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I Ponti romani di Parco de’ Medici

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: I Ponti romani di Parco de’ Medici - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La Villa del Torcularium - La Magliana di Papa Giulio - Il Salone delle Muse - 1517, intrigo alla Magliana - La Magliana della decadenza - Il tratto di Via Campana - Villa Bonelli - Flora, dea della natura in fermento - Il Bosco sacro degli Arvali - Caecinia Bassa, famelica maledizione - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

I Ponti romani di Parco de’ Medici

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia. Mappa stradale

I Ponti di Parco de’ Medici sono un sistema di attraversamenti fluviali di età romana, sito nella località omonima alla Magliana vecchia.

Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

La Villa del Torcularium

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Magliana Vecchia

La Villa del torcularium è un edificio romano di epoca repubblicana, così chiamata per la presenza di una vasca, identificata come un probabile torcularium, cioè un impianto per la pigiatura dell’uva.

L’edificio risale alla fine del II sec. a.C. e consiste in due ambienti in opus incertum (A e B), più un terzo ambiente scavato parzialmente (C), dal quale è affiorata una canaletta in opus spicatum. Nell’ambiente A, salendo due gradini, si accede alla vasca per la pigiatura dell’uva (D), rivestita in cocciopesto.

Nel I sec. a.C. l’edificio viene ampliato con una seconda vasca in opus reticulatum, anch’essa foderata in cocciopesto (E), e con altri due ambienti (F e G), dei quali restano le fondazioni. Accanto alla seconda vasca si trova un pozzo circolare (H). Il complesso sopravvisse fino al III sec. d.C. A nord della villa è stato rinvenuto un tratto di strada basolata.

Il sito è emerso casualmente, durante lavori per la realizzazione del Campo da golf di Parco dei Medici. Nella relazione degli scavi della Sovrintendenza Archeologica (1989) Laura Cianfriglia scrive: « Vasche e canaletta indicano che questa era la zona produttiva della villa. Lo scavo è parziale ed incompleto. Non vi sono quindi elementi per comprendere se le strutture appartengono ad una villa più estesa dotata anche di una parte residenziale, o se è un edificio di solo utilizzo rustico ».

 

 

La Magliana di Papa Giulio

di Antonello Anappo

 

 

 
 
A. Gruyer. Frontespizio di Raphael à la Magliana, 1873. Cortesia del Museo del Louvre, Parigi

Pubblichiamo, grazie all’alto contributo del Museo del Louvre di Parigi, il racconto di viaggio al Castello della Magliana del critico d’arte A. Gruyer (1873).

   Lasciamoci alle spalle Roma da Porta Portese e incamminiamoci per la strada di Porto lungo la valle del Tevere. Al sesto miglio fermiamoci e volgiamo lo sguardo al fiume. Vedremo, quasi a portata di mano, sul primo piano di una campagna il cui orizzonte abbraccia i monti del Lazio e della Sabina, un edificio (o per meglio dire un conglomerato di edifici) quasi in abbandono: non è un castello né una dimora campestre, ma presenta ancora le apparenze della grandiosità.

Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana!

I terreni circostanti sono insalubri e paludosi ma riccamente forniti di selvaggina; è qui che i papi del Quindicesimo e Sedicesimo secolo tenevano le loro battute venatorie. Giacomo Volterrano racconta della gran caccia del 1480, in onore del duca Ernesto di Sassonia e Lawenbourg, presente Girolamo Riario nipote di Sisto IV (Muratori, Scrip. Rer. Italic., tomo XXIII, p. 104). Nel suo racconto si cita a più riprese il fiume Magliano ma neanche una volta si fa cenno alla presenza di un Castello. Ne deduciamo, pertanto, che all’epoca nella contrada della Magliana non fosse ancora presente alcun edificio significativo.

Fu in effetti Innocenzo VIII (1484-1492) a costruire il primitivo palazzetto della Magliana. Poi venne Alessandro VI (1492-1503), senza lasciarvi traccia. Fu Giulio II (1503-1543) che gli diede proporzioni grandiose, e chiamò a raccolta tutte le arti per farne una dimora degna di un papa. I pittori, di scuola perugina, decorarono le camere con affreschi, molti dei quali sopravvivono ancora oggi. Giulio II elesse la Magliana come luogo di predilezione e, affinché nessuno tra i posteri potesse dubitarne, volle che il suo nome fosse ripetuto su tutte le finestre dei nuovi corpi di fabbrica, la cui costruzione si fa risalire a Giuliano da San Gallo.

