Una cosmonauta al Trullo
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Una cosmonauta al Trullo - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Rodari e l’UFO di Montecucco - Uccellacci e uccellini - Un romantico 1950 - Trullo - La Collodi - Torre Righetti - Villa Kock - Caproni, maestro senza metodo - In nome del Papa Re - Il progresso secondo Bonelli - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Una cosmonauta al Trullo di Antonello Anappo
« Cosmonauta » è un film di Susanna Nicchiarelli ambientato nel quartiere Trullo, premiato a Venezia (Controcampo, 2009), Colonia (miglior esordio alla regia, 2010) e Roma (Premio Verdone, 2010). Si tratta di un racconto di formazione, in cui la ragazzina Luciana, cresciuta nel mito delle esplorazioni spaziali e dell’infinitamente grande, va alla scoperta del mondo di prossimità: le passioni politiche, il gruppo di amici, gli amori, il quartiere, imparando a conoscere se stessa. La vicenda è ambientata nel 1963, quando, in piena Guerra fredda, due modelli sociali alternativi - l’America capitalista e la Russia comunista - si contendono il primato ideologico sul campo della corsa allo spazio. I Sovietici sono avanti: hanno mandato fuori atmosfera la cagnetta Laika, lanciano i missili orbitanti Sputnik e il primo uomo nello spazio (Yuri Gagarin), e si preparano a lanciare la prima donna (Valentina Tereshkova). L’Occidente segna il passo. Le missioni lunari Apollo sono ancora molto lontane e l’Italia sta a guardare, in bilico tra Est e Ovest, assistendo con ingenuità e fascinazione a quella corsa contro la gravità. La protagonista è una bimbetta alle prese con il dolore per la perdita del padre e la difficoltà di accettare un nuovo patrigno deciso ad educarla secondo schemi convenzionali (interpretato da Sergio Rubini). Durante la cerimonia della Prima comunione (la scena è girata alla chiesa di San Raffaele) la piccola improvvisamente fugge e inizia a correre a perdifiato per le campagne di Montecucco: è l’inizio della sua corsa verso l’adolescenza, con gli slanci e l’incanto dell’esplorazione del Cosmo. Accanto a Luciana (l’attrice è una ragazzina di liceo, l’esordiente Miriana Raschillà) c’è il fratello maggiore Arturo (Pietro Del Giudice, anche lui esordiente). È un sognatore, appassionato delle missioni spaziali sovietiche e dei cosmonauti (da non confondere con gli astronauti, che sono americani). Arturo soffre di epilessia e la sua corsa all’adolescenza finisce presto in un’orbita cieca, tutta interiore. I due si iscrivono alla FIGC, l’associazione giovanile del PCI, dove sono accolti con affetto e tenerezza. La sezione del film è una vera sezione di partito (l’attuale sezione PD del Trullo, che gli scenografi hanno riallestito dipingendo un grande murale con i ritratti di Marx, Engels e Lenin, ancora oggi visibile). E Luciana cresce, affascinata da Valentina Tereshkova, simbolo di un nascente femminismo e della scoperta dell’identità femminile. Arrivano i primi amori e i primi baci, girati nei prati sotto il casolare diroccato di Villa Usai. Negli amori Luciana è impulsiva, persino spregiudicata e aggressiva. E di pari passo porta avanti sogni sconfinati e straripanti. La ragazzina, inevitabilmente, finisce per combinare disatri. Come quando incendia la sezione dei compagni del PSI, che incolpa di aver tradito gli ideali accettando il compromesso con la DC, o come quando ruba il fidanzatino alla compagna di sezione, beccandosi una sospensione al liceo (la location è la Scuola Collodi). In breve, Luciana compromette la sua reputazione e si ritrova a fare i conti con la rigida disciplina richiesta dalla sezione. Perché, tra i comunisti di allora, spesso maschilisti e moralisti, la liberazione sessuale non esiste ancora: « Avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna - ha scritto la regista - sono cose che non si fanno ». Quando arriva la condanna da parte dei compagni adulti, suo fratello non è più al suo fianco come quando erano bambini, e al suo fianco non c’è nemmeno Marisa, la compagna più anziana (interpretata dalla stessa Nicchiarelli), da sempre sua alleata. « Non volevo prenderli in giro e non volevo che fossero grotteschi - scrive la Nicchiarelli -. Sono adolescenti, umani