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Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Il Ponte Marconi - L’imbarco di Ponte Marconi - I lucchetti dell’amore - Marconi - Arvalia e la linea del tempo - La Cisterna di Pozzo Pantaleo - Il tratto di Via Campana - Le Terme di Pozzo Pantaleo - La Mansio della Via Portuensis - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Necropoli Portuense

Nel 1947 la necropoli di Pozzo Pantaleo ha restituito cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (54-68 d.C.).

A differenza dei primi “corpores custodes” (schiavi devotissimi addetti all’incolumità dell’imperatore) le milizie private al tempo di Nerone non sono più devote come un tempo, e i componenti godono dello stato di “peregini” (stranieri di condizione libera), riuniti in corporazione para-militare, che replica al suo interno le strutture dell’esercito regolare. L’unità organizzativa della corporazione è la “decuria”, sorta di “famiglia d’armi” di 10 militi, con vincoli molto stretti. assimilabili alla parentela di sangue.

I cinque cippi di Pozzo Pantaleo, 2 m circa di altezza e con la sommità stondata, citano il nome del milite, la sua decuria e il confratello che ne diviene erede, e recano la sobria decorazione di una corona di foglie, premio per la valorosa condotta marziale. Di cinque stele solo 3 sono integre, e conservano i nomi di Fannius, Gamo e Indus. Fannio è il più giovane (appena 17 anni, della decuria di Cotino), mentre Indus è il più anziano. L’epigrafe di quest’ultimo recita: “Indo, straniero di condizione libera, guardia imperiale della decuria di Secondo, è morto a 35 anni e qui giace. Il fratello d’armi Eumene diviene suo erede e pone questa lapide”.

Numerosi fonti (Giovanni Antiocheno, frammento 91n, e Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, xix) affermano però che furono proprio i “fratelli” Germani a favorire l’uccisione di Nerone. Svetonio (Vita di Galba, 12), riferisce che Galba volle cautelarsi, abolendo la corporazione: “Germanorum cohortem dissolvit ac sine commodo ullo remisit in patriam” (li sciolse e li rimandò a casa “senza buonuscita”). Le guardie d’élite erano comunque necessarie: Traiano ne ripristina la funzione, nel corpo degli “equites singulares”. Le cinque stele sono oggi al Museo nazionale romano (Giardino delle Terme).

 

 

La Necropoli di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Necropoli Portuense (immagine aerea)

La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza).

Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo.

Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale.

Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi.

 

 

Il Ponte Marconi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte Marconi

Ponte Marconi unisce le due sponde di Pietra Papa e San Paolo con un impalcato continuo in acciaio e cemento di 235 m sorretto da piloni.

Il progetto risale al 1937 ed è dedicato allo scienziato Guglielmo Marconi, che per primo diffuse nell’etere le onde radio. Dopo l’interruzione forzata durante la Guerra il ponte è completato nel 1954 ed ammodernato e ampliato nel 1975. La sezione attuale è larga 32 m ed ospita 2 corsie per senso di marcia e marciapiedi panoramici dai parapetti in travertino.

Fra estate e autunno è possibile osservare lo spettacolo della caccia fluviale: aironi cinerini (color grigio) e garzette (bianco) stazionano immobili sui bassi fondali della riva sinistra (alle darsene romane), mentre gabbiani e cormorani (nero) si tuffano in picchiata sul profondo canalone davanti la riva destra. Uno studio di Marevivo ha censito in questo tratto anguille, cavedani, rovelle, carpe, cefali in risalita dal mare e i rari barbo e lampreda di fiume. La fauna golenale annovera rana verde, biscia d’acqua e nutria. Tra le specie della vegetazione ripariale si contano salice bianco, pioppo, ontano comune e varietà nostrane di canneto.

L’argine destro è percorso dalla pista ciclabile. Dal 2003 in riva sinistra si trova la stazione dei battelli fluviali.

