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I Caduti di Prati dei Papa

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: I Caduti di Prati dei Papa - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Vicolo di Pietra Papa - Arvalia e la linea del tempo - Marconi - Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - La Cisterna di Pozzo Pantaleo - Il tratto di Via Campana - Le Terme di Pozzo Pantaleo - La Mansio della Via Portuensis - L’Ipogeo di via Ravizza - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

I Caduti di Prati dei Papa

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Viale Marconi

Il Memoriale ai Caduti di via dei Prati dei Papa è un monumento a ricordo della strage brigatista del 14 febbraio 1987, in cui morirono gli agenti PS Rolando Lanari e Giuseppe Scravaglieri (Medaglia d’Oro al Valor civile, alla memoria).

 
 

La strage di via dei Prati dei Papa

 

Il 14 febbraio 1987 è un sabato. La giornata del furgone portavalori delle Poste Italiane in servizio nel quadrante sud-ovest inizia molto presto. Alle 7,30 l’uscita dal Caveau centrale di piazza San Silvestro; alle 8,00 l’approvvigionamento dell’ufficio postale dell’Eur; alle 8,30 è la volta dell’ufficio postale di via Sereni, al quartiere Marconi, dove scarica banconote per mezzo miliardo di lire. A scortare il mezzo blindato (dentro vi sono tre addetti delle Poste), c’è la volante numero 43 della Polizia di Stato, una Giulietta con a bordo gli agenti Rolando Lanari (capopattuglia, 26 anni), Giuseppe Scravaglieri (autista, 23) e Pasquale Parente (gregario, 29), tutti appartenenti al VI gruppo, Reparto Volanti.

Dopo la tappa in via Sereni il piccolo convoglio riparte e imbocca via dei Prati dei Papa, con ancora una somma considerevole da consegnare. Il furgone precede, la volante segue. Via dei Prati di Papa è una strada stretta e a parziale senso unico, percorribile solo a passo d’uomo, che termina con una ripida salita che immette su via Borghesano Lucchese, che a sua volta è una piccola via di raccordo con viale Marconi. Su via dei Prati di Papa transitano davvero in pochi. Ci sono degli anziani, probabilmente diretti o usciti dalle Poste. Un aneddoto popolare vuole che un uomo misterioso, mostrando una paletta di quelle in dotazione agli agenti, abbia sbrigativamente invitato tutti i presenti ad andarsene: «Allontanatevi da qui, siamo agenti di Polizia, fra poco ci sarà una sparatoria». Tre minuti dopo, il comando armato entra in azione.

Si saprà in seguito che gli uomini del comando appartengono al PCC, Partito Comunista Combattente, costola del movimento eversivo delle BR storiche. Secondo la ricostruzione più accreditata il commando è composto di 8 uomini (altre ricostruzioni parlano però di 10 o 12 elementi), divisi in due corpi operativi: il gruppo di fuoco (4 persone, con il compito di uccidere) e il gruppo di fiancheggiamento (4 persone, con il compito di svuotare il furgone). Mentre il mezzo postale imbocca la salita una Renault 14, risultata rubata, gli taglia la strada, obbligandolo ad una brusca fermata, tanto che la volante che lo segue tampona il furgone con violenza.

Ai lati della Giulietta compaiono all’improvviso, a piedi, i quattro uomini del gruppo di fuoco, che fanno fuoco incrociato sugli agenti. Le armi impiegate sono almeno quattro: due pistole, un fucile a pompa e una mitraglietta skorpion della Ceaka Zbrojovka, da cui partono 56 colpi calibro 9. Il capopattuglia Rolando Lanari, sul sedile di destra, muore sul colpo, mentre si appresta a lanciare l’allarme dal microfono ricetrasmittente. I colpi dei killer colpiscono anche Giuseppe Scravaglieri, l’autista, che perde i sensi accasciandosi sul volante. Il terzo agente, Pasquale Parente, sul sedile posteriore, apre lo sportello e tenta la risposta armata. Riesce appena ad uscire e a mettere mano alla fondina che i killer lo colpiscono al torace, alle gambe, al braccio. Un proiettile gli perfora un polmone: l’agente si accascia a terra vicino.

