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La Lupa di Roma

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: La Lupa di Roma - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La Lupa, Faustolo, i Gemelli - Il Bosco sacro degli Arvali - Portunus, il ragazzo sul delfino - I Grottoni - Caecinia Bassa, famelica maledizione - Acca, dea della Magliana - Flora, dea della natura in fermento - Summanus e le porte dell’Inferno - Il Tempio di Dia - Simplicio, Faustino e Beatrice martiri - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

La Lupa di Roma

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La Lupa allatta Romolo e Remo. Rubens, oggi ai Musi capitolini

La Lupa è un animale sacro al dio Marte, nume tutelare del popolo latino, presente sin dal mito della fondazione di Roma.

La Lupa compare sotto il ficus ruminalis del Palatino, nell’atto di allattare i gemelli Romolo e Remo, abbandonati dai servitori di Amulio in una cesta alle correnti del Tevere. La personificazione della Lupa è presente inoltre in tutte e tre le culture originarie di Roma: presso gli Etruschi aveva il nome di Aita (con caratteri di divinità infernale); presso i Sabini quello di Soranus (purificatrice e fecondante); infine presso i Latini quello di Lupercus (divinità legata alla pastorizia).

Il nome Lupercus sembra derivare dalla fusione di lupus (lupo) e hirpus (capro). La festa annuale, i Lupercalia, si teneva nella Grotta Palatina il 15 febbraio, con l’augurio sacrale di proteggere le greggi dai lupi, purificare, preparare l’arrivo della imminente primavera. Il rito consisteva nel sacrificio di un cane e di una capra. Per estensione la festa propiziava anche la fecondità delle donne adulte, che i Sacerdotes Luperci, colpivano simbolicamente con dei fuscelli.

L’immagine più famosa della Lupa è il bronzo etrusco del V sec. a.C. conservato in Campidoglio, per il quale Antonio Pollaiolo realizzò nel 1471 la coppia dei Gemellini, in omaggio al mito fondativo dell’Urbe.

 

 

La Lupa, Faustolo, i Gemelli

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La Lupa. Particolare dall'incisione Romolo e Remo allattati dalla Lupa di B. Pinelli

La Lupa compare sin dal mito di fondazione di Roma, e in quello portuense dell’incontro tra l’etrusco Faustolo (Tarun) e la meretrice latina Acca Larentia.

Secondo il linguista Carlo De Simone le parole Roma, Romolus e ficus ruminalis avrebbero una matrice comune nell’etrusco ruma (mammella), che evocherebbe il leggendario allattamento di Romolo e Remo da parte della Lupa. Come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze gemellari, e la circostanza di un allattamento è rara ma non impossibile.

Secondo taluni il termine Lupa starebbe ad indicare la stessa Acca Larenzia. Così afferma Lattanzio, che, ricordando il passato da meretrice di Acca, le dà l’epiteto di lupa, che in latino significa prostituta. Versioni simili si ritrovano in Livio e Ovidio (cfr. Historiae I, 4 e Fasti III, 55).

Il pastore Faustolo (Tarun), dunque, prende in consegna i gemelli dalla Lupa e li accoglie nella sua casa, dove un recente lutto aveva strappato alla moglie Acca uno dei suoi dodici figli. Acca assume il ruolo mistico della pietosa nutrice, nobile figura protettiva, nonostante il suo passato di lupa. Dall’arrivo di Romolo e Remo Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia perduta nel lutto. I due gemelli crescono così, con i loro undici fratelli di adozione, nella serenità in un mondo di pastori. Li ritroviamo forti e adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore e a fondare una Città.

 

 

Il Bosco sacro degli Arvali

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Uno scorcio della Collina di Monte delle Piche. Qui era collocato il Lucus Fratrum arvalium

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari.

La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

 

 

Portunus, il ragazzo sul delfino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il dio Portuno cavalca il delfino (Scavi al complesso termale di Pietra Papa)

Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano.

Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume.

Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma.

Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio.

 

 

I Grottoni

di Antonello Anappo

 

 

 
 
L'area in cui ipoteticamente si collocano le Catacombe di S. Felice (cartografia francese)

I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei, originati in epoca romana da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane.

Taluni associano i Grottoni alle perdute Catacombe di San Felice, attestate al III miglio della Via Portuense-Campana. Un’indagine del Primo Novecento ha confermato il parziale utilizzo cimiteriale di alcuni ambienti. Tuttavia successivi crolli hanno impedito una attribuzione certa. Le fonti storiche che parlano di catacombe sono il De locis sanctis, che elenca Felice tra i martiri portuensi (« qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt »); l’Index coemeteriorum, che cita un cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi; un carme di Papa Damaso (366-384), che descrive il Sepolcro di Felice, dipinto dal Presbitero Vero.

Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (San Paolo) e prima di Ponziano (Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui « il Tevere s’impaluda ». Lo studioso Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde.

Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso.