Orbene, ad una dimora papale non poteva mancare una cappella. Essa fu ricavata negli appartamenti al pianterreno, e consacrata a San Giovanni Battista.

Il cardinale Francesco Alidosi, incaricato di sovrintendere alla sua decorazione, lasciò questa iscrizione sulla porta d’ingresso: F. CAR. PAPIEN. JVLII II P. M. ALVMNVS (Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Giulio II Pontefice Massimo). Alidosi, nominato arcivescovo delle Terre bolognesi nel 1503, e cardinale di Santa Cecilia nel 1505, aveva assunto il titolo di alumnus proprio in allusione al favore di cui godeva presso Papa Giulio.

E andò oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice, rivestendo il pavimento della cappella di tessere in cotto smaltato, sulle quali campeggiavano, alternativamente, le sue insegne e il suo nome, e le insegne e il nome del papa (le armi di Giulio II raffiguravano in un giogo; quelle dell’Alidosi un’aquila ad ali spiegate). Dimenticava però che l’aquila degli Alidosi doveva passare con umiltà sotto il giogo dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo.

E fu quello che accadde quando il cardinale di Santa Cecilia si vide negare il titolo di principe di Imola, che già era appartenuto ai suoi antenati. Forse l’Alidosi si rivoltò contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d’Urbino condivideva il comando, furono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla è sicuro sull’argomento, se non che tempo prima, aveva già tradito Alessandro VI. Fatto sta che lo accusarono di un nuovo tradimento. Appena giunse a Ravenna da Giulio II che attendeva le sue giustificazioni, fu pugnalato in pieno giorno e in piena strada da Francesco Maria della Rovere, lo stesso su cui l’Alidosi aveva ribaltato la responsabilità della disfatta militare.

Il nome dell’Alidosi, tuttavia, dimora ancora alla Magliana e nella Cappella, inseparabile da quello di Giulio II. Gli affreschi della Annunciazione e della Visitazione, dipinta sui due lati dell’unica finestra, stanno a dichiarare ancora oggi quali abili mani il cardinale di Santa Cecilia abbia utilizzato. Fu probabilmente lo Spagna, uno dei più famosi allievi del Perugino, ad eseguire quei dipinti. Quanto alla loro data, non è possibile individuarla con precisione. La morte violenta dell’Alidosi avvenne nel 1511: possiamo solo dire che gli affreschi affidati alla sua cura precedono tale data.

E se Giulio II ha ben amato la sua Magliana, il suo successore papa Leone X Medici l’ha amata ancora di più, legandosene con una passione tra le più intense e viscerali: Papa Giulio vi aveva chiamato a lavorare la scuola del Perugino; Leone vi chiamò addirittura Raffaello!

Nella Cappella del Battista, dove lo Spagna aveva dipinto affreschi senza una propria fisionomia, Raffaello ha lasciato i tipi di perfezione che appartengono a lui e solo a lui: nella volta che sovrasta l’altare, ha dipinto l’Eterno padre benedicente, in mezzo ad una processione di angeli e cherubini; nella verticale dell’arco della navata ha lasciato il Martirio di Santa Cecilia.

 

Testo francese

Sortons de Rome par la Porta Portese et engageons-nous dans la vallée du Tibre sur la route de Fiumicino; après un parcours de six milles environ, arrêtons-nous et regardons du côté du fleuve; nous verrons, presque à notre portée, au premier plan de cette campagne dont les horizons s’étendent jusqu’aux montagnes du Latium et de la Sabine, un édifice, ou plutôt une réunion d’édifices quasi abandonnés, qui ne constituent ni un château ni une ferme, mais qui présentent encore les apparences de la grandeur.

Une cour rectangulaire, entourée de murailles à créneaux guelfes, précède les bâtiments de différentes époques et d’inégale hauteur; une porte monumentale, surmontée d’un arc en plein cintre et flanquée de colonnes, donne accès dans cette cour; un pont, jeté sur le Magliano, conduit à cette porte; le seuil une fois franchi, on se trouve en pleine Renaissance, on est dans la Magliana.