 

 

L’imbarco di Ponte Marconi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Imbarco fluviale di Ponte Marconi

Dal 27 aprile 2003 funziona un collegamento di linea fra ponte Marconi e ponte Amedeo d’Aosta (orario 7,25-19, partenze ogni 20 minuti)e fra Ponte Marconi e Ostia antica (9,15 andata e 11,30 ritorno, da venerdì a domenica). L’imbarco è costituito da una banchina galleggiante.

In direzione Roma i battelli fermano anche a Ripa Grande, Calata  Anguillara (Isola Tiberina), Ponte Sisto, Molo di Castel Sant’Angelo, Ponte Cavour e Ponte Risorgimento. All’Isola Tiberina, dove esiste una soglia di fondo, si cambia di battello con un piccolo percorso a piedi. In direzione Ostia non esistono fermate, anche si progettano imbarchi a Ponte della Magliana, Idrovore della Magliana e Mezzocammino.

La navigazione di linea è curata da “Battelli di Roma” con 6 imbarcazioni: l’ammiraglia Agrippina Maggiore, le navi di linea Calpurnia, Cornelia e Livia Drusilla, e le piccole Rea Silvia e Cecilia Metella. La navigazioen turistica è curata da una cooperativa che dispone di 2 imbarcazioni: Ciclone e Invincibile.

Soprattutto in estate sono istituite corse serali e partenze speciali per il mare (Porto turistico di Ostia), Isola Sacra (Capo Due Rami) e addirittura le Secche di Tor Paterno in mare aperto.

 

 

I lucchetti dell’amore

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte Marconi

I romanzi adolescenziali di Federico Moccia e le pellicole “Tre metri sopra il cielo” e “Ho voglia di te” hanno avuto un’appendice in Riva Portuense. Nel secondo film i protagonisti si scambiano l’eterna promessa d’amore serrando un lucchetto al lampione di Ponte Milvio e gettando via la chiave nel Tevere a farvi da guardiano. Poco dopo l’uscita nei cinema (marzo 2007) però il lampione di ponte Milvio è stato preso di mira dai vandali, e alcuni innamorati portuensi hanno preferito serrare i lucchetti al parapetto nord di ponte Marconi.

In “Tre metri sopra il cielo” (2004) Moccia racconta la storia tra la “perfettina” Babi (Katy Saunders) e il ribelle Stefano (Riccardo Scamarcio). I due superano le difficoltà dovute alla diversa estrazione sociale, ma, con grande disappunto del pubblico, Stefano abbandona Babi e va in America alla ricerca di se stesso.

Nel seguito, “Ho voglia di te” (2006), Stefano torna a Roma e conosce la volitiva Ginevra (Laura Chiatti). I due si giurano amore eterno agganciando il lucchetto, ma la vecchia fiamma Babi ricompare e concupisce Stefano. Ginevra è incapace di perdonare: ci vorranno una gigantesca scritta “Ho voglia di te” sull’isola Tiberina e il Tevere che onora sempre le sue promesse a far rifiorire l’amore.

Il film, mito intramontabile per le giovanissime, banale operazione commerciale per i critici, ha avuto un enorme successo. Anche un anonimo “Pasquino” portuense ha detto la sua, incidendo accanto ai lucchetti la scritta: “Avete rotto”.

 

 

Marconi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia

Marconi è la prima delle sette sezioni urbanistiche del Municipio XV (insieme a Magliana Nuova, Portuense, Corviale, Trullo, Magliana Vecchia e Ponte Galeria), di cui costituisce la parte più vicina al Centro storico.

Le testimonianze archeologiche più antiche sono localizzate alla Ex Mira Lanza, con resti di una postazione commerciale sul Tevere di epoca arcaica. Il popolamento dell’area è compreso tuttavia tra la fine dell’epoca repubblicana (Horti di Cesare) e l’inizio di quella imperiale (Via Portuensis, Villa di Pietra Papa), quando i ceti sociali più deboli di Roma (ma economicamente più vitali: artigiani, portuali, liberti, stranieri) si insediano nella fascia extraurbana a ridosso del Trans Tiberim. In epoca medievale le fonti attestano il ripopolamento agrario (Piana di Pietra Papa) fin dall’anno Mille. Con la costituzione dello Stato unitario nell’area si insediano le prime attività produttive (Mira Lanza, Molini Biondi, Porto fluviale). Nel Dopoguerra inizia l’edificazione in forme intensive, lungo il tridente Oderisi da Gubbio - Viale Marconi - Lungotevere, con origine da Piazzale della Radio.

