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Il Ponte Morandi

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Ponte Morandi - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La frana del 28 giugno 1965 - Il Ponte di Mezzocammino - Il Ponte della Scienza - Il Bosco sacro degli Arvali - Il Balneum - Casa Agolini - Uccellacci e uccellini - Le Terme di Pozzo Pantaleo - La Marrana Tiradiavoli - Caproni, maestro senza metodo - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Il Ponte Morandi

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte Morandi e la città alle sue spalle

Il Ponte Morandi è più antico ponte sospeso di Roma, e l’unico a tracciato curvilineo.

Il 28 giugno 1965 una frana, il cui fronte è esteso circa 200 metri, investe l’Ansa della Magliana e il viadotto autostradale (640 m) allora in costruzione. Il progettista Riccardo Morandi - incaricato dall’ANAS di porvi rimedio - individua due possibili soluzioni: ricostruire il tratto rovinato, con un impalcato che poggia su terne di pali a grande profondità; oppure scavalcare interamente l’area della frana con un ponte sospeso ad unica luce. L’ANAS sceglie la seconda opzione, la più ambiziosa e fino ad allora mai tentata a Roma.

Il ponte poggia le fondazioni (indicate nel disegno con i punti A ed E) esternamente alla frana, ad una profondità di 53 metri, dove si trova uno strato di argille resistenti. L’impalcato (A-D, lunghezza 145 m, altezza dal suolo 5 m) è costituito da due travate curvilinee in calcestruzzo precompresso (A-B e B-D) unite con una cerniera Gerber.

Sull’estremo di fondazione E si innalza un telaio verticale (E-O) i cui piedritti sono spessi 4 m. Dalla sommità del telaio partono i tiranti di sospensione (C-O) composti di cavi di acciaio ad altissima resistenza ricoperti di calcestruzzo precompresso e i tiranti di ancoraggio (O-F) che vincolano la struttura a due grandi contrappesi (F) costituiti ciascuno da un cassone in cemento armato riempito di materiali inerti.

 

 

La frana del 28 giugno 1965

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Viadotto all'Ansa della Magliana (oggi demolito) - (Uccellacci uccellini, Pasolini 1966)

Nella primavera 1965 la costruzione della Statale 201 (oggi Autostrada Roma-Fiumicino) procede speditamente, anche nel tratto fra il 3° e 4° km all’Ansa della Magliana, tra la Ferrovia Roma-Pisa e la riva del Tevere, di cui si conosce la franosità.

Nell’area si sta realizzando un viadotto di 640 metri, sorretto da terne di pali piantate in profondità, a 16 m di distanza per complessive 40 luci. Il 28 giugno, al km 3,083, si verifica improvvisa la frana. Per dieci giorni i movimenti di terra sembrano non finire e generano un fronte esteso circa 200 metri. Il collettore fognario del Trullo risulta inservibile e il traliccio dell’alta tensione pencola. Alcuni piloni del viadotto abbandonano la posizione: sono cioè anch’essi inutilizzabili.

Sospesi i lavori, l’ANAS incarica un geologo, il professor Petrucci di Palermo, di studiare l’accaduto, mentre nel cantiere deserto Pier Paolo Pasolini dirige Totò e Ninetto Davoli in alcune scene di Uccellacci uccellini. I rilievi del Professore appurano uno scivolamento del terreno di 3 metri. La causa è una polla (una piccola sorgente) a monte del terrapieno della ferrovia, che disperdendosi sotto la massicciata ha creato gallerie, vuoti e caverne.

In seguito, gli interventi di ripristino del collettore porteranno alla scoperta archeologica del Balneum degli Arvali: un impianto termale alimentato forse, 18 secoli prima, dalle stesse acque all’origine della frana.

 

 

Il Ponte di Mezzocammino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte di Mezzocammino

Il Ponte monumentale di Mezzocammino è un attraversamento sul Tevere, fra le due sponde di Mezzocammino e Spinaceto, realizzato nel 1938.

Il 10 luglio 1938 la Società anonima Tudini & Talenti presenta all’Ufficio Tevere un elaborato per un ponte su piloni, in sostituzione della chiusa a paratìe mobili la cui costruzione era stata interrotta dopo la piena eccezionale del 1937. Il ponte misura 362,5 m (385 m compresi i muri di accompagno) e si sviluppa su 15 campate: 5 interamente in acqua (la distanza fra le pile è di 34 m), 4 intermedie in golena e 6 a sbalzo sulla terraferma. La campata centrale è, in origine, apribile. L’opera comprende un muraglione di 545 m sulla Riva Sinistra e una Cabina di comando.

