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Torre Righetti

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Torre Righetti - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Una cosmonauta al Trullo - Uccellacci e uccellini - Il Corvo di Montecucco - Le Officine SARA - Un romantico 1950 - Trullo - La Piana di Affogalasino - Il Rio Affogalasino - Il Trullo dei Massimi - LIBERO - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Torre Righetti

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Torre Righetti

Torre Righetti è un casino di caccia del 1825, di cui rimangono il corpo centrale in laterizio e il basamento circolare in pietra. Aveva forma di un tempietto circolare, secondo la moda neoclassica del Valadier.

Sul tamburo centrale si innalzava una cupola, e intorno correva un giro di colonne. I quattro finestroni allineati coi punti cardinali davano luce agli ambienti sotterranei, destinati alla convivialità dopo le battute venatorie e alla cottura della selvaggina in un ampio camino. La porta ovest aveva una doppia rampa; quella est un timpano.

Una lastra in marmo oggi scomparsa recitava: “Ogni molesta cura, ogni timor qui tace. Qui fero arte e natura, tranquillo asil di pace”. Una seconda iscrizione ancora in loco racconta con orgoglio l’edificazione del sito, voluto dal banchiere Righetti: “Fui luogo ignoto e inospito. E s’or rallegro e incanto ha di Righetti il vanto, l’arte, l’ingegno e l’or”.

Il basamento aveva precedentemente funzione di cisterna, per la vicina casa signorile del 1607. La presenza di ambienti ipogei lascia supporre una frequentazione in epoca più antica.

 

Torre Righetti è un casino di caccia (su preesistenza) del 1825, sito sulla collina di Montecucco al Trullo.

Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970746A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.).

 

 

Una cosmonauta al Trullo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Una scena dal film Cosmonauta, di S. Nicchiarelli

« Cosmonauta » è un film di Susanna Nicchiarelli ambientato nel quartiere Trullo, premiato a Venezia (Controcampo, 2009), Colonia (miglior esordio alla regia, 2010) e Roma (Premio Verdone, 2010).

Si tratta di un racconto di formazione, in cui la ragazzina Luciana, cresciuta nel mito delle esplorazioni spaziali e dell’infinitamente grande, va alla scoperta del mondo di prossimità: le passioni politiche, il gruppo di amici, gli amori, il quartiere, imparando a conoscere se stessa. La vicenda è ambientata nel 1963, quando, in piena Guerra fredda, due modelli sociali alternativi - l’America capitalista e la Russia comunista - si contendono il primato ideologico sul campo della corsa allo spazio. I Sovietici sono avanti: hanno mandato fuori atmosfera la cagnetta Laika, lanciano i missili orbitanti Sputnik e il primo uomo nello spazio (Yuri Gagarin), e si preparano a lanciare la prima donna (Valentina Tereshkova). L’Occidente segna il passo. Le missioni lunari Apollo sono ancora molto lontane e l’Italia sta a guardare, in bilico tra Est e Ovest, assistendo con ingenuità e fascinazione a quella corsa contro la gravità.

La protagonista è una bimbetta alle prese con il dolore per la perdita del padre e la difficoltà di accettare un nuovo patrigno deciso ad educarla secondo schemi convenzionali (interpretato da Sergio Rubini). Durante la cerimonia della Prima comunione (la scena è girata alla chiesa di San Raffaele) la piccola improvvisamente fugge e inizia a correre a perdifiato per le campagne di Montecucco: è l’inizio della sua corsa verso l’adolescenza, con gli slanci e l’incanto dell’esplorazione del Cosmo.

Accanto a Luciana (l’attrice è una ragazzina di liceo, l’esordiente Miriana Raschillà) c’è il fratello maggiore Arturo (Pietro Del Giudice, anche lui esordiente). È un sognatore, appassionato delle missioni spaziali sovietiche e dei cosmonauti (da non confondere con gli astronauti, che sono americani). Arturo soffre di epilessia e la sua corsa all’adolescenza finisce presto in un’orbita cieca, tutta interiore.

