La Rectaflex
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: La Rectaflex - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: I ragazzi di Monte delle Capre - Le Officine SARA - Il pentaprisma - Caproni, maestro senza metodo - La Collodi - Le donne di Ponte di ferro - La Scuola Pascoli - Scuola Pascoli, primi in igiene - I Molini Biondi - L’Asilo nido Fantasia - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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La Rectaflex di Antonello Anappo
La Rectaflex è una palazzina del 1949, sede della breve esperienza produttiva delle macchine fotografiche Rectaflex. La compagine societaria si costituisce sul finire del 1946 - con amministratore Telemaco Corsi e stabilimenti provvisori nelle Officine SARA -, con lo scopo di produrre, partendo da brevetti dello stesso Corsi, la prima fotocamera italiana di tipo reflex, nei modelli Standard, 1000 e 2000. Nel 1948 un finanziamento della CISA di 300.000.000 di lire permette la costruzione della nuova palazzina di 4 piani, strutturata secondo i principi di Walter Gropius, con piani open-space e finestre a parete rivolte ad est. Nella palazzina trovano posto 6 reparti (Fresatura; Tornitura; Montaggio; Accessori; Collaudo semilavorati; Collaudo finale), oltre all’attrezzeria, i servizi e la mensa. Nelle vecchie strutture SARA vengono alloggiati i 2 reparti meno puliti (Galvanica e Verniciatura) e i magazzini. La Direzione e gli uffici dei disegnatori rimangono nella palazzina centrale della SARA. La produzione in serie inizia nel gennaio 1949. Si produrranno i modelli 3000, 4000 Duo-focus, Junior (classe economica), 16.000, Rotor (a obiettivi graduabili), 25.000, 30.000 e vasi modelli Special. Per testare la Gold (la reflex d’oro) verrà in visita, nel 1952, Papa Pio XII. In quel periodo la rivalità fra l’amministratore Corsi e il responsabile commerciale Baume segna una fase di crisi societaria, seguita dal fallimento dell’accordo con il Governo americano per la fornitura di 30.000 apparecchi fotografici e dalla successiva messa in liquidazione della fabbrica (1955). I nuovi proprietari, gli svizzeri della Contina, trasferiscono la produzione nel Principato del Liechtenstein: il modello 40.000, tuttavia, non vedrà mai la luce. Lo stabilimento romano, dopo una fase di abbadono, diventa negli anni Settanta Istituto tecnico Marconi ed è oggi sede del Centro polivalente di quartiere e della Biblioteca. |
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I ragazzi di Monte delle Capre di Antonello Anappo
Fra il 1946 e il 1958 è attivo al Trullo un gruppo di inventori, meccanici e fotografi, riuniti intorno all’idea della macchina reflex italiana e all’esperienza produttiva Rectaflex. Il primo nucleo si compone di tre compagni di scuola: Aldo Pardini, appassionato di scienze, Luigi Picchioni, di impronta tecnica, e Telemaco Corsi, eclettico e sognatore. Hanno in comune la passione per il gioco degli specchi e il disegno di immagini riflesse e ribaltate in camera oscura, sognando di emulare Leonardo da Vinci, Dürer e Kircher. Pardini diventerà medico condotto alla Magliana, Picchioni oftalmologo all’Ottica Salmoiraghi e Corsi avvocato alla Cisa Viscosa. Corsi in particolare si appassiona di tecnica fotografica e agli studi dei pionieri Niepce e Talbot. Nel 1939 smonta un apparecchio Daguerre, che ha all’interno uno specchio inclinato di 45°: l’immagine risulta invertita, con il sotto sopra e la destra a sinistra. Corsi intuisce già da allora che, con una serie ben congegnata di specchi, si può ottenere una visione raddrizzata. Ai tre si aggiunge un quarto amico: Emilio Palamidessi, soprannominato Manidoro. Introverso, scrupoloso, assembla con precisione da orologiaio i pezzi pensati dal trio. Lo scoppio della Guerra scioglie il gruppo di amici. Corsi intanto fa carriera, fino a diventare, dopo la Liberazione, amministratore della Sara, una società satellite della