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Villa Kock

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Villa Kock - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Una cosmonauta al Trullo - La Collodi - Rodari e l’UFO di Montecucco - Le Officine SARA - Un romantico 1950 - Trullo - La Piana di Affogalasino - Il Rio Affogalasino - Il Trullo dei Massimi - LIBERO - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Villa Kock

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Rudere di Villa Kock

Villa Kock (o Vaccheria Prosperi) è una dimora signorile del 1607, sita nella collina di Montecucco al Trullo.

Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970747A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.).

 

 

Una cosmonauta al Trullo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Una scena dal film Cosmonauta, di S. Nicchiarelli

« Cosmonauta » è un film di Susanna Nicchiarelli ambientato nel quartiere Trullo, premiato a Venezia (Controcampo, 2009), Colonia (miglior esordio alla regia, 2010) e Roma (Premio Verdone, 2010).

Si tratta di un racconto di formazione, in cui la ragazzina Luciana, cresciuta nel mito delle esplorazioni spaziali e dell’infinitamente grande, va alla scoperta del mondo di prossimità: le passioni politiche, il gruppo di amici, gli amori, il quartiere, imparando a conoscere se stessa. La vicenda è ambientata nel 1963, quando, in piena Guerra fredda, due modelli sociali alternativi - l’America capitalista e la Russia comunista - si contendono il primato ideologico sul campo della corsa allo spazio. I Sovietici sono avanti: hanno mandato fuori atmosfera la cagnetta Laika, lanciano i missili orbitanti Sputnik e il primo uomo nello spazio (Yuri Gagarin), e si preparano a lanciare la prima donna (Valentina Tereshkova). L’Occidente segna il passo. Le missioni lunari Apollo sono ancora molto lontane e l’Italia sta a guardare, in bilico tra Est e Ovest, assistendo con ingenuità e fascinazione a quella corsa contro la gravità.

La protagonista è una bimbetta alle prese con il dolore per la perdita del padre e la difficoltà di accettare un nuovo patrigno deciso ad educarla secondo schemi convenzionali (interpretato da Sergio Rubini). Durante la cerimonia della Prima comunione (la scena è girata alla chiesa di San Raffaele) la piccola improvvisamente fugge e inizia a correre a perdifiato per le campagne di Montecucco: è l’inizio della sua corsa verso l’adolescenza, con gli slanci e l’incanto dell’esplorazione del Cosmo.

Accanto a Luciana (l’attrice è una ragazzina di liceo, l’esordiente Miriana Raschillà) c’è il fratello maggiore Arturo (Pietro Del Giudice, anche lui esordiente). È un sognatore, appassionato delle missioni spaziali sovietiche e dei cosmonauti (da non confondere con gli astronauti, che sono americani). Arturo soffre di epilessia e la sua corsa all’adolescenza finisce presto in un’orbita cieca, tutta interiore.

I due si iscrivono alla FIGC, l’associazione giovanile del PCI, dove sono accolti con affetto e tenerezza. La sezione del film è una vera sezione di partito (l’attuale sezione PD del Trullo, che gli scenografi hanno riallestito dipingendo un grande murale con i ritratti di Marx, Engels e Lenin, ancora oggi visibile). E Luciana cresce, affascinata da Valentina Tereshkova, simbolo di un nascente femminismo e della scoperta dell’identità femminile. Arrivano i primi amori e i primi baci, girati nei prati sotto il casolare diroccato di Villa Usai.

Negli amori Luciana è impulsiva, persino spregiudicata e aggressiva. E di pari passo porta avanti sogni sconfinati e straripanti. La ragazzina, inevitabilmente, finisce per combinare disatri. Come quando incendia la sezione dei compagni del PSI, che incolpa di aver tradito gli ideali accettando il compromesso con la DC, o come quando ruba il fidanzatino alla compagna di sezione, beccandosi una sospensione al liceo (la location è la Scuola Collodi).

In breve, Luciana compromette la sua reputazione e si ritrova a fare i conti con la rigida disciplina richiesta dalla sezione. Perché, tra i comunisti di allora, spesso maschilisti e moralisti, la liberazione sessuale non esiste ancora: « Avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna - ha scritto la regista - sono cose che non si fanno ». Quando arriva la condanna da parte dei compagni adulti, suo fratello non è più al suo fianco come quando erano bambini, e al suo fianco non c’è nemmeno Marisa, la compagna più anziana (interpretata dalla stessa Nicchiarelli), da sempre sua alleata. « Non volevo prenderli in giro e non volevo che fossero grotteschi - scrive la Nicchiarelli -. Sono adolescenti, umani e goffi. Sono degli ottimisti ma poi alla fine sbagliano. Li giustifico perché sono pasticcioni ».

