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La Villa del Torcularium

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: La Villa del Torcularium - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La Mansio della Via Portuensis - Le tombe portuensi - La Cisterna di Pozzo Pantaleo - Il tratto di Via Campana - Le Terme di Pozzo Pantaleo - Il Balneum - Casa Agolini - I Ponti romani di Parco de’ Medici - La Magliana di Papa Giulio - Il Salone delle Muse - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

La Villa del Torcularium

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Magliana Vecchia

La Villa del torcularium è un edificio romano di epoca repubblicana, così chiamata per la presenza di una vasca, identificata come un probabile torcularium, cioè un impianto per la pigiatura dell’uva.

L’edificio risale alla fine del II sec. a.C. e consiste in due ambienti in opus incertum (A e B), più un terzo ambiente scavato parzialmente (C), dal quale è affiorata una canaletta in opus spicatum. Nell’ambiente A, salendo due gradini, si accede alla vasca per la pigiatura dell’uva (D), rivestita in cocciopesto.

Nel I sec. a.C. l’edificio viene ampliato con una seconda vasca in opus reticulatum, anch’essa foderata in cocciopesto (E), e con altri due ambienti (F e G), dei quali restano le fondazioni. Accanto alla seconda vasca si trova un pozzo circolare (H). Il complesso sopravvisse fino al III sec. d.C. A nord della villa è stato rinvenuto un tratto di strada basolata.

Il sito è emerso casualmente, durante lavori per la realizzazione del Campo da golf di Parco dei Medici. Nella relazione degli scavi della Sovrintendenza Archeologica (1989) Laura Cianfriglia scrive: « Vasche e canaletta indicano che questa era la zona produttiva della villa. Lo scavo è parziale ed incompleto. Non vi sono quindi elementi per comprendere se le strutture appartengono ad una villa più estesa dotata anche di una parte residenziale, o se è un edificio di solo utilizzo rustico ».

 

 

La Mansio della Via Portuensis

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Mansio di Pozzo Pantaleo (immagine aerea)

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar.

Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato.

Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso.

L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole).

 

 

Le tombe portuensi

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Marconi

Nel 1996, durante saggi di scavo per la posa di cavi dell’alta tensione, emergono sulla Via Portuense in località Pozzo Pantaleo dei resti di edifici funerari romani.

Si tratta di una serie allineata di tombe a camera, le cui celle sono ordinate secondo l’asse del vicino tratto di Via Campana, individuato e scavato fra il 1983 e il 1989. Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari (dove venivano deposte le urne funerarie) o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico).

Tra di esse la tomba più interessante è quella detta di Petronia. Il mosaico del pavimento presenta uno schema decorativo ad arabesco vegetale e animale, in tessere nere su fondo bianco. L’iscrizione funeraria - studiata da Tomei nel 2006 - è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia.

Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l’ipotesi che la superficie della necropoli si estenda ben al di là dell’area oggetto di indagini.

 

 

La Cisterna di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Via Campana

La Cisterna di Pozzo Pantaleo è un mausoleo di forma circolare, la cui struttura, successivamente foderata di malta idraulica, è stata reimpiegata come cisterna.

L’edificio viene indagato tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. L’edificio ha pianta circolare ed è in opera laterizia. Esternamente si trovava un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo aperto a nord.

L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, riutilizzati anch’essi come cisterna, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina.

Questa terza campagna di scavi ha permesso una datazione complessiva dell’area archeologica, compresa tra la metà del I sec. d.C. e un’epoca successiva al IV sec. d.C., ossia dalla prima età imperiale fino al periodo paleocristiano, con una frequentazione probabilmente anche successiva, forse già altomedievale.

 

 

Il tratto di Via Campana

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Tratto di Via Campana a Pozzo Pantaleo

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana.

L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere.

Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio.

Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Terme di Pozzo Pantaleo

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

 

 

Il Balneum

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il Balneum degli Arvali. Gli ambienti in azzurro erano freddi; quelli in arancio erano riscaldati

Il Balneum è un impianto termale di piccole dimensioni (lunghezza 35 m, superficie 600 mq) ad uso esclusivo degli Arvali. Sorgeva 150 m a sud del Tempio di Dia lungo la via Campana e si componeva di 15 vani e 6 piscine.

Dal vestibolo (1) diviso in tre aulette e affiancato dalle latrine collettive (2) si accedeva a una grande sala conviviale (3), con nicchie vezzose sulle pareti absidate e colonne marmoree a sorreggere la volta dagli ampi lucernari. Di lì una porta immetteva nel frigidarium (4), sul cui pavimento si aprivano due piscine dai mosaici policromi.

Il piccolo tepidarium (5) era seguito dallo spogliatoio-destrictarium (6) e dalla sauna-laconicum (7). I due ambienti del calidarium (8) erano dotati di vasche di diversa temperatura, alimentate dalle fornaci (9). Il circuito si completava con un tepidarium per il ritorno a temperatura ambiente.