Les terres environnantes soin malsaines et marécageuses, mais abondamment fournies de gibier; les papes du XVe et du XVIe siècle avaient là leur rendez-vous de chasse. Giacomo Volterrano raconte une grande chasse dont Girolamo Riario, neveu de Sixte IV, fit les honneurs au duc Ernest de Saxe-Lawenbourg, en 1480 (in nota: Muratori, Scrip. rer. Italic., t. XXIII, p. 104). Dans cette narration, il est à plusieurs reprises parlé du Magliano, mais il n’est dit mot de la Magliana. Donc aucune construction ne se voyait alors dans cette contrée.

Ce fut, en effet, Innocent VIII (1484-1492) qui bâtit le casino primitif. Alexandre VI vint ensuite (1492-1503) et n’y ajouta rien de notable.

Mais Jules II (1503-1543) lui donna des proportions presque grandioses, et appela tous les arts à son aide pour en faire une résidence digne d’un pape. Des peintres de l’école de Pérouse décorèrent les chambres de fresques, dont plusieurs subsistent encore aujourd’hui. Jules II adopta la Magliana comme un séjour de prédilection, et, afin que la postérité n’en pût douter, il voulut que son nom fût répété au-dessus de toutes les fenêtres des bâtiments qu’il fit élever (in nota: On attribue à Giuliano da San Gallo les constructions que Jules II fit faire à la Magliana).

Or, à une résidence pontificale il fallait une chapelle. Cette chapelle fu ménagée dans les appartements du rez-de-chaussée; elle fut dédiée à saint Jean-Baptiste.

Et le cardinal Francesco Alidossi, chargé de présider à sa décoration, fit graver cette inscription sur la porte: F. CAR. PAPIEN. JVLII. II. P. M. ALVMNVS. Alidossi, nommé archevêque e Bologne en 1503 et cardinal de Sainte-Cécile en 1505, prenait la qualification d’Alumnus par allusion à la faveur dont il jouissait alors auprès de Jules II.

Il fit plus: il se mit presque sur le pied de l’égalité avec le pontife, en revêtant le sol de la chapelle de briques émaillées sur lesquelles on voyait alternativement ses armes et son nom, les armes et le nom du pape. Il oubliait le joug des la Rovere, sous lequel l’aigle des Alidossi devait passer avec humilité, à peine d’être arrêté dans son vol (in nota: Les armes de Jules II se composaient d’un joug; les armes du cardinal Alidossi portaient un aigle aux ailes éployées).

Le cardinal de Sainte-Cécile se vit, en effet, refuser le titre de prince d’Imola qu’avaient porté ses ancêtres. Se tourna-t-il alors contre Jules II du côté de la France? Était-il vendu à Louis XII, quand les armées pontificales, dont il partageait le commandement avec le duc d’Urbin, furent battues par les troupes vénitiennes? Rien n’est certain à cet égard. Il avait trahi jadis Alexandre VI, on l’accusa d’une nouvelle trahison; et, comme il arrivait à Ravenne pour se justifier auprès du pape, il fut poignardé en plein jour et en pleine rue par Francesco Maria della Rovere sur lequel il avait rejeté la responsabilité de la défaite. Son nom n’en demeure pas moins inséparable de celui de Jules II dans la chapelle de la Magliana.

Les fresques de l’Annonciation et de la Visitation, peintes de chaque côté de l’unique fenétre, disent encore quelles mains habiles le cardinal de Sainte-Cécile avait employées. Un des plus renommés parmi les élèves de Pérugin, Spagna probablement, avait exécuté ces peintures. Quant à leur date, il est impossible de la préciser. Le meurtre d’Alidossi ayant eu lieu en 1511, on peut dire seulement que les fresques confiées à la surveillance du cardinal sont antérieures à cette date.

Si Jules II avait beaucoup aimé sa Magliana, Léon X l’aima plus encore et la fit sienne aussi par des liens plus intimes et plus forts. Jules II y avait attiré l’école de Pérugin, Léon X y appela Raphaël.

Dans cette chapelle, où Spagna peut-être avait peint des fresques sans physionomie propre, Raphaël a laissé des types de perfection qui n’appartiennent qu’à lui. A la voûte qui surmonte l’autel, il a montré l’Éternel bénissant le monde au milieu d’un cortège d’anges et de chérubins; dans un des arcs verticaux de la nef, il avait représenté le martyre de sainte Cécile.

 

Si ringrazia il Musée du Louvre di Parigi - Direction de la politique des publics et de l'éducation artistique - Médiathèque, per le preziose documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo.

