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L’imbarco di Ponte Marconi

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: L’imbarco di Ponte Marconi - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Ponte Marconi - Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone - Le Strutture arcaiche alla Casa ebraica - La strage di via dei Prati dei Papa - Lanari e Scravaglieri, Oro al Valor civile - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - La Cisterna di Pozzo Pantaleo - Il tratto di Via Campana - Le Terme di Pozzo Pantaleo - La Mansio della Via Portuensis - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

L’imbarco di Ponte Marconi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Imbarco fluviale di Ponte Marconi

Dal 27 aprile 2003 funziona un collegamento di linea fra ponte Marconi e ponte Amedeo d’Aosta (orario 7,25-19, partenze ogni 20 minuti)e fra Ponte Marconi e Ostia antica (9,15 andata e 11,30 ritorno, da venerdì a domenica). L’imbarco è costituito da una banchina galleggiante.

In direzione Roma i battelli fermano anche a Ripa Grande, Calata  Anguillara (Isola Tiberina), Ponte Sisto, Molo di Castel Sant’Angelo, Ponte Cavour e Ponte Risorgimento. All’Isola Tiberina, dove esiste una soglia di fondo, si cambia di battello con un piccolo percorso a piedi. In direzione Ostia non esistono fermate, anche si progettano imbarchi a Ponte della Magliana, Idrovore della Magliana e Mezzocammino.

La navigazione di linea è curata da “Battelli di Roma” con 6 imbarcazioni: l’ammiraglia Agrippina Maggiore, le navi di linea Calpurnia, Cornelia e Livia Drusilla, e le piccole Rea Silvia e Cecilia Metella. La navigazioen turistica è curata da una cooperativa che dispone di 2 imbarcazioni: Ciclone e Invincibile.

Soprattutto in estate sono istituite corse serali e partenze speciali per il mare (Porto turistico di Ostia), Isola Sacra (Capo Due Rami) e addirittura le Secche di Tor Paterno in mare aperto.

 

 

Il Ponte Marconi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte Marconi

Ponte Marconi unisce le due sponde di Pietra Papa e San Paolo con un impalcato continuo in acciaio e cemento di 235 m sorretto da piloni.

Il progetto risale al 1937 ed è dedicato allo scienziato Guglielmo Marconi, che per primo diffuse nell’etere le onde radio. Dopo l’interruzione forzata durante la Guerra il ponte è completato nel 1954 ed ammodernato e ampliato nel 1975. La sezione attuale è larga 32 m ed ospita 2 corsie per senso di marcia e marciapiedi panoramici dai parapetti in travertino.

Fra estate e autunno è possibile osservare lo spettacolo della caccia fluviale: aironi cinerini (color grigio) e garzette (bianco) stazionano immobili sui bassi fondali della riva sinistra (alle darsene romane), mentre gabbiani e cormorani (nero) si tuffano in picchiata sul profondo canalone davanti la riva destra. Uno studio di Marevivo ha censito in questo tratto anguille, cavedani, rovelle, carpe, cefali in risalita dal mare e i rari barbo e lampreda di fiume. La fauna golenale annovera rana verde, biscia d’acqua e nutria. Tra le specie della vegetazione ripariale si contano salice bianco, pioppo, ontano comune e varietà nostrane di canneto.

L’argine destro è percorso dalla pista ciclabile. Dal 2003 in riva sinistra si trova la stazione dei battelli fluviali.

 

 

Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Necropoli Portuense

Nel 1947 la necropoli di Pozzo Pantaleo ha restituito cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (54-68 d.C.).

A differenza dei primi “corpores custodes” (schiavi devotissimi addetti all’incolumità dell’imperatore) le milizie private al tempo di Nerone non sono più devote come un tempo, e i componenti godono dello stato di “peregini” (stranieri di condizione libera), riuniti in corporazione para-militare, che replica al suo interno le strutture dell’esercito regolare. L’unità organizzativa della corporazione è la “decuria”, sorta di “famiglia d’armi” di 10 militi, con vincoli molto stretti. assimilabili alla parentela di sangue.

