Il Consorzio Agrario
di AA.VV. (a cura di Andrea Di Mario)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Consorzio Agrario - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: I Molini Biondi - Il Vicolo di Pietra Papa - Gli Orti di Cesare - La Villa romana di Pietra Papa - Le Darsene di Pietra Papa - Portunus, il ragazzo sul delfino - La Marrana Tiradiavoli - Pietra Papa - I Prati dei Papa - Le Terme di Pozzo Pantaleo - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Il Consorzio Agrario di Andrea Di Mario
Il Deposito di grano del Consorzio Agrario di Roma - edificato nel 1935 su progetto di Tullio Passarelli, tra le attuali via Pietro Blaserna e via Enrico Fermi - aveva il suo accesso originario lungo l’antico percorso di via di Pietra Papa, a breve distanza dalla sponda del Tevere, immediatamente a sud dei Depositi di petrolio SIAP (Società Italo-Americana Petroli). La gigantesca mole, entrata nell’immaginario dei Romani grazie anche a film del Secondo dopoguerra, come Ladri di biciclette e Bellissima, in cui compariva in diverse scene, permetteva al silos granario di essere individuato da notevole distanza. Esso infatti caratterizzava il profilo dell’intera area, allora non edificata, rappresentando una sorta di confine sud dell’area industriale del Piano di Pietra Papa, che iniziava a nord con i Molini Biondi adiacenti al muraglione della Ferrovia Roma-Pisa. Il silos, conosciuto anche come Granaio di Roma, rappresentò per l’epoca una costruzione all’avanguardia, sia per il design asciutto e razionale che per la tecnica costruttiva in cemento armato, che segnò la successiva produzione edilizia. Sulle sue strutture portanti è stata recentemente realizzata la Città del gusto del Gambero Rosso, inaugurata nel 2002, che ne ha però reso pressoché irriconoscibili le forme originarie. |
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I Molini Biondi di Andrea Di Mario e Antonello Anappo
I Molini Biondi sono un complesso produttivo dei Primi del Novecento, oggi adibito a centro residenziale e commerciale. Nel 1905 la Società Italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze rileva il preesistente Mulino Städlin (di modeste dimensioni, costruito nel 1885 nella Vigna Costa a ridosso del Ponte dell’Industria), per ampliare il suo mercato alla Capitale italiana, in continuo incremento demografico e con sempre crescenti esigenze alimentari. La scelta del sito privilegia la vicinanza al Tevere e alla ferrovia, vie di collegamento veloci ed efficienti per l’approvvigionamento delle materie prime (i cereali) e la distribuzione del prodotto finito (le farine in sacchi). I lavori di elevazione e ampliamento, diretti dall’ingegner Antonio Fiory, si protraggono fino al 1907. Negli anni successivi la costruzione del nuovo tracciato ferroviario determina un esproprio di 6 ettari di terreno; la trasformazione del Ponte dell’Industria in strada carrabile (l’odierna via Antonio Pacinotti) modifica gli accessi e ridisegna i raccordi con la rete ferroviaria nazionale. La strutture hanno l’aspetto architettonico dei caseggiati industriali nord-europei. Il corpo principale, lungo 62 m e alto 28, presenta quattro ordini sovrapposti di finestre rettangolari, con partiture di mattoni a vista. Internamente i vari piani - divisi da solai sostenuti da colonnine in ghisa - ospitano le motrici a vapore, i trasformatori per l’energia elettrica, gli impianti per la macinazione del grano e la raffinazione delle farine, e grandi silos di stoccaggio. Un edificio adibito ad uffici e la palazzina degli alloggi degli operai completano la struttura. Lo stabilimento cessa le attività intorno alla metà del Secolo scorso. A partire dal 2000 il complesso, rilevato da privati, è stato ristrutturato, lasciando intatti i prospetti e ricavandovi all’interno appartamenti e negozi. |
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Il Vicolo di Pietra Papa di Andrea Di Mario
