La Basilica di Papa Giulio
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: La Basilica di Papa Giulio - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Felice, martire con Adautto - I Grottoni - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Felice II, anti-papa della Magliana - In nome del Papa Re - Casa Rosa - L’Oratorio Damasiano - Alla corte di Cleopatra - Portuense - La Tomba A al Drugstore - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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La Basilica di Papa Giulio di Antonello Anappo
La Basilica di Papa Giulio è un edificio cristiano (una ecclesia) in uso tra IV e VIII secolo, non noto archeologicamente. Il Catalogo Liberiano ne attribuisce l’edificazione a Papa Giulio (337-352) e lo colloca in via Portese miliario III, cioè al terzo miglio della Via Portuense-Campana. Non è oggi possibile risalire con certezza alla posizione del terzo miglio, in quanto la Via (di cui si sa solo che nasceva dalla Porta Trigemina e seguiva grossomodo il corso del Tevere) non ha restituito pietre miliari. Il Catalogo Liberiano chiarisce la sua collocazione al di sopra del cimitero sotterraneo del Martire Felice. Tale informazione è meglio specificata dalla Notitia ecclesiarum che chiarisce che la basilica sorge ad corpus, cioè esattamente al di sopra delle reliquie del Martire (« ecclesia beati Felicis martiris in qua corpus eius quiescit »). Gli itinerari altomedievali accennano ad una posizione di altura, dominante un punto paludoso del Tevere. Peraltro vi è incertezza anche sull’identità del Martire Felice, che fonti discordanti descrivono sia come un presbitero martirizzato sotto Diocleziano, sia come un anti-papa del IV secolo. Del sito si ha notizia anche al tempo di Papa Adriano (772-795), che vi compie un restauro (« Ecclesiam Sancti Felicis positam foris Portam Portuensem noviter restauravit »). Poi si perdono definitivamente le tracce. |
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Felice, martire con Adautto di Antonello Anappo
Felice è un presbitero romano, condannato secondo la “Passio Felicis” (VII sec.) al martirio al tempo di Diocleziano. Nel cammino verso il supplizio, sulla via per il mare, uno sconosciuto gli si affianca e dichiara di volerne condividere la sorte: gli increduli militari romani lo accontentano senza indugi, decapitando i due cristiani con il medesimo colpo di spada. La Passio descrive l’audace compagno di fede con un giro di parole: “eo quod sancto Felici auctus sit ad coronam martyrii” (colui che ‘sarà aggiunto’ nella corona del martirio); la tradizione liturgica lo ricorda perciò insieme a Felice (il 30 agosto) col nome di Adautto (ad-auctus=aggiunto). Il culto decade precocemente alla Magliana, tanto che a fine IV sec. le spoglie si spostano dalla catacomba portuense a quella di Commodilla a S. Paolo. Le reliquie dei due martiri prendono poi la via del Nord Europa sotto papa Leone IV (847-855) che le dona a Ermengarda, moglie di Lotario. A Roma rimane la reliquia della testa decapitata di Sant’Adautto (chiesa di S. Maria in Cosmedin). Le uniche immagini di Felice e Adautto giungono da affreschi paleocristiani dalla basilica sotterranea di Papa Siricio (384-399), alla catacomba di San Paolo. |
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I Grottoni di Antonello Anappo
I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei, originati in epoca romana da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane. Taluni associano i Grottoni alle perdute Catacombe di San Felice, attestate al III miglio della Via Portuense-Campana. Un’indagine del Primo Novecento ha confermato il parziale utilizzo cimiteriale di alcuni ambienti. Tuttavia successivi crolli hanno impedito una attribuzione certa. Le fonti storiche che parlano di catacombe sono il De locis sanctis, che elenca Felice tra i martiri portuensi (« qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt »); l’Index coemeteriorum, che cita un cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi; un carme di Papa Damaso (366-384), che descrive il Sepolcro di Felice, dipinto dal Presbitero Vero. Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (San Paolo) e prima di Ponziano (Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui « il Tevere s’impaluda ». Lo studioso Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde. Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso. |
