313, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
Credits:
On line dal 09/11/2010, 799 letture.