Vivaldi-Pasqua, pioniere dell’aria
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Vivaldi-Pasqua, pioniere dell’aria - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Vecchio Ponte della Magliana - La resa del Quinto Caposaldo - Battaglia al Quinto caposaldo - La Tomba dei Dipinti - Vicus Alexandri - Il Ponte dei Francesi - La Chiesa inferiore di Santa Passera - Dike e l’Età dell’oro - La Cripta di Santa Passera - Michele contro il Drago - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Vivaldi-Pasqua, pioniere dell’aria di Antonello Anappo
Vittorio Ugolino Vivaldi-Pasqua marchese di San Giovanni è il primo caduto dell’aviazione italiana, schiantatosi in un terribile impatto al suolo il 20 agosto 1910, nei pressi di Ponte della Magliana. Vivaldi-Pasqua nasce a Genova, il 2 luglio 1885. Avviato alla carriera militare, consegue il grado di tenente di cavalleria nel 25° Lancieri di Mantova e fa parte del Battaglione specialisti del Genio. A 24 anni apprende i rudimenti dell’aria alla École de Mourmelon in Francia ed acquista a sue spese un aereo Farman con motore Renault da 65 cavalli. Nell’aprile 1910 prosegue le esercitazioni in Italia, sorvolando per primo i cieli di Bologna, distinguendosi per non comuni ardimento e passione. Nell’estate è a Roma, con il tenente-pilota Umberto di Savoia, con cui condivide la passione per il volo. Il 18 agosto, presso il Campo di Centocelle, ottiene il brevetto aeronautico n. 6 del Regno d’Italia. La sorte, appena due giorni dopo, lo lega ad un tragico destino. L’ultimo volo, con partenza da Centocelle, prevede il sorvolo di Maccarese, Ladispoli e Civitavecchia. Tutto fila liscio ma, al ritorno, giunto alla Magliana, il motore si arresta. Lo schianto al suolo, poco distante da Ponte sul Tevere, è terribile. Vivaldi-Pasqua muore sul colpo. Ha appena 25 anni. Lo ricorda una targa nel Museo storico del Genio militare di Roma, posta a fianco del rottame del motore. La sua biografia è narrata nel libro Salvat ubi lucet di Mauro Antonellini, ed anticipata nel n. 78 della rivista specializzata Ali antiche. |
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Il Vecchio Ponte della Magliana di Antonello Anappo
Il Vecchio Ponte della Magliana è un attraversamento fluviale, oggi non più esistente, la cui memoria è legata alla sanguinosa notte di combattimenti fra l’8 e il 9 settembre 1943. Si tratta di un ponte di ferro, sorretto da piloni in muratura, la cui collocazione originaria (a fine Ottocento) è nel Settore nord di Roma, con transito a pedaggio. Terminata la concessione il ponte viene smontato e rimontato alla Magliana, con l’aggiunta di una campata centrale apribile per il transito dei vaporetti. Le cronache parlano del ponte nel 1905, per la visita di Sibilla Aleramo alla comunità di pastori stanziata al vicino fosso di Papa leone; nel 1910, per l’incidente in cui perde la vita l’aviatore Vivaldi-Pasqua; e nel 1937, per la grande alluvione della Magliana: il ponte, semisommerso, resiste alla piena. Nel 1943 il ponte costituisce il Quinto caposaldo del sistema difensivo di Roma, sotto la responsabilità del 1° Reggimento della 21a Divisione Granatieri di Sardegna. Viene assaltato alle ventuno dell’8 settembre dai paracadutisti tedeschi della 2a Divisione Fallshirmjäger. Il ponte viene difeso, perso all’una, riconquistato e riperduto nella nottata, e infine riconquistato dagli Italiani alle sette del mattino (da un contingente composto di Lancieri di Montebello, Carabinieri e Coloniali) per essere abbandonato poco dopo. La Battaglia di Ponte della Magliana è considerata il primo atto della Battaglia di Roma: l’ostacolo frapposto alla avanzata tedesca fa guadagnare ore preziose per organizzare le difese della Montagnola, di San Paolo, Porta San Paolo e del Centro città. Sulle ragioni che rendono necessario l’abbattimento del ponte esistono solo fonti orali. Una versione vuole il ponte compromesso durante la terribile nottata di combattimenti; un’altra vuole il ponte colpito dalle bombe il 12 febbraio 1944, durante l’attacco aereo alla stazione ferroviaria di Mercato Nuovo (oggi fermata Eur-Magliana della Metro B). Il ponte è comunque all’epoca già vetusto: il progetto di demolizione e rifacimento esisteva già dal 1930, a firma dell’architetto Raffaelli. Del vecchio ponte sono ancora oggi visibili, in riva sinistra, la stampella su via del Cappellaccio e la cabina dei comandi elettrici e, in riva destra, la stampella su via Asciano e le strutture di un piccolo imbarcadero. |