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La Necropoli di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza). Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo. Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale. Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi. |
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Felice II, anti-papa della Magliana di Antonello Anappo
Il caso letterario “Codice da Vinci” di Dan Brown attinge a piene mani dalla “polemica ariana” (‘Cristo era un uomo?’), che infiammò l’Europa del IV sec.. Un tassello di questa storia passa anche per la Magliana, e riguarda l’antipapa Felice (356-357), che con nobiltà d’animo si occupò della spinosa disputa dottrinale. Occorre però fare un passo indietro. Se per l’ebraismo Cristo è un uomo al pari degli altri profeti, già nei Vangeli emerge la sua specialità nel disegno della Creazione. Il Concilio di Nicea (325) fissa questo concetto in un dogma (‘il Figlio è della stessa sostanza del Padre’) e condanna come eretica la dottrina del monaco Ario, sostenitore della natura umana di Cristo. Terminato il Concilio la disputa prosegue, ora prevalendo l’ortodossia, ora l’arianesimo, grazie al sostegno di cui Ario gode alla corte di Costanzo II, imperatore d’Oriente. Nel 335 Costanzo II compie un colpo di mano: caccia via da Costantinopoli il vescovo Atanasio, che del Concilio di Nicea era stato il principale animatore. L’illustre uomo di fede si rifugia a Roma, accolto prima da papa Giulio, e poi da papa Liberio (353-356). Entrambi i pontefici si oppongono con forza alla richiesta imperale di condannare Atanasio. Costanzo II opera allora un nuovo colpo di mano: depone papa Liberio e lo sostituisce con la mite figura dell’arcidiacono Felice (356-357), pontefice col nome di Felice II. L’Imperatore non immaginava certo quale energia papa Felice avrebbe dimostrato, opponendo all’eresìa ariana un’avversione fiera, maggiore dei suoi predecessori Giulio e Liberio. L’Imperatore corre ai ripari, e perdona in gran fretta Liberio, concedendogli un secondo pontificato (357-366) in cui lui e Felice avrebbero governato congiuntamente la Chiesa. Ma papa Felice non accetta la nuova situazione: abbandona l’abito pastorale e si ritira in preghiera nel suo poderetto alla Magliana (“in praediolo suo qui est via Portuense”), conoscendo infine il martirio. Sepolto nelle catacombe di San Felice, è oggetto di grande venerazione popolare, tanto che il suo culto si fonde con quello del martire Felice, e le catacombe prendono il nome di “Ad duo Felices”, in memoria dei due uomini di fede. Gli equivoci di omonimia sono stati risolti solo nel secolo scorso, dagli studiosi De Rossi, Duhesne e Verrando che ne hanno separato del biografie. Il “rifiuto” di papa Felice è stato per lo più condannato. Nel 1505 l’umanista Vigerio ottiene da Giulio II (1503-1513) una riabilitazione, ma Gregorio XIII (1572-1585), cui si deve il riordino dell’elenco dei pontefici (e la loro divisione in ‘papi’ eletti da conclave e ‘antipapi’ nominati dall’imperatore), cancella addirittura Felice II dal novero dei pontefici, relegandolo tra gli antipapi. Nel 2005 la disputa ariana è tornata di attualità, grazie al bestseller di Brown, in cui lo studioso Langdon inseguendo il Sacro Graal si imbatte nell’umanissima discendenza del matrimonio tra il Cristo e la Maddalena. |
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In nome del Papa Re di Antonello Anappo