Neanche a dirlo, in famiglia i litigi col patrigno diventano quotidiani. Luciana non sopporta lui e il modo in cui cerca di mantere un precario equilibrio tra gli scossoni di quegli anni. Per la madre (interpretata da Claudia Pandolfi) è una situazione difficilissima, divisa fra le apprensioni per la salute di Arturo e la comprensione per le esuberanze di Luciana. In tutto ciò Luciana cresce, imparando dalle proprie debolezze e da quelle di chi la circonda ad accettare la propria fragilità, a fare i conti con la sconfitta, a riprendere con più slancio dopo ogni battuta d’arresto la sua corsa verso l’esplorazione del Cosmo di prossimità.

Le riprese del film sono durate sette settimane. La produzione (colore, 35 mm, 85 minuti) è della Fandango, in collaborazione con Rai Cinema con il sostegno del Ministero dei Beni culturali. Susanna Nicchiarelli è una regista esordiente, al primo lungometraggio dopo il dottorato in filosofia e il diploma al Centro sperimentale di Cinematografia. Le musiche - temi del pop italiano di quegli anni - sono state riarrangiate da Max Casacci dei Subsonica.

Cosmonauta, seguendo i passi della ragazzina anticonformista in un tempo di grandi trasformazioni, fa il ritratto dei comunisti romani pre-68, in cui si sapeva fare i conti con la realtà ma la prospettiva di realizzare le utopie era tutt’altro che lontana. La narrazione - tenera, drammatica, spesso fiabesca - finisce così per raccontare una storia senza tempo, in cui i sogni di conquista dei cosmonauti si incrociano con gli sguardi dei ragazzi-adolescenti di ogni epoca.

Il film si trova già in DVD. La versione in vendita contiene un extra con il making of, con interviste alle comparse del Trullo.

 

 

La Collodi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Una scena dal film Cosmonauta, di S. Nicchiarelli

La Collodi è una scuola elementare comunale, dedicata alla figura di Carlo Lorenzini (in arte Collodi, 1826-1890), autore del romanzo per ragazzi Le Avventure di Pinocchio (1883).

La decisione di intitolare una scuola allo scrittore e giornalista toscano è presa nel 1940, quando, essendo trascorsi cinquant’anni dalla morte, Pinocchio diventa di pubblico dominio ed entra a pieno titolo nella didattica italiana. Grande sostenitore di Pinocchio è l’intellettuale Benedetto Croce, che nel burattino di legno dalla bugia facile vede la metafora del fanciullo che diventa ragazzo, acquisendo via via consapevolezza di sé e valori di riferimento, secondo il principio « sbagliando s’impara ».

Individuato il sito, presso l’allora Borgata Ciano (Trullo) in costruzione, la costruzione inizia nel 1942 ed è subito interrotta a causa degli eventi bellici. L’edificazione riprende nel Dopoguerra e i corsi regolari iniziano nel 1948. Negli Anni Sessanta, per il crescente popolamento, alla sede di via Massa Marittima si affianca il Secondo plesso su via Porzio (a Montecucco), chiamato Collodi II.

In quegli anni insegna nella scuola la maestrina Maria Luisa Bigiaretti: i suoi scolari sono d’ispirazione al giornalista Gianni Rodari nel romanzo breve La torta in cielo  (1966).

 

 

Rodari e l’UFO di Montecucco

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Locandina de “La torta in cielo”, particolare (allestimento teatrale a cura della Scuola Collodi)

Nel 1964 Gianni Rodari scrive un classico della letteratura per ragazzi - il romanzo La torta in cielo -, raccontando un colossale sbarco UFO sulla collina di Montecucco, al Trullo.

La storia, scritta insieme agli scolari della signorina Maria Luisa Bigiaretti, maestra alla Elementare Collodi, appare prima a puntate sul Corriere dei Piccoli e poi nel 1966 come romanzo per l’editore Einaudi. «Un giorno è venuto nella mia classe», ha scritto la Maestra. «Non posso dimenticare il suo sorrisetto divertito, perché rimasi stupita nel vederlo proprio lì! I bambini presero subito confidenza. Rodari s’interessava di tutto. Se gli chiedevano qualcosa lui non rispondeva direttamente, ma li metteva in condizione di rispondere: questa è un’arte! Chiese il permesso di tornare ancora, per provare le sue storie, perché uno scrittore non sa mai se funzionano... E tornò, dicendo che voleva inventarne una tutta nuova, insieme ai bambini. I due protagonisti erano proprio due bimbi della classe, Paolo e Rita, così come sono reali gli altri personaggi della borgata».

La storia è delle più semplici. Un oggetto non indentificato, dalla forma di una gigantesca torta, atterra sulla collina di Montecucco. Il vigile Meletti, papà di Paolo e Rita, accorre subito sul posto per difendere il quartiere, e alla Centrale operativa nessuno sa che pesci prendere. Tutti hanno paura: si teme una bomba H lanciata da un nemico misterioso.

