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Home    »     Monografie    »     n. 87
Le Grotte di Montecucco

di Antonello Anappo (on line dal 23/09/2003, 987 letture)

 

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  Borghetto agrario di Montecucco. Alle spalle le grotte di Montecucco.
Foto: Antonello Anappo.

Le grotte di Montecucco sono un reticolo di gallerie e magazzini scavati nel tufo, cui si accedeva da una cava in disuso, dalle cantine del borghetto Cocchi, dal rifugio antiaereo del Trullo e dal Genio militare.

Le comunità arcaiche ritenevano che vi abitasse il dio agreste Silvano, e gli usi erano molteplici: vi si stoccavano le merci dirette al Gianicolo lungo il corso dell’Affogalasino, si estraeva la polvere di tufo (pozzolana), e, con probabilità, si praticavano sepolture a ridosso della antica via Campana. La valenza sacrale è attestata fino al Medioevo attraverso il nome “Grotte delle Fate”, riportato dal cartografo Eufrosino della Volpaia. In seguito le “grotticelle” diventano “cantine”. Lo studioso Venditti ha rinvenuto un curioso contratto del 1451, riguardo la vendita di “sette cavallate” di mosto. L’Infessura colloca in zona l’episodio della “bombarda”: la Guardia svizzera della Magliana accolse l’arrivo di papa Alessandro VI con cannonate a salve, ma questi, scambiandole per un’imboscata del rivale cardinal Della Rovere, fuggì a gambe levate.

Anni dopo Della Rovere, divenuto papa, munisce la via della Magliana con vedette quadrangolari: intorno ad una di esse si sviluppa la cittadella agraria dei Kock (Borghetto Cocchi, oggi abbandonato), composto di un palazzetto turrito, una cascina poggiata al costone di tufo e vaste cantine.

Ulteriori sistemazioni delle gallerie avvengono durante la Seconda guerra mondiale, con la trasformazione in rifugio antiaereo. Il racconto popolare vuole che, a guerra finita, le grotte siano state stipate di armi e per sempre murate.

 

 

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Sommario:

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Dossier Dossier

 
La piana di Affogalasino vista dalla riva sinistra del Tevere.
Foto: Antonello Anappo.
 

La Piana di Affogalasino

La Piana di Affogalasino (“Fogalasino” o “del Truglio”) è una mezzaluna di terreno golenale, compresa tra Montecucco e il fiume Tevere.

La frequentazione risale all’epoca etrusca, quando il rio Affogalasino era impiegato per il trasporto delle merci, su barchette trainate da bestie da soma, fino alle pendici del Gianicolo. La navigazione non doveva essere facile, se nel nome (“Affoga-l’-asino”) si tramanda un severo monito circa le insidie delle operazioni di alaggio. Secondo lo studioso Venditti tuttavia il nome conserverebbe la memoria di un martirio cristiano: “asini” era infatti l’epiteto ingiurioso con cui erano chiamati i primi seguaci di Cristo.

È dal Seicento che la piana assume la conformazione attuale: le mappe segnalano la frammentazione agraria in stretti spicchi di terreno con accesso al fiume. La campagna, ricca di acque e dotata di un imbarco alla foce, era pregiata ed efficiente.

A partire dal 1926 sono stati realizzati l’arginatura, la bonifica fondiaria e l’interramento in canalizzazione sotterranea dell’Affogalasino. Dagli anni Sessanta l’agricoltura ha ceduto il posto alle piccole fabbriche e agli insediamenti terziari.

(Antonello Anappo)

 

 

 

 
Trullo dei Massimi (anno 2005).
Foto: Antonello Anappo.
 

Il Trullo dei Massimi

Il Trullo de’ Massimi o “Torraccio” è un sepolcro romano del I sec. a.C., situato sulla sponda del Tevere presso lo stabilimento Pischiutta, in via delle Idrovore della Magliana, 49.

È alto in tutto 5 m e si compone di una base quadrangolare a grossi blocchi di pietra (non visibile a causa dei riporti di terra) e di una cupola schiacciata in muratura a sacco (tufo e pietrisco), su cui si apre l’unico lucernario. In antico la struttura era rivestita in marmo.