e goffi. Sono degli ottimisti ma poi alla fine sbagliano. Li giustifico perché sono pasticcioni ». Neanche a dirlo, in famiglia i litigi col patrigno diventano quotidiani. Luciana non sopporta lui e il modo in cui cerca di mantere un precario equilibrio tra gli scossoni di quegli anni. Per la madre (interpretata da Claudia Pandolfi) è una situazione difficilissima, divisa fra le apprensioni per la salute di Arturo e la comprensione per le esuberanze di Luciana. In tutto ciò Luciana cresce, imparando dalle proprie debolezze e da quelle di chi la circonda ad accettare la propria fragilità, a fare i conti con la sconfitta, a riprendere con più slancio dopo ogni battuta d’arresto la sua corsa verso l’esplorazione del Cosmo di prossimità. Le riprese del film sono durate sette settimane. La produzione (colore, 35 mm, 85 minuti) è della Fandango, in collaborazione con Rai Cinema con il sostegno del Ministero dei Beni culturali. Susanna Nicchiarelli è una regista esordiente, al primo lungometraggio dopo il dottorato in filosofia e il diploma al Centro sperimentale di Cinematografia. Le musiche - temi del pop italiano di quegli anni - sono state riarrangiate da Max Casacci dei Subsonica. Cosmonauta, seguendo i passi della ragazzina anticonformista in un tempo di grandi trasformazioni, fa il ritratto dei comunisti romani pre-68, in cui si sapeva fare i conti con la realtà ma la prospettiva di realizzare le utopie era tutt’altro che lontana. La narrazione - tenera, drammatica, spesso fiabesca - finisce così per raccontare una storia senza tempo, in cui i sogni di conquista dei cosmonauti si incrociano con gli sguardi dei ragazzi-adolescenti di ogni epoca. Il film si trova già in DVD. La versione in vendita contiene un extra con il making of, con interviste alle comparse del Trullo. |
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Rodari e l’UFO di Montecucco di Antonello Anappo
Nel 1964 Gianni Rodari scrive un classico della letteratura per ragazzi - il romanzo La torta in cielo -, raccontando un colossale sbarco UFO sulla collina di Montecucco, al Trullo. La storia, scritta insieme agli scolari della signorina Maria Luisa Bigiaretti, maestra alla Elementare Collodi, appare prima a puntate sul Corriere dei Piccoli e poi nel 1966 come romanzo per l’editore Einaudi. «Un giorno è venuto nella mia classe», ha scritto la Maestra. «Non posso dimenticare il suo sorrisetto divertito, perché rimasi stupita nel vederlo proprio lì! I bambini presero subito confidenza. Rodari s’interessava di tutto. Se gli chiedevano qualcosa lui non rispondeva direttamente, ma li metteva in condizione di rispondere: questa è un’arte! Chiese il permesso di tornare ancora, per provare le sue storie, perché uno scrittore non sa mai se funzionano... E tornò, dicendo che voleva inventarne una tutta nuova, insieme ai bambini. I due protagonisti erano proprio due bimbi della classe, Paolo e Rita, così come sono reali gli altri personaggi della borgata». La storia è delle più semplici. Un oggetto non indentificato, dalla forma di una gigantesca torta, atterra sulla collina di Montecucco. Il vigile Meletti, papà di Paolo e Rita, accorre subito sul posto per difendere il quartiere, e alla Centrale operativa nessuno sa che pesci prendere. Tutti hanno paura: si teme una bomba H lanciata da un nemico misterioso. Ma Paolo e Rita hanno già capito che le cose stanno diversamente: uno scienziato pasticcione ha trasformato un fungo atomico nella più colossale torta mai cucinata! «Ce n’è per tutti i bambini di Roma!», esclama Paolo. E non rimane che chiamarli: la folla urlante dei piccoli inseguiti dalle mamme scavalca il cordone sanitario e invade la collina, per una scorpacciata liberatoria. «Quando ci presentò le prime pagine - ha scritto la Maestra - capii come si legge. Lui recitava! Cambiava la voce, faceva i rumori! Chiedeva il parere e ne teneva conto. Disse: ‘Che ci mettiamo sopra questa torta?’. E i bambini non finivano più di dire ingredienti! Li ritrovate tutti nel libro». In questa favola moderna i cattivi sono i “mostri” della Guerra fredda e i buoni sono i bambini, capaci di affrontare il futuro liberi dai pregiudizi. |
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Uccellacci e uccellini di Antonello Anappo
