Villa Bonelli
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Villa Bonelli - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Vigna Pia - Memorie di Casa Balzani - Il progresso secondo Bonelli - I Casali Ciccarelli - I Grottoni - Ultime vicende della Tenuta Bonelli - Pagani, vignarolo in leasing - Il Casale Angelè - Il Casale D’Arcangeli - La Magliana vista dall’E42 - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Villa Bonelli di Antonello Anappo
Villa Bonelli (già Casa Balzani) è una villa ottocentesca, legata alla memoria dell'agronomo Michelangelo Bonelli, cui si deve l'impianto della Tenuta Due torri, l'organizzazione a terrazze del parco e la ristrutturazione edilizia della villa. Il casino agricolo originario (del 1839) passa nel 1906 ai Balzani e nel 1925 all’ing. Bonelli, già proprietario dal 1923 della attigua paludosa Proprietà Due Torri. L'opera di bonifica condotta da Bonelli avrà del prodigioso: unificate le proprietà, prosciuga le acque stagnanti con idrovore di sua invenzione, scava canalizzazioni (se ne possono riscontrare i tracciati nelle attuali via della Magliana nuova e via di Pian Due torri) e, con vasche e chiuse, porta l’acqua per l’irrigazione sù in collina. In pochi anni la valle si copre di carciofi e altri ortaggi, il pendìo collinare di vigna pregiata e frutteto. Bonelli commissiona all'architetto Busiri-Vici ingenti ristrutturazioni sul casolare esistente (trasformandolo in villa, con l'aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica e una serra-studio). Il parco si addolcisce con scalinate, fontane e terrazze prospettiche, e con alberature di querce, pini e cipressi. La tenuta rimane produttiva fino agli anni Sessanta, per poi frazionarsi e conoscere una attività edilizia speculativa. Negli anni ’80 Villa Bonelli passa al Comune; nel 2004 gli architetti Panunti e Santarelli hanno progettato il restauro, completato nel marzo 2005. Il parco (con accessi da via Camillo Montalcini, 1 e via Domenico Lupatelli, snc) misura oggi 4,5 ettari. Nella Villa risiede la Presidenza del Municipio XV Arvalia-Portuense. Villa Bonelli è stata studiata dalla Sovrintendenza Comunale di Roma e dalla Soprintendenza ai BB.AA. e del Paesaggio di Roma (cfr. Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970673 - Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di G. Tantini). |
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Vigna Pia di Antonello Anappo
L’istituto Vigna Pia è un edificio del 1858, originariamente adibito a scuola agraria e opera assistenziale, al centro della tenuta omonima. Tra 1850 e 1851 il principe Torlonia, la principessa Wolkonski e l’Ordine religioso dei Minimi costituiscono una proprietà fondiaria unitaria di 22 ettari, denominata Istituto agrario di carità Vigna Pia in onore del papa regnante, Pio IX. L’insediamento è strutturato secondo lo schema della colonìa, con vasti terreni a coltura intorno ad un corpo di fabbrica principale. La popolazione è costituita di « orfani e altri garzonetti più sventurati », tra i 7 e i 21 anni. Dopo l’alfabetizzazione essi ricevono la formazione teorica in agronomia e agrimensura, cui segue l’apprendistato di orticultura, cerealicultura e viticultura ed infine il collocamento a servizio in una famiglia rurale. Il Convitto, di forma quadrangolare, rivolge il prospetto principale alla valle della Magliana. È sormontato dallo stemma papale tra due cornucopie colme di grano. L’edificio si prolunga in un padiglione di minor altezza, realizzato da Leone XIII nel 1889. Il 23 aprile 1891 gli edifici sono danneggiati dallo scoppio della Polveriera di Forte Portuense. La tenuta aveva un portale monumentale, oggi scomparso. Nel Dopoguerra l’estensione della tenuta viene erosa dall’urbanizzazione, fino a perdere la vocazione agraria. Il complesso è oggi sede di convitto, centro giovanile e polisportiva locale. |
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Memorie di Casa Balzani di Antonello Anappo