Le 4 pile d’alveo sono impiantate con fondazione pneumatica a quota -25,7 m sotto il livello del mare, su cassoni in cemento armato di 24 m di lunghezza × 7,5 di larghezza. Le murature sono in tufo, mentre i rivestimenti esterni sono in calcestruzzo cementizio leggermente armato e travertino. Le travate Gerber dell’impalcato sono collocate sulle pile con appoggi in materiali innovativi (lega di piombo e acciaio inox con calcestruzzo cementizio armato). La carreggiata misura 9 m, con marciapiedi di 2 m per ogni lato.

Dal 1951 il ponte è inserito nel tracciato del Grande Raccordo Anulare. I crescenti volumi di traffico hanno reso necessaria la costruzione a valle di un secondo ponte e poi di un terzo ponte a scorrimento veloce. Dal 2003 il ponte di Mezzocammino, classificato come monumento nazionale, è utilizzato per la sola viabilità in immissione dalla Via del Mare alla nuova carreggiata interna del GRA.

 

 

Il Ponte della Scienza

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte pedonale dell’Università

Ponte della Scienza è un’opera di ingegneria, in costruzione, destinata a collegare le due sponde del Tevere tra lungotevere Gassman e il Gazometro.

Progettato dall’architetto Andreoletti, il ponte misura 142 m x 10 di larghezza e si compone di tre elementi: le due stampelle d’appoggio lungo gli argini e la travata centrale in cemento su funi sospese. La stampella in Riva Portuense è in acciaio corten e misura 63 m (di cui 30 protési a sbalzo sull’alveo fluviale). La stampella in Riva Ostiense è in cemento armato e misura 42 m (di cui 15 a sbalzo). Sulla distanza tra le due stampelle, 36 m, sono tese le funi in fibra di carbonio, su cui poggia una soletta e la travata centrale in cemento precompresso, ad altezza 15 m. Il progetto prevede che la travata centrale sia realizzata a piè d’argine e posta sulle stampelle con speciali gru.

L’impalcato è concepito come una terrazza sul fiume, destinata all’incontro e alla circolazione ciclo-pedonale: una corsia ciclabile è in battuto di cemento; il resto, pedonale, è coperto da legno di tek e attrezzato con panchine. I parapetti in acciaio sono dotati di illuminazione continua a neon sotto i corrimano.

Le fondazioni si innestano a 40 m di profondità. In Riva Portuense è prevista la carteratura dei muraglioni con lastre di cemento solcate da fessure per il verde. Il costo netto del ponte è di € 4.161.969,58.

 

 

Il Bosco sacro degli Arvali

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Uno scorcio della Collina di Monte delle Piche. Qui era collocato il Lucus Fratrum arvalium

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari.

La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

 

 

Il Balneum

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il Balneum degli Arvali. Gli ambienti in azzurro erano freddi; quelli in arancio erano riscaldati

Il Balneum è un impianto termale di piccole dimensioni (lunghezza 35 m, superficie 600 mq) ad uso esclusivo degli Arvali. Sorgeva 150 m a sud del Tempio di Dia lungo la via Campana e si componeva di 15 vani e 6 piscine.

Dal vestibolo (1) diviso in tre aulette e affiancato dalle latrine collettive (2) si accedeva a una grande sala conviviale (3), con nicchie vezzose sulle pareti absidate e colonne marmoree a sorreggere la volta dagli ampi lucernari. Di lì una porta immetteva nel frigidarium (4), sul cui pavimento si aprivano due piscine dai mosaici policromi.

Il piccolo tepidarium (5) era seguito dallo spogliatoio-destrictarium (6) e dalla sauna-laconicum (7). I due ambienti del calidarium (8) erano dotati di vasche di diversa temperatura, alimentate dalle fornaci (9). Il circuito si completava con un tepidarium per il ritorno a temperatura ambiente.

Costruito nel 222 d.C., il Balneum ha funzionato fino al 340; gli ambienti hanno continuato a vivere, prima come fornace e poi come casale rustico, fino all’alto Medioevo. I ruderi sono stati scavati negli anni 1975-81 dall’École Française e si trovano (interamente coperti e non visitabili) sotto il Casale Agolini in via della Magliana, 585.

