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Il Vecchio Ponte della Magliana

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Vecchio Ponte della Magliana - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Vivaldi-Pasqua, pioniere dell’aria - La Magliana vista dall’E42 - Battaglia al Quinto caposaldo - La resa del Quinto Caposaldo - Il Ponte di Mezzocammino - Il Ponte dell’Aeronautica - Le donne di Ponte di ferro - Caproni, maestro senza metodo - I Molini Biondi - Vicus Alexandri - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Il Vecchio Ponte della Magliana

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il vecchio ponte della Magliana, in una foto d'epoca

Il Vecchio Ponte della Magliana è un attraversamento fluviale, oggi non più esistente, la cui memoria è legata alla sanguinosa notte di combattimenti fra l’8 e il 9 settembre 1943.

Si tratta di un ponte di ferro, sorretto da piloni in muratura, la cui collocazione originaria (a fine Ottocento) è nel Settore nord di Roma, con transito a pedaggio. Terminata la concessione il ponte viene smontato e rimontato alla Magliana, con l’aggiunta di una campata centrale apribile per il transito dei vaporetti. Le cronache parlano del ponte nel 1905, per la visita di Sibilla Aleramo alla comunità di pastori stanziata al vicino fosso di Papa leone; nel 1910, per l’incidente in cui perde la vita l’aviatore Vivaldi-Pasqua; e nel 1937, per la grande alluvione della Magliana: il ponte, semisommerso, resiste alla piena. Nel 1943 il ponte costituisce il Quinto caposaldo del sistema difensivo di Roma, sotto la responsabilità del 1° Reggimento della 21a Divisione Granatieri di Sardegna.

Viene assaltato alle ventuno dell’8 settembre dai paracadutisti tedeschi della 2a Divisione Fallshirmjäger. Il ponte viene difeso, perso all’una, riconquistato e riperduto nella nottata, e infine riconquistato dagli Italiani alle sette del mattino (da un contingente composto di Lancieri di Montebello, Carabinieri e Coloniali) per essere abbandonato poco dopo. La Battaglia di Ponte della Magliana è considerata il primo atto della Battaglia di Roma: l’ostacolo frapposto alla avanzata tedesca fa guadagnare ore preziose per organizzare le difese della Montagnola, di San Paolo, Porta San Paolo e del Centro città.

Sulle ragioni che rendono necessario l’abbattimento del ponte esistono solo fonti orali. Una versione vuole il ponte compromesso durante la terribile nottata di combattimenti; un’altra vuole il ponte colpito dalle bombe il 12 febbraio 1944, durante l’attacco aereo alla stazione ferroviaria di Mercato Nuovo (oggi fermata Eur-Magliana della Metro B). Il ponte è comunque all’epoca già vetusto: il progetto di demolizione e rifacimento esisteva già dal 1930, a firma dell’architetto Raffaelli. Del vecchio ponte sono ancora oggi visibili, in riva sinistra, la stampella su via del Cappellaccio e la cabina dei comandi elettrici e, in riva destra, la stampella su via Asciano e le strutture di un piccolo imbarcadero.

 

 

Vivaldi-Pasqua, pioniere dell’aria

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Trullo

Vittorio Ugolino Vivaldi-Pasqua marchese di San Giovanni è il primo caduto dell’aviazione italiana, schiantatosi in un terribile impatto al suolo il 20 agosto 1910, nei pressi di Ponte della Magliana.

Vivaldi-Pasqua nasce a Genova, il 2 luglio 1885. Avviato alla carriera militare, consegue il grado di tenente di cavalleria nel 25° Lancieri di Mantova e fa parte del Battaglione specialisti del Genio. A 24 anni apprende i rudimenti dell’aria alla École de Mourmelon in Francia ed acquista a sue spese un aereo Farman con motore Renault da 65 cavalli. Nell’aprile 1910 prosegue le esercitazioni in Italia, sorvolando per primo i cieli di Bologna, distinguendosi per non comuni ardimento e passione. Nell’estate è a Roma, con il tenente-pilota Umberto di Savoia, con cui condivide la passione per il volo. Il 18 agosto, presso il Campo di Centocelle, ottiene il brevetto aeronautico n. 6 del Regno d’Italia.