I Balzani (e poi i Trinchieri) sono proprietari di Villa Bonelli per mezzo secolo, dal 1870 al 1926. Le loro vicende familiari sono state ricostruite dagli studi attenti di Carla Benocci. Alla morte del capostipite Giuseppe Balzani, nel 1885, ereditano congiuntamente la vedova Virginia Ciocci-Balzani e i figli Saverio, Giuseppe e Silvia. Virginia Ciocci-Balzani muore due anni dopo, nel 1887, e la proprietà si consolida nei tre figli. La comproprietà non deve essere stata facile, tanto che il 28 gennaio 1900 si arriva ad una spartizione: la tenuta Balzani viene assegnata in via esclusiva alla figlia femmina, andata sposa ad Emilio Trinchieri. Alla morte di Silvia Balzani-Trinchieri, nel 1902, la proprietà passa in eredità congiuntamente al marito Emilio e alla numerosa figliolanza: Virginia, Giuseppe, Emma, Giovanna, Giovan Battista e Marcello. Intorno al 1906 sono attestati degli abbellimenti che portano la dimora ad assumere carattere signorile e “forma ad L”, e ad essere indicata nelle mappe come “Casa Balzani” o già “Villa Balzani”. La sua estensione, delimitata dalle attuali vie Montalcini, Fuggetta, Baffi, Ribotti e Valli, è di 113 mila mq. Gli eredi Trinchieri vendono la propetià a Bonelli il 29 ottobre 1925. |
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Il progresso secondo Bonelli di Antonello Anappo
L’agronomo portuense Michelangelo Bonelli pubblica nel 1897 un trattato in due volumi, dal titolo “La Concimazione razionale”. In essa Bonelli introduce nelle tecniche di coltivazione tradizionali le applicazioni pratiche della nuova chimica di fine Ottocento. Bonelli sostiene che taluni elementi fertilizzanti - come l’azoto, la potassa (potassio), l’acido solforico, i fosfati e la calce (calcio) - possono correggere le manchevolezze di un terreno, rendendolo adatto ad ogni coltivazione. Il principio cardine dell’opera è infatti che la concimazione chimica deve essere limitata dall’uso della ragione: non deve esserci concimazione laddove le condizioni del suolo sono già ottimali; e non vanno concimati i terreni nei quali la concimazione chimica offrirebbe una maggiorazione della resa inferiore al 6%. Rese inferiori al 6% sono accettabili solo sui terreni incolti o improduttivi, in vista del cosiddetto ampliamento dello spazio agrario. L’impianto dell’opera è estremamente pratico. La lettura di un breve passo ci può fare capire come si usa un fertilizzante. “Il pisello, avendo tenere radici, vuole terreno di media consistenza, fresco, non umido. Le varietà destinate all’uso domestico si dovranno coltivare in terreni argillosi o silicei. Prospera benissimo anche in suolo di calcare, ma il frutto riesce di difficile cottura. Se il terreno è sabbioso o sabbioso-argilloso riesce utilissima la concimazione potassica unita alla concimazine fosfatica [...]. Da noi il pisello non entra nelle rotazioni perché lo si coltiva associato al mais o su piccoli appezzamenti. Volendolo porre in rotazione si coltiva dopo un cerale di primavera e gli si fa succedere un cereale d’inverno. Prima di coltivarlo sul medesimo campo si lascino passare 6 o 10 anni”. Il trattato si articola in due volumi, pubblicati per la prima volta a Torino dall’editore Casanova. Il trattato valse a Bonelli il titolo di Accademico dell’Agricoltura. Il trattato è oggi introvabile in forma completa. Il 1° volume è conservato alla Biblioteca nazionale a Firenze. Il 2° volume è conservato nel Fondo Riva Portuense (si tratta di un volume appartenuto al senatore genovese Bombrini, con annotazioni manoscritte del 1908). |
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I Casali Ciccarelli di Andrea Di Mario
I casali che formano la Proprietà Ciccarelli (detta anche Ceccarelli) si trovano sull’originario piano di campagna, lungo l’antico tracciato di via di Pietra Papa, presso l'odierna via Einstein. Le prime costruzioni vengono realizzate nel XIX secolo: il nucleo originale è infatti già presente nella mappa del Catasto Pio-Gregoriano del 1818. Allora la vigna, all’interno della quale esse vennero edificate, era di proprietà della chiesa di S. Crisogono in Trastevere ed era stata concessa in enfiteusi a tale Orazio Gazzanini. Nel 1870, quando ormai la tenuta ha già preso il nome con cui è nota oggi, viene costruito un altro edificio verso est e viene ampliato quello originario. Intorno al 1900 alla proprietà si aggiungono altri due casali paralleli, a nord di quelli già esistenti, che sono oggi visibili immediatamente al di sotto di via Einstein. Nel 1931 vengono infine costruiti i tre blocchi (recentemente demoliti) posti a sud-ovest degli edifici realizzati verso il 1900. Recentemente, in concomitanza con la costruzione di un vicino edificio alberghiero, gli edifici superstiti della Proprietà Ciccarelli sono stati restaurati. Per quanto noto la proprietà è privata ed è visibile da strada. E' stata censita nella Carta dell'Agro Romano, con numero di repertorio 77. |