 

 

Caecinia Bassa, famelica maledizione

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Carme funerario di Caecinia Bassa

I Romani accettavano con serenità la morte e per lo più confidavano in un aldilà. Tuttavia consideravano particolarmente ingiusta la morte che superata l’età infantile sopraggiungesse prima della pubertà.

Spesso le epigrafi funerarie la chiamano “mors iniqua” e contengono invettive. L’epitaffio della piccola Cæcinia Bassa (II sec. d.C.), tuttavia, contiene una rabbiosa maledizione. Con rispetto, ne raccontiamo la storia.

Il suo carme funerario (14 righe conservate al Museo nazionale romano) è in prima persona: “Qui giaccio. Sono Bassa, fanciulla che non conobbe la maturità (Hic sum Bassa, virgo pudica)”. La morte la coglie prima dei 10 anni (undecimum annum mi non licuit perducere), nonostante le invocazioni agli dèi dei genitori. La maledizione è rivolta a chiunque se ne rallegri ad alta voce (quis forte gaudet de morte iniqua): “Cerere lo farà morire di fame (Ceres perficiat fame)”.

Il riferimento al culto arvalico di Cerere e il rinvenimento a S. Bibiana (dove nel VII sec. giungono le spoglie dei martiri portuensi e materiali locali di reimpiego) fanno ritenere Cæcinia originaria della Magliana.

 

 

Acca, dea della Magliana

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Acca Larenzia (Pietro da Cortona, Romolo e Remo raccolti da Faustolo, 1643, particolare)

Acca è una divinità minore, associata a Dia-Cerere e legata all’augurio sacrale di fecondità della terra seminata, grazie al favore dei Lari. Acca prende gli attributi di Larentia e Mater Larum (madre dei Lari); peraltro la parola arcaica “akka” significa anch’essa “madre”.

Macrobio (nei Saturnalia I, 10) descrive Acca come una affascinante prostituta, offerta in trofeo per una partita a dadi fra il custode del tempio di Ercole e un prestante straniero. Alla vittoria di quest’ultimo Acca si concede con sublime trasporto, tanto che lo straniero, commosso, si rivela nella sua vera identità – egli era infatti il dio Ercole -, consigliandole in ricompensa di seguire ciecamente il primo uomo che avesse incontrato.

Acca si imbatte in Taruzio, anziano possidente etrusco, proprietario delle terre in riva destra, alla Magliana. Acca ne diviene la sposa, adeguandosi con devozione ai nuovi costumi e onorando il culto dei Lari.

Quando l’anziano marito muore Acca si ritrova padrona di una fortuna immensa, che cede al Popolo di Roma con una solenne donazione all’Ara Maxima, per poi affrontare la morte mistica immergendosi nelle acque del Velabro. I Romani, in segno di gratitudine, le dedicano la festa annuale dei Larentalia, il 23 dicembre, solstizio d’inverno.

 

 

Flora, dea della natura in fermento

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Dea Flora, venerata nel Lucus degli Arvali (particolare dalla Primavera del Botticelli)

Dea dei fiori e della vegetazione, Flora presiedeva al risveglio primaverile e, in senso ampio, a tutto ciò che sboccia: la gioventù, i sensi amorosi, lebelle speranze. Aveva un carattere gioioso cui univa scansonata malizia.

La sua festa annuale (il 28 aprile, i “floralia”) si svolgeva all’insegna della liberazione dai rigori invernali: a tutti erano consentite piccanti eccezioni alla morale comune e i giovani si inghirlandavano con fiori senza timore di apparire vanitosi, scambiandosi petali e corone, o anche fave, piselli e lupini. La celebrazione culminava in danze licenziose.

L’iconografia rappresenta Flora come una fanciulla dal colorito vivo e lineamenti della freschezza di un fiore. Celebre è la sua rappresentazione nella “Primavera” del Botticelli, accanto allo sposo Zefiro, dio del vento.

Su Flora abbondano gli aneddoti maliziosi. Si narra che Zefiro acconsentì a sposarla per riparare ad un raptus di bramosia. Ancora, si attribuisce alla dea un magico bocciolo che portava alla gravidanza senza l’intervento maschile. Ne avrebbe fatto uso Giunone per concepire Marte, allorché, stufa dei continui tradimenti di Giove, si decise a negargli i doveri coniugali. Flora aveva a Roma due templi: uno al Quirinale e uno al Circo massimo.

 

 

Summanus e le porte dell’Inferno

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Lucus Deae Diae

La chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino - dove nel VII sec. giungono i materiali di recupero del sito degli Arvali - ha restituito una lastra di marmo sacra al dio infernale Summanus.

Summano è una divinità minore da cui dipendono i fulmini notturni (che i Romani ritenevano generati dagli Inferi e diretti al cielo), posta in relazione antitetica con Giove, che presiede invece alle saette diurne. Durante i Summanalia (20 giugno) al dio era sacrificato un montone nero, il suo l’idolo a forma di caprone riceveva l’unzione rituale e si consumavano focacce di farina. Il culto si mantenne associato a Giove fino al 278 a.C., quando se ne staccò ricevendo un tempio autonomo al Circo massimo.