La sorte, appena due giorni dopo, lo lega ad un tragico destino. L’ultimo volo, con partenza da Centocelle, prevede il sorvolo di Maccarese, Ladispoli e Civitavecchia. Tutto fila liscio ma, al ritorno, giunto alla Magliana, il motore si arresta. Lo schianto al suolo, poco distante da Ponte sul Tevere, è terribile. Vivaldi-Pasqua muore sul colpo. Ha appena 25 anni.

Lo ricorda una targa nel Museo storico del Genio militare di Roma, posta a fianco del rottame del motore. La sua biografia è narrata nel libro Salvat ubi lucet di Mauro Antonellini, ed anticipata nel n. 78 della rivista specializzata Ali antiche.

 

 

La Magliana vista dall’E42

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Operai al lavoro per la costruzione dell'E42. Sullo sfondo Pian Due Torri

L’espansione di Roma verso il mare inizia a metà anni Venti, con una serie di opere pioniere: la Ferrovia del Lido, la Via del mare, il Porto fluviale, l’Idroscalo di Ostia, seguite dai progetti di Snodo merci di Ponte Galeria, Rettificazione del Tevere a Mezzocammino e Aeroscalo alla Magliana.

Il primo disegno urbanistico complessivo compare nel Progetto-documento per l’Esposizione del 1942 di Vittorio Cini. Cini propone di realizzare “nuclei urbani senza soluzioni di continuità tra vecchio e nuovo”, nelle aree lasciate libere dall’ultimo Piano regolatore, risalente al 1931. Il nucleo urbano terminale è previsto ad Ostia, mentre il nucleo intermedio, il quartiere espositivo E42, è previsto tra la Magliana e le Tre fontane. Mussolini stesso ne approva il progetto il 14 febbraio 1937.

Alla Magliana avrebbero dovuto sorgere un Ponte monumentale e una Grande Circonvallazione ferrotranviaria. Un aneddoto popolare vuole che l’agronomo portuense Michelangelo Bonelli si sia opposto ai progetti di urbanizzazione, rifiutandosi di vendere, per qualunque prezzo, i 70 ettari della Tenuta Due torri, ancora florida nonostante un decennio continue inondazioni del Tevere.

Tuttavia, la decisione di limitare l’E42 alle sole Tre Fontane ebbe cause più concrete: edificare la Magliana avrebbe richiesto enormi costi di arginatura, di reinterro per le parti più basse e l’avvio di una bonifica sanitaria generale.

 

 

Battaglia al Quinto caposaldo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Una moto Alce, in dotazione alla PAI, esposta presso la Città militare della Cecchignola

Alle 19,45 dell’8 settembre 43 Badoglio annuncia per radio l’armistizio con gli Alleati. Tre quarti d’ora dopo le truppe tedesche sono alla periferia sud di Roma.

Alle 20,30 i paracadutisti della 2a div. Fallschirmjäger espugnano il caposaldo di Vitinia, il deposito carburanti di Mezzocammino e il blocco stradale che precede Ponte della Magliana. Alle 21 sono al “Quinto caposaldo”, un complesso difensivo delimitato dal ponte, dalle batterie di artigliera poste sulla scalinata del Palazzo dell’Impero e da forte Ostiense, dove si trovano 800 uomini del 1° reggimento della 21a div. Granatieri di Sardegna.

I Tedeschi chiedono di parlamentare col comandante di caposaldo Meoli. Ma è una trappola: Meoli è fatto prigioniero, mentre il delegato tedesco, condotto al comando della Garbatella, apostrofa il gen. Solinas dicendo che ‘la guerra degli Italiani è finita’. Solinas regisce con un ultimatum: se entro le 22,10 non saranno restituiti uomini e blocco stradale i granatieri attaccheranno.

Due vampe sulla collina E42 segnano l’apertura del fuoco e l’assalto, condotto dal III battaglione. I tedeschi rispondono con un contrattacco in massa di paracadutisti e artiglieri, e lanciano altri 4 attacchi simultanei verso i capisaldi n. 6, 7 e 8 e dentro l’E42. A Mezzanotte la mischia è furibonda. I registri annotano: “situazione critica”. E Solinas scrive: “Salve di artiglieria, raffiche di mitragliatrici, scoppi di bombe a mano si susseguono senza interruzione”.

All’una la Fallschirmjäger sferra un nuovo attacco. I feriti sono accolti nelle case della Montagnola e all’ospedale allestito dalle suore di S. Anna al forte. Si raccontano episodi eroici: Suor Teresina affronta armata di un crocifisso in ottone un tedesco a mitra spianato; le altre suore incuranti delle bombe raccolgono i feriti dal campo di battaglia; la croce rossa sulle giubbe, mancando il colorante, è dipinta col sangue.