Cisa, i cui stabilimenti si trovano a via Monte delle Capre. La Sara si occupa di recuperare per usi civili i residuati bellici. Carri armati, autoblindo, furgoni, sidecar e cannoni, con abili colpi di fresatrice diventano moto della PS, ambulanze, o addirittura natanti da diporto. Corsi torna a riunire i tre amici intorno all’idea della macchina fotografica perfetta, che, come l’occhio, fotografa esattamente quel che si inquadra attraverso una visione riflessa da specchi interni. Ne fissa le caratteristiche meccaniche: deve essere piccola, leggera e maneggevole come una 35 mm; deve usare le ottiche più diverse senza problemi di tiraggio e parallasse; deve avere una messa a fuoco facile e precisa, mirando ad altezza d’occhio; deve avere tempi di posa sia per le alte che per le basse velocità. Nella primavera del 1946 Corsi va alla XXIV Fiera Campionaria di Milano, in cerca d’idee. Gira in lungo e in largo, fa incetta di idee, diventa amico del designer Giò Ponti. Soprattutto, interroga decine di inventori alla ricerca di finanziatori. Corsi è benestante e può sostenere le ricerche dei suoi tre amici, ma non è certo in grado di finanziare una produzione in serie. Pur consapevole di questo limite decide ugualmente di lanciarsi, e acquista il brevetto della Gamma, una macchina a telemetro con tendina metallica curva, ideata dai Fratelli Rossi. Conta di convincere la sua azienda, la Cisa, a finanziare l’impresa. E l’avventura inizia. |
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Le Officine SARA di Antonello Anappo
La Officine SARA sono un complesso di capannoni e caseggiati industriali in muratura e ferrocemento, legati alla lavorazione della viscosa, oggi demoliti o riconvertiti ad usi diversi. La viscosa, inventata nel 1904 da Hylaire De Chardonnet, è una fibra chimica autarchica dagli impieghi molteplici: può sostituire la plastica, essere filata come un tessuto, o persino diventare pellicola cinematografica. Nel 1939 le due principali produttrici, la CISA e SNIA, si consorziano, nazionalizzando la produzione. Nella riorganizzazione che segue, gli stabilimenti SARA (Studi Attrezzature Realizzazioni Automeccaniche) di via Monte delle Capre, 23-37, vengono destinati alla produzione di macchine per filatura e telai meccanici per la viscosa per seta artificiale (con cui si facevano splendidi capi d’abbigliamento). Man Mano che i venti di guerra soffiano più forte la SARA si concentra sui macchinari per la viscosa da film. Si producono qui - su licenza OMI Ottico Meccanica Italiana - gli apparecchi fotografici SARA-Nistri per riprese planimetriche e ricognizioni aeree, per poi passare, in piena guerra, a dispositivi ottici di puntamento (mirini, collimatori, ecc.) e altri armamenti di precisione. La fabbrica continua a vivere anche sotto l’occupazione tedesca. Dopo la Liberazione, il presidente CISA Francesco Maria Oddasso, avendo capito che l’era della viscosa è ormai finita, affida la SARA alla direzione del giovane avvocato Telemaco Corsi, con il compito di smontare, rimontare e reinventare gli inutili residuati lasciati dalla guerra. Carri armati, autoblindo, furgoni, motociclette (ma anche cannoni e aeroplani) diventano veicoli civili, soprattutto motociclette per la Polizia di Stato e ambulanze. Nelle Officine SARA nascono anche le cosiddette lambrette del mare, piccoli natanti da diporto, in origine barchini esplosivi della Regia Marina Italiana. Nel dopoguerra troveremo questi mezzi d’assalto (capaci di portare 300 kg di tritolo sotto la pancia delle navi nemiche) sfrecciare sul litorale romano e sul Tevere, con nuovi motori Alfa Romeo da 80 cavalli, alla velocità di 32 miglia marine. |
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Il pentaprisma di Antonello Anappo
