Il Forno al Fosso di Papa Leone
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Forno al Fosso di Papa Leone - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Casale D’Arcangeli - Arvalia e la linea del tempo - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Le donne di Ponte di ferro - Portuense - La Tomba A al Drugstore - La Tomba D al Drugstore - La Tomba E al Drugstore - La Necropoli di Vigna Pia - I Grottoni - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Il Forno al Fosso di Papa Leone di Antonello Anappo
Il Forno al Fosso di Papa Leone è un complesso rurale del XVIII secolo, sito in via Palaia, 201, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970674A, Banchini R. - cat. Tantini G.). |
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Il Casale D’Arcangeli di Antonello Anappo
Casale D’Arcangeli è un piccolo complesso rurale posto sulla sommità nord-est della collina dell’Imbrecciato, in posizione un tempo dominante sul Fosso di Santa Passera, il cui alveo asciutto è oggi percorso da via Pietro Frattini. Nel 2005 è stato catalogato dalle Belle Arti, dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970742). È identificato tra i « beni d’interesse storico-monumentale ». Il caseggiato, del XIX sec. circa, del tipo rurale della campagna romana, è costituito da un corpo doppio a piante rettangolari, con elevazioni di uno o due piani e coperture a falda singola o doppia. Le murature sono in tufo, laterizi e pietre, ricoperte ad intonaco. Sono presenti dei corpi minori e un ricovero per mezzi agricoli, di edificazione successiva. Il fondo agricolo è caratterizzato da un uliveto, segnalato per pregio, produttività ed estensione nel Piano costitutivo della Riserva naturale regionale Valle dei Casali. L’accesso attuale, a monte, è dal civico 191 di via dell’Imbrecciato, mentre l’ingresso storico era probabilmente da fondovalle. Della piccola tenuta della famiglia D’Arcangeli faceva parte anche un secondo complesso rurale, situato nel fondovalle, oggi in condizioni degradate. |
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Arvalia e la linea del tempo di Antonello Anappo
L’Archivio Storico Portuense segue un modello lineare del tempo, con gli eventi ordinati in sequenza, secondo l’ordine del prima e del poi. Taluni eventi sono chiamati cesure storiche, perché - portando con sé un cambiamento del tipo di società - determinano anche un passaggio di epoca. Il modello ha individuato nella storia locale 8 eventi di cesura e, conseguentemente, 9 epoche. L’Epoca arcaica va dalle origini al 509 a.C., anno della cacciata del re Tarquinio il Superbo e dell’instaurazione della Repubblica. Questa nuova fase si chiude nel 31 a.C., quando Ottaviano, sconfitti i rivali, assume il potere assoluto. L’Impero termina a Roma con una data simbolica, il 410 d.C., anno del saccheggio dei Goti. Il lungo sonno del Medioevo termina nel 1471, con l’avvento di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, grandi frequentatori della Tenuta della Magliana. Abbiamo scelto di unificare la breve stagione del Rinascimento ai due secoli della Decadenza (Seicento e Settecento), facendo terminare questa epoca nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche. Segue una fase di straordinaria fioritura urbanistica, il Primo Ottocento, segnata dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformatori dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia una nuova epoca, quella del Risorgimento e della nascita del Regno unitario d’Italia. La Marcia su Roma del 1922 apre il Ventennio fascista, che si conclude con la Liberazione del 1944. Da qui ai giorni nostri parliamo infine di Epoca contemporanea. Il modello comprende anche due epoche supplementari: il Futuro, dove classifichiamo i beni culturali progettati ma non ancora realizzati, e una categoria residuale, che include i beni paesistici, per i quali la nozione del tempo storico non rileva. |
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La Necropoli di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza). Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo. Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale. Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi. |
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Le donne di Ponte di ferro di Antonello Anappo
Pubblichiamo il tema svolto nel 2008 da un alunno di quinta elementare della scuola Cuoco, in ricordo delle donne uccise dai nazifascisti al Ponte dell’Industria il 7 aprile 1944.