Nel maggio 1965 Pier Paolo Pasolini scrive tre soggetti (Falchi e passeri, Il Corvo, L’aquila) che nell’autunno dello stesso anno si fondono nel lungometraggio Uccellacci e uccellini (85 minuti, bianco/nero), girato nelle location romane di Montecucco, Torre Righetti, Villa Kock, Monte delle Capre e Piana di Affogalasino. I protagonisti sono Totò (descritto in sceneggiatura come “un uomo tosto e fantasioso”) e Ninetto Davoli (suo figlio, “un po’ stupidello e tutto riso”). Essi attraversano le campagne portuensi diretti ad un casolare di loro proprietà, per sfrattare una famiglia contadina morosa con l’affitto. Lungo il cammino ai due (che rappresentano il popolo minuto, ingenuo ed estraneo alla Storia) si unisce un corvo parlante, un “compagno irrichiesto” dai tratti dell’intellettuale di sinistra, reso fragile e inquieto dalla crisi ideologica del marxismo tradizionale. In sceneggiatura Pasolini abbozza il Corvo con poche nitide parole: “un marxista non disposto a credere che il marxismo sia finito”. E già allora il regista commentava: “Mai ho scelto un soggetto così difficile”. La piccola compagnìa procede ascoltando le storie petulanti del corvo (doppiato da Francesco Leonetti). Una di esse, ambientata nel Medioevo, assume un significato speciale. Si tratta del racconto di due fraticelli (Fra’ Ciccillo e Fra’ Ninetto, interpretati ancora da Totò e Ninetto) che ricevono da Frate Francesco da Assisi il compito di evangelizzare gli uccelli. I due annunciano la Lieta Novella ai falchi, e poi ai passeretti, ma quando le due specie si incontrano i primi predano inevitabilmente i secondi. La metafora dell’incomunicabilità tra le classi sociali (la classe degli uccellacci predatori, cioè la borghesia, e la classe degli uccellini predati, cioè il proletariato) è evidente. Quando i due fraticelli si presentano scoraggiati a Francesco, il sant’Uomo risponde loro nell’unico modo possibile: “Tornate e ricominciate da capo”. Dopo questo flash Totò e Ninetto indossano di volta in volta le piume degli uccellacci o degli uccellini: sono falchi quando giunti al Villa Kock sfrattano la famiglia contadina, in condizioni di grandissima miseria, non in grado di pagare l’affitto; e passeretti quando un ricco creditore (L’Ingegnere) li fa assalire dai cani per non aver onorato un debito. L’incontro con una prostituta (Luna, interpretata da Femi Benussi), con dei saltimbanchi, il suicidio di due amanti (episodio girato a Monte delle Capre) e infine i funerali di Palmiro Togliatti, segnano per Totò e Ninetto le tappe verso l’incontro con la Storia. Fondamentale è la sequenza girata a Torre Righetti, in cui il paesaggio lunare di Montecucco si apre improvvisamente sulla skyline dell’EUR, simbolo della modernità che non si può non vedere. Vi sono anche degli episodi grotteschi, come il convegno dei Dentisti dantisti, l’inseguimento di un autobus in corsa (girato a via Porzio di fronte alla Scuola Collodi in costruzione) e quello della contadina che difende, fucile in pugno, il suo terreno dall’intrusione di Totò e Ninetto, costringendoli ad una rocambolesca fuga (girato alla Piana di Affogalasino). Ma a questo punto il film evolve già verso una piega tragica, e la fine del corvo è prossima. L’animale parlante ha esaurito il suo ruolo di guida, e il suo gracchiare si fa insopportabile. Spinti dai morsi della fame, Totò e Ninetto gli tirano il collo senza troppi complimenti, improvvisando un banchetto ristoratore. È questo - secondo un Pasolini tragicamente profetico - il compito più alto del poeta: “morire per nutrire il popolo”. L’assassinio rituale finisce così per indicare nella tolleranza fra le classi e nell’ascolto della parola dei poeti la via per uscire dal caos sociale. “Continuate - confida idealmente Pasolini - a predicare ad uccellacci ed uccellini”. Il richiamo al sincretismo (convergenza di valori tra marxismo tradizionale e francescanesimo) suscitò consensi, ma soprattutto critiche. Gli insuccessi di botteghino non impedirono al regista di essere orgoglioso del suo lavoro: “L’ho amato, e continuo ad amarlo di più”, scrisse. “Non ho mai messo al mondo un film così disarmato, fragile, delicato”. |
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Un romantico 1950 di Antonello Anappo