Costruito nel 222 d.C., il Balneum ha funzionato fino al 340; gli ambienti hanno continuato a vivere, prima come fornace e poi come casale rustico, fino all’alto Medioevo. I ruderi sono stati scavati negli anni 1975-81 dall’École Française e si trovano (interamente coperti e non visitabili) sotto il Casale Agolini in via della Magliana, 585.

 

 

Casa Agolini

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casale di Via della Magliana, 585

Casa Agolini è un edificio rurale di inizio Ottocento, le cui fondazioni reimpiegano parte delle murature del Balneum, l’impianto termale in uso nel III sec. d.C. ai Sacerdoti Arvali del Lucus Deae Diae.

Vi sono stati rinvenuti mosaici in tessere bianche e nere con motivi marini e vegetali. Il caseggiato sorge al civico 585 del vecchio tratto di via della Magliana presso vicolo dell’Imbarco, caratterizzato dalla presenza di casali di tipo rurale tradizionale dell’Agro Romano e dalle costruzioni del Primo Novecento della Borgata Magliana.

Si compone di un doppio corpo di fabbrica a pianta mistilinea, a due piani, e di una serie di corpi di edificazione più recente. Le murature sono in tufo, laterizio e pietre coperte ad intonaco. Il nome popolare di Casa Agolini deriva dal cognome di una delle famiglie proprietarie (attualmente appartiene alla famiglia Mazzocchi).

L’edificio è stato studiato nel 2005 dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira per le Belle Arti (repertorio n. 00970756) e risulta identificato tra i « beni di interesse estetico tradizionale ».

 

 

I Ponti romani di Parco de’ Medici

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia. Mappa stradale

I Ponti di Parco de’ Medici sono un sistema di attraversamenti fluviali di età romana, sito nella località omonima alla Magliana vecchia.

Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

La Magliana di Papa Giulio

di Antonello Anappo

 

 

 
 
A. Gruyer. Frontespizio di Raphael à la Magliana, 1873. Cortesia del Museo del Louvre, Parigi

Pubblichiamo, grazie all’alto contributo del Museo del Louvre di Parigi, il racconto di viaggio al Castello della Magliana del critico d’arte A. Gruyer (1873).

   Lasciamoci alle spalle Roma da Porta Portese e incamminiamoci per la strada di Porto lungo la valle del Tevere. Al sesto miglio fermiamoci e volgiamo lo sguardo al fiume. Vedremo, quasi a portata di mano, sul primo piano di una campagna il cui orizzonte abbraccia i monti del Lazio e della Sabina, un edificio (o per meglio dire un conglomerato di edifici) quasi in abbandono: non è un castello né una dimora campestre, ma presenta ancora le apparenze della grandiosità.

Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana!

I terreni circostanti sono insalubri e paludosi ma riccamente forniti di selvaggina; è qui che i papi del Quindicesimo e Sedicesimo secolo tenevano le loro battute venatorie. Giacomo Volterrano racconta della gran caccia del 1480, in onore del duca Ernesto di Sassonia e Lawenbourg, presente Girolamo Riario nipote di Sisto IV (Muratori, Scrip. Rer. Italic., tomo XXIII, p. 104). Nel suo racconto si cita a più riprese il fiume Magliano ma neanche una volta si fa cenno alla presenza di un Castello. Ne deduciamo, pertanto, che all’epoca nella contrada della Magliana non fosse ancora presente alcun edificio significativo.

Fu in effetti Innocenzo VIII (1484-1492) a costruire il primitivo palazzetto della Magliana. Poi venne Alessandro VI (1492-1503), senza lasciarvi traccia. Fu Giulio II (1503-1543) che gli diede proporzioni grandiose, e chiamò a raccolta tutte le arti per farne una dimora degna di un papa. I pittori, di scuola perugina, decorarono le camere con affreschi, molti dei quali sopravvivono ancora oggi. Giulio II elesse la Magliana come luogo di predilezione e, affinché nessuno tra i posteri potesse dubitarne, volle che il suo nome fosse ripetuto su tutte le finestre dei nuovi corpi di fabbrica, la cui costruzione si fa risalire a Giuliano da San Gallo.

Orbene, ad una dimora papale non poteva mancare una cappella. Essa fu ricavata negli appartamenti al pianterreno, e consacrata a San Giovanni Battista.

Il cardinale Francesco Alidosi, incaricato di sovrintendere alla sua decorazione, lasciò questa iscrizione sulla porta d’ingresso: F. CAR. PAPIEN. JVLII II P. M. ALVMNVS (Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Giulio II Pontefice Massimo). Alidosi, nominato arcivescovo delle Terre bolognesi nel 1503, e cardinale di Santa Cecilia nel 1505, aveva assunto il titolo di alumnus proprio in allusione al favore di cui godeva presso Papa Giulio.