L’ingresso protetto da una cancellata introduce in un ambiente circolare, il cui piano di calpestìo è al di sotto del terreno. Le pareti ospitano 7 grandi nicchie simmetriche con finiture in laterizio, dove in antico erano poste le urne cinerarie. L’ambiente si completava con finiture in stucco, epitaffi, ritratti e scene di vita in affresco, oggi perduti. Il sepolcro apparteneva ad una ricca famiglia urbana, forse di Trastevere e forse di tradizioni etrusche (sembra indicarlo la scelta edilizia del tumulo), sebbene il rito funerario della cremazione appartenga già al mondo romano.

Il sepolcro è raggiungibile con difficoltà: occorre percorrere via delle Idrovore fino agli Impianti della Maglianella e da lì risalire a piedi l’argine fino all’altezza di San Pietro e Paolo. 

 

Il Trullo dei Massimi (o Mausoleo o Torraccio) è un sepolcro di età romana, sito sull’argine demaniale del Tevere, nei pressi di via delle Idrovore della Magliana, alla Magliana vecchia.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

(Antonello Anappo)

 

 

 

 
Sepolcro dei Gladiatori, fregio marmoreo.
Foto: Diletta Boni.
 

Il Sepolcro dei Gladiatori

Nel 1951 una draga urta il relitto di una nave (ad 8 m dalla Riva destra, km 6,300 Ostiense), presso il quale i sommozzatori rinvengono il bottino della spoliazione di un sepolcro romano, datato primo trentennio del I sec. a.C.

L’elemento principale (marmo lunense, cm 120 x 75 x 37, oggi al Museo nazionale Romano) raffigura un combattimento tra due gladiatori della classe dei “provocatores”, con a fianco un terzo combattente in lotta con una quarta figura incompleta. L’epigrafe cubitale “IVL V V”, studiata da Sabbatini Tumolesi, riferisce le imprese del secondo, di nome Iulius, il quale “cinque volte vinse”. Per convenzione infatti la lettera V (“vicit”) indica la vittoria; le lettere M (“missus”) o O (“obiit”) avrebbero indicato invece rispettivamente una sconfitta o una sconfitta mortale.

Il sovrintendente Aurigemma cataloga fino al 1956 altri 19 elementi del sepolcro: un secondo blocco con scene gladiatorie andato trafugato, 4 stele in frammenti (di cui 3 virili togate), una testa di proporzioni naturali, parti di una trabeazione decorata e 12 pezzi minori.

Nel 1975 lo studioso Mocchegiani Carpano identifica il relitto come medievale. Nel 1981 la studiosa Rita Paris opera la datazione precisa attraverso l’elmo a paratigmidi distinte (a volto scoperto) e, riferendo l’accurata lavorazione dei particolari anatomici e dell’armatura, lo definisce “prodotto di officina urbana tra i migliori del genere”.

(Antonello Anappo)

 

 

 

 
Grotta.
Foto: Antonello Anappo.
 

Martesilvano, dio della frontiera

In costruzione.

(Antonello Anappo)

 

 

 

 
Panoramica del sito di Pozzo Pantaleo.
Foto: Antonello Anappo.
 

Il Tratto di Via Campana

In località Pozzo Pantaleo, nei pressi di via Quirino Majorana, è visibile un tratto lungo circa 50 m della antica Via Campana.

La Campana collegava lungo la riva destra del Tevere le Saline di Ostia (Campus Salinarum) con l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, confluiva nella Via Salaria. L’asse viario Salaro-campano, risalente al X sec. a.C., è ritenuto il più antico dell’Italia centrale. I Romani rivestono la Campana di un basolato largo 6 m e la pongono, insieme alla Via Ostiensis (la sua gemella in riva sinistra), sotto l’autorità di un unico magistrato, il curator viarum.

La Campana era una via di alaggio, era destinata cioè al traffico pesante delle merci in risalita del Tevere verso Roma. Il trasporto avveniva su navi caudicarie (a fondo piatto) o, durante la magra, su linter (strette e con la prua sollevata), trainate da terra da pariglie di buoi. La risalita richiedeva due giorni.

Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuense, destinata al traffico leggero. Le due vie seguivano indistintamente lo stesso percorso fino al II miglio (Pozzo Pantaleo); qui si separavano (la Campana seguiva il corso del fiume; la Portuense l’interno), per riunirsi dal XIV miglio (Ponte Galeria) al bacino del Porto di Claudio. La Campana è stata scavata in tre punti dagli archeologi dell’École française (Pozzo Pantaleo, Magliana vecchia e Ponte Galeria).

(Antonello Anappo)