I due si iscrivono alla FIGC, l’associazione giovanile del PCI, dove sono accolti con affetto e tenerezza. La sezione del film è una vera sezione di partito (l’attuale sezione PD del Trullo, che gli scenografi hanno riallestito dipingendo un grande murale con i ritratti di Marx, Engels e Lenin, ancora oggi visibile). E Luciana cresce, affascinata da Valentina Tereshkova, simbolo di un nascente femminismo e della scoperta dell’identità femminile. Arrivano i primi amori e i primi baci, girati nei prati sotto il casolare diroccato di Villa Usai.

Negli amori Luciana è impulsiva, persino spregiudicata e aggressiva. E di pari passo porta avanti sogni sconfinati e straripanti. La ragazzina, inevitabilmente, finisce per combinare disatri. Come quando incendia la sezione dei compagni del PSI, che incolpa di aver tradito gli ideali accettando il compromesso con la DC, o come quando ruba il fidanzatino alla compagna di sezione, beccandosi una sospensione al liceo (la location è la Scuola Collodi).

In breve, Luciana compromette la sua reputazione e si ritrova a fare i conti con la rigida disciplina richiesta dalla sezione. Perché, tra i comunisti di allora, spesso maschilisti e moralisti, la liberazione sessuale non esiste ancora: « Avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna - ha scritto la regista - sono cose che non si fanno ». Quando arriva la condanna da parte dei compagni adulti, suo fratello non è più al suo fianco come quando erano bambini, e al suo fianco non c’è nemmeno Marisa, la compagna più anziana (interpretata dalla stessa Nicchiarelli), da sempre sua alleata. « Non volevo prenderli in giro e non volevo che fossero grotteschi - scrive la Nicchiarelli -. Sono adolescenti, umani e goffi. Sono degli ottimisti ma poi alla fine sbagliano. Li giustifico perché sono pasticcioni ».

Neanche a dirlo, in famiglia i litigi col patrigno diventano quotidiani. Luciana non sopporta lui e il modo in cui cerca di mantere un precario equilibrio tra gli scossoni di quegli anni. Per la madre (interpretata da Claudia Pandolfi) è una situazione difficilissima, divisa fra le apprensioni per la salute di Arturo e la comprensione per le esuberanze di Luciana. In tutto ciò Luciana cresce, imparando dalle proprie debolezze e da quelle di chi la circonda ad accettare la propria fragilità, a fare i conti con la sconfitta, a riprendere con più slancio dopo ogni battuta d’arresto la sua corsa verso l’esplorazione del Cosmo di prossimità.

Le riprese del film sono durate sette settimane. La produzione (colore, 35 mm, 85 minuti) è della Fandango, in collaborazione con Rai Cinema con il sostegno del Ministero dei Beni culturali. Susanna Nicchiarelli è una regista esordiente, al primo lungometraggio dopo il dottorato in filosofia e il diploma al Centro sperimentale di Cinematografia. Le musiche - temi del pop italiano di quegli anni - sono state riarrangiate da Max Casacci dei Subsonica.

Cosmonauta, seguendo i passi della ragazzina anticonformista in un tempo di grandi trasformazioni, fa il ritratto dei comunisti romani pre-68, in cui si sapeva fare i conti con la realtà ma la prospettiva di realizzare le utopie era tutt’altro che lontana. La narrazione - tenera, drammatica, spesso fiabesca - finisce così per raccontare una storia senza tempo, in cui i sogni di conquista dei cosmonauti si incrociano con gli sguardi dei ragazzi-adolescenti di ogni epoca.

Il film si trova già in DVD. La versione in vendita contiene un extra con il making of, con interviste alle comparse del Trullo.

 

 

Uccellacci e uccellini

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Torre Righetti (Uccellacci uccellini, P. P. Pasolini, 1966)

Nel maggio 1965 Pier Paolo Pasolini scrive tre soggetti (Falchi e passeri, Il Corvo, L’aquila) che nell’autunno dello stesso anno si fondono nel lungometraggio Uccellacci e uccellini (85 minuti, bianco/nero), girato nelle location romane di Montecucco, Torre Righetti, Villa Kock, Monte delle Capre e Piana di Affogalasino.