Di loro sappiamo solo che la mattina del 7 aprile 1944 erano arrivate ai forni della Tesei, nel quartiere Ostiense, per procurarsi un po’ di pane e farina per i propri figli. La città era occupata e affamata dai nazi-fascisti e quel giorno l’esercito tedesco si stava rifornendo a quei forni. La Polizia Africa Italiana, complice delle SS, le denunciò, decidendo così della loro fucilazione. Lo storico Cesare De Simone ha trovato i loro nomi nei Mattinali della Questura di Roma: Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoiesi e Silvia Loggreolo. Racconta Padre Efisio che, quando fu chiamato per la benedizione, al muro di destra del Ponte dell’Industria il corpo di una delle dieci donne era stato gettato sulla sponda del Tevere: era giovane e bella ed era stata violentata. A ricordo di quella brutale strage è stata posta la stele con i volti in bronzo, il 7 aprile del 2003. Se voi venite da via Ostiense, verso viale Marconi, sulla via del Porto fluviale fermatevi davanti alla lapide che si trova sulla destra del ponte. Questo non è ricordato tra i grandi monumenti di Roma, non celebra vittorie, ma ricorda a tutti la violenza della guerra e il coraggio disperato delle madri.. Michele Crocco è lo scultore del bassorilievo di bronzo che ha dato di nuovo vita agli sguardi e alle voci di quelle donne[1] .
[1] Il tema è stato letto il 25 aprile 2009 di fronte alla Stele di Ponte di ferro, durante l’iniziativa di Commemorazione e patrocinio della semina della cultura storica in tema di democrazia promossa dal Circolo PD Marconi, che ringraziamo.
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Portuense di Antonello Anappo
Portuense è la seconda delle sette sezioni urbanistiche del Municipio XV, di cui occupa il versante collinare alla sinistra della Via Portuense, nel tratto tra la Ferrovia Roma-Pisa e il fosso di Papa Leone (oggi interrato). I confini urbanistici disegnati nel 1977 comprendono solo una parte dell’Area storica portuense, termine con cui si indicano i due lati della Via Portuensis di epoca romana, « ab Janiculo ad mare », cioè dalle pendici del Gianicolo in direzione del mare. Il territorio era allora coperto di distese boschive, e l’impiego del suolo era limitato all’estrazione del tufo (cave di Pozzo Pantaleo) e agli usi funerari (Necropoli Portuense). Dal Rinascimento le Vigne portuensi disegnano un vivace territorio agricolo, solcato dai percorsi di crinale, che sono ancora oggi alla base del sistema viario del quartiere. Tra Sette e Ottocento le tenute si frammentano (fra le famiglie Jacobini, Gioacchini, Neri e Ceccarelli per citare le maggiori) e sorgono i grandi casali: Villa Jacobini, Casa Petrella, Casa Balzani (in seguito Villa Bonelli) e il Convitto Vigna Pia. Nel 1877 sorge la struttura militare di Forte Portuense. L’edificazione moderna inizia nel Primo Novecento nelle forme dei villini, cui seguono nel Dopoguerra caseggiati a maggior densità abitativa. Oggi è possibile individuare nel quartiere tre nuclei principali: Vigna Pia, Santa Silvia e Villa Bonelli, cui corrispondono grossomodo tre chiese parrocchiali: Sacra famiglia, Santa Silvia, Nostra Signora di Valme. I dati comunali al 31 dicembre 2008 indicano una popolazione residente di 29.771 abitanti. |
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La Tomba A al Drugstore di Antonello Anappo
Dal drugstore di via Portuense, 313 (oggi chiuso al pubblico) si accede ad un complesso funerario di 5 ambienti, frequentato dal I al IV sec. d.C. La camera A, scavata nel tufo con volta a botte, ha intonaci giallo e porpora, e pavimenti in mosaico bianco e nero, con le rapresentazioni dionisiache di Licurgo inebriato che assale la ninfa Ambrosia e delle fasi della vendemmia. La camera B è un piccolo locale in mattoni con pitture floreali, preceduto da un recinto esterno per le urne cinerarie dei servi. L’ambiente C, di importanza minore, intagliato nel tufo e intonacato di bianco, conservava i resti di un bimbo di 4 anni. La camera D, anch’essa scavata nel tufo e con intonaci giallo e porpora, presenta quattro file di nicchiette, in cui si leggono graffiti i nomi dei defunti. Vi è stato trovato il corredo in oro di una bimba di 10 anni e quattro sarcofagi, uno dei quali rievoca il culto esotico di Helios e Selene, simboli del ciclo giorno-notte. L’ambiente E, di importanza minore, in muro reticolato e blocchetti di tufo, ha al centro una vasca rettangolare profonda 40 cm. Il sito, che in precedenza ospitava gli Stabilimenti Purfina, è stato scoperto nel 1966 durante la costruzione di una palazzina, e studiato a partire dal 1982. I materiali più preziosi sono oggi al Museo nazionale romano.