Nel gennaio 1947 il gruppo dei Ragazzi di Monte delle Capre inventa il pentaprisma. Si tratta di un cristallo ottico, interno alla macchina fotografica, in grado di correggere l’inversione del sotto con il sopra delle macchine tradizionali, restituendo all’oculare un’immagine raddrizzata. Il pentaprisma esiste ancora oggi in tutte le macchine fotografiche reflex. Già dall’inverno 1946 il primo gruppo dei quattro (Corsi, Pardini, Picchioni e Palamidessi) si allarga, con l’aggiunta del paparazzo Assenza, un giovane fotografo di strada che ha applicato un pozzetto esterno con dentro tre specchi inclinati al suo apparecchio Kinoflex. L’immagine risultava raddrizzata. L’operatore Gaetano Judicone, il tecnico specializzato Manlio Valenzi e il fotografo Emilio Altan passano l’inverno a testare il pozzetto di Assenza. La svolta però avviene grazie al meccanico Michele Frajegari, che sostituisce il pozzetto con un prisma ottico monolitico a cinque facce: due riflettenti, due rifrangenti, una neutra. Lo specchio riflettore a monte dell’ottica proietta l’immagine capovolta sulla superficie rifrangente alla base del pentaprisma; l’immagine arriva così alla seconda faccia riflettente e la proietta sulla terza, anch’essa riflettente; infine la terza riproduce l’immagine raddrizzata sulla quarta faccia rifrangente, e la restituisce raddrizzata all’oculare. I ragazzi di via Monte delle capre, quell’inverno, lavorano sette giorni la settimana, senza pause, provando, smontando e studiando nuove possibilità. Arrivano finalmente i primi due prototipi funzionanti. Su uno di essi interviene l’architetto e designer Giò Ponti (1897-1979), che incorpora il grosso prisma in una struttura cromata, essenziale e gradevole, dai lati arrotondati. Con l’approvazione della Cisa Viscosa il propotipo viene presentato alla Campionaria di Milano del 1947, il cui opuscolo illustrativo mostra la macchina tra le mani della sorridente e purtroppo anonima Signora Enrichetta. Alla fiera milanese, mentre Telemaco Corsi mostra orgoglioso la « macchina che raddrizza l’immagine », avviene un incontro fondamentale. Un uomo in divisa da carabiniere, il colonnello Armando Pelamatti, critica aspramente Corsi e la sua invenzione: essa è sì in grado di correggere l’inversione sopra-sotto, ma non corregge l’altra inversione delle macchine tradizionali, l’inversione destra-sinistra, che Corsi aveva trascurato. Con questa macchina, osservava correttamente il colonnello, scattare foto verticali risulta impossibile! Corsi, amareggiato, si accorge che il pentaprisma va ancora migliorato. Arruola Pelamatti tra i ragazzi di via Monte delle Capre e si mette al lavoro per cercare una soluzione. La versione definitiva, che raddrizza anche l’inversione destra-sinistra, arriverà alla fine del 1947, sdoppiando una faccia del pentaprisma in due facce spioventi angolate di 45°. |
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Caproni, maestro senza metodo di Pamela Di Lodovico e Antonello Anappo
Un convegno ricorda in questi giorni Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario. Caproni nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia. Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina. Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l’adesione al Partito Socialista. Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: « Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità ». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida. Negli Anni Cinquanta collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali - tra cui Pratolini, Cassola e Fortini - ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: « È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di ‘non insegnare’, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee ». Il 1959 è l’anno di Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti - Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza - con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga. Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: « Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ». Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini. Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un « maestro senza metodo ». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: « Ero la disperazione dei direttori didattici! ». Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: « Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti? ». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma. Il libro Feci il maestro per caso, di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, rilegge gli appunti di Caproni in oltre 30 registri e si interroga, raccogliendo gli insegnamenti del Maestro, sulle sfide della scuola attuale. La biblioteca personale del poeta e materiali del Fondo Caproni sono oggi alla Biblioteca di via Cardano. |
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La Collodi di Antonello Anappo
La Collodi è una scuola elementare comunale, dedicata alla figura di Carlo Lorenzini (in arte Collodi, 1826-1890), autore del romanzo per ragazzi Le Avventure di Pinocchio (1883). La decisione di intitolare una scuola allo scrittore e giornalista toscano è presa nel 1940, quando, essendo trascorsi cinquant’anni dalla morte, Pinocchio diventa di pubblico dominio ed entra a pieno titolo nella didattica italiana. Grande sostenitore di Pinocchio è l’intellettuale Benedetto Croce, che nel burattino di legno dalla bugia facile vede la metafora del fanciullo che diventa ragazzo, acquisendo via via consapevolezza di sé e valori di riferimento, secondo il principio « sbagliando s’impara ». Individuato il sito, presso l’allora Borgata Ciano (Trullo) in costruzione, la costruzione inizia nel 1942 ed è subito interrotta a causa degli eventi bellici. L’edificazione riprende nel Dopoguerra e i corsi regolari iniziano nel 1948. Negli Anni Sessanta, per il crescente popolamento, alla sede di via Massa Marittima si affianca il Secondo plesso su via Porzio (a Montecucco), chiamato Collodi II. In quegli anni insegna nella scuola la maestrina Maria Luisa Bigiaretti: i suoi scolari sono d’ispirazione al giornalista Gianni Rodari nel romanzo breve La torta in cielo (1966). |
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Le donne di Ponte di ferro di Antonello Anappo
Pubblichiamo il tema svolto nel 2008 da un alunno di quinta elementare della scuola Cuoco, in ricordo delle donne uccise dai nazifascisti al Ponte dell’Industria il 7 aprile 1944.
Di loro sappiamo solo che la mattina del 7 aprile 1944 erano arrivate ai forni della Tesei, nel quartiere Ostiense, per procurarsi un po’ di pane e farina per i propri figli. La città era occupata e affamata dai nazi-fascisti e quel giorno l’esercito tedesco si stava rifornendo a quei forni. La Polizia Africa Italiana, complice delle SS, le denunciò, decidendo così della loro fucilazione. Lo storico Cesare De Simone ha trovato i loro nomi nei Mattinali della Questura di Roma: Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoiesi e Silvia Loggreolo. Racconta Padre Efisio che, quando fu chiamato per la benedizione, al muro di destra del Ponte dell’Industria il corpo di una delle dieci donne era stato gettato sulla sponda del Tevere: era giovane e bella ed era stata violentata. A ricordo di quella brutale strage è stata posta la stele con i volti in bronzo, il 7 aprile del 2003. Se voi venite da via Ostiense, verso viale Marconi, sulla via del Porto fluviale fermatevi davanti alla lapide che si trova sulla destra del ponte. Questo non è ricordato tra i grandi monumenti di Roma, non celebra vittorie, ma ricorda a tutti la violenza della guerra e il coraggio disperato delle madri.. Michele Crocco è lo scultore del bassorilievo di bronzo che ha dato di nuovo vita agli sguardi e alle voci di quelle donne[1] .
[1] Il tema è stato letto il 25 aprile 2009 di fronte alla Stele di Ponte di ferro, durante l’iniziativa di Commemorazione e patrocinio della semina della cultura storica in tema di democrazia promossa dal Circolo PD Marconi, che ringraziamo.
