La Necropoli di Malnome
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: La Necropoli di Malnome - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: L’uomo senza sorriso di Malnome - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Il tratto di Via Campana - La Mansio della Via Portuensis - Alla corte di Cleopatra - Santa Passera - Vigna Pia - Le tombe portuensi - Villa Bonelli - Il Casale D’Arcangeli - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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La Necropoli di Malnome di Antonello Anappo
La Necropoli di Malnome è una cimitero romano di epoca imperiale, databile tra fine I sec. e II sec. d. C. Gli scavi si sviluppano su 3000 mq, sulla sommità di un bancone di sabbia e ghiaia marina nella parte sud-est della Tenuta di Castel Malnome. Sono stati individuati 270 scheletri perfettamente conservati, in sepolture a fossa con copertura di legno o fittile (tegole a cappuccina). Il 63% dei corpi è fasciato o avvolto in un sudario. Sono state trovate due sole urne cinerarie. Le tombe appartengono umili lavoratori del Porto di Claudio e di Traiano o delle vicine Saline e ruota intorno ad un percorso stradale che in parte ricalca quello di via della Muratella. Solo un terzo dei corpi è provvisto di corredo e solo 70 di essi hanno, stretto tra i denti, il sesterzio per pagare il pedaggio a Caronte. Un bambino di 8 anni è stato accompagnato per l’ultimo viaggio verso i Campi Elisi da una collana con pendagli di ambra, osso e conchiglie e altri piccoli monili. Una donna è stata sepolta con il suo specchio; un’altra con orecchini in oro. Tra i materiali sono stati rinvenuti boccali e ollette in ceramica. La necropoli è stata scoperta nell’estate 2006 dalla Guardia di Finanza, sulle tracce di tombaroli. Gli scavi sono iniziati nel marzo 2007, sotto la direzione della Soprintendenza Archeologica. A scavi conclusi la necropoli sarà reinterrata. |
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L’uomo senza sorriso di Malnome di Antonello Anappo
Gli studi degli antropologi sulle umili tombe di Castel Malnome hanno restituito il racconto aspro della vita nella comunità dei lavoratori portuali dei bacini di Claudio e Traiano e delle vicine saline: facchini ai moli, portatori di sale e uomini di fatica in genere, con lo status di schiavi o liberti. Gli scheletri appartengono in gran parte a maschi (il 72%), tra i 20 e i 40 anni) e con la schiena “rotta dalla fatica”: presentano lesioni della colonna vertebrale dovute al trasporto di carichi e frequenti fratture agli arti. Un cranio, radiografato alla tac al Policlinico Casilino, ha rivelato la storia di un uomo con la rara patologia della “signazia”, mai rilevata finora in popolazioni antiche. L’individuo 30-35enne presenta un’ossificazione dell’articolazione temporo-mandibolare: in pratica è nato con la mandibola saldata alla tempia e non ha mai potuto sorridere, masticare, parlare.. Una mano pietosa gli ha strappato via gli incisivi, per permettergli di alimentarsi e respirare, e svolgere così la sua vita di facchino. Gli antropologi interpretano questo intervento come volontario ed operato dalla comunità portuense per assicurare la sopravvivenza ad un individuo che sarebbe morto in età infantile. La mentalità del tempo infatti consentiva al pater familias di lasciar morire un figlio nato deforme. |
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La Necropoli di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza). Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo. Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale. Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi. |
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Il tratto di Via Campana di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana. L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere. Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio. Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense. |
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La Mansio della Via Portuensis di Moena Giovagnoli
La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar. Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato. Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso. L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole). |
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Alla corte di Cleopatra di Antonello Anappo
Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono. Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici. Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside. Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio. Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside. Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino. |
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Santa Passera di Antonello Anappo
Santa Passera compone di due elementi sovrapposti (chiesa superiore ed inferiore), più una cripta ipogea nella quale si ritenevano collocate le spoglie dei martiri egiziani Ciro e Giovanni. Il nome Passera deriverebbe dalla distorsione di Abbas Cirus (Appàciro > Pàcera). La chiesa superiore del XIII sec. è a navata unica, con un presbiterio absidato incorniciato da un arco e soffitto a capriate lignee. La facciata, rivolta verso il Tevere, è in laterizio preceduta da una doppia rampa di scale. Gli affreschi absidali raffigurano il Cristo benedicente tra i martiri ed altri santi, gli ordini superiori il Cristo tra gli apostoli, mentre gli ordini inferiori sono dedicati a figure devozionali. L’affresco in parete destra è dedicato a santi orientali. La chiesa inferiore è un oratorio del V sec., composto di un’aula quadrangolare (le cui pitture consunte raffigurano tre vescovi) e di un avancorpo allungato. L’architrave edell’XI sec. evoca con un’epigrafe i nomi dei santi martiri. Una stretta scala immette alla cella ipogea, un sepolcro romano del III sec. Vi si conservano le pitture della Giustizia e di un atleta, tra quadranti e stelle decorative. Vi era dipinta una Vergine con bambino, rubata nel 1968. |