Nel Dopoguerra il bar tabaccheria di Domenico Pescolloni mette in commercio questa cartolina illustrata, dal titolo “Roma - Borgata del Trullo (Magliana)”. Essa riproduce un'immagine del V Lotto, ultimato da pochi mesi, nello scatto del fotografo E. Altan. La Collezione di Rivaportuense ne ha acquisito questo esemplare viaggiato, scritto il 22 giugno 1949 ed avviato al destinatario il giorno stesso dal locale ufficio postale. Il messaggio, scritto con grafia insicura a firma “Maria e Vincenzino”, è rivolto ad una famiglia del Palermitano: bastano quattro parole per esprimere tutta l’ansia sognatrice di un’Italia in attesa degli anni Cinquanta e del boom economico: “Buon 50 romantico baci”. |
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Trullo di Antonello Anappo
Il Trullo è il quarto dei sette quadranti urbani che compongono il Municipio XV, denominato 15D. I confini sono dati dal Tevere (sud), dal fosso della Magliana (ovest), dalla Via Portuense (nord) e dal fosso prosciugato di Papa Leone, oggi percorso da viale Isacco Newton (est). Al suo interno si distinguono quattro aree storiche: la Borgata Trullo (Valle di Affogalasino e vicine alture del Trullo, Monte delle Capre e Monte delle Piche); la Piana di Affogalasino (golena fluviale); le Vigne (nell’interno) e la Borgata Magliana (sul fianco sud del Monte delle Piche). Quest’ultima area è comunemente associata al quadrante della Magliana Vecchia. Il quartiere prende il nome dal Trullo dei Massimi, sepolcro romano a tumulo lungo la riva del Tevere. La denominazione compare già nelle carte medievali, ma è dal Settecento che si verifica un popolamento diffuso, con la nascita delle efficienti tenute fondiarie degli Jacobini, Gioacchini, Neri, Bianchi e altre. Nel 1939 inizia l’edificazione in forme razionaliste della Borgata Costanzo Ciano, cui segue nel Dopoguerra l’edificazione intensiva e spontanea. L’area comprende due chiese parrocchiali (San Raffaele e Martiri Portuensi). Tra i beni culturali si annoverano la Torre Righetti e il Cimitero della Parrocchietta. Parte del territorio è incluso nella Valle dei Casali. Vi risiedono 28.372 abitanti (dicembre 2009). |
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La Collodi di Antonello Anappo
La Collodi è una scuola elementare comunale, dedicata alla figura di Carlo Lorenzini (in arte Collodi, 1826-1890), autore del romanzo per ragazzi Le Avventure di Pinocchio (1883). La decisione di intitolare una scuola allo scrittore e giornalista toscano è presa nel 1940, quando, essendo trascorsi cinquant’anni dalla morte, Pinocchio diventa di pubblico dominio ed entra a pieno titolo nella didattica italiana. Grande sostenitore di Pinocchio è l’intellettuale Benedetto Croce, che nel burattino di legno dalla bugia facile vede la metafora del fanciullo che diventa ragazzo, acquisendo via via consapevolezza di sé e valori di riferimento, secondo il principio « sbagliando s’impara ». Individuato il sito, presso l’allora Borgata Ciano (Trullo) in costruzione, la costruzione inizia nel 1942 ed è subito interrotta a causa degli eventi bellici. L’edificazione riprende nel Dopoguerra e i corsi regolari iniziano nel 1948. Negli Anni Sessanta, per il crescente popolamento, alla sede di via Massa Marittima si affianca il Secondo plesso su via Porzio (a Montecucco), chiamato Collodi II. In quegli anni insegna nella scuola la maestrina Maria Luisa Bigiaretti: i suoi scolari sono d’ispirazione al giornalista Gianni Rodari nel romanzo breve La torta in cielo (1966). |
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Torre Righetti di Antonello Anappo
Torre Righetti è un casino di caccia del 1825, di cui rimangono il corpo centrale in laterizio e il basamento circolare in pietra. Aveva forma di un tempietto circolare, secondo la moda neoclassica del Valadier. Sul tamburo centrale si innalzava una cupola, e intorno correva un giro di colonne. I quattro finestroni allineati coi punti cardinali davano luce agli ambienti sotterranei, destinati alla convivialità dopo le battute venatorie e alla cottura della selvaggina in un ampio camino. La porta ovest aveva una doppia rampa; quella est un timpano. Una lastra in marmo oggi scomparsa recitava: “Ogni molesta cura, ogni timor qui tace. Qui fero arte e natura, tranquillo asil di pace”. Una seconda iscrizione ancora in loco racconta con orgoglio l’edificazione del sito, voluto dal banchiere Righetti: “Fui luogo ignoto e inospito. E s’or rallegro e incanto ha di Righetti il vanto, l’arte, l’ingegno e l’or”. Il basamento aveva precedentemente funzione di cisterna, per la vicina casa signorile del 1607. La presenza di ambienti ipogei lascia supporre una frequentazione in epoca più antica.