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La resa del Quinto Caposaldo di Antonello Anappo
All’una della notte tra l'8 e il 9 settembre 1943 la II divisione germanica Fallschirmjäger riceve rinforzi e lancia una seconda violenta offensiva contro il Caposaldo della Magliana. I Tedeschi si impadroniscono del Ponte, per poi perderlo, riconquistarlo e infine riperderlo. I feriti sono numerosi da entrambe le parti. Quelli italiani sono raccolti dentro forte Ostiense e assistiti dalle suore di Sant’Anna, che fanno la spola con il campo di battaglia, incuranti delle bombe. Un macabro aneddoto vuole che, essendo finito il colorante, le suore si fossero rese riconoscibili disegnando una croce rossa sulle vesti con il sangue. Un altro aneddoto vuole che Suor Teresina, di fronte ad un tedesco che le sbarrava il passaggio a mitra spianato, lo abbia affrontato con una croce in ottone. A notte fonda i Tedeschi lanciano il terzo e decisivo attacco. Nel frattempo gli italiani hanno ricevuto dei rinforzi, ma decidono di non contrattaccare. Si rivelerà un errore: i tedeschi si impadroniscono senza contrasto del Palazzo dell’Impero (oggi della Civiltà italiana), di Ponte della Magliana e poi dell’intero Caposaldo n. 5. Gli italiani riparano confusamente dentro forte Ostiense. Alle 5,50 le artiglierie italiane di Palazzo dell’Impero sono ridirette contro il bastione centrale di forte Ostiense, e il forte è posto sotto un pesante cannoneggiamento. Sappiamo, dalle note del cappellano militare don Pietro che dentro il forte “alle 7 non v’è più un vetro sano”. Quando nel forte scoppia un terribile incendio, tocca a don Pietro formalizzare la resa. |
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Battaglia al Quinto caposaldo di Antonello Anappo
Alle 19,45 dell’8 settembre 43 Badoglio annuncia per radio l’armistizio con gli Alleati. Tre quarti d’ora dopo le truppe tedesche sono alla periferia sud di Roma. Alle 20,30 i paracadutisti della 2a div. Fallschirmjäger espugnano il caposaldo di Vitinia, il deposito carburanti di Mezzocammino e il blocco stradale che precede Ponte della Magliana. Alle 21 sono al “Quinto caposaldo”, un complesso difensivo delimitato dal ponte, dalle batterie di artigliera poste sulla scalinata del Palazzo dell’Impero e da forte Ostiense, dove si trovano 800 uomini del 1° reggimento della 21a div. Granatieri di Sardegna. I Tedeschi chiedono di parlamentare col comandante di caposaldo Meoli. Ma è una trappola: Meoli è fatto prigioniero, mentre il delegato tedesco, condotto al comando della Garbatella, apostrofa il gen. Solinas dicendo che ‘la guerra degli Italiani è finita’. Solinas regisce con un ultimatum: se entro le 22,10 non saranno restituiti uomini e blocco stradale i granatieri attaccheranno. Due vampe sulla collina E42 segnano l’apertura del fuoco e l’assalto, condotto dal III battaglione. I tedeschi rispondono con un contrattacco in massa di paracadutisti e artiglieri, e lanciano altri 4 attacchi simultanei verso i capisaldi n. 6, 7 e 8 e dentro l’E42. A Mezzanotte la mischia è furibonda. I registri annotano: “situazione critica”. E Solinas scrive: “Salve di artiglieria, raffiche di mitragliatrici, scoppi di bombe a mano si susseguono senza interruzione”. All’una la Fallschirmjäger sferra un nuovo attacco. I feriti sono accolti nelle case della Montagnola e all’ospedale allestito dalle suore di S. Anna al forte. Si raccontano episodi eroici: Suor Teresina affronta armata di un crocifisso in ottone un tedesco a mitra spianato; le altre suore incuranti delle bombe raccolgono i feriti dal campo di battaglia; la croce rossa sulle giubbe, mancando il colorante, è dipinta col sangue. Nella notte al forte arrivano armi e munizioni, ma è ormai iniziato l’ultimo decisivo attacco tedesco: cadono il ponte e il Palazzo dell’Impero, e i granatieri arretrano dentro il forte. Alle 5,50 le artiglierie italiane vengono ridirette dai tedeschi contro il bastione di forte Ostiense. Alle 7, racconta il cappellano Don Pietro, “non c’era più un vetro sano”. Quando il forte viene incendiato tocca a lui formalizzare la