Casa Rosa
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Casa Rosa - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Camillo, fascista n. 44 - La Casa del Fascio - Il gioco del Trigon - La Tomba A al Drugstore - La Necropoli di Vigna Pia - Le tombe portuensi - La Casa Petrella - La Mansio della Via Portuensis - L’Ipogeo di via Ravizza - La Tomba 2 di via Ravizza - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Casa Rosa di Antonello Anappo
Casa Rosa è un cimitero interamente dedicato agli animali, con 800 tombe di cani e gatti, insieme a conigli, oche, piccioni, pappagalli, cavalli, una scimmia e un leone. La prima sepoltura risale al 1923. Il veterinario Antonio Molon, proprietario della pensione per cani di via dell’Imbrecciato, ricevette da Mussolini l’insolita richiesta di seppellire una gallina, amata compagna di giochi dei suoi figli. Si aggiungono poco dopo i cani di Casa Savoia e negli anni successivi la moglie Rosa Molon e il figlio Luigi accolgono via via i cani di Peppino De Filippo, Sandro Pertini, Palma Bucarelli, Aldo Fabrizi, Federico Fellini e il gatto di Anna Magnani. Il All’ingresso un monumento commemora “quelli che non hanno un padrone”; all’interno (1600 mq) la stele con la “Preghiera del cane” di Jerome si affianca al tempietto della gatta Stellina, al busto del gatto Isidoro, alle lapidi dell’oca Barbarossa, della leonessa Greta e del coniglio Tappo. Vi sono tombe familiari (una ha forma a piramide) o accoppiate, come per i piccioni Pizzica e Pennacchione. Le iscrizioni dichiarano affetto e riconoscenza (“piccolo grande bassotto”, “ciao, gigante buono”, “grazie per la compagnia”) e talvolta accennano ad una dimensione celeste (“continua ad amarci da lassù”). Una scritta “danke” ringrazia in tedesco la micetta Emma. Al gatto Arturo è dedicato un elogio in latino. |
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Camillo, fascista n. 44 di Antonello Anappo
La Casa del Fascio Portuense “Luigi Platania” aveva - come tutti i gruppi rionali della Federazione dell’Urbe - una sua burocrazia: produceva tessere, registri e documenti. Essi sono oggi in gran parte conservati alla Biblioteca nazionale di Firenze. Il Fondo Riva Portuense possiede una tessera di iscrizione, e precisamente la n. 44, emessa il 26 luglio 1936 per il fascista Camillo […] e firmata dal caporione Vito [...]. Per entrambi si è scelto di tenere coperti i cognomi, trattandosi di cognomi locali. La tessera, pieghevole su quattro facciate e stampata in robusto cartone nelle tipografie del Resto del Carlino a Bologna, presenta in epigrafe la scritta PNF (Partito Nazionale Fascista), il nome del gruppo rionale, i numerali II e XV (ad indicare rispettivamente il secondo anno dell’Impero e il quindicesimo della rivoluzione fascista), il busto marziale del dittatore. Le facciate interne riportano rispettivamente i dati anagrafici del tesserato e il giuramento personale di fedeltà al Duce e alla sua causa. Il giuramento recita: « Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze, e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione fascista ». In quarta si trova il bollo a secco del gruppo rionale. Esso presenta al centro il simbolo littorio, mentre un doppio giro riporta i riferimenti del Fascio rionale Portuense. |
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La Casa del Fascio di Antonello Anappo
La Casa del Fascio di via Portuense, 549 è un edificio di matrice razionalista, composto di caserma della Milizia, Uffici corporativi e torre. La caserma nasce verosimilmente intorno al 1925, anno in cui le “camicie nere” del Partito Nazionale Fascista sono regolarizzate nel Corpo della Milizia e dotate di strutture di acquartieramento nella periferia romana. Con abile artificio costruttivo la caserma si sviluppa longitudinalmente e a perpendicolo con la strada, in modo che sia impossibile dall’esterno rilevarne le notevoli volumetrie o stimare la reale presenza di militi. Gli uffici (probabilmente Fascio locale, Gioventù Littoria, Dopolavoro) affacciavano invece su strada, con un fronte a parallelepipedo, sormontato dal corpo torre in travertino, la cui visuale raggiungeva Corviale e Vigna Pia. Al primo piano si apre la balconata circolare, dalla quale i dirigenti del PNF arringavano alla comunità locale adunata nello slarghetto antistante, oggi scomparso. È stato osservato che “la ricerca architettonica, specialmente nelle proporzioni del corpo torre” (arch. G. Tantini) e l’abile camuffamento delle volumetrie militari denotano suggestivamente l’intervento di un progettista autorevole, il cui nome rimane però custodito negli archivi militari. L’intera struttura risulta sostenuta da un telaio in cemento armato, con solai e coperture anch’essi in cemento armato, mentre i tamponamenti in muratura non hanno funzione portante. Questa caratteristica edilizia fa della Casa del Fascio il primo edificio portuense moderno. Dalle tessere del PNF locale apprendiamo che la caserma sovrintendeva al vasto territorio di Portuense e Monteverde. Essa rimase in funzione sicuramente fino alla caduta del fascismo nel luglio 1943, ma non passò immediatamente ad altre funzioni: il CLN di Portuense e Monteverde sorse infatti altrove, sul Lungotevere degli Anguillara. Nel dopoguerra la Casa del Fascio è riutilizzata prima come Casa del Popolo e poi come abitazione e attività commerciale.