E andò oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice, rivestendo il pavimento della cappella di tessere in cotto smaltato, sulle quali campeggiavano, alternativamente, le sue insegne e il suo nome, e le insegne e il nome del papa (le armi di Giulio II raffiguravano in un giogo; quelle dell’Alidosi un’aquila ad ali spiegate). Dimenticava però che l’aquila degli Alidosi doveva passare con umiltà sotto il giogo dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo.

E fu quello che accadde quando il cardinale di Santa Cecilia si vide negare il titolo di principe di Imola, che già era appartenuto ai suoi antenati. Forse l’Alidosi si rivoltò contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d’Urbino condivideva il comando, furono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla è sicuro sull’argomento, se non che tempo prima, aveva già tradito Alessandro VI. Fatto sta che lo accusarono di un nuovo tradimento. Appena giunse a Ravenna da Giulio II che attendeva le sue giustificazioni, fu pugnalato in pieno giorno e in piena strada da Francesco Maria della Rovere, lo stesso su cui l’Alidosi aveva ribaltato la responsabilità della disfatta militare.

Il nome dell’Alidosi, tuttavia, dimora ancora alla Magliana e nella Cappella, inseparabile da quello di Giulio II. Gli affreschi della Annunciazione e della Visitazione, dipinta sui due lati dell’unica finestra, stanno a dichiarare ancora oggi quali abili mani il cardinale di Santa Cecilia abbia utilizzato. Fu probabilmente lo Spagna, uno dei più famosi allievi del Perugino, ad eseguire quei dipinti. Quanto alla loro data, non è possibile individuarla con precisione. La morte violenta dell’Alidosi avvenne nel 1511: possiamo solo dire che gli affreschi affidati alla sua cura precedono tale data.

E se Giulio II ha ben amato la sua Magliana, il suo successore papa Leone X Medici l’ha amata ancora di più, legandosene con una passione tra le più intense e viscerali: Papa Giulio vi aveva chiamato a lavorare la scuola del Perugino; Leone vi chiamò addirittura Raffaello!

Nella Cappella del Battista, dove lo Spagna aveva dipinto affreschi senza una propria fisionomia, Raffaello ha lasciato i tipi di perfezione che appartengono a lui e solo a lui: nella volta che sovrasta l’altare, ha dipinto l’Eterno padre benedicente, in mezzo ad una processione di angeli e cherubini; nella verticale dell’arco della navata ha lasciato il Martirio di Santa Cecilia.

 

Testo francese

Sortons de Rome par la Porta Portese et engageons-nous dans la vallée du Tibre sur la route de Fiumicino; après un parcours de six milles environ, arrêtons-nous et regardons du côté du fleuve; nous verrons, presque à notre portée, au premier plan de cette campagne dont les horizons s’étendent jusqu’aux montagnes du Latium et de la Sabine, un édifice, ou plutôt une réunion d’édifices quasi abandonnés, qui ne constituent ni un château ni une ferme, mais qui présentent encore les apparences de la grandeur.

Une cour rectangulaire, entourée de murailles à créneaux guelfes, précède les bâtiments de différentes époques et d’inégale hauteur; une porte monumentale, surmontée d’un arc en plein cintre et flanquée de colonnes, donne accès dans cette cour; un pont, jeté sur le Magliano, conduit à cette porte; le seuil une fois franchi, on se trouve en pleine Renaissance, on est dans la Magliana.

Les terres environnantes soin malsaines et marécageuses, mais abondamment fournies de gibier; les papes du XVe et du XVIe siècle avaient là leur rendez-vous de chasse. Giacomo Volterrano raconte une grande chasse dont Girolamo Riario, neveu de Sixte IV, fit les honneurs au duc Ernest de Saxe-Lawenbourg, en 1480 (in nota: Muratori, Scrip. rer. Italic., t. XXIII, p. 104). Dans cette narration, il est à plusieurs reprises parlé du Magliano, mais il n’est dit mot de la Magliana. Donc aucune construction ne se voyait alors dans cette contrée.

Ce fut, en effet, Innocent VIII (1484-1492) qui bâtit le casino primitif. Alexandre VI vint ensuite (1492-1503) et n’y ajouta rien de notable.

Mais Jules II (1503-1543) lui donna des proportions presque grandioses, et appela tous les arts à son aide pour en faire une résidence digne d’un pape. Des peintres de l’école de Pérouse décorèrent les chambres de fresques, dont plusieurs subsistent encore aujourd’hui. Jules II adopta la Magliana comme un séjour de prédilection, et, afin que la postérité n’en pût douter, il voulut que son nom fût répété au-dessus de toutes les fenêtres des bâtiments qu’il fit élever (in nota: On attribue à Giuliano da San Gallo les constructions que Jules II fit faire à la Magliana).

