La Collodi
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
|
In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: La Collodi - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Rodari e l’UFO di Montecucco - I ragazzi di Monte delle Capre - Caproni, maestro senza metodo - Una cosmonauta al Trullo - Montecucco disegnato da Gürtzig - Villa Kock - Una Spoon River portuense - La Rectaflex - Il pentaprisma - La Magliana vista dall’E42 - Pag. 16: La IV di Copertina. |
|
La Collodi di Antonello Anappo
La Collodi è una scuola elementare comunale, dedicata alla figura di Carlo Lorenzini (in arte Collodi, 1826-1890), autore del romanzo per ragazzi Le Avventure di Pinocchio (1883). La decisione di intitolare una scuola allo scrittore e giornalista toscano è presa nel 1940, quando, essendo trascorsi cinquant’anni dalla morte, Pinocchio diventa di pubblico dominio ed entra a pieno titolo nella didattica italiana. Grande sostenitore di Pinocchio è l’intellettuale Benedetto Croce, che nel burattino di legno dalla bugia facile vede la metafora del fanciullo che diventa ragazzo, acquisendo via via consapevolezza di sé e valori di riferimento, secondo il principio « sbagliando s’impara ». Individuato il sito, presso l’allora Borgata Ciano (Trullo) in costruzione, la costruzione inizia nel 1942 ed è subito interrotta a causa degli eventi bellici. L’edificazione riprende nel Dopoguerra e i corsi regolari iniziano nel 1948. Negli Anni Sessanta, per il crescente popolamento, alla sede di via Massa Marittima si affianca il Secondo plesso su via Porzio (a Montecucco), chiamato Collodi II. In quegli anni insegna nella scuola la maestrina Maria Luisa Bigiaretti: i suoi scolari sono d’ispirazione al giornalista Gianni Rodari nel romanzo breve La torta in cielo (1966). |
|
Rodari e l’UFO di Montecucco di Antonello Anappo
Nel 1964 Gianni Rodari scrive un classico della letteratura per ragazzi - il romanzo La torta in cielo -, raccontando un colossale sbarco UFO sulla collina di Montecucco, al Trullo. La storia, scritta insieme agli scolari della signorina Maria Luisa Bigiaretti, maestra alla Elementare Collodi, appare prima a puntate sul Corriere dei Piccoli e poi nel 1966 come romanzo per l’editore Einaudi. «Un giorno è venuto nella mia classe», ha scritto la Maestra. «Non posso dimenticare il suo sorrisetto divertito, perché rimasi stupita nel vederlo proprio lì! I bambini presero subito confidenza. Rodari s’interessava di tutto. Se gli chiedevano qualcosa lui non rispondeva direttamente, ma li metteva in condizione di rispondere: questa è un’arte! Chiese il permesso di tornare ancora, per provare le sue storie, perché uno scrittore non sa mai se funzionano... E tornò, dicendo che voleva inventarne una tutta nuova, insieme ai bambini. I due protagonisti erano proprio due bimbi della classe, Paolo e Rita, così come sono reali gli altri personaggi della borgata». La storia è delle più semplici. Un oggetto non indentificato, dalla forma di una gigantesca torta, atterra sulla collina di Montecucco. Il vigile Meletti, papà di Paolo e Rita, accorre subito sul posto per difendere il quartiere, e alla Centrale operativa nessuno sa che pesci prendere. Tutti hanno paura: si teme una bomba H lanciata da un nemico misterioso. Ma Paolo e Rita hanno già capito che le cose stanno diversamente: uno scienziato pasticcione ha trasformato un fungo atomico nella più colossale torta mai cucinata! «Ce n’è per tutti i bambini di Roma!», esclama Paolo. E non rimane che chiamarli: la folla urlante dei piccoli inseguiti dalle mamme scavalca il cordone sanitario e invade la collina, per una scorpacciata liberatoria. «Quando ci presentò le prime pagine - ha scritto la Maestra - capii come si legge. Lui recitava! Cambiava la voce, faceva i rumori! Chiedeva il parere e ne teneva conto. Disse: ‘Che ci mettiamo sopra questa torta?’. E i bambini non finivano più di dire ingredienti! Li ritrovate tutti nel libro». In questa favola moderna i cattivi sono i “mostri” della Guerra fredda e i buoni sono i bambini, capaci di affrontare il futuro liberi dai pregiudizi. |