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La Scuola Pascoli di Andrea Di Mario
La Scuola Pascoli (Palazzina degli Uffici, Portineria, Nursery, Refettorio, alloggi dei dirigenti, poi Scuola) è un edificio scolastico, già fabbrica dismessa, di epoca risorgimentale-unitaria. Fa parte del Complesso storico della Mira Lanza. Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo bene. Non disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova tra Via Pacinotti e via Pierantoni. È visibile da strada. Per visite rivolgersi al dirigente scolastico dell’Istituto. Per saperne di più: Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970903 - Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di Sara Isgrò. |
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Scuola Pascoli, primi in igiene di Antonello Anappo
Correva l'anno 1928. Gli alunni della scuola rurale della Magliana eccellono nella lettura, nel far di conto, ma soprattutto nell’igiene personale, con la quale si proteggono dalle febbri malariche. L'insegnante Fedra Angelelli li iscrive alle gare d’igiene del Governatorato, e, con grande stupore, la sua classe IV si piazza prima su tutta Roma. Un anno più tardi il Governatore Francesco Boncompagni-Ludovisi decide di scrivere alla maestra della Magliana, e le conferisce lo speciale diploma (su pergamena cm 50 x 34, con firma autografa dello stesso governatore), che potete vedere in foto e che Rivaportuense ha acquisito nella sua Collezione. Il testo, sormontato da tre corone d’alloro, il fascio littorio e l’epigrafe S.P.Q.R., recita: “Gare d’Igiene anno scolastico 1927-28. Diploma di I° premio conferito all’insegnante sig.[ra] Angelelli Fedra della classe IV - Scuola Magliana, distintasi nella gara fra le scuole elementari rurali del Governatorato. Dal Campidoglio, il 21 aprile 1929, anno VII. Il Governatore Francesco Boncompagni Ludovisi”. |
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I Molini Biondi di Andrea Di Mario e Antonello Anappo
I Molini Biondi sono un complesso produttivo dei Primi del Novecento, oggi adibito a centro residenziale e commerciale. Nel 1905 la Società Italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze rileva il preesistente Mulino Städlin (di modeste dimensioni, costruito nel 1885 nella Vigna Costa a ridosso del Ponte dell’Industria), per ampliare il suo mercato alla Capitale italiana, in continuo incremento demografico e con sempre crescenti esigenze alimentari. La scelta del sito privilegia la vicinanza al Tevere e alla ferrovia, vie di collegamento veloci ed efficienti per l’approvvigionamento delle materie prime (i cereali) e la distribuzione del prodotto finito (le farine in sacchi). I lavori di elevazione e ampliamento, diretti dall’ingegner Antonio Fiory, si protraggono fino al 1907. Negli anni successivi la costruzione del nuovo tracciato ferroviario determina un esproprio di 6 ettari di terreno; la trasformazione del Ponte dell’Industria in strada carrabile (l’odierna via Antonio Pacinotti) modifica gli accessi e ridisegna i raccordi con la rete ferroviaria nazionale. La strutture hanno l’aspetto architettonico dei caseggiati industriali nord-europei. Il corpo principale, lungo 62 m e alto 28, presenta quattro ordini sovrapposti di finestre rettangolari, con partiture di mattoni a vista. Internamente i vari piani - divisi da solai sostenuti da colonnine in ghisa - ospitano le motrici a vapore, i trasformatori per l’energia elettrica, gli impianti per la macinazione del grano e la raffinazione delle farine, e grandi silos di stoccaggio. Un edificio adibito ad uffici e la palazzina degli alloggi degli operai completano la struttura. Lo stabilimento cessa le attività intorno alla metà del Secolo scorso. A partire dal 2000 il complesso, rilevato da privati, è stato ristrutturato, lasciando intatti i prospetti e ricavandovi all’interno appartamenti e negozi. |
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L’Asilo nido Fantasia di Antonello Anappo
L’Asilo nido Fantasia (ex ONMI - Opera Nazionale Maternità e Infanzia) è un edificio scolastico edificato nel 1939, sito in via Volpato, 20, a Marconi. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Sovrintendenza comunale ai Beni Culturali (scheda inventariale presso l’Ente). |
Credits:
On line dal 13/07/2010, 1239 letture.