L’antica viabilità del Piano di Pietra Papa - oltre a quella principale rappresentata dalla via Portuense e via della Magliana - consisteva in un eseguo numero di strade minori, che avevano origine dalla via Portuense e che raggiungevano una strada che costeggiava la riva del Tevere. La più importante tra di esse era il Vicolo di Pietra Papa. Esso, allora come oggi, iniziava dalla via Portuense e aveva tre diramazioni. La prima, che corrisponde all’attuale via dei Papareschi, raggiungeva il Tevere con un percorso pressoché rettilineo. La seconda, con continui cambi di direzione, raggiungeva anch’essa il Tevere ma un po’ più a valle della precedente. Di tale percorso sopravvivono oggi alcuni spezzoni come l’odierno omonimo vicolo di Pietra Papa e la parte terminale di via Pietro Blaserna presso il Tevere. La terza diramazione, a differenza delle altre due, non raggiungeva le rive tiberine ma si fermava nei pressi di un canale di irrigazione dalle parti dell’odierna via Antonio Roiti (della parte iniziale di questa terza diramazione resta oggi traccia nella via dei Prati dei Papa e in via Carlo Sereni). Altra strada di una certa importanza presente nella Piana era l’antico vicolo di Pozzo Pantaleo. Esso si staccava dalla via Portuense nel punto in cui oggi sorge l’oratorio della Parrocchia Gesù Divino Lavoratore ma buona parte dell’antico percorso è stato cancellato dai moderni edifici. Solo il percorso dell’attuale via Vincenzo Brunacci conserva la memoria della parte terminale del vicolo, quella verso il Tevere, che nei primi anni del Novecento aveva però cessato di chiamarsi vicolo di Pozzo Pantaleo ed era diventata parte della più recente via di Vigna Corsetti. Il resto della antica viabilità del Piano di Pietra Papa consisteva in un esiguo numero di strade minori. Il percorso di tali vicoli era influenzato dai confini degli appezzamenti che avevano il compito di raggiungere; ne risultava una serie di sentieri con andamento sinuoso e non di rado con brusche svolte ad angolo retto, stretti tra i muri di confine delle proprietà. |
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Gli Orti di Cesare di Antonello Anappo
Gli Orti di Cesare - in latino Horti Tiberini o Caesaris - sono una proprietà fondiaria romana extraurbana, localizzabile tra le propaggini ovest del Trans Tiberim (il Gianicolo) e la Piana di Pietra Papa. Verso il 49 a.C. il console Caio Giulio Cesare ne acquista la proprietà, per mettervi al pascolo allo stato brado la Mandria sacra di cavalli con cui ha attraversato, vittoriosamente, il fiume Rubicone. Nell’anno 46 Cesare alloggia negli Horti, lontano da occhi indiscreti, la regina Cleopatra, sua preda di guerra e allo stesso tempo sua amante e conquistatrice. Alla morte del dittatore, nel 44, gli Horti diventano proprietà pubblica, attraverso una donazione al Popolo di Roma contenuta nel suo testamento. La struttura edilizia degli Horti è nota solo attraverso la descrizione degli storici. Plutarco attesta che verso le pendici del Gianicolo sorgeva il Palatium, un edificio di medie dimensioni non archeologicamente noto. Esso si collocava in posizione elevata ed era circondato da alti e odorosi pini. Dopo l’arrivo di Cleopatra il Palatium è ampliato, per adeguarsi al rango di una regina: si aggiungono un peristilio, sontuosi affreschi e la statua colossale di un guerriero gallico. Nei rigogliosi giardini trovava posto un tempietto dedicato alla Dea Fortuna, voluto da Cesare per ringraziare la Sorte favorevole in occasione della nomina a dictator perpetuus (dittatore a vita). I giardini si aprivano sul Tevere con ormeggi e darsene portuali, in cui era alla fonda il barcone egizio di Cleopatra. |
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La Villa romana di Pietra Papa di Antonello Anappo
La Villa di Pietra Papa è una villa di età romana, sita sull’omonimo tratto del lungotevere a Marconi. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
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Le Darsene di Pietra Papa di Antonello Anappo