Ma Paolo e Rita hanno già capito che le cose stanno diversamente: uno scienziato pasticcione ha trasformato un fungo atomico nella più colossale torta mai cucinata! «Ce n’è per tutti i bambini di Roma!», esclama Paolo. E non rimane che chiamarli: la folla urlante dei piccoli inseguiti dalle mamme scavalca il cordone sanitario e invade la collina, per una scorpacciata liberatoria.

«Quando ci presentò le prime pagine - ha scritto la Maestra - capii come si legge. Lui recitava! Cambiava la voce, faceva i rumori! Chiedeva il parere e ne teneva conto. Disse: ‘Che ci mettiamo sopra questa torta?’. E i bambini non finivano più di dire ingredienti! Li ritrovate tutti nel libro».

In questa favola moderna i cattivi sono i “mostri” della Guerra fredda e i buoni sono i bambini, capaci di affrontare il futuro liberi dai pregiudizi.

 

 

Le Officine SARA

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Torni meccanici alla SARA

La Officine SARA sono un complesso di capannoni e caseggiati industriali in muratura e ferrocemento, legati alla lavorazione della viscosa, oggi demoliti o riconvertiti ad usi diversi.

La viscosa, inventata nel 1904 da Hylaire De Chardonnet, è una fibra chimica autarchica dagli impieghi molteplici: può sostituire la plastica, essere filata come un tessuto, o persino diventare pellicola cinematografica. Nel 1939 le due principali produttrici, la CISA e SNIA, si consorziano, nazionalizzando la produzione. Nella riorganizzazione che segue, gli stabilimenti SARA (Studi Attrezzature Realizzazioni Automeccaniche) di via Monte delle Capre, 23-37, vengono destinati alla produzione di macchine per filatura e telai meccanici per la viscosa per seta artificiale (con cui si facevano splendidi capi d’abbigliamento).

Man Mano che i venti di guerra soffiano più forte la SARA si concentra sui macchinari per la viscosa da film. Si producono qui - su licenza OMI Ottico Meccanica Italiana - gli apparecchi fotografici SARA-Nistri per riprese planimetriche e ricognizioni aeree, per poi passare, in piena guerra, a dispositivi ottici di puntamento (mirini, collimatori, ecc.) e altri armamenti di precisione. La fabbrica continua a vivere anche sotto l’occupazione tedesca. Dopo la Liberazione, il presidente CISA Francesco Maria Oddasso, avendo capito che l’era della viscosa è ormai finita, affida la SARA alla direzione del giovane avvocato Telemaco Corsi, con il compito di smontare, rimontare e reinventare gli inutili residuati lasciati dalla guerra.

Carri armati, autoblindo, furgoni, motociclette (ma anche cannoni e aeroplani) diventano veicoli civili, soprattutto motociclette per la Polizia di Stato e ambulanze. Nelle Officine SARA nascono anche le cosiddette lambrette del mare, piccoli natanti da diporto, in origine barchini esplosivi della Regia Marina Italiana. Nel dopoguerra troveremo questi mezzi d’assalto (capaci di portare 300 kg di tritolo sotto la pancia delle navi nemiche) sfrecciare sul litorale romano e sul Tevere, con nuovi motori Alfa Romeo da 80 cavalli, alla velocità di 32 miglia marine.

 

 

Un romantico 1950

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Trullo. Via Capalbio e via Massa Marittima. Scatto del fotografo E. Altan (1950 circa)

Nel Dopoguerra il bar tabaccheria di Domenico Pescolloni mette in commercio questa cartolina illustrata, dal titolo “Roma - Borgata del Trullo (Magliana)”.

Essa riproduce un'immagine del V Lotto, ultimato da pochi mesi, nello scatto del fotografo E. Altan.

La Collezione di Rivaportuense ne ha acquisito questo esemplare viaggiato, scritto il 22 giugno 1949 ed avviato al destinatario il giorno stesso dal locale ufficio postale.

Il messaggio, scritto con grafia insicura a firma “Maria e Vincenzino”, è rivolto ad una famiglia del Palermitano: bastano quattro parole per esprimere tutta l’ansia sognatrice di un’Italia in attesa degli anni Cinquanta e del boom economico: “Buon 50 romantico baci”.

 

 

Trullo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia

Il Trullo è il quarto dei sette quadranti urbani che compongono il Municipio XV, denominato 15D. I confini sono dati dal Tevere (sud), dal fosso della Magliana (ovest), dalla Via Portuense (nord) e dal fosso prosciugato di Papa Leone, oggi percorso da viale Isacco Newton (est).

Al suo interno si distinguono quattro aree storiche: la Borgata Trullo (Valle di Affogalasino e vicine alture del Trullo, Monte delle Capre e Monte delle Piche); la Piana di Affogalasino (golena fluviale); le Vigne (nell’interno) e la Borgata Magliana (sul fianco sud del Monte delle Piche). Quest’ultima area è comunemente associata al quadrante della Magliana Vecchia.