I protagonisti sono Totò (descritto in sceneggiatura come “un uomo tosto e fantasioso”) e Ninetto Davoli (suo figlio, “un po’ stupidello e tutto riso”). Essi attraversano le campagne portuensi diretti ad un casolare di loro proprietà, per sfrattare una famiglia contadina morosa con l’affitto. Lungo il cammino ai due (che rappresentano il popolo minuto, ingenuo ed estraneo alla Storia) si unisce un corvo parlante, un “compagno irrichiesto” dai tratti dell’intellettuale di sinistra, reso fragile e inquieto dalla crisi ideologica del marxismo tradizionale. In sceneggiatura Pasolini abbozza il Corvo con poche nitide parole: “un marxista non disposto a credere che il marxismo sia finito”. E già allora il regista commentava: “Mai ho scelto un soggetto così difficile”.

La piccola compagnìa procede ascoltando le storie petulanti del corvo (doppiato da Francesco Leonetti). Una di esse, ambientata nel Medioevo, assume un significato speciale. Si tratta del racconto di due fraticelli (Fra’ Ciccillo e Fra’ Ninetto, interpretati ancora da Totò e Ninetto) che ricevono da Frate Francesco da Assisi il compito di evangelizzare gli uccelli. I due annunciano la Lieta Novella ai falchi, e poi ai passeretti, ma quando le due specie si incontrano i primi predano inevitabilmente i secondi. La metafora dell’incomunicabilità tra le classi sociali (la classe degli uccellacci predatori, cioè la borghesia, e la classe degli uccellini predati, cioè il proletariato) è evidente. Quando i due fraticelli si presentano scoraggiati a Francesco, il sant’Uomo risponde loro nell’unico modo possibile: “Tornate e ricominciate da capo”.

Dopo questo flash Totò e Ninetto indossano di volta in volta le piume degli uccellacci o degli uccellini: sono falchi quando giunti al Villa Kock sfrattano la famiglia contadina, in condizioni di grandissima miseria, non in grado di pagare l’affitto; e passeretti quando un ricco creditore (L’Ingegnere) li fa assalire dai cani per non aver onorato un debito. L’incontro con una prostituta (Luna, interpretata da Femi Benussi), con dei saltimbanchi, il suicidio di due amanti (episodio girato a Monte delle Capre) e infine i funerali di Palmiro Togliatti, segnano per Totò e Ninetto le tappe verso l’incontro con la Storia. Fondamentale è la sequenza girata a Torre Righetti, in cui il paesaggio lunare di Montecucco si apre improvvisamente sulla skyline dell’EUR, simbolo della modernità che non si può non vedere.

Vi sono anche degli episodi grotteschi, come il convegno dei Dentisti dantisti, l’inseguimento di un autobus in corsa (girato a via Porzio di fronte alla Scuola Collodi in costruzione) e quello della contadina che difende, fucile in pugno, il suo terreno dall’intrusione di Totò e Ninetto, costringendoli ad una rocambolesca fuga (girato alla Piana di Affogalasino).

Ma a questo punto il film evolve già verso una piega tragica, e la fine del corvo è prossima. L’animale parlante ha esaurito il suo ruolo di guida, e il suo gracchiare si fa insopportabile. Spinti dai morsi della fame, Totò e Ninetto gli tirano il collo senza troppi complimenti, improvvisando un banchetto ristoratore. È questo - secondo un Pasolini tragicamente profetico - il compito più alto del poeta: “morire per nutrire il popolo”. L’assassinio rituale finisce così per indicare nella tolleranza fra le classi e nell’ascolto della parola dei poeti la via per uscire dal caos sociale. “Continuate - confida idealmente Pasolini - a predicare ad uccellacci ed uccellini”.

Il richiamo al sincretismo (convergenza di valori tra marxismo tradizionale e francescanesimo) suscitò consensi, ma soprattutto critiche. Gli insuccessi di botteghino non impedirono al regista di essere orgoglioso del suo lavoro: “L’ho amato, e continuo ad amarlo di più”, scrisse. “Non ho mai messo al mondo un film così disarmato, fragile, delicato”.

 

 

Il Corvo di Montecucco

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Trullo

In costruzione.

 

 

Le Officine SARA

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Torni meccanici alla SARA

La Officine SARA sono un complesso di capannoni e caseggiati industriali in muratura e ferrocemento, legati alla lavorazione della viscosa, oggi demoliti o riconvertiti ad usi diversi.