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I Grottoni di Antonello Anappo
I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei, originati in epoca romana da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane. Taluni associano i Grottoni alle perdute Catacombe di San Felice, attestate al III miglio della Via Portuense-Campana. Un’indagine del Primo Novecento ha confermato il parziale utilizzo cimiteriale di alcuni ambienti. Tuttavia successivi crolli hanno impedito una attribuzione certa. Le fonti storiche che parlano di catacombe sono il De locis sanctis, che elenca Felice tra i martiri portuensi (« qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt »); l’Index coemeteriorum, che cita un cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi; un carme di Papa Damaso (366-384), che descrive il Sepolcro di Felice, dipinto dal Presbitero Vero. Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (San Paolo) e prima di Ponziano (Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui « il Tevere s’impaluda ». Lo studioso Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde. Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso. |
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Ultime vicende della Tenuta Bonelli di Antonello Anappo
Fra il 1818 e il 1839 il Sancta sanctorum rileva le quote ‘pro indiviso’ del Gonfalone e dei proprietari privati, e costituisce la proprietà unitaria “Tenuta di Pian due Torri, tutta in piano”, coltivata a rotazione tra seminativo e maggese. Poco dopo vende al conte Filippo Cini di Pianzano, e suo figlio rivende a monsignor Angelo, della casata locale dei Bianchi. Il Monsignore tenta l’unificazione della piana con la sovrastante collina di S. Passera, con motivazioni assai semplici: differenti quote altimetriche tengono al riparo dai capricci del fiume, e permettono di variegare le colture. Le stesse intuizioni, mezzo secolo dopo, saranno alla base dell’opera di Bonelli. La studiosa Benocci ha ricostruito le acquisizioni fondiarie di Angelo Bianchi: i primi acquisti di “terreni e casali ad uso vignarolo” datano 1870, in comproprietà con Salvatore, figlio del capostipite Luigi Bianchi; alla morte di Salvatore, nel 1885, la sua quota passa al figlioletto Luigi (con lo stesso nome del nonno); quando anche monsignor Angelo muore, nel 1897, il giovane Luigi eredita la quota dello zio, e si ritrova unico proprietario di un latifondo da 72 ettari. Luigi rimane proprietario fino al 1912, anno in cui la proprietà si frammenta nuovamente. La piana viene acquistata nel 1923 da Bonelli, che nel 1926 la gira alla società anonima GIT (“Gestione Immobili Torino”). Nel 1938 la società diventa in nome collettivo, e dal 1941 passa ad Adriano Tournon, genero di Bonelli. |
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Pagani, vignarolo in leasing di Antonello Anappo
Un documento fiscale del 1693 nomina l’abate Cenci e monsignor Pallavicini, proprietari della vigna “in contrada Vicolo Inbrecciato”, per la quale pagano le tasse più alte del comprensorio. Un secolo dopo e oltre, il Catasto gregoriano (anno 1818, mappa 159, particella 235) attesta una “casa con corte per l’uso del Vignarolo”, primo nucleo della moderna Villa Bonelli, su una superficie di 32 centesimi catastali. La proprietà è ancora ecclesiastica - precisamente della chiesa di S. Maria in via Lata - ma su di essa il vignarolo Giuseppe Pagani vanta il diritto di “enfiteusi perpetua”, una sorta di affitto a basso canone, riscattabile, molto vicino al moderno contratto di “leasing”. Non solo. Pagani ha in enfiteusi anche l’intera “vigna” (particella catastale 234) che misura 8 quadrati, 8 tavole e 27 centesimi, e il “fienile” (particella 233) che misura 6 centesimi. Verso il 1839 l’operoso vignarolo aggiunge al casale un corpo perpendicolare (visibile nella mappa della Congregazione del Censo), ma verso metà Ottocento l’attività deve conoscere un rapido declino: nelle mappe la nuova ala è crollata, e un documento del 1878 annota che il fienile è ormai “diruto”. L’enfiteusi sarà “riscattata” (pagando il valore capitalizzato del canone) verosimilmente intorno al 1870, anno in cui la piena proprietà passa a Giuseppe Balzani. |