|
I ragazzi di Monte delle Capre di Antonello Anappo
Fra il 1946 e il 1958 è attivo al Trullo un gruppo di inventori, meccanici e fotografi, riuniti intorno all’idea della macchina reflex italiana e all’esperienza produttiva Rectaflex. Il primo nucleo si compone di tre compagni di scuola: Aldo Pardini, appassionato di scienze, Luigi Picchioni, di impronta tecnica, e Telemaco Corsi, eclettico e sognatore. Hanno in comune la passione per il gioco degli specchi e il disegno di immagini riflesse e ribaltate in camera oscura, sognando di emulare Leonardo da Vinci, Dürer e Kircher. Pardini diventerà medico condotto alla Magliana, Picchioni oftalmologo all’Ottica Salmoiraghi e Corsi avvocato alla Cisa Viscosa. Corsi in particolare si appassiona di tecnica fotografica e agli studi dei pionieri Niepce e Talbot. Nel 1939 smonta un apparecchio Daguerre, che ha all’interno uno specchio inclinato di 45°: l’immagine risulta invertita, con il sotto sopra e la destra a sinistra. Corsi intuisce già da allora che, con una serie ben congegnata di specchi, si può ottenere una visione raddrizzata. Ai tre si aggiunge un quarto amico: Emilio Palamidessi, soprannominato Manidoro. Introverso, scrupoloso, assembla con precisione da orologiaio i pezzi pensati dal trio. Lo scoppio della Guerra scioglie il gruppo di amici. Corsi intanto fa carriera, fino a diventare, dopo la Liberazione, amministratore della Sara, una società satellite della Cisa, i cui stabilimenti si trovano a via Monte delle Capre. La Sara si occupa di recuperare per usi civili i residuati bellici. Carri armati, autoblindo, furgoni, sidecar e cannoni, con abili colpi di fresatrice diventano moto della PS, ambulanze, o addirittura natanti da diporto. Corsi torna a riunire i tre amici intorno all’idea della macchina fotografica perfetta, che, come l’occhio, fotografa esattamente quel che si inquadra attraverso una visione riflessa da specchi interni. Ne fissa le caratteristiche meccaniche: deve essere piccola, leggera e maneggevole come una 35 mm; deve usare le ottiche più diverse senza problemi di tiraggio e parallasse; deve avere una messa a fuoco facile e precisa, mirando ad altezza d’occhio; deve avere tempi di posa sia per le alte che per le basse velocità. Nella primavera del 1946 Corsi va alla XXIV Fiera Campionaria di Milano, in cerca d’idee. Gira in lungo e in largo, fa incetta di idee, diventa amico del designer Giò Ponti. Soprattutto, interroga decine di inventori alla ricerca di finanziatori. Corsi è benestante e può sostenere le ricerche dei suoi tre amici, ma non è certo in grado di finanziare una produzione in serie. Pur consapevole di questo limite decide ugualmente di lanciarsi, e acquista il brevetto della Gamma, una macchina a telemetro con tendina metallica curva, ideata dai Fratelli Rossi. Conta di convincere la sua azienda, la Cisa, a finanziare l’impresa. E l’avventura inizia. |
|
Caproni, maestro senza metodo di Pamela Di Lodovico e Antonello Anappo
Un convegno ricorda in questi giorni Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario. Caproni nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia. Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina. Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l’adesione al Partito Socialista. Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: « Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità ». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida. Negli Anni Cinquanta collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali - tra cui Pratolini, Cassola e Fortini - ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: « È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di ‘non insegnare’, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee ». Il 1959 è l’anno di Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti - Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza - con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga. Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: « Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ». Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini. Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un « maestro senza metodo ». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: « Ero la disperazione dei direttori didattici! ». Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: « Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti? ». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma. Il libro Feci il maestro per caso, di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, rilegge gli appunti di Caproni in oltre 30 registri e si interroga, raccogliendo gli insegnamenti del Maestro, sulle sfide della scuola attuale. La biblioteca personale del poeta e materiali del Fondo Caproni sono oggi alla Biblioteca di via Cardano. |
|
Una cosmonauta al Trullo di Antonello Anappo
« Cosmonauta » è un film di Susanna Nicchiarelli ambientato nel quartiere Trullo, premiato a Venezia (Controcampo, 2009), Colonia (miglior esordio alla regia, 2010) e Roma (Premio Verdone, 2010). Si tratta di un racconto di formazione, in cui la ragazzina Luciana, cresciuta nel mito delle esplorazioni spaziali e dell’infinitamente grande, va alla scoperta del mondo di prossimità: le passioni politiche, il gruppo di amici, gli amori, il quartiere, imparando a conoscere se stessa. La vicenda è ambientata nel 1963, quando, in piena Guerra fredda, due modelli sociali alternativi - l’America capitalista e la Russia comunista - si contendono il primato ideologico sul campo della corsa allo spazio. I Sovietici sono avanti: hanno mandato fuori atmosfera la cagnetta Laika, lanciano i missili orbitanti Sputnik e il primo uomo nello spazio (Yuri Gagarin), e si preparano a lanciare la prima donna (Valentina Tereshkova). L’Occidente segna il passo. Le missioni lunari Apollo sono ancora molto lontane e l’Italia sta a guardare, in bilico tra Est e Ovest, assistendo con ingenuità e fascinazione a quella corsa contro la gravità. La protagonista è una bimbetta alle prese con il dolore per la perdita del padre e la difficoltà di accettare un nuovo patrigno deciso ad educarla secondo schemi convenzionali (interpretato da Sergio Rubini). Durante la cerimonia della Prima comunione (la scena è girata alla chiesa di San Raffaele) la piccola improvvisamente fugge e inizia a correre a perdifiato per le campagne di Montecucco: è l’inizio della sua corsa verso l’adolescenza, con gli slanci e l’incanto dell’esplorazione del Cosmo. Accanto a Luciana (l’attrice è una ragazzina di liceo, l’esordiente Miriana Raschillà) c’è il fratello maggiore Arturo (Pietro Del Giudice, anche lui esordiente). È un sognatore, appassionato delle missioni spaziali sovietiche e dei cosmonauti (da non confondere con gli astronauti, che sono americani). Arturo soffre di epilessia e la sua corsa all’adolescenza finisce presto in un’orbita cieca, tutta interiore. I due si iscrivono alla FIGC, l’associazione giovanile del PCI, dove sono accolti con affetto e tenerezza. La sezione del film è una vera sezione di partito (l’attuale sezione PD del Trullo, che gli scenografi hanno riallestito dipingendo un grande murale con i ritratti di Marx, Engels e Lenin, ancora oggi visibile). E Luciana cresce, affascinata da Valentina Tereshkova, simbolo di un nascente femminismo e della scoperta dell’identità femminile. Arrivano i primi amori e i primi baci, girati nei prati sotto il casolare diroccato di Villa Usai. Negli amori Luciana è impulsiva, persino spregiudicata e aggressiva. E di pari passo porta avanti sogni sconfinati e straripanti. La ragazzina, inevitabilmente, finisce per combinare disatri. Come quando incendia la sezione dei compagni del PSI, che incolpa di aver tradito gli ideali accettando il compromesso con la DC, o come quando ruba il fidanzatino alla compagna di sezione, beccandosi una sospensione al liceo (la location è la Scuola Collodi). In breve, Luciana compromette la sua reputazione