La lastra era posta in una porzione boschiva (probabilmente all’interno del Lucus) devastata da un fulmine notturno. Il pericoloso varco fra mondo superficiale e mondo degli Inferi era carico di sacralità negativa e per questo interdetto agli uomini. La lastra aveva la funzione complessa di riconciliare la divinità, chiudere il varco ed ammonire i colòni circa la natura ‘terribile’ del luogo.

La lastra, datata II-III sec. a.C. (oggi ai Musei capitolini, galleria del palazzo Senatorio, rep. NCE14), riporta minacciosa: ‘Summanium fulgur conditum’, ‘qui il fulmine di Summano ha generato un solco’.

 

 

Il Tempio di Dia

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Tempio di Dia

Il Tempio di Dia (o degli Arvali) è un santuario di epoca augustea, sito nella via omonima, presso il ristorante La Tavernaccia, alla Magliana vecchia.

Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

Simplicio, Faustino e Beatrice martiri

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Trullo

I fratelli Simplicius, Faustinus e Viatrix (Simplicio, Faustino e Beatrice) sono martiri cristiani, venerati dalla Chiesa il 29 luglio. Essi sono noti con l’appellativo di Portuensi, in memoria del luogo di sepoltura, le Catacombe di Generosa lungo la via Portuense (qui iuxta viam Portuensem dormiunt riporta il De locis sanctis).

La tradizione agiografica riporta la cattura di Simplicio e Faustino, durante la persecuzione del 303. I due fratelli rifiutano di spargere l’incenso di fronte alla statua di Diocleziano - gesto simbolico che ne avrebbe attestato la devozione al culto pagano imperiale, scagionandoli da ogni accusa -, opponendo il sovversivo messaggio dell’uguaglianza cristiana, riassunto nella frase: « Non più schiavi, ma liberi e fratelli, perché figli dello stesso Padre ».

Simplicio e Faustino vengono torturati e di seguito gettati al Tevere, ante diem IV kalendæ augustæ, il 29 luglio, giorno assunto come loro dies natalis (festa liturgica).

Non si conosce il luogo esatto del sacrificio, se non attraverso un versetto che ne indica l’annegamento per pontem qui vocatur Lapideum, dal « ponte di pietra ». Gli studiosi identificano questo ponte per assonanza con il Ponte di Emilio Lepido all’Isola Tiberina. Una suggestiva interpretazione però, riporta al ponticello di pietra sul torrente Affogalasino, nel cui sinistro nome (“asini” era lo spregiativo epiteto con cui erano chiamati i primi cristiani), potrebbe essere sopravvissuta memoria dell’antico martirio.

Sospinte dalla corrente le due salme raggiungono l’Ansa della Magliana, nota in antico come Ad Sextum Philippi, il VI miglio della via Portuense-Campana, nelle terre di un tale Philippus. La sorella Beatrice, aiutata dai presbiteri Crispo e Giovanni, ne cura la pietosa sepoltura in una vicina cava di tufo. L’archeologo Giovanni Battista De Rossi ha rinvenuto in un testo agiografico la narrazione di questo episodio: Viatrice, con i preti Crispo e Giovanni, salita per la paurosa via entro i sentieri del bosco, giunse tosto al vicino campicello della cristiana Generosa. E quivi, entro spelonche arenarie, nascose alla meglio il Santo deposito.

Il nome Generosa non è in realtà reale: la prassi liturgica attribuisce infatti, ai personaggi di cui non si conosce il nome, un nome di fantasia che ne indica le qualità cristiane: Generosa è il semplice attributo della coraggiosa matrona, disposta ad accogliere nel suo possedimento le spoglie mortali dei pericolosi santi sovversivi.

Beatrice segue poco dopo il destino di sacrificio dei due fratelli. Arrestata e condotta di fronte al tiranno Lucrezio, Beatrice confessa fermamente la sua fede in Cristo, finendo anch’ella uccisa. La nobile matrona Lucina provvede alla sua sepoltura vicino ai fratelli, nella stessa cava della Magliana.

Il sito, vuole la tradizione, cessa da quel momento di essere cava per diventare esclusivo luogo di venerazione.

Le spoglie dei Martiri rimarranno lì fino al 682, anno della traslazione in Santa Bibiana all’Esquilino. Loro reliquie si trovano anche nelle chiese di Santa Maria Maggiore, di San Nicola in Carcere a Monte Savello, in un santuario delle Marche e nella Cappella di San Lorenzo all’Escorial di Madrid. La parte più significativa delle reliquie si trova però in Germania, nelle città di Fulda, Lauterbach, Amorbach e Hainzell.

 

 

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On line dal 04/11/2003, 2439 letture.