La Casa del Fascio è una caserma dismessa del c.d. Ventennio, sita in via Portuense, 549, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970667A, Banchini R. - cat. Tantini G.). |
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Il gioco del Trigon di Antonello Anappo
Il trigon è un gioco sportivo, assai popolare nella Roma imperiale, simile allo sphaeristerium (il gioco della palla). La sua rappresentazione più antica è contenuta nella Scena dei Campi Elisi nella Tomba affrescata di via Majorana. Tre giovani imberbi dalle tuniche variopinte, disposti ai vertici di un triangolo, con il braccio destro alzato colpiscono la pila trigonalis, una palla dura realizzata con un sacco di pelle conciata, imbottito di sabbia o sassolini. Manca una partizione in squadre: l’obiettivo comune è mantenere la sfera sospesa in aria il più a lungo possibile, finché, compiuta una sequenza di palleggi, uno dei giocatori vi pone termine, probabilmente con un lancio. Purtroppo non si conoscono le regole esatte, sebbene in epoca moderna siano state suggerite varie ricostruzioni. Diffuso, nelle scuole italiane, è un gioco assai simile chiamato schiacciasette, sorta di trigon a più giocatori che prende a prestito le regole mancanti dalla pallavolo. I Romani conoscevano numerosi giochi con la palla. Nel pulverulentus in grandi spazi sterrati gli adolescenti maschi si contendevano una palla dura, l’harpastum, per scagliarla nel settore avversario. Ai bambini di entrambi i sessi erano graditi i palleggi con una grande sfera leggera, la paganica, riempita delle piume di animali da cortile. Esisteva anche un grande pallone gonfiato d’aria, il follis: gli adulti vi giocavano nelle terme al ludere expulsim (“alla respinta”). Ma il follis era un lusso davvero per pochi: nella Tomba di via Majorana per rappresentare la beatitudine dei Campi Elisi bastava una pila trigonalis. |
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La Tomba A al Drugstore di Antonello Anappo
Dal drugstore di via Portuense, 313 (oggi chiuso al pubblico) si accede ad un complesso funerario di 5 ambienti, frequentato dal I al IV sec. d.C. La camera A, scavata nel tufo con volta a botte, ha intonaci giallo e porpora, e pavimenti in mosaico bianco e nero, con le rapresentazioni dionisiache di Licurgo inebriato che assale la ninfa Ambrosia e delle fasi della vendemmia. La camera B è un piccolo locale in mattoni con pitture floreali, preceduto da un recinto esterno per le urne cinerarie dei servi. L’ambiente C, di importanza minore, intagliato nel tufo e intonacato di bianco, conservava i resti di un bimbo di 4 anni. La camera D, anch’essa scavata nel tufo e con intonaci giallo e porpora, presenta quattro file di nicchiette, in cui si leggono graffiti i nomi dei defunti. Vi è stato trovato il corredo in oro di una bimba di 10 anni e quattro sarcofagi, uno dei quali rievoca il culto esotico di Helios e Selene, simboli del ciclo giorno-notte. L’ambiente E, di importanza minore, in muro reticolato e blocchetti di tufo, ha al centro una vasca rettangolare profonda 40 cm. Il sito, che in precedenza ospitava gli Stabilimenti Purfina, è stato scoperto nel 1966 durante la costruzione di una palazzina, e studiato a partire dal 1982. I materiali più preziosi sono oggi al Museo nazionale romano.