Nel frattempo un uomo e una donna del gruppo di fiancheggiamento, a viso coperto da passamontagna, penetrano nel furgone portavalori e prelevano, con lucida calma, denari per un miliardo e 150 milioni di lire. In quel momento un’incauta signora abitante in un palazzo vicino, che la memoria popolare ricorda con il nome di Signora Clara, si affaccia alla finestra per osservare la scena. Il comando le rivolge contro una raffica di mitraglietta skorpion. La Signora Clara rimane ferita in maniera lieve da alcune schegge. Negli attimi successivi la stradina è avvolta dal silenzio, spezzato solo dall’agonia del gregario Parente.

Arrivano i soccorritori. Scatta immediata la caccia all’uomo. Ma i killer hanno studiato il piano in ogni dettaglio: si saprà in seguito che i killer raggiungono in fretta l’ospedale San Camillo, dove cambiano abbandonano auto e vestiti e si dileguano poi nel nulla. Più tardi, alle 10,00, una telefonata alla redazione bolognese di Repubblica rivendicherà la strage: «Brigate Rosse, Partito Comunista Combattente», dice la voce.

Sul posto i sanitari non possono fare altro che constatare la morte del capopattuglia Lanari. Scravaglieri e Parente sono gravissimi: in una corsa disperata vengono trasportati entrambi al Padiglione Morgani III del San Camillo. Scravaglieri muore pochi minuti dopo il ricovero. Per Parente inizia lo strazio: va in emorragia quattro volte, e viene sottoposto ad altrettante trasfusioni. I chirurghi del professor Baldini gli estraggono la pallottola dal polmone e, uno a uno, altri cinque proiettili.

 
 

La Medaglia d’Oro

 

All’indomani della strage il quotidiano Repubblica descrive con viva commozione l’indignazione e il cordoglio dei Romani. Grazie a quel nitido racconto conosciamo oggi i profili umani dei tre ragazzi della volante 43, che vogliamo ricordare. Si tratta di biografie normali e simili, che la Questura in un breve dispaccio sintetizza così: «in divisa a diciott’anni, molto motivati, innamorati del loro mestiere».

Il capopattuglia Rolando Lanari (26 anni, nato a Massa Martana, Perugia) è un agente «svelto, preparato, sempre sul chi vive», in servizio alle volanti da 4 anni. È «uno che il servizio di scorta lo fa con la mano sulla pistola, che si guarda continuamente intorno». Vive a Centocelle, con il padre anziano e malato. Frequenta il bar, è tifoso del Milan, ha da poco comprato un impianto stereofonico con il lettore compact disc. È fidanzato con un’addetta delle Poste ai furgoni portavalori, conosciuta durante il servizio. La voce popolare riporta che Lanari avesse in animo di lasciare le scorte e avesse fatto domanda di assunzione all’Alitalia. L’autista Giuseppe Scravaglieri (nato a Catena Nuova, Enna) non ha ancora compiuto 24 anni: ha lasciato il paese rurale d’origine «per trovare un pezzo di pane» (così racconta il padre Sebastiano, intervistato) e tale è la passione per il Corpo che, dopo cinque anni di servizio, dorme ancora in branda alla Caserma Guido Reni e ha tralasciato di crearsi una famiglia e una casa per conto suo.

Ai funerali degli agenti, che si svolgono con rito di Stato a San Lorenzo al Verano, partecipano sotto la pioggia battente cinquemila cittadini, fianco a fianco agli uomini in uniforme e alle autorità. Celebra il cardinal vicario Ugo Poletti, che nell’omelia dice: «Il terrorismo per mano delle Brigate Rosse è tornato a colpire a Roma con ferocia e superbia, come il serpe velenoso morde nei luoghi più imprevedibili. Sono state colpite le Istituzioni pubbliche, l’onesto popolo italiano e ciascuno di noi». All’ospedale San Camillo intanto Pasquale Parente combatte per la vita. Ha 29 anni, è sposato, ha un bambino di 10 mesi. Repubblica riporta la rabbia dei colleghi in visita all’ospedale: «Maledetti assassini, carogne, bisognerebbe ammazzarli tutti!»; «È la fine che può toccare a tutti noi. Ogni giorno quando esci non sai se la sera tornerai a casa o no».