La viscosa, inventata nel 1904 da Hylaire De Chardonnet, è una fibra chimica autarchica dagli impieghi molteplici: può sostituire la plastica, essere filata come un tessuto, o persino diventare pellicola cinematografica. Nel 1939 le due principali produttrici, la CISA e SNIA, si consorziano, nazionalizzando la produzione. Nella riorganizzazione che segue, gli stabilimenti SARA (Studi Attrezzature Realizzazioni Automeccaniche) di via Monte delle Capre, 23-37, vengono destinati alla produzione di macchine per filatura e telai meccanici per la viscosa per seta artificiale (con cui si facevano splendidi capi d’abbigliamento).

Man Mano che i venti di guerra soffiano più forte la SARA si concentra sui macchinari per la viscosa da film. Si producono qui - su licenza OMI Ottico Meccanica Italiana - gli apparecchi fotografici SARA-Nistri per riprese planimetriche e ricognizioni aeree, per poi passare, in piena guerra, a dispositivi ottici di puntamento (mirini, collimatori, ecc.) e altri armamenti di precisione. La fabbrica continua a vivere anche sotto l’occupazione tedesca. Dopo la Liberazione, il presidente CISA Francesco Maria Oddasso, avendo capito che l’era della viscosa è ormai finita, affida la SARA alla direzione del giovane avvocato Telemaco Corsi, con il compito di smontare, rimontare e reinventare gli inutili residuati lasciati dalla guerra.

Carri armati, autoblindo, furgoni, motociclette (ma anche cannoni e aeroplani) diventano veicoli civili, soprattutto motociclette per la Polizia di Stato e ambulanze. Nelle Officine SARA nascono anche le cosiddette lambrette del mare, piccoli natanti da diporto, in origine barchini esplosivi della Regia Marina Italiana. Nel dopoguerra troveremo questi mezzi d’assalto (capaci di portare 300 kg di tritolo sotto la pancia delle navi nemiche) sfrecciare sul litorale romano e sul Tevere, con nuovi motori Alfa Romeo da 80 cavalli, alla velocità di 32 miglia marine.

 

 

Un romantico 1950

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Trullo. Via Capalbio e via Massa Marittima. Scatto del fotografo E. Altan (1950 circa)

Nel Dopoguerra il bar tabaccheria di Domenico Pescolloni mette in commercio questa cartolina illustrata, dal titolo “Roma - Borgata del Trullo (Magliana)”.

Essa riproduce un'immagine del V Lotto, ultimato da pochi mesi, nello scatto del fotografo E. Altan.

La Collezione di Rivaportuense ne ha acquisito questo esemplare viaggiato, scritto il 22 giugno 1949 ed avviato al destinatario il giorno stesso dal locale ufficio postale.

Il messaggio, scritto con grafia insicura a firma “Maria e Vincenzino”, è rivolto ad una famiglia del Palermitano: bastano quattro parole per esprimere tutta l’ansia sognatrice di un’Italia in attesa degli anni Cinquanta e del boom economico: “Buon 50 romantico baci”.

 

 

Trullo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia

Il Trullo è il quarto dei sette quadranti urbani che compongono il Municipio XV, denominato 15D. I confini sono dati dal Tevere (sud), dal fosso della Magliana (ovest), dalla Via Portuense (nord) e dal fosso prosciugato di Papa Leone, oggi percorso da viale Isacco Newton (est).

Al suo interno si distinguono quattro aree storiche: la Borgata Trullo (Valle di Affogalasino e vicine alture del Trullo, Monte delle Capre e Monte delle Piche); la Piana di Affogalasino (golena fluviale); le Vigne (nell’interno) e la Borgata Magliana (sul fianco sud del Monte delle Piche). Quest’ultima area è comunemente associata al quadrante della Magliana Vecchia.

Il quartiere prende il nome dal Trullo dei Massimi, sepolcro romano a tumulo lungo la riva del Tevere. La denominazione compare già nelle carte medievali, ma è dal Settecento che si verifica un popolamento diffuso, con la nascita delle efficienti tenute fondiarie degli Jacobini, Gioacchini, Neri, Bianchi e altre. Nel 1939 inizia l’edificazione in forme razionaliste della Borgata Costanzo Ciano, cui segue nel Dopoguerra l’edificazione intensiva e spontanea.