I cinque cippi di Pozzo Pantaleo, 2 m circa di altezza e con la sommità stondata, citano il nome del milite, la sua decuria e il confratello che ne diviene erede, e recano la sobria decorazione di una corona di foglie, premio per la valorosa condotta marziale. Di cinque stele solo 3 sono integre, e conservano i nomi di Fannius, Gamo e Indus. Fannio è il più giovane (appena 17 anni, della decuria di Cotino), mentre Indus è il più anziano. L’epigrafe di quest’ultimo recita: “Indo, straniero di condizione libera, guardia imperiale della decuria di Secondo, è morto a 35 anni e qui giace. Il fratello d’armi Eumene diviene suo erede e pone questa lapide”.

Numerosi fonti (Giovanni Antiocheno, frammento 91n, e Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, xix) affermano però che furono proprio i “fratelli” Germani a favorire l’uccisione di Nerone. Svetonio (Vita di Galba, 12), riferisce che Galba volle cautelarsi, abolendo la corporazione: “Germanorum cohortem dissolvit ac sine commodo ullo remisit in patriam” (li sciolse e li rimandò a casa “senza buonuscita”). Le guardie d’élite erano comunque necessarie: Traiano ne ripristina la funzione, nel corpo degli “equites singulares”. Le cinque stele sono oggi al Museo nazionale romano (Giardino delle Terme).

 

 

Le Strutture arcaiche alla Casa ebraica

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Strutture di età arcaica a via Portuense angolo via Majorana

Durante recenti lavori di scavo nella Casa di riposo ebraica di via Quirino Majorana, angolo via Portuense, sono emersi alcuni resti murari di epoca arcaica, considerati tra i più antichi del quartiere Marconi.

Il sito è stato studiato dalla Soprintendenza Archeologica di Roma. Attendiamo la pubblicazione dei risultati dello scavo da parte della Soprintendenza e ci limitiamo qui ad anticipare la notizia del ritrovamento. L’area non è al momento visitabile.

 

 

La strage di via dei Prati dei Papa

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Viale Marconi

Alle 8,30 del 14 febbraio 1987, un sabato, i tre addetti del furgone portavalori delle Poste in servizio nel quadrante sud-ovest di Roma hanno appena consegnato banconote per mezzo miliardo di lire all’Ufficio postale di via Sereni, zona Marconi. Il furgoncino è scortato dalla volante n. 43 della Polizia di Stato, con a bordo gli agenti Rolando Lanari (capopattuglia, 26 anni), Giuseppe Scravaglieri (autista, 23) e Pasquale Parente (gregario, 29), tutti appartenenti al VI gruppo “Volanti”.

La giornata del piccolo convoglio era iniziata alle 7,30, con l’uscita dal Caveau centrale delle Poste di piazza San Silvestro. Dopo l’approvvigionamento degli uffici dell’Eur e di via Sereni, il camioncino, con ancora a bordo una somma considerevole, riparte seguito dalla volante 43, e imbocca via dei Prati dei Papa.

Via dei Prati di Papa è una strada stretta e a parziale senso unico, percorribile solo a passo d’uomo, che termina con una ripida salita su via Borghesano Lucchese, che a sua volta è una piccola via di raccordo tra viale Marconi e via Oderisi da Gubbio. Su via dei Prati di Papa transitano pochi anziani, che un uomo, mostrando una paletta di quelle in dotazione agli agenti, invita sbrigativamente ad andarsene: “Allontanatevi da qui, siamo agenti di Polizia, fra poco ci sarà una sparatoria”. Tre minuti dopo, il comando armato del Partito Comunista Combattente, costola del movimento eversivo delle BR storiche, entra in azione. Il commando è composto, secondo la ricostruzione più comune, di 8 uomini (ma altre ricostruzioni parlano di 10 o 12 elementi), divisi in due corpi operativi: il gruppo di fuoco (4 persone, con il compito di uccidere) e il gruppo di fiancheggiamento (4 persone, con il compito di svuotare il furgone).