Il nome del quartiere deriva dalla sua arteria principale (Viale Guglielmo Marconi) che ne attraversa longitudinalmente il territorio da Ponte Marconi al sottopasso di Porta Portese. I confini attuali, determinati nel 1977, comprendono, oltre l’area pianeggiante disegnata dall’ansa fluviale e dalla Ferrovia Roma-Pisa (Pietra Papa), anche la fascia precollinare lungo l’asse di via Quirino Majorana (Ex Purfina e Nuovo Trastevere).

I dati comunali al 31 dicembre 2008 indicano una popolazione residente di 35.111 abitanti.

 

 

Arvalia e la linea del tempo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Pianta delle Grandi tenute portuensi frontistanti il Tevere

L’Archivio Storico Portuense segue un modello lineare del tempo, con gli eventi ordinati in sequenza, secondo l’ordine del prima e del poi. Taluni eventi sono chiamati cesure storiche, perché - portando con sé un cambiamento del tipo di società - determinano anche un passaggio di epoca. Il modello ha individuato nella storia locale 8 eventi di cesura e, conseguentemente, 9 epoche.

L’Epoca arcaica va dalle origini al 509 a.C., anno della cacciata del re Tarquinio il Superbo e dell’instaurazione della Repubblica. Questa nuova fase si chiude nel 31 a.C., quando Ottaviano, sconfitti i rivali, assume il potere assoluto. L’Impero termina a Roma con una data simbolica, il 410 d.C., anno del saccheggio dei Goti. Il lungo sonno del Medioevo termina nel 1471, con l’avvento di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, grandi frequentatori della Tenuta della Magliana. Abbiamo scelto di unificare la breve stagione del Rinascimento ai due secoli della Decadenza (Seicento e Settecento), facendo terminare questa epoca nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche.

Segue una fase di straordinaria fioritura urbanistica, il Primo Ottocento, segnata dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformatori dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia una nuova epoca, quella del Risorgimento e della nascita del Regno unitario d’Italia. La Marcia su Roma del 1922 apre il Ventennio fascista, che si conclude con la Liberazione del 1944. Da qui ai giorni nostri parliamo infine di Epoca contemporanea.

Il modello comprende anche due epoche supplementari: il Futuro, dove classifichiamo i beni culturali progettati ma non ancora realizzati, e una categoria residuale, che include i beni paesistici, per i quali la nozione del tempo storico non rileva.

 

 

La Cisterna di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Via Campana

La Cisterna di Pozzo Pantaleo è un mausoleo di forma circolare, la cui struttura, successivamente foderata di malta idraulica, è stata reimpiegata come cisterna.

L’edificio viene indagato tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. L’edificio ha pianta circolare ed è in opera laterizia. Esternamente si trovava un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo aperto a nord.

L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, riutilizzati anch’essi come cisterna, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina.

Questa terza campagna di scavi ha permesso una datazione complessiva dell’area archeologica, compresa tra la metà del I sec. d.C. e un’epoca successiva al IV sec. d.C., ossia dalla prima età imperiale fino al periodo paleocristiano, con una frequentazione probabilmente anche successiva, forse già altomedievale.

 

 

Il tratto di Via Campana

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Tratto di Via Campana a Pozzo Pantaleo

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana.

L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere.

Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio.

Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Terme di Pozzo Pantaleo

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

 

 

La Mansio della Via Portuensis

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Mansio di Pozzo Pantaleo (immagine aerea)

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar.

Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato.

Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso.

L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole).

 

 

Credits:

On line dal 17/08/2004, 793 letture.