 

 

Il Salone delle Muse

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La sala delle Muse al Castello della Magliana. L'interno. Sul fondo il camino di Papa Giulio II

Il salone d’onore o “Sala delle Muse” era il luogo di ricevimento ufficiale del Castello della Magliana, ritrovo tra il 1513 e il 1521 del cenacolo letterario di papa Leone X Medici, cui presero parte Raffaello, Michelangelo, Bramante, Machiavelli e Guicciardini.

L’impianto architettonico rettangolare risale al Sangallo, su commissione del cardinale Alidosi da Pavia, il cui titolo “F. card. papiensis” compare sull’architrave d’ingresso. Alidosi riesce a completare lo scalone (con una Madonna del Perugino, oggi scomparsa), la loggia, il camino monumentale con dedica a Papa Giulio e i pavimenti in maiolica con i colori dei Della Rovere, ma la sala ha ancora l’aspetto di uno stanzone vuoto.

Papa Leone X prosegue i lavori, trasformandola in una cassa armonica da teatro, dall’acustica perfetta grazie alla sopraelevazione del tetto e ai controsoffitti avvolgenti con lacunari in legno. Leone X fa affrescare le pareti, con un fregio di alloro, aquile e gigli medicei che incorniciano un paesaggio agreste, in cui compaiono le superbe figure mitologiche di Apollo e le Muse, opera di Gerino Gerini.

I quadranti di Apollo e delle Muse sono state distaccati nel 1869. Si trovano oggi a Palazzo Braschi.

 

 

1517, intrigo alla Magliana

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Da destra: Sisto IV, Raffaele Riario, Giuliano Della Rovere, Bartolomeo Platina, Gerolamo Riario

Nella primavera 1517 avrebbe dovuto consumarsi alla Magliana un efferato delitto, maturato negli ambienti del Sacro collegio, sotto la guida del cardinale decano Raffaele Riario e di Alfonso Petrucci da Siena.

Il cardinal Petrucci - riferisce lo storico Guicciardini - nutre verso la vittima designata, Papa Leone X Medici, un incolmabile rancore, fin da quando alla morte di suo padre Pandolfo Petrucci, signore di Siena, il pontefice aveva messo la città sotto protettorato. Petrucci, « ardendo di odio e quasi ridotto in disperazione, aveva avuto pensieri di offenderlo violentemente con l’armi », ma alla fine la vendetta prende la strada sottile dell’intrigo rinascimentale.

Papa Leone, prossimo come ogni anno alla partenza primaverile per la Magliana, è infatti colto da un imbarazzante doloretto alle parti basse (una fistola « in ima sede », dice Guicciardini). E Petrucci, venutolo a sapere, è deciso a somministrargli una medicina avvelenata, tramite Mastro Battista da Vercelli, « famoso chirurgo e molto intrinseco suo ». Mastro Battista in verità è, sì, famoso, ma il suo passato non è dei più limpidi: cavadenti (dentista), medico di cataratte, mal della pietra (calcoli renali) e mal francioso (sifilide), bandito da Venezia, era stato accolto a Siena con pubblici onori. L’umanista Paolo Giovio descrive Mastro Battista come « impurus, crudelis, fallacissimus » (sporco, crudele e gran bugiardo), ma dotato di « ingenio expedito et singularis digitorum argutia » (intelletto brillante e mani d’oro).

Dei necessari appoggi a corte si occupa il cardinal Raffaele Riario, da sempre tessitore di congiure e avversario dei Medici fin dai tempi della congiura dei Pazzi. Riario prepara la strada a Mastro Battista facendo licenziare il medico papale Jacopo da Brescia.

 

 

La Magliana della decadenza

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Magliana Vecchia

Estratto da “Raphaël à Magliana”, di A. Gruyer (1873).

   L’epoca d’oro della Magliana, il tempo felice di Papa Giulio, di Papa Leone e di Raffaello, era ormai finito. Eppure per tutto il Cinquecento il fascino del Castello della Magliana continuò ancora a destare l’interesse e l’emulazione dei papi. Pio IV (1559-1565) fece delle aggiunte, che marcò con le sue insegne: risale al suo pontificato la deliziosa fontana nella corte interna. Sisto V (1585-1590) fece dipingere alcune stanze rimaste prive di decorazioni. Il Rinascimento, fino all’estremo limite della decadenza, lasciò dunque tracce profonde in questo luogo, insieme profano e di raccoglimento, caro per oltre cento anni ad una ventina di papi.