Mentre il mezzo postale imbocca la salita, una Renault 14, rubata e con targa contraffatta, gli taglia la strada, obbligandolo ad una brusca fermata: la volante che lo segue lo tampona con violenza.

Ai lati della Giulietta della Polizia di Stato compaiono all’improvviso, a piedi, i quattro uomini del gruppo di fuoco, facendo fuoco incrociato sugli agenti. Le armi impiegate sono almeno quattro: due pistole, un fucile a pompa e una mitraglietta tipo Skorpion della Ceaka Zbrojovka, da cui partono 56 colpi calibro 9.

Il capopattuglia Rolando Lanari, sul sedile di destra, muore sul colpo, mentre si appresta a lanciare l’allarme dal microfono ricetrasmittente. I colpi dei killer colpiscono anche Giuseppe Scravaglieri, l’autista, che perde i sensi accasciandosi sul volante.

Il terzo agente, Pasquale Parente, sul sedile posteriore, tenta la risposta al fuoco. Apre lo sportello, mano alla fondina, ma fa appena in tempo ad uscire che i killer lo colpiscono alle gambe, al braccio e al torace. Un proiettile gli centra un polmone: l’agente si accascia a terra vicino a un muretto.

Nel frattempo un uomo e una donna del gruppo di fiancheggiamento, a viso coperto da passamontagna, penetrano nel furgone portavalori e prelevano, con lucida calma, denari per un miliardo e 150 milioni di lire.

Prima di fuggire, il commando trova il tempo per lanciare una raffica di mitra verso la finestra di un palazzo vicino, da cui l’incauta signora Clara M. si era affacciata. La signora rimane ferita in maniera lieve da alcune schegge.

Negli attimi successivi la stradina è avvolta dal silenzio, spezzato solo dai lamenti di agonia dell’agente gregario Parente. Poco dopo accorrono i soccorritori e scatta immediata la caccia all’uomo. Ma i killer hanno studiato il piano in ogni dettaglio: hanno già abbandonato le auto e i vestiti dentro i viali alberati dell’Ospedale San Camillo e sono scomparsi nel nulla.

I sanitari, sul posto, non possono fare altro che constatare la morte del capopattuglia Lanari. Scravaglieri e Parente sono gravissimi: in una corsa disperata vengono trasportati entrambi al Padiglione Morgani III dell’ospedale San Camillo. Scravaglieri muore pochi minuti dopo il ricovero. Parente va in emorragia e viene sottoposto in sequenza a 4 trasfusioni. I chirurghi del professor Baldini gli estraggono la pallottola dal polmone e, uno a uno, altri cinque proiettili.

Alle 10,00 una telefonata alla redazione di Bologna del quotidiano Repubblica rivendica la strage: “Brigate Rosse, Partito Comunista Combattente”, dice la voce.

 

 

Lanari e Scravaglieri, Oro al Valor civile

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Caduti di Prati dei Papa

All’indomani della strage BR del 14 febbraio 1987 in via dei Prati dei Papa il quotidiano Repubblica descrive con viva commozione il cordoglio e l’indignazione dei Romani. Grazie a quel nitido racconto - che il Fondo Rivaportuense è andato in questi giorni a rileggere -, conosciamo oggi i profili umani dei tre “ragazzi” della volante 43 della Polizia di Stato: Rolando Lanari di 26 anni e Giuseppe Scravaglieri di 23 (uccisi: Medaglie d’oro al Valor civile, alla memoria), e Pasquale Parente di anni 29 (rimasto gravemente ferito: Medaglia d’argento al Valor civile).

Si tratta di biografie semplici e simili, che la Questura in un breve dispaccio sintetizza così: “in divisa a diciott’anni, molto motivati, innamorati del loro mestiere”.