A distanza di tre mesi, il 16 maggio 1987, i tre agenti sono insigniti al Valor civile, dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Medaglia d’Argento per Parente. Medaglia d’Oro, alla memoria, per Lanari e Scravaglieri.

 
 
Il monumento
 

Pochi giorni dopo la strage vengono collocate sul tratto in salita di via dei Prati dei Papa due piccole fotoincisioni su marmo, raffiguranti gli agenti caduti, probabilmente per mano dei familiari o dei colleghi degli agenti, che spesso visitano quel luogo in raccoglimento.

Dopo le onorificienze al Valor civile, nel maggio 1987, segue una vasta mobilitazione affinché il lutto privato diventasse memoria collettiva e ammonimento per le future generazioni. Il monumento attuale viene realizzato nel decennale della strage (14 febbraio 1997).

Si compone di una piazzola aperta di piccole dimensioni, a forma di mezza luna, scavata in un terrapieno sistemato a verde. Sulla parete è posta una lapide monitrice, che ricorda i nomi dei Caduti e la terribile vicenda: «In questo luogo […] due agenti della Polizia di Stato / fedeli alla Repubblica e alla Democrazia / sono stati uccisi con fredda ferocia / mentre adempivano al loro dovere. / Il Comune e la Questura di Roma / i familiari, il personale del Reparto Volanti / i cittadini del quartiere / e il personale delle Poste e Telegrafi / posero».

Il monumento è sempre aperto al pubblico, ed ospita un piccolo spazio per il raccoglimento e la deposizione di fiori. Ogni anno, nella ricorrenza del 14 febbraio, vi si celebra una solenne commemorazione cui partecipano parenti e colleghi delle vittime; le autorità depongono corone.

 

 

Il Vicolo di Pietra Papa

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Mappa 159 del Catasto Gregoriano (1818). Dettaglio dell'area di Pietra Papa

L’antica viabilità del Piano di Pietra Papa - oltre a quella principale rappresentata dalla via Portuense e via della Magliana - consisteva in un eseguo numero di strade minori, che avevano origine dalla via Portuense e che raggiungevano una strada che costeggiava la riva del Tevere. La più importante tra di esse era il Vicolo di Pietra Papa.

Esso, allora come oggi, iniziava dalla via Portuense e aveva tre diramazioni. La prima, che corrisponde all’attuale via dei Papareschi, raggiungeva il Tevere con un percorso pressoché rettilineo. La seconda, con continui cambi di direzione, raggiungeva anch’essa il Tevere ma un po’ più a valle della precedente. Di tale percorso sopravvivono oggi alcuni spezzoni come l’odierno omonimo vicolo di Pietra Papa e la parte terminale di via Pietro Blaserna presso il Tevere. La terza diramazione, a differenza delle altre due, non raggiungeva le rive tiberine ma si fermava nei pressi di un canale di irrigazione dalle parti dell’odierna via Antonio Roiti (della parte iniziale di questa terza diramazione resta oggi traccia nella via dei Prati dei Papa e in via Carlo Sereni).

Altra strada di una certa importanza presente nella Piana era l’antico vicolo di Pozzo Pantaleo. Esso si staccava dalla via Portuense nel punto in cui oggi sorge l’oratorio della Parrocchia Gesù Divino Lavoratore ma buona parte dell’antico percorso è stato cancellato dai moderni edifici. Solo il percorso dell’attuale via Vincenzo Brunacci conserva la memoria della parte terminale del vicolo, quella verso il Tevere, che nei primi anni del Novecento aveva però cessato di chiamarsi vicolo di Pozzo Pantaleo ed era diventata parte della più recente via di Vigna Corsetti.

Il resto della antica viabilità del Piano di Pietra Papa consisteva in un esiguo numero di strade minori. Il percorso di tali vicoli era influenzato dai confini degli appezzamenti che avevano il compito di raggiungere; ne risultava una serie di sentieri con andamento sinuoso e non di rado con brusche svolte ad angolo retto, stretti tra i muri di confine delle proprietà.