 

 

Casa Agolini

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casale di Via della Magliana, 585

Casa Agolini è un edificio rurale di inizio Ottocento, le cui fondazioni reimpiegano parte delle murature del Balneum, l’impianto termale in uso nel III sec. d.C. ai Sacerdoti Arvali del Lucus Deae Diae.

Vi sono stati rinvenuti mosaici in tessere bianche e nere con motivi marini e vegetali. Il caseggiato sorge al civico 585 del vecchio tratto di via della Magliana presso vicolo dell’Imbarco, caratterizzato dalla presenza di casali di tipo rurale tradizionale dell’Agro Romano e dalle costruzioni del Primo Novecento della Borgata Magliana.

Si compone di un doppio corpo di fabbrica a pianta mistilinea, a due piani, e di una serie di corpi di edificazione più recente. Le murature sono in tufo, laterizio e pietre coperte ad intonaco. Il nome popolare di Casa Agolini deriva dal cognome di una delle famiglie proprietarie (attualmente appartiene alla famiglia Mazzocchi).

L’edificio è stato studiato nel 2005 dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira per le Belle Arti (repertorio n. 00970756) e risulta identificato tra i « beni di interesse estetico tradizionale ».

 

 

Uccellacci e uccellini

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Torre Righetti (Uccellacci uccellini, P. P. Pasolini, 1966)

Nel maggio 1965 Pier Paolo Pasolini scrive tre soggetti (Falchi e passeri, Il Corvo, L’aquila) che nell’autunno dello stesso anno si fondono nel lungometraggio Uccellacci e uccellini (85 minuti, bianco/nero), girato nelle location romane di Montecucco, Torre Righetti, Villa Kock, Monte delle Capre e Piana di Affogalasino.

I protagonisti sono Totò (descritto in sceneggiatura come “un uomo tosto e fantasioso”) e Ninetto Davoli (suo figlio, “un po’ stupidello e tutto riso”). Essi attraversano le campagne portuensi diretti ad un casolare di loro proprietà, per sfrattare una famiglia contadina morosa con l’affitto. Lungo il cammino ai due (che rappresentano il popolo minuto, ingenuo ed estraneo alla Storia) si unisce un corvo parlante, un “compagno irrichiesto” dai tratti dell’intellettuale di sinistra, reso fragile e inquieto dalla crisi ideologica del marxismo tradizionale. In sceneggiatura Pasolini abbozza il Corvo con poche nitide parole: “un marxista non disposto a credere che il marxismo sia finito”. E già allora il regista commentava: “Mai ho scelto un soggetto così difficile”.

La piccola compagnìa procede ascoltando le storie petulanti del corvo (doppiato da Francesco Leonetti). Una di esse, ambientata nel Medioevo, assume un significato speciale. Si tratta del racconto di due fraticelli (Fra’ Ciccillo e Fra’ Ninetto, interpretati ancora da Totò e Ninetto) che ricevono da Frate Francesco da Assisi il compito di evangelizzare gli uccelli. I due annunciano la Lieta Novella ai falchi, e poi ai passeretti, ma quando le due specie si incontrano i primi predano inevitabilmente i secondi. La metafora dell’incomunicabilità tra le classi sociali (la classe degli uccellacci predatori, cioè la borghesia, e la classe degli uccellini predati, cioè il proletariato) è evidente. Quando i due fraticelli si presentano scoraggiati a Francesco, il sant’Uomo risponde loro nell’unico modo possibile: “Tornate e ricominciate da capo”.

Dopo questo flash Totò e Ninetto indossano di volta in volta le piume degli uccellacci o degli uccellini: sono falchi quando giunti al Villa Kock sfrattano la famiglia contadina, in condizioni di grandissima miseria, non in grado di pagare l’affitto; e passeretti quando un ricco creditore (L’Ingegnere) li fa assalire dai cani per non aver onorato un debito. L’incontro con una prostituta (Luna, interpretata da Femi Benussi), con dei saltimbanchi, il suicidio di due amanti (episodio girato a Monte delle Capre) e infine i funerali di Palmiro Togliatti, segnano per Totò e Ninetto le tappe verso l’incontro con la Storia. Fondamentale è la sequenza girata a Torre Righetti, in cui il paesaggio lunare di Montecucco si apre improvvisamente sulla skyline dell’EUR, simbolo della modernità che non si può non vedere.

