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di Andrea Di Mario (on line dal 04/06/2002, 1075 letture) |
Pietra Papa è un toponimo medievale, in uso fino alla prima metà del Novecento, che corrisponde grossomodo l’odierno quartiere Marconi. Il nome compare poco prima dell’anno Mille, nella forma latina Prata Papi, dove Prata indica appezzamenti di terreno a seminativo o pascolo, privi di coltivazioni arboree, e Papi l’appartenenza alla famiglia romana dei Papa (o Papareschi). Dal XIV sec. il nome si deforma in Preta e poi in Petra, per assumere, nel Rinascimento, la forma italiana di Pietra Papa. Una descrizione altomedievale parla di un fondo soleggiato, interamente coltivato, dotato di canali irrigui, cippi terminali e di tutte le pertinenze necessarie per il buon esercizio dell’agricoltura. Documenti successivi accennano alla presenza di una “cripta alba” (un mausoleo romano di colore bianco, non ancora spogliato dei marmi che lo ricoprivano) e di un ponte galleggiante di barche tra le due sponde del Tevere. Mappe secentesche riportano la formazione di un isolotto fluviale. Le mappe IGM del 1915 permettono ancora di riconoscere, nei Piani di Pietra Papa, canalizzazioni e case coloniche, a fianco delle nuove strutture industriali, ferroviarie e portuali. Dell’antico toponimo rimane oggi l’unica testimonianza nella toponomastica: vicolo di Pietra Papa, via dei Prati dei Papa, Lungotevere dei Papareschi.
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Sommario: » Pietra Papa |
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La Villa romana di Pietra Papa La Villa di Pietra Papa è una villa di età romana, sita sull’omonimo tratto del lungotevere a Marconi. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). (Antonello Anappo)
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Il Porto fluviale di Pietra Papa si sviluppa sulle due sponde del Tevere all’altezza di San Paolo, con darsene in riva sinistra e cippi di attracco in riva destra. È attivo tra fine I sec. a.C. e inizio II d.C., ma le banchine sono ancora praticabili nel 1483, quando Sisto IV vi si imbarca diretto a Ostia su una grande nave bucinatoria. Due campagne di scavo (1915 e 1939) portano alla luce nel tratto portuense un complesso termale di età augustea, composto di cinque ambienti con pavimenti in mosaico bianco e nero con scene di palestra. Il complesso ha una seconda vita nel 123 d.C., quando una corporazione mercantile (mercatores) ne fa un centro per lo smercio del pesce. Le decorazioni a fresco raffigurano in una sorta di listino murario con 34 varietà ittiche realisticamente caratterizzate. La corporazione aggiunge mosaici policromi e, nei locali E e C, rende omaggio al genius loci con le immagini del Dio Portunus, protettore del prospiciente guado fluviale, e con l’immagine di un linter (imbarcazione fluviale) inghirlandato per la festa della Dea Fortuna. Il sito è stato generoso di ritrovamenti: già a metà Ottocento restituisce le Lastre Campana, mentre la campagna del 1915 individua la via alzaria. La magra del 1947 fa emergere i cippi portuali di attracco, con iscrizioni dei consoli Gallo e Censorino. I materiali sono oggi al Museo Nazionale Romano. (Antonello Anappo)
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Il Deposito di grano del Consorzio Agrario di Roma - edificato nel 1935 su progetto di Tullio Passarelli, tra le attuali via Pietro Blaserna e via Enrico Fermi - aveva il suo accesso originario lungo l’antico percorso di via di Pietra Papa, a breve distanza dalla sponda del Tevere, immediatamente a sud dei Depositi di petrolio SIAP (Società Italo-Americana Petroli). La gigantesca mole, entrata nell’immaginario dei Romani grazie anche a film del Secondo dopoguerra, come Ladri di biciclette e Bellissima, in cui compariva in diverse scene, permetteva al silos granario di essere individuato da notevole distanza. Esso infatti caratterizzava il profilo dell’intera area, allora non edificata, rappresentando una sorta di confine sud dell’area industriale del Piano di Pietra Papa, che iniziava a nord con i Molini Biondi adiacenti al muraglione della Ferrovia Roma-Pisa. Il silos, conosciuto anche come Granaio di Roma, rappresentò per l’epoca una costruzione all’avanguardia, sia per il design asciutto e razionale che per la tecnica costruttiva in cemento armato, che segnò la successiva produzione edilizia. Sulle sue strutture portanti è stata recentemente realizzata la Città del gusto del Gambero Rosso, inaugurata nel 2002, che ne ha però reso pressoché irriconoscibili le forme originarie. (Andrea Di Mario)
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Juliano, bodyguard di Caligola Una lastrina funeraria della Necropoli portuense (Museo naz. romano, sala VIII, inv. 622.84) racconta la storia dello schiavo Romano Juliano. Juliano apparteneva al corpo dei Germani, barbari dalla forza erculea catturati da Caligola durante l’offensiva del 39 d.C. in Batavia (Olanda), e da allora suoi devoti “corpores custodes”, guardie del corpo. A differenza dei Pretoriani - milizia pubblica con la stessa funzione - i Germani erano però incorruttibili, e il folle e sanguinario Caligola se ne fidava ciecamente. Ne avrebbe avuto ottimi motivi. Dal 31 agosto del 40 Caligola rientra a Roma, e gli attentati si ripetono, e tutti falliscono. Il compito dei Germani si fa proibitivoo. Finché un giorno, il 24 gennaio 41, arriva l’appuntamento col destino: lasciata l’arena dei Ludi palatini, l’Imperatore è pugnalato dai tribuni Cherea e Sabino, mentre il tribuno Lupo stermina la famiglia imperiale, deciso a riconsegnare l’autorità nelle mani del Senato. I Germani rispondono uccidendo sul momento i congiurati Asprenate, Norbano e Anteio e compiono arresti. Ma la congiura ha sostenitori ovunque: il medico Alcione, accorso al capezzale di Caligola morente, fa scappare gli arrestati; a liberare altri prigionieri ci pensa Arrecino, prefetto del Pretorio. I Senatori intanto votano l’incriminazione postuma di Caligola: il colpo di stato si consuma. Claudio, lo zio di Caligola, si oppone con una serie di mosse ben congegnate: compra l’appoggio dei Pretoriani che fa marciare verso il Senato, e si assicura il sostegno della plebe, che circonda Palazzo senatorio acclamando Claudio nuovo imperatore. Non c’è bisogno dell’azione di forza: i Patres comprendono il fallimento e sconfessano precipitosamente la congiura, incriminando Cherea e Lupo. Il nuovo imperatore Claudio conferma i Germani nel ruolo di guardia d’élite. L’epigrafe di Juliano recita orgogliosamente: ROMANO IULIANO / CORPORE CUSTOS / CAESERIS (bodyguard dell’Imperatore). La dedica è della compagna Fausta Iulia. (Antonello Anappo)
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