Nella notte al forte arrivano armi e munizioni, ma è ormai iniziato l’ultimo decisivo attacco tedesco: cadono il ponte e il Palazzo dell’Impero, e i granatieri arretrano dentro il forte. Alle 5,50 le artiglierie italiane vengono ridirette dai tedeschi contro il bastione di forte Ostiense. Alle 7, racconta il cappellano Don Pietro, “non c’era più un vetro sano”. Quando il forte viene incendiato tocca a lui formalizzare la resa.

Quando tutto sembra perduto arrivano in rinforzo 3 squadroni dei Lancieri di Montebello con autoblindo e semoventi, insieme ad un battaglione di allievi carabinieri e 200 guardie coloniali.

Alle 7 il col. Giordani lancia più attacchi simultanei disorientando i tedeschi, e il II battaglione si reimpossessa dell’E42. L’azione principale è sotto il cavalcavia ferroviario dell’Ostiense: carabinieri e coloniali, in inferiorità di artiglierie, costringono i tedeschi ad arretrare. Orlando De Tommaso, comandante degli allievi carabinieri, morirà da eroe: “mosse i suoi all’attacco con slancio superbo. Dopo tre ore di aspra lotta non esitava a balzare in piedi allo scoperto, sulla strada furiosamente battuta. Colpito a morte da una raffica di arma automatica, cadeva gridando: ‘Avanti, viva l’Italia!’”. I tedeschi arretrano, i coloniali li incalzano. Alle 10 del mattino anche il Quinto caposaldo è riconquistato.

Le luci del giorno contano 38 morti e portano la battaglia alla Montagnola, con i civili a fianco dei regolari. Il partigiano De Filippi, il fornaio Roscioni e il cap. Incannamorte diventeranno eroi. Il giorno seguente la battaglia è S. Paolo, poi S. Giovanni e Termini. Il 12 Roma è occupata: lo sarà fino al 4/6/44.

 

 

La resa del Quinto Caposaldo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Via Ostiense, salita di via del Cappellaccio

All’una della notte tra l'8 e il 9 settembre 1943 la II divisione germanica Fallschirmjäger riceve rinforzi e lancia una seconda violenta offensiva contro il Caposaldo della Magliana. I Tedeschi si impadroniscono del Ponte, per poi perderlo, riconquistarlo e infine riperderlo.

I feriti sono numerosi da entrambe le parti. Quelli italiani sono raccolti dentro forte Ostiense e assistiti dalle suore di Sant’Anna, che fanno la spola con il campo di battaglia, incuranti delle bombe. Un macabro aneddoto vuole che, essendo finito il colorante, le suore si fossero rese riconoscibili disegnando una croce rossa sulle vesti con il sangue. Un altro aneddoto vuole che Suor Teresina, di fronte ad un tedesco che le sbarrava il passaggio a mitra spianato, lo abbia affrontato con una croce in ottone.

A notte fonda i Tedeschi lanciano il terzo e decisivo attacco. Nel frattempo gli italiani hanno ricevuto dei rinforzi, ma decidono di non contrattaccare. Si rivelerà un errore: i tedeschi si impadroniscono senza contrasto del Palazzo dell’Impero (oggi della Civiltà italiana), di Ponte della Magliana e poi dell’intero Caposaldo n. 5. Gli italiani riparano confusamente dentro forte Ostiense.

Alle 5,50 le artiglierie italiane di Palazzo dell’Impero sono ridirette contro il bastione centrale di forte Ostiense, e il forte è posto sotto un pesante cannoneggiamento. Sappiamo, dalle note del cappellano militare don Pietro che dentro il forte “alle 7 non v’è più un vetro sano”. Quando nel forte scoppia un terribile incendio, tocca a don Pietro formalizzare la resa.

 

 

Il Ponte di Mezzocammino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte di Mezzocammino

Il Ponte monumentale di Mezzocammino è un attraversamento sul Tevere, fra le due sponde di Mezzocammino e Spinaceto, realizzato nel 1938.