Il Seicento aprì il Papato ad un’era di declino e di sudditanza politica, e relegò il Castello della Magliana in un ruolo di maggiore austerità. Impossibilitati ormai a fare la guerra, i papi smisero di colpo anche di andare a caccia. In breve, la Magliana non ebbe più ragione di esistere! Da Clemente VIII in poi la tenuta cominciò anche ad essere trascurata dal punto di vista agricolo; meno di un secolo dopo l’abbandono fu completo.

Così completo che la Camera Apostolica ne alienò la proprietà alle Monache di Santa Cecilia. E da allora la rovina regnò sovrana. La Magliana, divenuta per il Convento d’Oltretevere una comune proprietà di campagna, fu consegnata ai fattori, che non si diedero alcuna cura dei beni improduttivi. La decadenza si consumò senza destare la benché minima preoccupazione.

Si continuò - solamente - ad officiare la messa nell’antica cappella papale. Orbene, chi avrebbe dovuto fare da guardiano ai dipinti contenuti nella Cappella, fu per uno di essi causa di definitiva rovina. Parliamo del fattore Vitelli, titolare di un banco riservato all’interno della Cappella: nel 1830, per accedervi direttamente senza dover mischiarsi con il personale agricolo di rango inferiore, si fece aprire una porta dai suoi appartamenti alla Cappella, bucando l’affresco del Martirio di S. Cecilia.

Più tardi furono le stesse monache che - avendo bisogno di denaro e pensando a ragione che i lacerti degli affreschi di Raffaello valessero una fortuna - li fecero distaccare e portare su tela, per impegnarli al Monte di Pietà di Roma. Qui ho avuto modo di esaminarli personalmente, nel 1858. Dal Monte di Pietà, dove rimasero all’incirca un anno, i dipinti vennero spostati in una delle anticamere della Basilica di Santa Cecilia in Trastevere.

Nel 1869, infine, il signor L. Oudry comprò i dipinti di Raffaello e li portò in Francia, attraverso mille difficoltà doganali e logistiche.

Al prezzo di quali sacrifici si compirono tutte queste peregrinazioni? Lo stato attuale di questi dipinti ce lo dice con fin troppa evidenza. Ma, prima di esaminare nel dettaglio lo stato rovinoso in cui il tempo e gli uomini ci hanno consegnato questi dipinti, occorre fare un passo indietro.

Solo per un momento, dobbiamo tornare alla Magliana del Cinquecento, alle splendide meraviglie di cui abbiamo raccontato. In mezzo a questa campagna dalle dolci increspature di una così austera armonia rimettiamo al suo posto la bella e calma architettura del San Gallo, intatta e senza alterazioni. Restituiamo ai terreni intorno al Castello le ombreggiature di alberi oggi scomparsi. Torniamo ad ascoltare, dalla corte interna, il brusio delle acque di fonte, e ripercorriamo gli stessi passi di Papa Leone Medici. Rimettiamo al loro posto, nelle camere, tutti i dipinti. Restituiamo alle colonne tutti i loro arabeschi. Rimettiamo insomma, ciascuno al suo posto, gli elementi che diedero vita a questa meraviglia. Arriviamo persino a figurarci la presenza fisica di quegli uomini del passato, così forti nel carattere, così brillanti nella mente, così pomposi nei titoli nobiliari. Compenetriamoci insomma dell’atmosfera morale e dell’esprit du temps, della sua ingenuità, delle sue passioni, delle sue convinzioni e del suo amore per la bellezza spinta fin quasi alla superstizione.

Ecco, mentre i moti dell’animo ci turbano, da fuori entriamo nella piccola cappella, dove stretti intorno al Papa rivediamo i più alti dignitari della Curia e della nobiltà romana. Soprattutto, restituiamo a questa cappella i due affreschi di Raffaello, rivestendoli della loro primitiva grazia, la loro originale freschezza, la loro intatta bellezza…

Dopo esserci lasciati rapire da questa visione del passato, ecco… ora, solo ora, apriamo gli occhi alla realtà di oggi! Cadremo dall’alto in basso. Ma saremo in grado, dalla certezza di ciò che è, ricostruire ciò che fu.