Nel 1866 una sanguinosa faida oppone i popolani di Villa Jacobini agli zuavi pontifici. È una storia di donne e di coltelli, sullo scenario complesso degli scontri tra i “patrioti” e sostenitori di Pio IX, ultimo papa re. Gli “zouaves” sono arrivati a Roma da molto lontano. Sono in origine unità di fanteria berbere, regolarizzate nell’esercito francese dal 1830 e distintesi eroicamente ad Algeri, Sebastopoli, Balaclava, e Palestro, nella Seconda guerra d’indipendenza italiana. Dal 1860 sono sotto ingaggio a Roma, al comando di La Morcière e De Charette. Gli zuavi “romani” sono prevalentemente francesi, belgi, americani, canadesi e irlandesi, conosciuti per una certa grevità e guasconeria, ma animati da fede sincera ed assoluta dedizione alla monarchia papalina. Senza conoscere fatica lavorano alla costruzione di trincee contro l’odiato Garibaldi e al tramonto è possibile vederli rincasare alla villa-caserma dei Santucci lungo via Portuense, cantando con enfasi i versi finali dell’“Evviva Pio”: “La corona che cinge sua fronte / non si strappa / la regge il Signor!”. Il racconto popolare vuole che questi giovani dai capelli ed occhi chiari, dalle uniformi sgargianti con i calzoni a sbuffo, la cintura di tela, la giacca corta e il fez, abbiano subito infiammato i cuori delle popolane portuensi. E pare anche che qualche zuavo, forse dopo aver ecceduto nel vino all’Osteria del Cardinale, abbia pure ecceduto in galanterie, rifiutandosi però di convolare a nozze riparatrici. I congiunti delle fanciulle disonorate pensano in un primo tempo di lavare l’affronto secondo la consuetudine cavalleresca, in singolar tenzone con il profanatore. Ma il “pubblico ristoro dell’affronto” viene precluso. Con Garibaldi alle porte e la Sede pontificia vacillante, gli zuavi sono l’ultima milizia effettiva di Santa Romana Chiesa contro l’armata dei “senza-Dio”: eliminare anche uno solo tra gli zuavi avrebbe avuto un pericoloso risvolto antinazionale, e con ogni probabilità avrebbe esposto la Tenuta Jacobini alle rappresaglie di un potere temporale disfatto ma ancora crudelmente rabbioso. La contromossa degli uomini validi di Vigna Jacobini, comunque, non tarda ad arrivare. Si decide quindi per l’« accoppamento », la pugnalata volante sulle spalle di norma riservata agli « infami », cui segue la sparizione del corpo senza lasciare traccia. Per nascondere i corpi i popolani ricorrono ad un singolare stratagemma, che lascia supporre l’implicita approvazione dei Signori locali. “Poiché le rappresaglie militari non sono un'invenzione recente - ha scritto Stelvio Coggiatti, sulla Strenna del 1972 - i gelosi vendicatori escogitano un momentaneo ma sicuro nascondiglio per i resti mortali di quei soldati, vincitori di battaglie amatorie, ma caduti in azioni di rappresaglia”. Il nascondiglio sono le botti vuote: le salme vengono deposte sul fondo, e le botti sono ben allineate con le altre piene di buon vino, nelle cantine di Vigna Jacobini. |
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Casa Rosa di Antonello Anappo
Casa Rosa è un cimitero interamente dedicato agli animali, con 800 tombe di cani e gatti, insieme a conigli, oche, piccioni, pappagalli, cavalli, una scimmia e un leone. La prima sepoltura risale al 1923. Il veterinario Antonio Molon, proprietario della pensione per cani di via dell’Imbrecciato, ricevette da Mussolini l’insolita richiesta di seppellire una gallina, amata compagna di giochi dei suoi figli. Si aggiungono poco dopo i cani di Casa Savoia e negli anni successivi la moglie Rosa Molon e il figlio Luigi accolgono via via i cani di Peppino De Filippo, Sandro Pertini, Palma Bucarelli, Aldo Fabrizi, Federico Fellini e il gatto di Anna Magnani. Il All’ingresso un monumento commemora “quelli che non hanno un padrone”; all’interno (1600 mq) la stele con la “Preghiera del cane” di Jerome si affianca al tempietto della gatta Stellina, al busto del gatto Isidoro, alle lapidi dell’oca Barbarossa, della leonessa Greta e del coniglio Tappo. Vi sono tombe familiari (una ha forma a piramide) o accoppiate, come per i piccioni Pizzica e Pennacchione. Le iscrizioni dichiarano affetto e riconoscenza (“piccolo grande bassotto”, “ciao, gigante buono”, “grazie per la compagnia”) e talvolta accennano ad una dimensione celeste (“continua ad amarci da lassù”). Una scritta “danke” ringrazia in tedesco la micetta Emma. Al gatto Arturo è dedicato un elogio in latino. |