 

 

Arvalia e la linea del tempo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Pianta delle Grandi tenute portuensi frontistanti il Tevere

L’Archivio Storico Portuense segue un modello lineare del tempo, con gli eventi ordinati in sequenza, secondo l’ordine del prima e del poi. Taluni eventi sono chiamati cesure storiche, perché - portando con sé un cambiamento del tipo di società - determinano anche un passaggio di epoca. Il modello ha individuato nella storia locale 8 eventi di cesura e, conseguentemente, 9 epoche.

L’Epoca arcaica va dalle origini al 509 a.C., anno della cacciata del re Tarquinio il Superbo e dell’instaurazione della Repubblica. Questa nuova fase si chiude nel 31 a.C., quando Ottaviano, sconfitti i rivali, assume il potere assoluto. L’Impero termina a Roma con una data simbolica, il 410 d.C., anno del saccheggio dei Goti. Il lungo sonno del Medioevo termina nel 1471, con l’avvento di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, grandi frequentatori della Tenuta della Magliana. Abbiamo scelto di unificare la breve stagione del Rinascimento ai due secoli della Decadenza (Seicento e Settecento), facendo terminare questa epoca nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche.

Segue una fase di straordinaria fioritura urbanistica, il Primo Ottocento, segnata dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformatori dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia una nuova epoca, quella del Risorgimento e della nascita del Regno unitario d’Italia. La Marcia su Roma del 1922 apre il Ventennio fascista, che si conclude con la Liberazione del 1944. Da qui ai giorni nostri parliamo infine di Epoca contemporanea.

Il modello comprende anche due epoche supplementari: il Futuro, dove classifichiamo i beni culturali progettati ma non ancora realizzati, e una categoria residuale, che include i beni paesistici, per i quali la nozione del tempo storico non rileva.

 

 

Marconi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia

Marconi è la prima delle sette sezioni urbanistiche del Municipio XV (insieme a Magliana Nuova, Portuense, Corviale, Trullo, Magliana Vecchia e Ponte Galeria), di cui costituisce la parte più vicina al Centro storico.

Le testimonianze archeologiche più antiche sono localizzate alla Ex Mira Lanza, con resti di una postazione commerciale sul Tevere di epoca arcaica. Il popolamento dell’area è compreso tuttavia tra la fine dell’epoca repubblicana (Horti di Cesare) e l’inizio di quella imperiale (Via Portuensis, Villa di Pietra Papa), quando i ceti sociali più deboli di Roma (ma economicamente più vitali: artigiani, portuali, liberti, stranieri) si insediano nella fascia extraurbana a ridosso del Trans Tiberim. In epoca medievale le fonti attestano il ripopolamento agrario (Piana di Pietra Papa) fin dall’anno Mille. Con la costituzione dello Stato unitario nell’area si insediano le prime attività produttive (Mira Lanza, Molini Biondi, Porto fluviale). Nel Dopoguerra inizia l’edificazione in forme intensive, lungo il tridente Oderisi da Gubbio - Viale Marconi - Lungotevere, con origine da Piazzale della Radio.

Il nome del quartiere deriva dalla sua arteria principale (Viale Guglielmo Marconi) che ne attraversa longitudinalmente il territorio da Ponte Marconi al sottopasso di Porta Portese. I confini attuali, determinati nel 1977, comprendono, oltre l’area pianeggiante disegnata dall’ansa fluviale e dalla Ferrovia Roma-Pisa (Pietra Papa), anche la fascia precollinare lungo l’asse di via Quirino Majorana (Ex Purfina e Nuovo Trastevere).

I dati comunali al 31 dicembre 2008 indicano una popolazione residente di 35.111 abitanti.

 

 

Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Necropoli Portuense

Nel 1947 la necropoli di Pozzo Pantaleo ha restituito cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (54-68 d.C.).