Il quartiere prende il nome dal Trullo dei Massimi, sepolcro romano a tumulo lungo la riva del Tevere. La denominazione compare già nelle carte medievali, ma è dal Settecento che si verifica un popolamento diffuso, con la nascita delle efficienti tenute fondiarie degli Jacobini, Gioacchini, Neri, Bianchi e altre. Nel 1939 inizia l’edificazione in forme razionaliste della Borgata Costanzo Ciano, cui segue nel Dopoguerra l’edificazione intensiva e spontanea.

L’area comprende due chiese parrocchiali (San Raffaele e Martiri Portuensi). Tra i beni culturali si annoverano la Torre Righetti e il Cimitero della Parrocchietta. Parte del territorio è incluso nella Valle dei Casali. Vi risiedono 28.372 abitanti (dicembre 2009).

 

 

La Piana di Affogalasino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La piana di Affogalasino vista dalla riva sinistra del Tevere

La Piana di Affogalasino (“Fogalasino” o “del Truglio”) è una mezzaluna di terreno golenale, compresa tra Montecucco e il fiume Tevere.

La frequentazione risale all’epoca etrusca, quando il rio Affogalasino era impiegato per il trasporto delle merci, su barchette trainate da bestie da soma, fino alle pendici del Gianicolo. La navigazione non doveva essere facile, se nel nome (“Affoga-l’-asino”) si tramanda un severo monito circa le insidie delle operazioni di alaggio. Secondo lo studioso Venditti tuttavia il nome conserverebbe la memoria di un martirio cristiano: “asini” era infatti l’epiteto ingiurioso con cui erano chiamati i primi seguaci di Cristo.

È dal Seicento che la piana assume la conformazione attuale: le mappe segnalano la frammentazione agraria in stretti spicchi di terreno con accesso al fiume. La campagna, ricca di acque e dotata di un imbarco alla foce, era pregiata ed efficiente.

A partire dal 1926 sono stati realizzati l’arginatura, la bonifica fondiaria e l’interramento in canalizzazione sotterranea dell’Affogalasino. Dagli anni Sessanta l’agricoltura ha ceduto il posto alle piccole fabbriche e agli insediamenti terziari.

 

 

Il Rio Affogalasino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia. Mappa stradale

Il Rio Affogalasino (Rio Affogalasino) è un corso d’acqua, oggi parzialmente sotterraneo, navigabile in epoca romana.

Non disponiamo purtroppo di notizie storiche dettagliate su questo bene.

La proprietà è, per quanto noto, demaniale. Non disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate.

La foce è visibile da battello fluviale, mentre i tratti a monte sono visibili con una certa difficoltà risalendo via di affogalasino. La visita non è comunque agevole ed è sconsigliata. Documentazione naturalistica è disponibile presso Roma Natura, alla Casa del Parco di via del Casaletto, 400.

 

 

Il Trullo dei Massimi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Trullo dei Massimi (anno 2005)

Il Trullo de’ Massimi o “Torraccio” è un sepolcro romano del I sec. a.C., situato sulla sponda del Tevere presso lo stabilimento Pischiutta, in via delle Idrovore della Magliana, 49.

È alto in tutto 5 m e si compone di una base quadrangolare a grossi blocchi di pietra (non visibile a causa dei riporti di terra) e di una cupola schiacciata in muratura a sacco (tufo e pietrisco), su cui si apre l’unico lucernario. In antico la struttura era rivestita in marmo.

L’ingresso protetto da una cancellata introduce in un ambiente circolare, il cui piano di calpestìo è al di sotto del terreno. Le pareti ospitano 7 grandi nicchie simmetriche con finiture in laterizio, dove in antico erano poste le urne cinerarie. L’ambiente si completava con finiture in stucco, epitaffi, ritratti e scene di vita in affresco, oggi perduti. Il sepolcro apparteneva ad una ricca famiglia urbana, forse di Trastevere e forse di tradizioni etrusche (sembra indicarlo la scelta edilizia del tumulo), sebbene il rito funerario della cremazione appartenga già al mondo romano.

Il sepolcro è raggiungibile con difficoltà: occorre percorrere via delle Idrovore fino agli Impianti della Maglianella e da lì risalire a piedi l’argine fino all’altezza di San Pietro e Paolo. 

 

Il Trullo dei Massimi (o Mausoleo o Torraccio) è un sepolcro di età romana, sito sull’argine demaniale del Tevere, nei pressi di via delle Idrovore della Magliana, alla Magliana vecchia.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

LIBERO

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia. Mappa stradale

Pagina in aggiornamento.

 

 

Credits:

On line dal 05/03/2002, 1794 letture.