Il capopattuglia Rolando Lanari (26 anni, nato a Massa Martana in provincia di Perugia) è un agente “svelto, preparato, sempre sul chi vive”, in servizio alle volanti da 4 anni. È “uno che il servizio di scorta lo fa con la mano sulla pistola, che si guarda continuamente intorno”. Vive a Centocelle, con il padre anziano e malato. Frequenta il bar, è tifoso del Milan, ha da poco comprato un impianto stereofonico di ultima generazione, con lettore compact disc. È fidanzato, con una ragazza in servizio alle Poste come portavalori, conosciuta durante il servizio. Circola anche una voce: che Lanari avesse in animo di lasciare le scorte e abbia fatto domanda di assunzione all’Alitalia; la domanda non era stata accolta.

L’autista Giuseppe Scravaglieri (nato a Catena Nuova in provincia di Enna) non ha ancora compiuto 24 anni: ha lasciato il paese rurale d’origine “per trovare un pezzo di pane” (così racconta il padre Sebastiano) e tale è la passione per il Corpo che, dopo cinque anni di servizio, dorme ancora in branda alla Caserma Guido Reni e ha tralasciato di crearsi una famiglia e una casa per conto suo.

Ai funerali di Stato, a San Lorenzo fuori le Mura presso il Campo Verano, partecipano sotto la pioggia battente cinquemila cittadini, fianco a fianco agli uomini in uniforme e alle autorità. Il cardinale vicario di Roma Ugo Poletti, nell’omelia, proferisce parole di deplorazione e ammonimento verso la lotta armata: “Il terrorismo per mano delle Brigate Rosse è tornato a colpire a Roma con ferocia e superbia, come il serpe velenoso morde nei luoghi più imprevedibili. Sono state colpite le Istituzioni pubbliche, l’onesto popolo italiano e ciascuno di noi”.

Dall’ospedale San Camillo, dove Pasquale Parente - 29 anni, sposato, con un bambino di 10 mesi - è ricoverato in condizioni critiche, i cronisti di Repubblica annotano la rabbia dei colleghi delle scorte: “Maledetti assassini, carogne, bisognerebbe ammazzarli tutti!”; “È la fine che può toccare a tutti noi. Ogni giorno quando esci non sai se la sera tornerai a casa o no”.

A distanza di tre mesi, il 16 maggio 1987, i tre agenti sono insigniti al Valor civile dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Lanari e Scravaglieri hanno ricevuto la Medaglia d’oro, alla memoria. Parente, sofferente ma fuori pericolo di vita, è decorato con la Medaglia d’argento.

 

 

La Necropoli di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Necropoli Portuense (immagine aerea)

La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza).

Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo.

Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale.

Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi.

 

 

La Cisterna di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Via Campana

La Cisterna di Pozzo Pantaleo è un mausoleo di forma circolare, la cui struttura, successivamente foderata di malta idraulica, è stata reimpiegata come cisterna.

L’edificio viene indagato tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. L’edificio ha pianta circolare ed è in opera laterizia. Esternamente si trovava un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo aperto a nord.

L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, riutilizzati anch’essi come cisterna, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina.

Questa terza campagna di scavi ha permesso una datazione complessiva dell’area archeologica, compresa tra la metà del I sec. d.C. e un’epoca successiva al IV sec. d.C., ossia dalla prima età imperiale fino al periodo paleocristiano, con una frequentazione probabilmente anche successiva, forse già altomedievale.

 

 

Il tratto di Via Campana

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Tratto di Via Campana a Pozzo Pantaleo

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana.

L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere.

Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio.

Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Terme di Pozzo Pantaleo

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

 

 

La Mansio della Via Portuensis

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Mansio di Pozzo Pantaleo (immagine aerea)

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar.

Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato.

Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso.

L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole).

 

 

Credits:

On line dal 04/03/2003, 1892 letture.