Vi sono anche degli episodi grotteschi, come il convegno dei Dentisti dantisti, l’inseguimento di un autobus in corsa (girato a via Porzio di fronte alla Scuola Collodi in costruzione) e quello della contadina che difende, fucile in pugno, il suo terreno dall’intrusione di Totò e Ninetto, costringendoli ad una rocambolesca fuga (girato alla Piana di Affogalasino).

Ma a questo punto il film evolve già verso una piega tragica, e la fine del corvo è prossima. L’animale parlante ha esaurito il suo ruolo di guida, e il suo gracchiare si fa insopportabile. Spinti dai morsi della fame, Totò e Ninetto gli tirano il collo senza troppi complimenti, improvvisando un banchetto ristoratore. È questo - secondo un Pasolini tragicamente profetico - il compito più alto del poeta: “morire per nutrire il popolo”. L’assassinio rituale finisce così per indicare nella tolleranza fra le classi e nell’ascolto della parola dei poeti la via per uscire dal caos sociale. “Continuate - confida idealmente Pasolini - a predicare ad uccellacci ed uccellini”.

Il richiamo al sincretismo (convergenza di valori tra marxismo tradizionale e francescanesimo) suscitò consensi, ma soprattutto critiche. Gli insuccessi di botteghino non impedirono al regista di essere orgoglioso del suo lavoro: “L’ho amato, e continuo ad amarlo di più”, scrisse. “Non ho mai messo al mondo un film così disarmato, fragile, delicato”.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Terme di Pozzo Pantaleo

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

 

 

La Marrana Tiradiavoli

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
La foce della Marrana Tiradiavoli, dal Catasto gregoriano (1818)

La Marrana Tiradiavoli (o in epoca medievale Marrana di Pozzo Pantaleo) è un corso d’acqua, oggi interrato, che nasce dalle sorgenti della Valle dei Daini (a Villa Doria-Pamphili) e - dopo aver attraversato la profonda valle di via di Donna Olimpia e costeggiato le alture dell’Ospedale San Camillo presso Pozzo Pantaleo - sfocia nel Tevere all’altezza di piazza Meucci.

Il fiumiciattolo deve il suo sinistro nome ad una credenza popolare secondo la quale, sotto le arcate dell’acquedotto romano di Villa Pamphili, alcuni diavoli fermarono la carrozza di Donna Olimpia Maidalchini, conosciuta per la sua malvagità, per accompagnarla direttamente all’inferno. La stessa carrozza, condotta (tirata) da diavoli, con a bordo il fantasma della dannata nobildonna, sarebbe però ancora oggi solita apparire con grande fragore, a turbare le notti dei Romani.

Nel suo percorso la marrana era scavalcata da alcuni ponti, oggi scomparsi, il più importante dei quali era posto sulla Via Portuense, in prossimità del bivio da cui partiva l’antica Via della Magliana. A monte di questo incrocio alcuni tratti dell’alveo erano stati regolarizzati, probabilmente già in epoca classica. Altri due ponti, oggi scomparsi, erano quello della novecentesca via di Vigna Corsetti e quello posto nei pressi della foce.

Perfettamente visibile fino alla fine degli anni Trenta la marrana iniziò ad essere interrata quando venne colmata durante la costruzione delle case popolari di via Donna Olimpia. Qualche decennio più tardi, con la costruzione della Purfina e l’edificazione dei primi lotti di via Oderisi da Gubbio, la marrana scomparve quasi del tutto, con l’eccezione dell’ultimo breve tratto, dove è ancora visibile un manufatto idraulico.

 

 

Caproni, maestro senza metodo

di Pamela Di Lodovico e Antonello Anappo

 

 

 
 
Giorgio Caproni, maestro alla Scuola Pascoli

Un convegno ricorda in questi giorni Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario.

Caproni nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia. Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina.

Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l’adesione al Partito Socialista.

Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: « Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità ». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida.

Negli Anni Cinquanta collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali - tra cui Pratolini, Cassola e Fortini - ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: « È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di ‘non insegnare’, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee ». Il 1959 è l’anno di Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti - Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza - con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga.

Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: « Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ».

Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini. Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un « maestro senza metodo ». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: « Ero la disperazione dei direttori didattici! ».

Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: « Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti? ». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma.

Il libro Feci il maestro per caso, di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, rilegge gli appunti di Caproni in oltre 30 registri e si interroga, raccogliendo gli insegnamenti del Maestro, sulle sfide della scuola attuale. La biblioteca personale del poeta e materiali del Fondo Caproni sono oggi alla Biblioteca di via Cardano.

 

 

Credits:

On line dal 07/05/2002, 2100 letture.