Or, à une résidence pontificale il fallait une chapelle. Cette chapelle fu ménagée dans les appartements du rez-de-chaussée; elle fut dédiée à saint Jean-Baptiste.

Et le cardinal Francesco Alidossi, chargé de présider à sa décoration, fit graver cette inscription sur la porte: F. CAR. PAPIEN. JVLII. II. P. M. ALVMNVS. Alidossi, nommé archevêque e Bologne en 1503 et cardinal de Sainte-Cécile en 1505, prenait la qualification d’Alumnus par allusion à la faveur dont il jouissait alors auprès de Jules II.

Il fit plus: il se mit presque sur le pied de l’égalité avec le pontife, en revêtant le sol de la chapelle de briques émaillées sur lesquelles on voyait alternativement ses armes et son nom, les armes et le nom du pape. Il oubliait le joug des la Rovere, sous lequel l’aigle des Alidossi devait passer avec humilité, à peine d’être arrêté dans son vol (in nota: Les armes de Jules II se composaient d’un joug; les armes du cardinal Alidossi portaient un aigle aux ailes éployées).

Le cardinal de Sainte-Cécile se vit, en effet, refuser le titre de prince d’Imola qu’avaient porté ses ancêtres. Se tourna-t-il alors contre Jules II du côté de la France? Était-il vendu à Louis XII, quand les armées pontificales, dont il partageait le commandement avec le duc d’Urbin, furent battues par les troupes vénitiennes? Rien n’est certain à cet égard. Il avait trahi jadis Alexandre VI, on l’accusa d’une nouvelle trahison; et, comme il arrivait à Ravenne pour se justifier auprès du pape, il fut poignardé en plein jour et en pleine rue par Francesco Maria della Rovere sur lequel il avait rejeté la responsabilité de la défaite. Son nom n’en demeure pas moins inséparable de celui de Jules II dans la chapelle de la Magliana.

Les fresques de l’Annonciation et de la Visitation, peintes de chaque côté de l’unique fenétre, disent encore quelles mains habiles le cardinal de Sainte-Cécile avait employées. Un des plus renommés parmi les élèves de Pérugin, Spagna probablement, avait exécuté ces peintures. Quant à leur date, il est impossible de la préciser. Le meurtre d’Alidossi ayant eu lieu en 1511, on peut dire seulement que les fresques confiées à la surveillance du cardinal sont antérieures à cette date.

Si Jules II avait beaucoup aimé sa Magliana, Léon X l’aima plus encore et la fit sienne aussi par des liens plus intimes et plus forts. Jules II y avait attiré l’école de Pérugin, Léon X y appela Raphaël.

Dans cette chapelle, où Spagna peut-être avait peint des fresques sans physionomie propre, Raphaël a laissé des types de perfection qui n’appartiennent qu’à lui. A la voûte qui surmonte l’autel, il a montré l’Éternel bénissant le monde au milieu d’un cortège d’anges et de chérubins; dans un des arcs verticaux de la nef, il avait représenté le martyre de sainte Cécile.

 

Si ringrazia il Musée du Louvre di Parigi - Direction de la politique des publics et de l'éducation artistique - Médiathèque, per le preziose documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo.

 

 

Il Salone delle Muse

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La sala delle Muse al Castello della Magliana. L'interno. Sul fondo il camino di Papa Giulio II

Il salone d’onore o “Sala delle Muse” era il luogo di ricevimento ufficiale del Castello della Magliana, ritrovo tra il 1513 e il 1521 del cenacolo letterario di papa Leone X Medici, cui presero parte Raffaello, Michelangelo, Bramante, Machiavelli e Guicciardini.

L’impianto architettonico rettangolare risale al Sangallo, su commissione del cardinale Alidosi da Pavia, il cui titolo “F. card. papiensis” compare sull’architrave d’ingresso. Alidosi riesce a completare lo scalone (con una Madonna del Perugino, oggi scomparsa), la loggia, il camino monumentale con dedica a Papa Giulio e i pavimenti in maiolica con i colori dei Della Rovere, ma la sala ha ancora l’aspetto di uno stanzone vuoto.

Papa Leone X prosegue i lavori, trasformandola in una cassa armonica da teatro, dall’acustica perfetta grazie alla sopraelevazione del tetto e ai controsoffitti avvolgenti con lacunari in legno. Leone X fa affrescare le pareti, con un fregio di alloro, aquile e gigli medicei che incorniciano un paesaggio agreste, in cui compaiono le superbe figure mitologiche di Apollo e le Muse, opera di Gerino Gerini.

I quadranti di Apollo e delle Muse sono state distaccati nel 1869. Si trovano oggi a Palazzo Braschi.

 

 

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On line dal 28/10/2008, 988 letture.