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Vigna Pia di Antonello Anappo
L’istituto Vigna Pia è un edificio del 1858, originariamente adibito a scuola agraria e opera assistenziale, al centro della tenuta omonima. Tra 1850 e 1851 il principe Torlonia, la principessa Wolkonski e l’Ordine religioso dei Minimi costituiscono una proprietà fondiaria unitaria di 22 ettari, denominata Istituto agrario di carità Vigna Pia in onore del papa regnante, Pio IX. L’insediamento è strutturato secondo lo schema della colonìa, con vasti terreni a coltura intorno ad un corpo di fabbrica principale. La popolazione è costituita di « orfani e altri garzonetti più sventurati », tra i 7 e i 21 anni. Dopo l’alfabetizzazione essi ricevono la formazione teorica in agronomia e agrimensura, cui segue l’apprendistato di orticultura, cerealicultura e viticultura ed infine il collocamento a servizio in una famiglia rurale. Il Convitto, di forma quadrangolare, rivolge il prospetto principale alla valle della Magliana. È sormontato dallo stemma papale tra due cornucopie colme di grano. L’edificio si prolunga in un padiglione di minor altezza, realizzato da Leone XIII nel 1889. Il 23 aprile 1891 gli edifici sono danneggiati dallo scoppio della Polveriera di Forte Portuense. La tenuta aveva un portale monumentale, oggi scomparso. Nel Dopoguerra l’estensione della tenuta viene erosa dall’urbanizzazione, fino a perdere la vocazione agraria. Il complesso è oggi sede di convitto, centro giovanile e polisportiva locale. |
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Le tombe portuensi di Moena Giovagnoli
Nel 1996, durante saggi di scavo per la posa di cavi dell’alta tensione, emergono sulla Via Portuense in località Pozzo Pantaleo dei resti di edifici funerari romani. Si tratta di una serie allineata di tombe a camera, le cui celle sono ordinate secondo l’asse del vicino tratto di Via Campana, individuato e scavato fra il 1983 e il 1989. Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari (dove venivano deposte le urne funerarie) o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico). Tra di esse la tomba più interessante è quella detta di Petronia. Il mosaico del pavimento presenta uno schema decorativo ad arabesco vegetale e animale, in tessere nere su fondo bianco. L’iscrizione funeraria - studiata da Tomei nel 2006 - è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia. Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l’ipotesi che la superficie della necropoli si estenda ben al di là dell’area oggetto di indagini. |
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Villa Bonelli di Antonello Anappo
Villa Bonelli (già Casa Balzani) è una villa ottocentesca, legata alla memoria dell'agronomo Michelangelo Bonelli, cui si deve l'impianto della Tenuta Due torri, l'organizzazione a terrazze del parco e la ristrutturazione edilizia della villa. Il casino agricolo originario (del 1839) passa nel 1906 ai Balzani e nel 1925 all’ing. Bonelli, già proprietario dal 1923 della attigua paludosa Proprietà Due Torri. L'opera di bonifica condotta da Bonelli avrà del prodigioso: unificate le proprietà, prosciuga le acque stagnanti con idrovore di sua invenzione, scava canalizzazioni (se ne possono riscontrare i tracciati nelle attuali via della Magliana nuova e via di Pian Due torri) e, con vasche e chiuse, porta l’acqua per l’irrigazione sù in collina. In pochi anni la valle si copre di carciofi e altri ortaggi, il pendìo collinare di vigna pregiata e frutteto. Bonelli commissiona all'architetto Busiri-Vici ingenti ristrutturazioni sul casolare esistente (trasformandolo in villa, con l'aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica e una serra-studio). Il parco si addolcisce con scalinate, fontane e terrazze prospettiche, e con alberature di querce, pini e cipressi. La tenuta rimane produttiva fino agli anni Sessanta, per poi frazionarsi e conoscere una attività edilizia speculativa. Negli anni ’80 Villa Bonelli passa al Comune; nel 2004 gli architetti Panunti e Santarelli hanno progettato il restauro, completato nel marzo 2005. Il parco (con accessi da via Camillo Montalcini, 1 e via Domenico Lupatelli, snc) misura oggi 4,5 ettari. Nella Villa risiede la Presidenza del Municipio XV Arvalia-Portuense. Villa Bonelli è stata studiata dalla Sovrintendenza Comunale di Roma e dalla Soprintendenza ai BB.AA. e del Paesaggio di Roma (cfr. Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970673 - Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di G. Tantini). |
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Il Casale D’Arcangeli di Antonello Anappo
Casale D’Arcangeli è un piccolo complesso rurale posto sulla sommità nord-est della collina dell’Imbrecciato, in posizione un tempo dominante sul Fosso di Santa Passera, il cui alveo asciutto è oggi percorso da via Pietro Frattini. Nel 2005 è stato catalogato dalle Belle Arti, dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970742). È identificato tra i « beni d’interesse storico-monumentale ». Il caseggiato, del XIX sec. circa, del tipo rurale della campagna romana, è costituito da un corpo doppio a piante rettangolari, con elevazioni di uno o due piani e coperture a falda singola o doppia. Le murature sono in tufo, laterizi e pietre, ricoperte ad intonaco. Sono presenti dei corpi minori e un ricovero per mezzi agricoli, di edificazione successiva. Il fondo agricolo è caratterizzato da un uliveto, segnalato per pregio, produttività ed estensione nel Piano costitutivo della Riserva naturale regionale Valle dei Casali. L’accesso attuale, a monte, è dal civico 191 di via dell’Imbrecciato, mentre l’ingresso storico era probabilmente da fondovalle. Della piccola tenuta della famiglia D’Arcangeli faceva parte anche un secondo complesso rurale, situato nel fondovalle, oggi in condizioni degradate. |
Credits:
On line dal 24/10/2006, 1228 letture.