resa. Quando tutto sembra perduto arrivano in rinforzo 3 squadroni dei Lancieri di Montebello con autoblindo e semoventi, insieme ad un battaglione di allievi carabinieri e 200 guardie coloniali. Alle 7 il col. Giordani lancia più attacchi simultanei disorientando i tedeschi, e il II battaglione si reimpossessa dell’E42. L’azione principale è sotto il cavalcavia ferroviario dell’Ostiense: carabinieri e coloniali, in inferiorità di artiglierie, costringono i tedeschi ad arretrare. Orlando De Tommaso, comandante degli allievi carabinieri, morirà da eroe: “mosse i suoi all’attacco con slancio superbo. Dopo tre ore di aspra lotta non esitava a balzare in piedi allo scoperto, sulla strada furiosamente battuta. Colpito a morte da una raffica di arma automatica, cadeva gridando: ‘Avanti, viva l’Italia!’”. I tedeschi arretrano, i coloniali li incalzano. Alle 10 del mattino anche il Quinto caposaldo è riconquistato. Le luci del giorno contano 38 morti e portano la battaglia alla Montagnola, con i civili a fianco dei regolari. Il partigiano De Filippi, il fornaio Roscioni e il cap. Incannamorte diventeranno eroi. Il giorno seguente la battaglia è S. Paolo, poi S. Giovanni e Termini. Il 12 Roma è occupata: lo sarà fino al 4/6/44. |
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La Tomba dei Dipinti di Antonello Anappo
La Tomba affrescata di via Q. Majorana è un sepolcro a camera di epoca romana, scoperto nel 1951 nella ex Raffineria Permolio. Fa parte del vasto complesso della Necropoli Portuense e risale alla prima metà del II sec. d.C. È appartenuta ad un unico nucleo familiare, benestante, con uno stuolo di ancelle e servi. Un piccolo cippo marmoreo ha restituito il nome del liberto Protus Zosimus e del suo patrono Publius Aelius; alcuni graffiti nello stucco tramandano quelli di Timius frater Horinae (fratello di Horina), Pardula anima bona (dal buon carattere), una tale Asclepia e i liberti Alexander, Philetus, Aphrodisia, Eutychia e Felicissima. La tomba è scavata nel tufo, misura 9 mq ed ha pianta grossomodo rettangolare. Presentava 26 nicchie per le urne cinerarie dei defunti (utilizzate solo in parte), 6 fosse per inumazione e 2 sarcofagi. La ricca decorazione a fresco è distribuita sulle quattro pareti e sul soffitto. I dipinti più noti sono: la Scena dei Campi Elisi, la Navicella sul fiume Lete, il Banchetto dei Giusti, i Geni delle stagioni. Compaiono sulle pareti laterali una Coppia di pavoni e una Scena di lotta tra due caproni. Nella parete frontale sono raffigurati i coniugi padroni della tomba e, in due medaglioni, i ritratti di due giovani. Il sepolcro è emerso durante la dismissione della Permolio. L’Istituto Centrale per il Restauro ha curato il taglio dal costone tufaceo e il trasporto al Museo Nazionale Romano, dove è oggi visitabile. I professori Aurigemma e Felletti-Mai vi hanno compiuto accurati studi. È stato restaurato nel 2008. |
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Vicus Alexandri di Antonello Anappo
Pagina in aggiornamento. |
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Il Ponte dei Francesi di Antonello Anappo
Pagina in aggiornamento. |
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La Chiesa inferiore di Santa Passera di Antonello Anappo
La Chiesa inferiore di Santa Passera è un luogo di culto dell’VIII secolo (su preesistenza), da taluni considerato in origine una domus ecclesiae. Si trova al civico 1 di via di Santa Passera, con accesso dai locali della sagrestia della Chiesa superiore. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e di interesse archeologico; non è direttamente visibile da strada (è al di sotto del piano stradale); attualmente non è visitabile (restauri in corso). È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970730A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.). |
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Dike e l’Età dell’oro di Antonello Anappo