e si ritrova a fare i conti con la rigida disciplina richiesta dalla sezione. Perché, tra i comunisti di allora, spesso maschilisti e moralisti, la liberazione sessuale non esiste ancora: « Avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna - ha scritto la regista - sono cose che non si fanno ». Quando arriva la condanna da parte dei compagni adulti, suo fratello non è più al suo fianco come quando erano bambini, e al suo fianco non c’è nemmeno Marisa, la compagna più anziana (interpretata dalla stessa Nicchiarelli), da sempre sua alleata. « Non volevo prenderli in giro e non volevo che fossero grotteschi - scrive la Nicchiarelli -. Sono adolescenti, umani e goffi. Sono degli ottimisti ma poi alla fine sbagliano. Li giustifico perché sono pasticcioni ». Neanche a dirlo, in famiglia i litigi col patrigno diventano quotidiani. Luciana non sopporta lui e il modo in cui cerca di mantere un precario equilibrio tra gli scossoni di quegli anni. Per la madre (interpretata da Claudia Pandolfi) è una situazione difficilissima, divisa fra le apprensioni per la salute di Arturo e la comprensione per le esuberanze di Luciana. In tutto ciò Luciana cresce, imparando dalle proprie debolezze e da quelle di chi la circonda ad accettare la propria fragilità, a fare i conti con la sconfitta, a riprendere con più slancio dopo ogni battuta d’arresto la sua corsa verso l’esplorazione del Cosmo di prossimità. Le riprese del film sono durate sette settimane. La produzione (colore, 35 mm, 85 minuti) è della Fandango, in collaborazione con Rai Cinema con il sostegno del Ministero dei Beni culturali. Susanna Nicchiarelli è una regista esordiente, al primo lungometraggio dopo il dottorato in filosofia e il diploma al Centro sperimentale di Cinematografia. Le musiche - temi del pop italiano di quegli anni - sono state riarrangiate da Max Casacci dei Subsonica. Cosmonauta, seguendo i passi della ragazzina anticonformista in un tempo di grandi trasformazioni, fa il ritratto dei comunisti romani pre-68, in cui si sapeva fare i conti con la realtà ma la prospettiva di realizzare le utopie era tutt’altro che lontana. La narrazione - tenera, drammatica, spesso fiabesca - finisce così per raccontare una storia senza tempo, in cui i sogni di conquista dei cosmonauti si incrociano con gli sguardi dei ragazzi-adolescenti di ogni epoca. Il film si trova già in DVD. La versione in vendita contiene un extra con il making of, con interviste alle comparse del Trullo. |
|
Montecucco disegnato da Gürtzig di Antonello Anappo
In costruzione. |
|
Villa Kock di Antonello Anappo
Villa Kock (o Vaccheria Prosperi) è una dimora signorile del 1607, sita nella collina di Montecucco al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970747A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.). |
|
Una Spoon River portuense di Antonello Anappo
Pubblichiamo un’inedita antologia di epigrammi, tratti dalle tombe del Cimitero rurale della Parrocchietta. Come nella celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, le vivide voci della comunità portuense di fine Ottocento e del Primo Novecento - braccianti, padroni, soldati, ma anche il Maestro, l’Agronomo, l’Innamorato e persino il Pazzo - si ricompongono nel quadro unitario di una società complessa e per molti versi attuale. L’agricolo. Qui riposa / [un] agricolo solerte e laborioso / Morì il 18 marzo 1898 all’età di anni 58. La zappatrice. Delizia del suol / esempio di virtù a chi la conobbe / Visse anni 70 e mesi 7. Il guardiano. Fu agricolo solerte / e vigilante. L’immigrato. Nato a Fallerano in provincia di Fermo / Morì al età giovanile (ndr, con errore grammaticale). Il tenutario d’azienda. Giusto nella azienda / forte nelle avversità / coi poveri benefico. Il maestro. Insegnante comunale / con affettuose cure / per tre lustri illuminò le vergini menti / educandole ad amare / Dio, famiglia e Patria. L’uomo di progresso. [Fu] agronomo. L’innamorato. Dopo Dio / nulla ebbe di più caro / della sua diletta sposa. Il pazzo. Di animo