Il Drugstore (parte della più vasta Necropoli Portuense) è un sito necropolare di età romana, situato in via Portuense, 313, al Portuense. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
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La Tomba D al Drugstore di Antonello Anappo
Pagina in aggiornamento. |
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La Tomba E al Drugstore di Antonello Anappo
Pagina in aggiornamento. |
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La Necropoli di Vigna Pia di Moena Giovagnoli
Nel luglio 1998, durante lavori di archeologia preventiva per la realizzazione di box auto nell’area tra le vie R. Bianchi, E. Paladini, viale di Vigna Pia e via Portuense, emerse una porzione del vasto Complesso necropolare Portuense, di cui fanno parte anche le aree di Pozzo Pantaleo, dell’ex Drugstore e di via Ravizza. Tutte e quattro le aree si trovano infatti sullo stesso asse viario dell’antica Via Portuensis. I resti sono oggi compresi nella fascia centrale del terreno del ristorante La Carovana, posto su un diverso piano di calpestìo. Gli scavi sono iniziati nel 2000 e sono continuati anche nel biennio successivo. Essi hanno messo in luce strutture funerarie di diverse tipologie, appartenenti a diversi modi di trattare il corpo del defunto: l’inumazione (data la presenza di sarcofagi, tombe a cappuccina e anche fosse ricavate nel terreno, a volte anche distruttive per quanto riguarda i mosaici) e l’incinerazione (sono state trovate ollette e anfore, usate per conservare le ceneri del defunto). Complessivamente, la Necropoli di Vigna Pia risulta articolata in tre sezioni: il Sepolcro di famiglia, l’area del Colombario e un’area con murature oggi ricoperta. Il Sepolcro di famiglia è dedicato da Atilius Abascantus alla defunta moglie Atilia, citata in epigrafe e raffigurata a mezzo busto nel mosaico a tessere bianche e nere. Proprio la scoperta del sepolcro dedicato a questa donna porta gli archeologi a nominare l’intera area, oltre che Necropoli di Vigna Pia, anche Necropoli di Atilia. L’area del Colombario presenta mosaici a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale o geometrico oppure simbolico (come il nodo di Salomone). Il colore che spicca di più sulle pareti, all’inizio identificate solo di colore bianco, è il rosso, il quale delinea anche le nicchie del colombario. Le pareti presentano anche decorazioni a motivo floreale (roselline) oppure volatili, animali ultraterreni (ippocampi) e anche raffigurazioni simboliche di carattere dionisiaco (maschera). È stata evidenziata la presenza di fumo sulle pitture: queste tracce stanno ad indicare l’uso di una cucina funeraria, unica testimonianza nella zona portuense, sebbene sappiamo che l’uso di banchetti per cerimonie e commemorazioni di defunti fosse molto diffuso nella civiltà romana. Al centro tra le due aree principali si trova un’area composta da muri, oggi ricoperta perché ritenuta di minor rilevanza (fu scavata per la possibile presenza di un diverticolo o di un tratto di Via Campana, non trovato). Il sito è visitabile nella settimana della Cultura 18-26 aprile 2009.
La Necropoli di Vigna Pia (anche Sepolcro di Atilia Romana, già Tratto della più vasta Necropoli Portuense) è un sito necropolare di età romana. Si trova in via Riccardo Bianchi, 8 nel giardino del ristorante La Carovana. Il sito è stato scoperto casualmente nel 2000, durante lo sbancamento di un costone collinare per la realizzazione di un parcheggio; Gli scavi archeologici e la sistemazione si sono conclusi nel 2006. L'area consiste in due nuclei frontistanti, destinati alla sepoltura. Caratteristica la presenza di una cucina funeraria, di due suggestive decorazioni a fresco di piccole dimensioni (dette la rosa e il torello) e il ritrovamento della lastrina funeraria di Atilia Romana. La proprietà è per quanto noto pubblica, sebbene interclusa nelle strutture del Ristorante. La Necropoli è visibile dalla strada; si organizzano visite periodiche (contattare il Ristorante o la SSBAR). |
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I Grottoni di Antonello Anappo
I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei, originati in epoca romana da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane. Taluni associano i Grottoni alle perdute Catacombe di San Felice, attestate al III miglio della Via Portuense-Campana. Un’indagine del Primo Novecento ha confermato il parziale utilizzo cimiteriale di alcuni ambienti. Tuttavia successivi crolli hanno impedito una attribuzione certa. Le fonti storiche che parlano di catacombe sono il De locis sanctis, che elenca Felice tra i martiri portuensi (« qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt »); l’Index coemeteriorum, che cita un cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi; un carme di Papa Damaso (366-384), che descrive il Sepolcro di Felice, dipinto dal Presbitero Vero. Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (San Paolo) e prima di Ponziano (Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui « il Tevere s’impaluda ». Lo studioso Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde. Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso. |
Credits:
On line dal 07/06/2005, 916 letture.