Il Porto fluviale di Pietra Papa si sviluppa sulle due sponde del Tevere all’altezza di San Paolo, con darsene in riva sinistra e cippi di attracco in riva destra. È attivo tra fine I sec. a.C. e inizio II d.C., ma le banchine sono ancora praticabili nel 1483, quando Sisto IV vi si imbarca diretto a Ostia su una grande nave bucinatoria. Due campagne di scavo (1915 e 1939) portano alla luce nel tratto portuense un complesso termale di età augustea, composto di cinque ambienti con pavimenti in mosaico bianco e nero con scene di palestra. Il complesso ha una seconda vita nel 123 d.C., quando una corporazione mercantile (mercatores) ne fa un centro per lo smercio del pesce. Le decorazioni a fresco raffigurano in una sorta di listino murario con 34 varietà ittiche realisticamente caratterizzate. La corporazione aggiunge mosaici policromi e, nei locali E e C, rende omaggio al genius loci con le immagini del Dio Portunus, protettore del prospiciente guado fluviale, e con l’immagine di un linter (imbarcazione fluviale) inghirlandato per la festa della Dea Fortuna. Il sito è stato generoso di ritrovamenti: già a metà Ottocento restituisce le Lastre Campana, mentre la campagna del 1915 individua la via alzaria. La magra del 1947 fa emergere i cippi portuali di attracco, con iscrizioni dei consoli Gallo e Censorino. I materiali sono oggi al Museo Nazionale Romano. |
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Portunus, il ragazzo sul delfino di Antonello Anappo
Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano. Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume. Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma. Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio. |
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La Marrana Tiradiavoli di Andrea Di Mario
La Marrana Tiradiavoli (o in epoca medievale Marrana di Pozzo Pantaleo) è un corso d’acqua, oggi interrato, che nasce dalle sorgenti della Valle dei Daini (a Villa Doria-Pamphili) e - dopo aver attraversato la profonda valle di via di Donna Olimpia e costeggiato le alture dell’Ospedale San Camillo presso Pozzo Pantaleo - sfocia nel Tevere all’altezza di piazza Meucci. Il fiumiciattolo deve il suo sinistro nome ad una credenza popolare secondo la quale, sotto le arcate dell’acquedotto romano di Villa Pamphili, alcuni diavoli fermarono la carrozza di Donna Olimpia Maidalchini, conosciuta per la sua malvagità, per accompagnarla direttamente all’inferno. La stessa carrozza, condotta (tirata) da diavoli, con a bordo il fantasma della dannata nobildonna, sarebbe però ancora oggi solita apparire con grande fragore, a turbare le notti dei Romani. Nel suo percorso la marrana era scavalcata da alcuni ponti, oggi scomparsi, il più importante dei quali era posto sulla Via Portuense, in prossimità del bivio da cui partiva l’antica Via della Magliana. A monte di questo incrocio alcuni tratti dell’alveo erano stati regolarizzati, probabilmente già in epoca classica. Altri due ponti, oggi scomparsi, erano quello della novecentesca via di Vigna Corsetti e quello posto nei pressi della foce. Perfettamente visibile fino alla fine degli anni Trenta la marrana iniziò ad essere interrata quando venne colmata durante la costruzione delle case popolari di via Donna Olimpia. Qualche decennio più tardi, con la costruzione della Purfina e l’edificazione dei primi lotti di via Oderisi da Gubbio, la marrana scomparve quasi del tutto, con l’eccezione dell’ultimo breve tratto, dove è ancora visibile un manufatto idraulico. |
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Pietra Papa di Andrea Di Mario