gentile e religioso / nell’età di 36 anni / non sano di mente / si diè la morte. Il camionista. Col suo camion carico / al passaggio a livello mentre traversava alla Magliana / sopraggiungeva / il treno che lo uccise. L’automobilista. A Castel di Guido / fatale incidente d’auto / recise. Il caduto. Uomo laborioso è onesto (ndr, con errore grammaticale) / periva miseramente / di fatale infortunio ove lavorava. Il giovane dalla doppia sfortuna. Nato a Rendinara (ndr, località colpita dal Sisma di Avezzano) / morì per terribile disgrazia sul lavoro. Il combattente d’Africa. Classe 1887 / prese parte / alla Guerra libica. Due fanti. Rimase ferito a Zacora / Morì a Plava (Epigramma I). Sacrificò la giovane vita / contro l’odiato nemico / Cadde da valoroso nel Passo del Falzareco (Epigramma II). Il bersagliere. Caduto da eroe / nel campo dell’onore. L’aiutante di campo. Caduto per la Patria / sul Montello. Il richiamato. Fu richiamato a combattere / per la grandezza della Patria / Cadde valoroso / sul Monte San Michele. Due reduci. Grande invalido / di guerra (Epigramma I). Dopo 4 anni di guerra / tornò dal fronte malato / e in seguito morì (Epigramma II). Il padre che attese invano. Con l’assillante desiderio / di rivedere il figliuolo / combattente contro l’odiato nemico / spegnevasi. L’aviatore. Sacrificava la sua giovanissima esistenza / per una più grande Italia. Il caduto in tempo di pace. Nel cielo di Avezzano / volò a Dio. Il buono. Mite, pacifico, lieto / animo. Due virtuosi. Amato da tutti (Epigramma I). Di elette virtù (Epigramma II). Il previdente. Uomo onesto e laborioso / dedicato alla famiglia / eresse in vita per sé questa umile tomba. L’ironico. Libero / pensatore. Due uomini di fede. Uomo onesto e laborioso / visse gristianamente / dedigò la sua vita per la famiglia / perì miseramente (Epigramma I). Sorretto da fede viva / passò la sua vita nell’ideale cristiano / Suo vanto la famiglia, il lavoro, l’onestà. I polemici. Nata / il 9 maggio 1861 / romana (Epigramma I). Romano, / visse onesto e operoso / tutto dedito alla famiglia (Epigramma II). Soldato romano / cadeva colpito / da piombo austriaco / sulle vette del Trentino (Epigramma III). Il malato di febbre quartana. Rapito / da repentino morbo / dopo 5 giorni di malattia / volò. La vecchia dura a morire. Fu colpita più volte da paralisi / Il 10 maggio 1919 / fu ripresa e fu colpita / [e in conseguenza] cessava di vivere. Due tempre forti. Agricolo solerte e laborioso / visse nel lavoro cristianamente / finché il fiero morbo lo rapì (Epigramma I). Morbo insidioso / fiaccò in breve / la fibra robusta (Epigramma II). I fratellini. Qui riposano [tre] fratelli / che nel periodo di giorni dodici / il morbo crudele li rapiva. Tre rapimenti. Rapita / da repentino malore (Epigramma I). Rapita / nel fior degli anni (Epigramma II). Rapito / da morbo crudele / il 19 maggio 1925. Piccoli angeli. Omissis (si è scelto di non pubblicare gli epigrammi degli infanti). Madre e figlia. Spinta al sacrificio / per salvare la figlia Pasquina / periva eroicamente (Epigramma della madre). Nei primi passi della vita / è ghermita dal destino (Epigramma della figlia). Due uomini di cristiana pazienza. Dopo lunga e penosa malattia / sopportata cristianamente / lasciava la terra (Epigramma I). Dopo lunga e penosa malattia / si addormentò nel Signore (Epigramma II). L’uomo che seppe aspettare. Uomo onesto e laborioso / raggiunse la sua consorte / lì 8 gennaro1924. La donna che seppe aspettare. Nata a Torre Sabino / fu esempio di virtù come sposa e madre / Raggiunse [infine] il suo consorte. Il figlio (epigramma criptico). I genitori e i parenti / quando lo conobbero / lo piangono. Tre sposi. Uomo di esemplare virtù / amato dalla moglie, il figlio / e tutti quanti coloro che lo conobbero (Epigramma I). La numerosa figliolanza / educò / alla religione, al lavoro, all’onestà (Epigramma II). Sposo e padre esemplare / si sacrificò e visse / per il bene della famiglia. Il padre affettuoso. Fu sposo e padre affettuoso / Amante / del lavoro e della famiglia. Due padri di famiglia. Uomo onesto e laborioso / amoroso verso la famiglia (Epigramma I). Trascorse una vita esemplare e laboriosa / dedicata all’affetto della sua famiglia (Epigramma II). Tre madri affettuose. Fu madre affettuosa / donna esemplare / rapita sì presto (Epigramma I). Fu madre affettuosissima / moglie esemplare (Epigramma II). Sposa e madre affettuosa / di rare virtù (Epigramma III). La madre equanime. Madre di quattro figli / e tutti li adorava. Due madri cristiane. Qui riposa in pace / [una] madre affettuosa / [che] allevò la famiglia cristianamente (Epigramma I). Donna, sposa e madre / cristiana (Epigramma II). Tre spose. Madre esemplare / cercò con amorosa tenacia / di rendere sempre più bella la vita della sua famiglia (Epigramma I). Sposa e madre di alte virtù (Epigramma II). […] la cui virtù e l’eterna rugiata […] (Epigramma III, incompleto). Due donne di civili virtù. Esempio / di domestiche e civili virtù (Epigramma I). [Ne] sarà ricordata / la fortezza d’animo / la sagacità operosa / nella cara famiglia e nelle associazioni (Epigramma II). La donna delle pie opere. Nobile esempio / di fede antica e pietà operosa / modello di sposa e di madre. Uomini e donne che attendono nel sonno dei giusti la resurrezione della carne. Accanto all’amato sposo / dorme il sonno dei giusti / in attesa della risurrezione (Epigramma I). Generoso e pio / qui riposa / in perenne attesa della risurrezione (Epigramma II). Aspettando la risurrezione / riposano in pace / le [sue] spoglie mortali (Epigramma III). Nella ridente serenità dei giusti / si addormentava nel Signore (Epigramma IV). |
|
La Rectaflex di Antonello Anappo
La Rectaflex è una palazzina del 1949, sede della breve esperienza produttiva delle macchine fotografiche Rectaflex. La compagine societaria si costituisce sul finire del 1946 - con amministratore Telemaco Corsi e stabilimenti provvisori nelle Officine SARA -, con lo scopo di produrre, partendo da brevetti dello stesso Corsi, la prima fotocamera italiana di tipo reflex, nei modelli Standard, 1000 e 2000. Nel 1948 un finanziamento della CISA di 300.000.000 di lire permette la costruzione della nuova palazzina di 4 piani, strutturata secondo i principi di Walter Gropius, con piani open-space e finestre a parete rivolte ad est. Nella palazzina trovano posto 6 reparti (Fresatura; Tornitura; Montaggio; Accessori; Collaudo semilavorati; Collaudo finale), oltre all’attrezzeria, i servizi e la mensa. Nelle vecchie strutture SARA vengono alloggiati i 2 reparti meno puliti (Galvanica e Verniciatura) e i magazzini. La Direzione e gli uffici dei disegnatori rimangono nella palazzina centrale della SARA. La produzione in serie inizia nel gennaio 1949. Si produrranno i modelli 3000, 4000 Duo-focus, Junior (classe economica), 16.000, Rotor (a obiettivi graduabili), 25.000, 30.000 e vasi modelli Special. Per testare la Gold (la reflex d’oro) verrà in visita, nel 1952, Papa Pio XII. In quel periodo la rivalità fra l’amministratore Corsi e il responsabile commerciale Baume segna una fase di crisi societaria, seguita dal fallimento dell’accordo con il Governo americano per la fornitura di 30.000 apparecchi fotografici e dalla successiva messa in liquidazione della fabbrica (1955). I nuovi proprietari, gli svizzeri della Contina, trasferiscono la produzione nel Principato del Liechtenstein: il modello 40.000, tuttavia, non vedrà mai la luce. Lo stabilimento romano, dopo una fase di abbadono, diventa negli anni Settanta Istituto tecnico Marconi ed è oggi sede del Centro polivalente di quartiere e della Biblioteca. |
|
Il pentaprisma di Antonello Anappo