Il 10 luglio 1938 la Società anonima Tudini & Talenti presenta all’Ufficio Tevere un elaborato per un ponte su piloni, in sostituzione della chiusa a paratìe mobili la cui costruzione era stata interrotta dopo la piena eccezionale del 1937. Il ponte misura 362,5 m (385 m compresi i muri di accompagno) e si sviluppa su 15 campate: 5 interamente in acqua (la distanza fra le pile è di 34 m), 4 intermedie in golena e 6 a sbalzo sulla terraferma. La campata centrale è, in origine, apribile. L’opera comprende un muraglione di 545 m sulla Riva Sinistra e una Cabina di comando.

Le 4 pile d’alveo sono impiantate con fondazione pneumatica a quota -25,7 m sotto il livello del mare, su cassoni in cemento armato di 24 m di lunghezza × 7,5 di larghezza. Le murature sono in tufo, mentre i rivestimenti esterni sono in calcestruzzo cementizio leggermente armato e travertino. Le travate Gerber dell’impalcato sono collocate sulle pile con appoggi in materiali innovativi (lega di piombo e acciaio inox con calcestruzzo cementizio armato). La carreggiata misura 9 m, con marciapiedi di 2 m per ogni lato.

Dal 1951 il ponte è inserito nel tracciato del Grande Raccordo Anulare. I crescenti volumi di traffico hanno reso necessaria la costruzione a valle di un secondo ponte e poi di un terzo ponte a scorrimento veloce. Dal 2003 il ponte di Mezzocammino, classificato come monumento nazionale, è utilizzato per la sola viabilità in immissione dalla Via del Mare alla nuova carreggiata interna del GRA.

 

 

Il Ponte dell’Aeronautica

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Perforazioni pneumatiche presso l'Ansa di Spinaceto a Mezzocammino (1937-38)

Il Ponte dell’Aeronautica è un’opera di ingegneria idraulica, progettata nel 1937 e mai realizzata.

Essa si compone di una chiusa sul Tevere (Sbarramento manovrabile) e di una strada carrabile che corre al di sopra della chiusa fra le due rive del fiume (Ponte di servizio). Il progetto è datato 20 aprile 1937 e fa parte del gruppo di opere per la rettificazione del Tevere in località Spinaceto-Mezzocammino (Drizzagno), con annesse opere di scavo di un bacino idrico artificiale per il decollo e l’ammaraggio degli idrovolanti (da ciò deriva il nome di Ponte dell’Aeronautica). Il contratto, affidato dall’Ufficio Tevere alla Società anonima Tudini e Talenti il 24 settembre 1937, prevede la costruzione di un ponte-chiusa lungo 195 m, con pile d’alveo poste a 17 m di distanza l’una dall’altra, in cui le luci fra le pile sono chiuse da paratie mobili.

Le terebrazioni nel sottosuolo restituiscono il quadro di un terreno incredibilmente inadatto: c’è uno strato superficiale di torbe povere, e sotto un bancone di argille plastiche e sabbiose costantemente sature di umidità. Solo a quota -35 m sotto il livello del mare si trovano le buone argille turchine sufficientemente compatte in grado di sorreggere le pile della chiusa. Mentre i ragionieri sono all’opera per stimare gli enormi costi dell’opera, il 18 dicembre 1937 il Tevere, in piena eccezionale, travolge il cantiere.

La Commissione speciale nominata dal Ministero dei Lavori Pubblici per decidere le sorti della chiusa, nel luglio 1938, ordina di interrompere i lavori.

 

 

Le donne di Ponte di ferro

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Le dieci donne di Ponte di ferro (bronzo). Particolare

Pubblichiamo il tema svolto nel 2008 da un alunno di quinta elementare della scuola Cuoco, in ricordo delle donne uccise dai nazifascisti al Ponte dell’Industria il 7 aprile 1944.

   Li ho guardati tutti quei visi di donne scolpiti sul bronzo, cinque rivolti a destra e cinque rivolti a sinistra. Forse cercavano un aiuto prima di essere fucilate. Ho letto i loro nomi incisi sul bordo della lastra di bronzo inserita in una stele di granito.

Di loro sappiamo solo che la mattina del 7 aprile 1944 erano arrivate ai forni della Tesei, nel quartiere Ostiense, per procurarsi un po’ di pane e farina per i propri figli. La città era occupata e affamata dai nazi-fascisti e quel giorno l’esercito tedesco si stava rifornendo a quei forni. La Polizia Africa Italiana, complice delle SS, le denunciò, decidendo così della loro fucilazione.