Torre Righetti è un casino di caccia (su preesistenza) del 1825, sito sulla collina di Montecucco al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970746A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.). |
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Villa Kock di Antonello Anappo
Villa Kock (o Vaccheria Prosperi) è una dimora signorile del 1607, sita nella collina di Montecucco al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970747A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.). |
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Caproni, maestro senza metodo di Pamela Di Lodovico e Antonello Anappo
Un convegno ricorda in questi giorni Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario. Caproni nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia. Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina. Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l’adesione al Partito Socialista. Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: « Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità ». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida. Negli Anni Cinquanta collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali - tra cui Pratolini, Cassola e Fortini - ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: « È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di ‘non insegnare’, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee ». Il 1959 è l’anno di Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti - Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza - con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga. Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: « Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ». Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini. Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un « maestro senza metodo ». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: « Ero la disperazione dei direttori didattici! ». Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: « Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti? ». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma. Il libro Feci il maestro per caso, di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, rilegge gli appunti di Caproni in oltre 30 registri e si interroga, raccogliendo gli insegnamenti del Maestro, sulle sfide della scuola attuale. La biblioteca personale del poeta e materiali del Fondo Caproni sono oggi alla Biblioteca di via Cardano. |
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In nome del Papa Re di Antonello Anappo
Nel 1866 una sanguinosa faida oppone i popolani di Villa Jacobini agli zuavi pontifici. È una storia di donne e di coltelli, sullo scenario complesso degli scontri tra i “patrioti” e sostenitori di Pio IX, ultimo papa re. Gli “zouaves” sono arrivati a Roma da molto lontano. Sono in origine unità di fanteria berbere, regolarizzate nell’esercito francese dal 1830 e distintesi eroicamente ad Algeri, Sebastopoli, Balaclava, e Palestro, nella Seconda guerra d’indipendenza italiana. Dal 1860 sono sotto ingaggio a Roma, al comando di La Morcière e De Charette. Gli zuavi “romani” sono prevalentemente francesi, belgi, americani, canadesi e irlandesi, conosciuti per una certa grevità e guasconeria, ma animati da fede sincera ed assoluta dedizione alla monarchia papalina. Senza conoscere fatica lavorano alla costruzione di trincee contro l’odiato Garibaldi e al tramonto è possibile vederli rincasare alla villa-caserma dei Santucci lungo via Portuense, cantando con enfasi i versi finali dell’“Evviva Pio”: “La corona che cinge sua fronte / non si strappa / la regge il Signor!”