L’area comprende due chiese parrocchiali (San Raffaele e Martiri Portuensi). Tra i beni culturali si annoverano la Torre Righetti e il Cimitero della Parrocchietta. Parte del territorio è incluso nella Valle dei Casali. Vi risiedono 28.372 abitanti (dicembre 2009).

 

 

La Piana di Affogalasino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La piana di Affogalasino vista dalla riva sinistra del Tevere

La Piana di Affogalasino (“Fogalasino” o “del Truglio”) è una mezzaluna di terreno golenale, compresa tra Montecucco e il fiume Tevere.

La frequentazione risale all’epoca etrusca, quando il rio Affogalasino era impiegato per il trasporto delle merci, su barchette trainate da bestie da soma, fino alle pendici del Gianicolo. La navigazione non doveva essere facile, se nel nome (“Affoga-l’-asino”) si tramanda un severo monito circa le insidie delle operazioni di alaggio. Secondo lo studioso Venditti tuttavia il nome conserverebbe la memoria di un martirio cristiano: “asini” era infatti l’epiteto ingiurioso con cui erano chiamati i primi seguaci di Cristo.

È dal Seicento che la piana assume la conformazione attuale: le mappe segnalano la frammentazione agraria in stretti spicchi di terreno con accesso al fiume. La campagna, ricca di acque e dotata di un imbarco alla foce, era pregiata ed efficiente.

A partire dal 1926 sono stati realizzati l’arginatura, la bonifica fondiaria e l’interramento in canalizzazione sotterranea dell’Affogalasino. Dagli anni Sessanta l’agricoltura ha ceduto il posto alle piccole fabbriche e agli insediamenti terziari.

 

 

Il Rio Affogalasino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia. Mappa stradale

Il Rio Affogalasino (Rio Affogalasino) è un corso d’acqua, oggi parzialmente sotterraneo, navigabile in epoca romana.

Non disponiamo purtroppo di notizie storiche dettagliate su questo bene.

La proprietà è, per quanto noto, demaniale. Non disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate.

La foce è visibile da battello fluviale, mentre i tratti a monte sono visibili con una certa difficoltà risalendo via di affogalasino. La visita non è comunque agevole ed è sconsigliata. Documentazione naturalistica è disponibile presso Roma Natura, alla Casa del Parco di via del Casaletto, 400.

 

 

Il Trullo dei Massimi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Trullo dei Massimi (anno 2005)

Il Trullo de’ Massimi o “Torraccio” è un sepolcro romano del I sec. a.C., situato sulla sponda del Tevere presso lo stabilimento Pischiutta, in via delle Idrovore della Magliana, 49.

È alto in tutto 5 m e si compone di una base quadrangolare a grossi blocchi di pietra (non visibile a causa dei riporti di terra) e di una cupola schiacciata in muratura a sacco (tufo e pietrisco), su cui si apre l’unico lucernario. In antico la struttura era rivestita in marmo.

L’ingresso protetto da una cancellata introduce in un ambiente circolare, il cui piano di calpestìo è al di sotto del terreno. Le pareti ospitano 7 grandi nicchie simmetriche con finiture in laterizio, dove in antico erano poste le urne cinerarie. L’ambiente si completava con finiture in stucco, epitaffi, ritratti e scene di vita in affresco, oggi perduti. Il sepolcro apparteneva ad una ricca famiglia urbana, forse di Trastevere e forse di tradizioni etrusche (sembra indicarlo la scelta edilizia del tumulo), sebbene il rito funerario della cremazione appartenga già al mondo romano.

Il sepolcro è raggiungibile con difficoltà: occorre percorrere via delle Idrovore fino agli Impianti della Maglianella e da lì risalire a piedi l’argine fino all’altezza di San Pietro e Paolo. 

 

Il Trullo dei Massimi (o Mausoleo o Torraccio) è un sepolcro di età romana, sito sull’argine demaniale del Tevere, nei pressi di via delle Idrovore della Magliana, alla Magliana vecchia.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

LIBERO

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia. Mappa stradale

Pagina in aggiornamento.

 

 

Credits:

On line dal 21/05/2002, 1691 letture.