Pietra Papa è un toponimo medievale, in uso fino alla prima metà del Novecento, che corrisponde grossomodo l’odierno quartiere Marconi. Il nome compare poco prima dell’anno Mille, nella forma latina Prata Papi, dove Prata indica appezzamenti di terreno a seminativo o pascolo, privi di coltivazioni arboree, e Papi l’appartenenza alla famiglia romana dei Papa (o Papareschi). Dal XIV sec. il nome si deforma in Preta e poi in Petra, per assumere, nel Rinascimento, la forma italiana di Pietra Papa. Una descrizione altomedievale parla di un fondo soleggiato, interamente coltivato, dotato di canali irrigui, cippi terminali e di tutte le pertinenze necessarie per il buon esercizio dell’agricoltura. Documenti successivi accennano alla presenza di una “cripta alba” (un mausoleo romano di colore bianco, non ancora spogliato dei marmi che lo ricoprivano) e di un ponte galleggiante di barche tra le due sponde del Tevere. Mappe secentesche riportano la formazione di un isolotto fluviale. Le mappe IGM del 1915 permettono ancora di riconoscere, nei Piani di Pietra Papa, canalizzazioni e case coloniche, a fianco delle nuove strutture industriali, ferroviarie e portuali. Dell’antico toponimo rimane oggi l’unica testimonianza nella toponomastica: vicolo di Pietra Papa, via dei Prati dei Papa, Lungotevere dei Papareschi. |
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I Prati dei Papa di Andrea Di Mario
Il significato del toponimo Pietra Papa va cercato nella sua forma originaria di Prata Papi - ovvero Prati dei Papa - con il quale la zona viene nominata nei documenti sin dal X secolo. I Papa, possessori di tali prati di cui si fa menzione nel nome, sarebbero da identificare con una antica famiglia nobile di Trastevere, quasi certamente imparentata con i Papareschi, casata molto potente nel Medioevo e nota per aver dato i natali al pontefice Innocenzo II (1130-1143), al quale si deve l’edificazione nelle forme attuali della Basilica di Santa Maria in Trastevere. Il più antico documento nel quale viene nominato il toponimo è una donazione, datata 1° febbraio 968. Tramite essa la nobildonna romana Teodora cede all’abate del Monastero dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea (il soppresso monastero benedettino dell’odierna S. Cosimato in Trastevere) “pratum unum in integro cultum et absolatum cum terminis et fossatis suis et cum omnibus ad eum pertinentibus, positum foris porta Portuense in loco qui appellatur Prata Papi (...) propinque cripta alba”. La cripta alba era probabilmente un antico sepolcro marmoreo. Il 9 febbraio 973, l’abate dello stesso monastero concesse a sua volta all’Abbazia di Subiaco il possesso del fondo. E l'Abbazia, a sua volta, l’11 gennaio 1009 lo cedette a un tale Giovanni di Azzo per tre generazioni. È interessante riferire la notizia, contenuta in un testamento datato 12 novembre 1287, secondo la quale i possedimenti nei Prata Papi di un certo Giovanni Papa, lasciati in eredità al Monastero dei SS. Bonifacio ed Alessio all’Aventino, erano già appartenuti all'ente ecclesiastico 300 anni prima. Come si evince da un altro documento testamentario, a partire dal XIV secolo il toponimo subisce una prima metamorfosi che porta il nome originale di Prata a trasformarsi in Preta. Infatti, in un atto del 26 maggio 1348, tale Nicolò De Vaschis lascia all’ospedale del Ss. Salvatore “quinque aut sex petias terrarum, positas extra portam Portuensem in loco dicto Preta Papa”. In una cronaca di circa sessanta anni dopo troviamo un’ulteriore e definitiva storpiatura, che portò dall’intermedio Preta al nome attuale di Petra, cioè pietra. Il 24 aprile 1408 il cronachista Antonio Dello Schiavo descrive una sua visita fuori porta Portese (“et ivimus versum Petrampapae”) durante la quale ebbe modo di vedere un ponte galleggiante su 13 barche, lungo quasi 50 metri e largo circa 6, che superava il Tevere in un punto che non ci è possibile identificare. Tra le proprietà allora presenti a Pietra Papa, citiamo quella della chiesa di S. Maria dell’Orto che tra il XV e il XVI secolo “in loco detto Pietra Papa” possedeva numerose vigne. |
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Le Terme di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli
Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità. Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere. È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche. Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico. |
Credits:
On line dal 21/10/2008, 1066 letture.