Nel gennaio 1947 il gruppo dei Ragazzi di Monte delle Capre inventa il pentaprisma. Si tratta di un cristallo ottico, interno alla macchina fotografica, in grado di correggere l’inversione del sotto con il sopra delle macchine tradizionali, restituendo all’oculare un’immagine raddrizzata. Il pentaprisma esiste ancora oggi in tutte le macchine fotografiche reflex. Già dall’inverno 1946 il primo gruppo dei quattro (Corsi, Pardini, Picchioni e Palamidessi) si allarga, con l’aggiunta del paparazzo Assenza, un giovane fotografo di strada che ha applicato un pozzetto esterno con dentro tre specchi inclinati al suo apparecchio Kinoflex. L’immagine risultava raddrizzata. L’operatore Gaetano Judicone, il tecnico specializzato Manlio Valenzi e il fotografo Emilio Altan passano l’inverno a testare il pozzetto di Assenza. La svolta però avviene grazie al meccanico Michele Frajegari, che sostituisce il pozzetto con un prisma ottico monolitico a cinque facce: due riflettenti, due rifrangenti, una neutra. Lo specchio riflettore a monte dell’ottica proietta l’immagine capovolta sulla superficie rifrangente alla base del pentaprisma; l’immagine arriva così alla seconda faccia riflettente e la proietta sulla terza, anch’essa riflettente; infine la terza riproduce l’immagine raddrizzata sulla quarta faccia rifrangente, e la restituisce raddrizzata all’oculare. I ragazzi di via Monte delle capre, quell’inverno, lavorano sette giorni la settimana, senza pause, provando, smontando e studiando nuove possibilità. Arrivano finalmente i primi due prototipi funzionanti. Su uno di essi interviene l’architetto e designer Giò Ponti (1897-1979), che incorpora il grosso prisma in una struttura cromata, essenziale e gradevole, dai lati arrotondati. Con l’approvazione della Cisa Viscosa il propotipo viene presentato alla Campionaria di Milano del 1947, il cui opuscolo illustrativo mostra la macchina tra le mani della sorridente e purtroppo anonima Signora Enrichetta. Alla fiera milanese, mentre Telemaco Corsi mostra orgoglioso la « macchina che raddrizza l’immagine », avviene un incontro fondamentale. Un uomo in divisa da carabiniere, il colonnello Armando Pelamatti, critica aspramente Corsi e la sua invenzione: essa è sì in grado di correggere l’inversione sopra-sotto, ma non corregge l’altra inversione delle macchine tradizionali, l’inversione destra-sinistra, che Corsi aveva trascurato. Con questa macchina, osservava correttamente il colonnello, scattare foto verticali risulta impossibile! Corsi, amareggiato, si accorge che il pentaprisma va ancora migliorato. Arruola Pelamatti tra i ragazzi di via Monte delle Capre e si mette al lavoro per cercare una soluzione. La versione definitiva, che raddrizza anche l’inversione destra-sinistra, arriverà alla fine del 1947, sdoppiando una faccia del pentaprisma in due facce spioventi angolate di 45°. |
|
La Magliana vista dall’E42 di Antonello Anappo
L’espansione di Roma verso il mare inizia a metà anni Venti, con una serie di opere pioniere: la Ferrovia del Lido, la Via del mare, il Porto fluviale, l’Idroscalo di Ostia, seguite dai progetti di Snodo merci di Ponte Galeria, Rettificazione del Tevere a Mezzocammino e Aeroscalo alla Magliana. Il primo disegno urbanistico complessivo compare nel Progetto-documento per l’Esposizione del 1942 di Vittorio Cini. Cini propone di realizzare “nuclei urbani senza soluzioni di continuità tra vecchio e nuovo”, nelle aree lasciate libere dall’ultimo Piano regolatore, risalente al 1931. Il nucleo urbano terminale è previsto ad Ostia, mentre il nucleo intermedio, il quartiere espositivo E42, è previsto tra la Magliana e le Tre fontane. Mussolini stesso ne approva il progetto il 14 febbraio 1937. Alla Magliana avrebbero dovuto sorgere un Ponte monumentale e una Grande Circonvallazione ferrotranviaria. Un aneddoto popolare vuole che l’agronomo portuense Michelangelo Bonelli si sia opposto ai progetti di urbanizzazione, rifiutandosi di vendere, per qualunque prezzo, i 70 ettari della Tenuta Due torri, ancora florida nonostante un decennio continue inondazioni del Tevere. Tuttavia, la decisione di limitare l’E42 alle sole Tre Fontane ebbe cause più concrete: edificare la Magliana avrebbe richiesto enormi costi di arginatura, di reinterro per le parti più basse e l’avvio di una bonifica sanitaria generale. |
Credits:
On line dal 23/04/2002, 1560 letture.