A differenza dei primi “corpores custodes” (schiavi devotissimi addetti all’incolumità dell’imperatore) le milizie private al tempo di Nerone non sono più devote come un tempo, e i componenti godono dello stato di “peregini” (stranieri di condizione libera), riuniti in corporazione para-militare, che replica al suo interno le strutture dell’esercito regolare. L’unità organizzativa della corporazione è la “decuria”, sorta di “famiglia d’armi” di 10 militi, con vincoli molto stretti. assimilabili alla parentela di sangue.

I cinque cippi di Pozzo Pantaleo, 2 m circa di altezza e con la sommità stondata, citano il nome del milite, la sua decuria e il confratello che ne diviene erede, e recano la sobria decorazione di una corona di foglie, premio per la valorosa condotta marziale. Di cinque stele solo 3 sono integre, e conservano i nomi di Fannius, Gamo e Indus. Fannio è il più giovane (appena 17 anni, della decuria di Cotino), mentre Indus è il più anziano. L’epigrafe di quest’ultimo recita: “Indo, straniero di condizione libera, guardia imperiale della decuria di Secondo, è morto a 35 anni e qui giace. Il fratello d’armi Eumene diviene suo erede e pone questa lapide”.

Numerosi fonti (Giovanni Antiocheno, frammento 91n, e Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, xix) affermano però che furono proprio i “fratelli” Germani a favorire l’uccisione di Nerone. Svetonio (Vita di Galba, 12), riferisce che Galba volle cautelarsi, abolendo la corporazione: “Germanorum cohortem dissolvit ac sine commodo ullo remisit in patriam” (li sciolse e li rimandò a casa “senza buonuscita”). Le guardie d’élite erano comunque necessarie: Traiano ne ripristina la funzione, nel corpo degli “equites singulares”. Le cinque stele sono oggi al Museo nazionale romano (Giardino delle Terme).

 

 

La Necropoli di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Necropoli Portuense (immagine aerea)

La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza).

Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo.

Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale.

Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi.

 

 

La Cisterna di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Via Campana

La Cisterna di Pozzo Pantaleo è un mausoleo di forma circolare, la cui struttura, successivamente foderata di malta idraulica, è stata reimpiegata come cisterna.

L’edificio viene indagato tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. L’edificio ha pianta circolare ed è in opera laterizia. Esternamente si trovava un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo aperto a nord.

L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, riutilizzati anch’essi come cisterna, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina.

Questa terza campagna di scavi ha permesso una datazione complessiva dell’area archeologica, compresa tra la metà del I sec. d.C. e un’epoca successiva al IV sec. d.C., ossia dalla prima età imperiale fino al periodo paleocristiano, con una frequentazione probabilmente anche successiva, forse già altomedievale.

 

 

Il tratto di Via Campana

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Tratto di Via Campana a Pozzo Pantaleo

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana.

L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere.

Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio.

Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Terme di Pozzo Pantaleo

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

 

 

La Mansio della Via Portuensis

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Mansio di Pozzo Pantaleo (immagine aerea)

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar.

Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato.

Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso.

L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole).

 

 

L’Ipogeo di via Ravizza

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ipogeo di via Ravizza

Dal garage della palazzina di via Ravizza, 12 si accede a una camera sepolcrale romana del II sec. d.C. (misure m 6,40 × 4,20), scavata nel tufo con volta a botte. È una tomba familiare, con fosse e sarcofagi a cassone sul pavimento, e nicchie alle pareti.

L’importanza risiede nelle pitture funerarie, che rappresentano uccelli diversi, e offrono al medesimo tempo una testimonianza fedele dell’avifauna locale, e un’immagine serena della morte, raffigurata come anima che vola via dal corpo.

La decorazione principale sopra la nicchia del pater familias riproduce un pavone ad ali chiuse, mentre sulla parete opposta è raffigurato un airone che si leva in volo. Sulla parete sinistra è presente una colomba di fronte ad un’anatra. Sono dipinti anche tre cavalli marini (ippocampi), due a guardia della sepoltura del capofamiglia e un terzo su una nicchia laterale.

Le decorazioni minori riproducono una pantera, rose rosse sbocciate, una cesta con fiori, offerte votive, un candelabro, una maschera. Il monogramma M sotto l’airone ci indica forse la famiglia proprietaria del sepolcro.

 

 

Credits:

On line dal 23/09/2008, 609 letture.