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L’Oratorio Damasiano di Antonello Anappo
L’Oratorio Damasiano (o Basilica Damasiana) è un luogo di culto del IV sec., sito in via delle Catacombe di Generosa, di fronte al civico 48, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Sovrintendenza comunale ai Beni Culturali (scheda inventariale presso l’Ente). |
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Alla corte di Cleopatra di Antonello Anappo
Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono. Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici. Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside. Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio. Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside. Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino. |
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Portuense di Antonello Anappo
Portuense è la seconda delle sette sezioni urbanistiche del Municipio XV, di cui occupa il versante collinare alla sinistra della Via Portuense, nel tratto tra la Ferrovia Roma-Pisa e il fosso di Papa Leone (oggi interrato). I confini urbanistici disegnati nel 1977 comprendono solo una parte dell’Area storica portuense, termine con cui si indicano i due lati della Via Portuensis di epoca romana, « ab Janiculo ad mare », cioè dalle pendici del Gianicolo in direzione del mare. Il territorio era allora coperto di distese boschive, e l’impiego del suolo era limitato all’estrazione del tufo (cave di Pozzo Pantaleo) e agli usi funerari (Necropoli Portuense). Dal Rinascimento le Vigne portuensi disegnano un vivace territorio agricolo, solcato dai percorsi di crinale, che sono ancora oggi alla base del sistema viario del quartiere. Tra Sette e Ottocento le tenute si frammentano (fra le famiglie Jacobini, Gioacchini, Neri e Ceccarelli per citare le maggiori) e sorgono i grandi casali: Villa Jacobini, Casa Petrella, Casa Balzani (in seguito Villa Bonelli) e il Convitto Vigna Pia. Nel 1877 sorge la struttura militare di Forte Portuense. L’edificazione moderna inizia nel Primo Novecento nelle forme dei villini, cui seguono nel Dopoguerra caseggiati a maggior densità abitativa. Oggi è possibile individuare nel quartiere tre nuclei principali: Vigna Pia, Santa Silvia e Villa Bonelli, cui corrispondono grossomodo tre chiese parrocchiali: Sacra famiglia, Santa Silvia, Nostra Signora di Valme. I dati comunali al 31 dicembre 2008 indicano una popolazione residente di 29.771 abitanti. |
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La Tomba A al Drugstore di Antonello Anappo
Dal drugstore di via Portuense, 313 (oggi chiuso al pubblico) si accede ad un complesso funerario di 5 ambienti, frequentato dal I al IV sec. d.C. La camera A, scavata nel tufo con volta a botte, ha intonaci giallo e porpora, e pavimenti in mosaico bianco e nero, con le rapresentazioni dionisiache di Licurgo inebriato che assale la ninfa Ambrosia e delle fasi della vendemmia. La camera B è un piccolo locale in mattoni con pitture floreali, preceduto da un recinto esterno per le urne cinerarie dei servi. L’ambiente C, di importanza minore, intagliato nel tufo e intonacato di bianco, conservava i resti di un bimbo di 4 anni. La camera D, anch’essa scavata nel tufo e con intonaci giallo e porpora, presenta quattro file di nicchiette, in cui si leggono graffiti i nomi dei defunti. Vi è stato trovato il corredo in oro di una bimba di 10 anni e quattro sarcofagi, uno dei quali rievoca il culto esotico di Helios e Selene, simboli del ciclo giorno-notte. L’ambiente E, di importanza minore, in muro reticolato e blocchetti di tufo, ha al centro una vasca rettangolare profonda 40 cm. Il sito, che in precedenza ospitava gli Stabilimenti Purfina, è stato scoperto nel 1966 durante la costruzione di una palazzina, e studiato a partire dal 1982. I materiali più preziosi sono oggi al Museo nazionale romano.
Il Drugstore (parte della più vasta Necropoli Portuense) è un sito necropolare di età romana, situato in via Portuense, 313, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
Credits:
On line dal 23/10/2007, 852 letture.