Lo storico Cesare De Simone ha trovato i loro nomi nei Mattinali della Questura di Roma: Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoiesi e Silvia Loggreolo. Racconta Padre Efisio che, quando fu chiamato per la benedizione, al muro di destra del Ponte dell’Industria il corpo di una delle dieci donne era stato gettato sulla sponda del Tevere: era giovane e bella ed era stata violentata.

A ricordo di quella brutale strage è stata posta la stele con i volti in bronzo, il 7 aprile del 2003. Se voi venite da via Ostiense, verso viale Marconi, sulla via del Porto fluviale fermatevi davanti alla lapide che si trova sulla destra del ponte. Questo non è ricordato tra i grandi monumenti di Roma, non celebra vittorie, ma ricorda a tutti la violenza della guerra e il coraggio disperato delle madri..

Michele Crocco è lo scultore del bassorilievo di bronzo che ha dato di nuovo vita agli sguardi e alle voci di quelle donne[1] .

 



[1] Il tema è stato letto il 25 aprile 2009 di fronte alla Stele di Ponte di ferro, durante l’iniziativa di Commemorazione e patrocinio della semina della cultura storica in tema di democrazia promossa dal Circolo PD Marconi, che ringraziamo.

 

 

 

Caproni, maestro senza metodo

di Pamela Di Lodovico e Antonello Anappo

 

 

 
 
Giorgio Caproni, maestro alla Scuola Pascoli

Un convegno ricorda in questi giorni Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario.

Caproni nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia. Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina.

Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l’adesione al Partito Socialista.

Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: « Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità ». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida.

Negli Anni Cinquanta collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali - tra cui Pratolini, Cassola e Fortini - ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: « È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di ‘non insegnare’, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee ». Il 1959 è l’anno di Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti - Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza - con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga.

Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: « Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ».

Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini. Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un « maestro senza metodo ». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: « Ero la disperazione dei direttori didattici! ».

Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: « Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti? ». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma.

Il libro Feci il maestro per caso, di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, rilegge gli appunti di Caproni in oltre 30 registri e si interroga, raccogliendo gli insegnamenti del Maestro, sulle sfide della scuola attuale. La biblioteca personale del poeta e materiali del Fondo Caproni sono oggi alla Biblioteca di via Cardano.

 

 

I Molini Biondi

di Andrea Di Mario e Antonello Anappo

 

 

 
 
I Molini Biondi

I Molini Biondi sono un complesso produttivo dei Primi del Novecento, oggi adibito a centro residenziale e commerciale.

Nel 1905 la Società Italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze rileva il preesistente Mulino Städlin (di modeste dimensioni, costruito nel 1885 nella Vigna Costa a ridosso del Ponte dell’Industria), per ampliare il suo mercato alla Capitale italiana, in continuo incremento demografico e con sempre crescenti esigenze alimentari. La scelta del sito privilegia la vicinanza al Tevere e alla ferrovia, vie di collegamento veloci ed efficienti per l’approvvigionamento delle materie prime (i cereali) e la distribuzione del prodotto finito (le farine in sacchi). I lavori di elevazione e ampliamento, diretti dall’ingegner Antonio Fiory, si protraggono fino al 1907. Negli anni successivi la costruzione del nuovo tracciato ferroviario determina un esproprio di 6 ettari di terreno; la trasformazione del Ponte dell’Industria in strada carrabile (l’odierna via Antonio Pacinotti) modifica gli accessi e ridisegna i raccordi con la rete ferroviaria nazionale.

La strutture hanno l’aspetto architettonico dei caseggiati industriali nord-europei. Il corpo principale, lungo 62 m e alto 28, presenta quattro ordini sovrapposti di finestre rettangolari, con partiture di mattoni a vista. Internamente i vari piani - divisi da solai sostenuti da colonnine in ghisa - ospitano le motrici a vapore, i trasformatori per l’energia elettrica, gli impianti per la macinazione del grano e la raffinazione delle farine, e grandi silos di stoccaggio. Un edificio adibito ad uffici e la palazzina degli alloggi degli operai completano la struttura.

Lo stabilimento cessa le attività intorno alla metà del Secolo scorso. A partire dal 2000 il complesso, rilevato da privati, è stato ristrutturato, lasciando intatti i prospetti e ricavandovi all’interno appartamenti e negozi.

 

 

Vicus Alexandri

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Vicus Alexandri

Pagina in aggiornamento.

 

 

Credits:

On line dal 02/04/2002, 2700 letture.