Una figuretta a fresco nell’Ipogeo di Santa Passera attesta, nel Territorio Portuense, il culto di origine greca di Dike. Personificazione del sentimento di giustizia, Dike protegge quanti hanno subìto un torto e punisce chi si è sottratto ai tribunali degli uomini: ha una bilancia in una mano e una spada nell’altra. Il suo mito diventa popolare a Roma nel I sec. d.C., grazie alle Metamorfosi di Ovidio (I, 149). Dike - sorella di Irene (la pace) e di Eunomia (le buone leggi) - vive durante l’Età dell’Oro, un’epoca mitica in cui mortali e dèi vivono in familiarità, senza bisogno di lavorare e tracciare confini. Quando la rivolta di Giove introduce nel mondo fatica, avidità e violenza la Dea ripone la spada e abbandona gli uomini alla loro malvagità. Ovidio lo racconta con versi struggenti: « Victa iacet Pietas et Virgo caedet madentes […] terras » (La Pietà giace sconfitta e Dike fugge dalla terra insanguinata). Il culto della dea consiste in preghiere rituali per invocarne il ritorno, che avrebbe coinciso con una nuova Età dell’Oro. Ma Dike, dal malinconico Cielo della Vergine in cui risiede, lascia cadere ogni appello, e osserva muta le vicende umane. Nell’Ipogeo figurano altre due immaginette - un volatile ad ali spiegate (l’anima libera dai legami corporei) e un lottatore ignudo - che è possibile ricomporre in un nobile messaggio allegorico: « Riposa sereno / chi ha lottato / per la giustizia ». |
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La Cripta di Santa Passera di Antonello Anappo
L’ipogeo dei martiri Ciro e Giovanni è una camera sepolcrale romana, di modeste dimensioni, datata tra la fine del II e l’inizio del III sec. d.C., nella quale avrebbero riposato in epoca altomedievale le spoglie dei due santi egiziani. Esso viene realizzato al di sotto del piano di calpestio del Mausoleo di Santa Passera, all’epoca in cui questo era già saturo di sepolture. Vi si accede da una ripida scaletta; l’ambiente trae luce unicamente dal foro della scala e da un’apertura centrale nella volta. Già in antico lo spazio interno viene ridotto, con una controparte sul lato ovest, per ricavarne ulteriori spazi funerari. La decorazione pittorica è oggi quasi completamente perduta: non solo per gli straripamenti del vicino Tevere, ma soprattutto per le spicconature di quanti, nel tempo, hanno cercato senza esito di recuperare le reliquie dei martiri. I pochi resti si presentano campiti su un fondo d’intonaco chiaro delimitato da fascioni, partiture semicircolari e quadranti rossi, con soggetti di repertorio funerario, a fresco con dense pennellate senza linee di contorno. Nella parete nord vi è il c.d. Ciclo della dea Dike, con la dea, un volatile e un pugile; nella parete sud vi è una pecora; nella volta grandi stelle decorative a 6 e 8 punte). La controparte si presenta coperta di uno spesso strato pittorico con soggetti non riconoscibili, sul quale, a fine XIII sec., è stata aggiunta una Natività, oggi perduta. L’ipogeo, interrato dopo il 1706, è stato riscoperto nel 1904. |
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Michele contro il Drago di Antonello Anappo
Michele contro il Drago è un affresco della metà del XIII secolo, situato in posizione centrale nella curva dell’abside di Santa Passera. La scena raffigura il terribile combattimento tra angeli e demoni narrato da San Giovanni nell’Apocalisse: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo : Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli. Ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo” (vv. 12, 7-8). La rappresentazione è allegorica: il solo Michele sta a simboleggiare le schiere angeliche e il Drago morente rappresenta le turbe del Maligno, sconfitte. Di Michele sono ancora ben visibili i duri lineamenti di guerriero, le vesti, parte delle ali e la lancia con cui ha trafitto la rossa figura del Drago, agonizzante ai suoi piedi. Si ritiene che il Drago sia stato aggiunto in un secondo momento (non compare nel disegno 8936 della Collezione Dal Pozzo conservata a Windsor: al suo posto vi è una figuretta di orante inginocchiato). La tradizione vuole che tale raffigurazione del Demonio sia stata così realistica e terrificante che nel XVII secolo fu necessario coprire tutto l’affresco con un sovraddipinto, raffigurante Santa Prassede che lava i corpi dei martiri (scompaiono le ali di Michele; l’attributo del globo crociato nella mano sinistra diventa una spugna; il Drago è coperto da un recipiente per lavare i corpi sanguinolenti dei martiri). L’immagine dell’angelo guerriero e del suo sconfitto antagonista è tornata alla luce durante un restauro del 1934. |
Credits:
On line dal 24/09/2002, 1191 letture.