Il Drugstore (parte della più vasta Necropoli Portuense) è un sito necropolare di età romana, situato in via Portuense, 313, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
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La Necropoli di Vigna Pia di Moena Giovagnoli
Nel luglio 1998, durante lavori di archeologia preventiva per la realizzazione di box auto nell’area tra le vie R. Bianchi, E. Paladini, viale di Vigna Pia e via Portuense, emerse una porzione del vasto Complesso necropolare Portuense, di cui fanno parte anche le aree di Pozzo Pantaleo, dell’ex Drugstore e di via Ravizza. Tutte e quattro le aree si trovano infatti sullo stesso asse viario dell’antica Via Portuensis. I resti sono oggi compresi nella fascia centrale del terreno del ristorante La Carovana, posto su un diverso piano di calpestìo. Gli scavi sono iniziati nel 2000 e sono continuati anche nel biennio successivo. Essi hanno messo in luce strutture funerarie di diverse tipologie, appartenenti a diversi modi di trattare il corpo del defunto: l’inumazione (data la presenza di sarcofagi, tombe a cappuccina e anche fosse ricavate nel terreno, a volte anche distruttive per quanto riguarda i mosaici) e l’incinerazione (sono state trovate ollette e anfore, usate per conservare le ceneri del defunto). Complessivamente, la Necropoli di Vigna Pia risulta articolata in tre sezioni: il Sepolcro di famiglia, l’area del Colombario e un’area con murature oggi ricoperta. Il Sepolcro di famiglia è dedicato da Atilius Abascantus alla defunta moglie Atilia, citata in epigrafe e raffigurata a mezzo busto nel mosaico a tessere bianche e nere. Proprio la scoperta del sepolcro dedicato a questa donna porta gli archeologi a nominare l’intera area, oltre che Necropoli di Vigna Pia, anche Necropoli di Atilia. L’area del Colombario presenta mosaici a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale o geometrico oppure simbolico (come il nodo di Salomone). Il colore che spicca di più sulle pareti, all’inizio identificate solo di colore bianco, è il rosso, il quale delinea anche le nicchie del colombario. Le pareti presentano anche decorazioni a motivo floreale (roselline) oppure volatili, animali ultraterreni (ippocampi) e anche raffigurazioni simboliche di carattere dionisiaco (maschera). È stata evidenziata la presenza di fumo sulle pitture: queste tracce stanno ad indicare l’uso di una cucina funeraria, unica testimonianza nella zona portuense, sebbene sappiamo che l’uso di banchetti per cerimonie e commemorazioni di defunti fosse molto diffuso nella civiltà romana. Al centro tra le due aree principali si trova un’area composta da muri, oggi ricoperta perché ritenuta di minor rilevanza (fu scavata per la possibile presenza di un diverticolo o di un tratto di Via Campana, non trovato). Il sito è visitabile nella settimana della Cultura 18-26 aprile 2009.
La Necropoli di Vigna Pia (anche Sepolcro di Atilia Romana, già Tratto della più vasta Necropoli Portuense) è un sito necropolare di età romana. Si trova in via Riccardo Bianchi, 8 nel giardino del ristorante La Carovana. Il sito è stato scoperto casualmente nel 2000, durante lo sbancamento di un costone collinare per la realizzazione di un parcheggio; Gli scavi archeologici e la sistemazione si sono conclusi nel 2006. L'area consiste in due nuclei frontistanti, destinati alla sepoltura. Caratteristica la presenza di una cucina funeraria, di due suggestive decorazioni a fresco di piccole dimensioni (dette la rosa e il torello) e il ritrovamento della lastrina funeraria di Atilia Romana. La proprietà è per quanto noto pubblica, sebbene interclusa nelle strutture del Ristorante. La Necropoli è visibile dalla strada; si organizzano visite periodiche (contattare il Ristorante o la SSBAR). |
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Le tombe portuensi di Moena Giovagnoli
Nel 1996, durante saggi di scavo per la posa di cavi dell’alta tensione, emergono sulla Via Portuense in località Pozzo Pantaleo dei resti di edifici funerari romani. Si tratta di una serie allineata di tombe a camera, le cui celle sono ordinate secondo l’asse del vicino tratto di Via Campana, individuato e scavato fra il 1983 e il 1989. Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari (dove venivano deposte le urne funerarie) o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico). Tra di esse la tomba più interessante è quella detta di Petronia. Il mosaico del pavimento presenta uno schema decorativo ad arabesco vegetale e animale, in tessere nere su fondo bianco. L’iscrizione funeraria - studiata da Tomei nel 2006 - è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia. Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l’ipotesi che la superficie della necropoli si estenda ben al di là dell’area oggetto di indagini. |
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La Casa Petrella di Antonello Anappo
Casa Petrella è un edificio rurale di inizio Ottocento, sito in via dell’Imbrecciato, 212, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970745A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.). |
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La Mansio della Via Portuensis di Moena Giovagnoli
La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar. Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato. Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso. L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole). |
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L’Ipogeo di via Ravizza di Antonello Anappo
Dal garage della palazzina di via Ravizza, 12 si accede a una camera sepolcrale romana del II sec. d.C. (misure m 6,40 × 4,20), scavata nel tufo con volta a botte. È una tomba familiare, con fosse e sarcofagi a cassone sul pavimento, e nicchie alle pareti. L’importanza risiede nelle pitture funerarie, che rappresentano uccelli diversi, e offrono al medesimo tempo una testimonianza fedele dell’avifauna locale, e un’immagine serena della morte, raffigurata come anima che vola via dal corpo. La decorazione principale sopra la nicchia del pater familias riproduce un pavone ad ali chiuse, mentre sulla parete opposta è raffigurato un airone che si leva in volo. Sulla parete sinistra è presente una colomba di fronte ad un’anatra. Sono dipinti anche tre cavalli marini (ippocampi), due a guardia della sepoltura del capofamiglia e un terzo su una nicchia laterale. Le decorazioni minori riproducono una pantera, rose rosse sbocciate, una cesta con fiori, offerte votive, un candelabro, una maschera. Il monogramma M sotto l’airone ci indica forse la famiglia proprietaria del sepolcro. |
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La Tomba 2 di via Ravizza di Antonello Anappo
La Tomba 2 di via Ravizza è un sepolcro di età romana, sito nella via omonima in zona Marconi/Nuovo Trastevere. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
Credits:
On line dal 26/03/2002, 2208 letture.