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Il Casale Angelè di Antonello Anappo
Casale Angelè è un casale ottocentesco, del tipo rurale della campagna romana, situato al civico 101 di via dell’Imbrecciato. Sorge nella parte mediana dell’antico percorso di crinale che attraversa i Colli di Santa Passera, a fronte strada. Si compone di un corpo principale a pianta rettangolare longitudinale (a due piani con tetto a doppia falda coperto di tegole e comignoli fumari), di un corpo addossato più basso e di un corpo di fabbrica posto ad L col corpo principale in posizione interna. I tre corpi, unitamente al muro perimetrale, delimitano una graziosa corte con giardino. Le murature, intonacate, sono probabilmente costituite in laterizio e pezzame di tufo, come gli altri casali della zona. G. Tantini, che nel 2005 ha catalogato il casale per le Belle Arti (repertorio n. 00970669), ha annotato: « Mantiene sostanzialmente l’impostazione originaria, pur avendo subito trasformazioni e ristrutturazioni che ne hanno alterato l’aspetto, specialmente a causa del rifacimento totale degli intonaci e delle tinteggiature della facciata ». Il nome popolare di Casale Angelè riprende il cognome della famiglia proprietaria. L’uso storico, così come l’uso attuale, è abitativo. |
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Il Casale D’Arcangeli di Antonello Anappo
Casale D’Arcangeli è un piccolo complesso rurale posto sulla sommità nord-est della collina dell’Imbrecciato, in posizione un tempo dominante sul Fosso di Santa Passera, il cui alveo asciutto è oggi percorso da via Pietro Frattini. Nel 2005 è stato catalogato dalle Belle Arti, dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970742). È identificato tra i « beni d’interesse storico-monumentale ». Il caseggiato, del XIX sec. circa, del tipo rurale della campagna romana, è costituito da un corpo doppio a piante rettangolari, con elevazioni di uno o due piani e coperture a falda singola o doppia. Le murature sono in tufo, laterizi e pietre, ricoperte ad intonaco. Sono presenti dei corpi minori e un ricovero per mezzi agricoli, di edificazione successiva. Il fondo agricolo è caratterizzato da un uliveto, segnalato per pregio, produttività ed estensione nel Piano costitutivo della Riserva naturale regionale Valle dei Casali. L’accesso attuale, a monte, è dal civico 191 di via dell’Imbrecciato, mentre l’ingresso storico era probabilmente da fondovalle. Della piccola tenuta della famiglia D’Arcangeli faceva parte anche un secondo complesso rurale, situato nel fondovalle, oggi in condizioni degradate. |
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La Magliana vista dall’E42 di Antonello Anappo
L’espansione di Roma verso il mare inizia a metà anni Venti, con una serie di opere pioniere: la Ferrovia del Lido, la Via del mare, il Porto fluviale, l’Idroscalo di Ostia, seguite dai progetti di Snodo merci di Ponte Galeria, Rettificazione del Tevere a Mezzocammino e Aeroscalo alla Magliana. Il primo disegno urbanistico complessivo compare nel Progetto-documento per l’Esposizione del 1942 di Vittorio Cini. Cini propone di realizzare “nuclei urbani senza soluzioni di continuità tra vecchio e nuovo”, nelle aree lasciate libere dall’ultimo Piano regolatore, risalente al 1931. Il nucleo urbano terminale è previsto ad Ostia, mentre il nucleo intermedio, il quartiere espositivo E42, è previsto tra la Magliana e le Tre fontane. Mussolini stesso ne approva il progetto il 14 febbraio 1937. Alla Magliana avrebbero dovuto sorgere un Ponte monumentale e una Grande Circonvallazione ferrotranviaria. Un aneddoto popolare vuole che l’agronomo portuense Michelangelo Bonelli si sia opposto ai progetti di urbanizzazione, rifiutandosi di vendere, per qualunque prezzo, i 70 ettari della Tenuta Due torri, ancora florida nonostante un decennio continue inondazioni del Tevere. Tuttavia, la decisione di limitare l’E42 alle sole Tre Fontane ebbe cause più concrete: edificare la Magliana avrebbe richiesto enormi costi di arginatura, di reinterro per le parti più basse e l’avvio di una bonifica sanitaria generale. |
Credits:
On line dal 26/02/2002, 2478 letture.