. Il racconto popolare vuole che questi giovani dai capelli ed occhi chiari, dalle uniformi sgargianti con i calzoni a sbuffo, la cintura di tela, la giacca corta e il fez, abbiano subito infiammato i cuori delle popolane portuensi. E pare anche che qualche zuavo, forse dopo aver ecceduto nel vino all’Osteria del Cardinale, abbia pure ecceduto in galanterie, rifiutandosi però di convolare a nozze riparatrici. I congiunti delle fanciulle disonorate pensano in un primo tempo di lavare l’affronto secondo la consuetudine cavalleresca, in singolar tenzone con il profanatore. Ma il “pubblico ristoro dell’affronto” viene precluso. Con Garibaldi alle porte e la Sede pontificia vacillante, gli zuavi sono l’ultima milizia effettiva di Santa Romana Chiesa contro l’armata dei “senza-Dio”: eliminare anche uno solo tra gli zuavi avrebbe avuto un pericoloso risvolto antinazionale, e con ogni probabilità avrebbe esposto la Tenuta Jacobini alle rappresaglie di un potere temporale disfatto ma ancora crudelmente rabbioso. La contromossa degli uomini validi di Vigna Jacobini, comunque, non tarda ad arrivare. Si decide quindi per l’« accoppamento », la pugnalata volante sulle spalle di norma riservata agli « infami », cui segue la sparizione del corpo senza lasciare traccia. Per nascondere i corpi i popolani ricorrono ad un singolare stratagemma, che lascia supporre l’implicita approvazione dei Signori locali. “Poiché le rappresaglie militari non sono un'invenzione recente - ha scritto Stelvio Coggiatti, sulla Strenna del 1972 - i gelosi vendicatori escogitano un momentaneo ma sicuro nascondiglio per i resti mortali di quei soldati, vincitori di battaglie amatorie, ma caduti in azioni di rappresaglia”. Il nascondiglio sono le botti vuote: le salme vengono deposte sul fondo, e le botti sono ben allineate con le altre piene di buon vino, nelle cantine di Vigna Jacobini. |
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Il progresso secondo Bonelli di Antonello Anappo
L’agronomo portuense Michelangelo Bonelli pubblica nel 1897 un trattato in due volumi, dal titolo “La Concimazione razionale”. In essa Bonelli introduce nelle tecniche di coltivazione tradizionali le applicazioni pratiche della nuova chimica di fine Ottocento. Bonelli sostiene che taluni elementi fertilizzanti - come l’azoto, la potassa (potassio), l’acido solforico, i fosfati e la calce (calcio) - possono correggere le manchevolezze di un terreno, rendendolo adatto ad ogni coltivazione. Il principio cardine dell’opera è infatti che la concimazione chimica deve essere limitata dall’uso della ragione: non deve esserci concimazione laddove le condizioni del suolo sono già ottimali; e non vanno concimati i terreni nei quali la concimazione chimica offrirebbe una maggiorazione della resa inferiore al 6%. Rese inferiori al 6% sono accettabili solo sui terreni incolti o improduttivi, in vista del cosiddetto ampliamento dello spazio agrario. L’impianto dell’opera è estremamente pratico. La lettura di un breve passo ci può fare capire come si usa un fertilizzante. “Il pisello, avendo tenere radici, vuole terreno di media consistenza, fresco, non umido. Le varietà destinate all’uso domestico si dovranno coltivare in terreni argillosi o silicei. Prospera benissimo anche in suolo di calcare, ma il frutto riesce di difficile cottura. Se il terreno è sabbioso o sabbioso-argilloso riesce utilissima la concimazione potassica unita alla concimazine fosfatica [...]. Da noi il pisello non entra nelle rotazioni perché lo si coltiva associato al mais o su piccoli appezzamenti. Volendolo porre in rotazione si coltiva dopo un cerale di primavera e gli si fa succedere un cereale d’inverno. Prima di coltivarlo sul medesimo campo si lascino passare 6 o 10 anni”. Il trattato si articola in due volumi, pubblicati per la prima volta a Torino dall’editore Casanova. Il trattato valse a Bonelli il titolo di Accademico dell’Agricoltura. Il trattato è oggi introvabile in forma completa. Il 1° volume è conservato alla Biblioteca nazionale a Firenze. Il 2° volume è conservato nel Fondo Riva Portuense (si tratta di un volume appartenuto al senatore genovese Bombrini, con annotazioni manoscritte del 1908). |
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On line dal 15/06/2010, 1215 letture.