Testo francese

Si les beaux jours… j’allais dire les grands jours de la Magliana… étaient passés avec Jules II, Léon X et Raphaël, l’attrait de cette résidence devait, jusqu’à la fin du XVIe siècle, solliciter encore la faveur et l’émulation des papes. Pie IV (1559-1565) y fit quelques additions qu’il marqua de ses armes; la charmante fontaine de la cour date de son pontificat. Sixte-Quint (1585-1590) fit peindre aussi quelques chambres restées sans décoration. La Renaissance, jusqu’aux extrêmes limites de sa décadence, a donc laissé des traces profondes dans ce lieu tout à la fois profane et recueilli, cher pendant plus de cent ans à une succession de vingt papes...

Le XVIIe siècle, en ouvrant à la papauté une ère d’abaissement et de dépendance politiques, la contraignit à une plus grande apparence d’austérité. Les papes, mis désormais dans l’impossibilité de faire la guerre, renoncèrent du même coup au plaisir de la chasse, et la Magliana n’eut plus de raison d’être. Aussi, à partir de Clément VIII, commença-t-elle à être délaissée. Moins d’un siècle après, l’abandon fut complet.

Si complet que la Chambre pontificale se déchargea de la propriété entre les mains des religieuses de Sainte-Cécile. Dès lors, la ruine se mit de la partie. La Magliana, devenue pour le couvent du Trastevere une simple propriété de campagne, fut abandonnée à des fermiers qui ne prirent nul souci des choses improductives, et la dégradation se fit sans éveiller la moindre sollicitude.

Cependant, on continua jusqu’à nos jours à dire la messe dans l’ancienne chapelle papale. Or, ce qui aurait dû préserver les peintures de cette chapelle fut, pour l’une d’elles, la cause d’une ruine définitive. En 1830, le fermier Vitelli, ne voulant point être mélé à ses domestiques, se donna le luxe d’une tribune spéciale, et, pour arriver à sa tribune, fit percer une porte au beau milieu du Martyre de sainte Cécile.

Plus tard, les religieuses elles-mêmes, ayant besoin d’argent et pensant avec raison avoir un trésor dans ce qui leur restait des fresques de Raphaël, les firent transporter sur toile pour les engager au Mont-de-piété, où nous les avons vues à Rome en 1858. Du Mont-de-piété, où elles restèrent près d’un an, elles allèrent dans une des salles d’entrée de la basilique de Sainte-Cécile in Trastevere.

En 1869, enfin, M. L. Oudry en fit l’acquisition et les apporta en France à travers mille difficultés de douane et de transport.

Au prix de quels sacrifices se firent toutes ces pérégrinations? L’état actuel de ces peintures le dit avec trop d’évidence. Mais, avant de regarder la ruine, telle que l’ont faite le temps et les hommes, reportons-nous un moment par la pensée vers cette Magliana du XVIe siècle, toute resplendissante de tant de merveilles fraîchement écloses.

Au milieu de cette campagne aux ondulations d’une si austère harmonie, représentons nous la belle et calme architecture, intacte et sans altérations, d’un architecte tel que San Gallo. Restituons, aux alentours de la villa, les ombrages qui ne sont plus. Ecoutons, dans les cours, le bruit des eaux jaillissantes amenées par Léon X. Replaçons dans les chambres toutes les peintures, sur les pilastres toutes les arabesques. Figurons-nous les vrais maîtres de tous ces enchantements. Revoyons en imagination tous ces personnages, si remarquables par le caractère, si brillants par le costume, si pompeux par le titre. Pénétrons-nous de l’atmosphère morale et de l’esprit du temps, de sa naïveté, de ses passions, de ses croyances et de son amour du beau poussé jusqu’à la superstition.

Tandis que les meutes s’impatientent au dehors, entrons dans la petite chapelle où se pressent autour du pape les plus hauts dignitaires de la Chambre apostolique et de la noblesse romaine. Rendons surtout à cette chapelle les deux fresques de Raphaël en les parant de leur grâce native, de leur fraîcheur originelle, de leur beauté première...

Après nous être laissé ravir par cette vision du passé, rouvrons les yeux à la réalité contemporaine; nous tomberons de haut, mais nous saurons, à l’aide de ce qui est, reconstituer ce qui fut.

 

Si ringrazia il Musée du Louvre di Parigi - Direction de la politique des publics et de l'éducation artistique - Médiathèque, per le preziose documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo.

 

 

Il tratto di Via Campana

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Tratto di Via Campana a Pozzo Pantaleo

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana.

L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere.

Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio.

Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

 

 

Villa Bonelli

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Villa Bonelli

Villa Bonelli (già Casa Balzani) è una villa ottocentesca, legata alla memoria dell'agronomo Michelangelo Bonelli, cui si deve l'impianto della Tenuta Due torri, l'organizzazione a terrazze del parco e la ristrutturazione edilizia della villa.

Il casino agricolo originario (del 1839) passa nel 1906 ai Balzani e nel 1925 all’ing. Bonelli, già proprietario dal 1923 della attigua paludosa Proprietà Due Torri. L'opera di bonifica condotta da Bonelli avrà del prodigioso: unificate le proprietà, prosciuga le acque stagnanti con idrovore di sua invenzione, scava canalizzazioni (se ne possono riscontrare i tracciati nelle attuali via della Magliana nuova e via di Pian Due torri) e, con vasche e chiuse, porta l’acqua per l’irrigazione sù in collina. In pochi anni la valle si copre di carciofi e altri ortaggi, il pendìo collinare di vigna pregiata e frutteto. Bonelli commissiona all'architetto Busiri-Vici ingenti ristrutturazioni sul casolare esistente (trasformandolo in villa, con l'aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica e una serra-studio). Il parco si addolcisce con scalinate, fontane e terrazze prospettiche, e con alberature di querce, pini e cipressi.

La tenuta rimane produttiva fino agli anni Sessanta, per poi frazionarsi e conoscere una attività edilizia speculativa. Negli anni ’80 Villa Bonelli passa al Comune; nel 2004 gli architetti Panunti e Santarelli hanno progettato il restauro, completato nel marzo 2005.

Il parco (con accessi da via Camillo Montalcini, 1 e via Domenico Lupatelli, snc) misura oggi 4,5 ettari. Nella Villa risiede la Presidenza del Municipio XV Arvalia-Portuense. Villa Bonelli è stata studiata dalla Sovrintendenza Comunale di Roma e dalla Soprintendenza ai BB.AA. e del Paesaggio di Roma (cfr. Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970673 - Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di G. Tantini).

 

 

Flora, dea della natura in fermento

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Dea Flora, venerata nel Lucus degli Arvali (particolare dalla Primavera del Botticelli)

Dea dei fiori e della vegetazione, Flora presiedeva al risveglio primaverile e, in senso ampio, a tutto ciò che sboccia: la gioventù, i sensi amorosi, lebelle speranze. Aveva un carattere gioioso cui univa scansonata malizia.

La sua festa annuale (il 28 aprile, i “floralia”) si svolgeva all’insegna della liberazione dai rigori invernali: a tutti erano consentite piccanti eccezioni alla morale comune e i giovani si inghirlandavano con fiori senza timore di apparire vanitosi, scambiandosi petali e corone, o anche fave, piselli e lupini. La celebrazione culminava in danze licenziose.

L’iconografia rappresenta Flora come una fanciulla dal colorito vivo e lineamenti della freschezza di un fiore. Celebre è la sua rappresentazione nella “Primavera” del Botticelli, accanto allo sposo Zefiro, dio del vento.

Su Flora abbondano gli aneddoti maliziosi. Si narra che Zefiro acconsentì a sposarla per riparare ad un raptus di bramosia. Ancora, si attribuisce alla dea un magico bocciolo che portava alla gravidanza senza l’intervento maschile. Ne avrebbe fatto uso Giunone per concepire Marte, allorché, stufa dei continui tradimenti di Giove, si decise a negargli i doveri coniugali. Flora aveva a Roma due templi: uno al Quirinale e uno al Circo massimo.

 

 

Il Bosco sacro degli Arvali

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Uno scorcio della Collina di Monte delle Piche. Qui era collocato il Lucus Fratrum arvalium

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari.

La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

 

 

Caecinia Bassa, famelica maledizione

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Carme funerario di Caecinia Bassa

I Romani accettavano con serenità la morte e per lo più confidavano in un aldilà. Tuttavia consideravano particolarmente ingiusta la morte che superata l’età infantile sopraggiungesse prima della pubertà.

Spesso le epigrafi funerarie la chiamano “mors iniqua” e contengono invettive. L’epitaffio della piccola Cæcinia Bassa (II sec. d.C.), tuttavia, contiene una rabbiosa maledizione. Con rispetto, ne raccontiamo la storia.

Il suo carme funerario (14 righe conservate al Museo nazionale romano) è in prima persona: “Qui giaccio. Sono Bassa, fanciulla che non conobbe la maturità (Hic sum Bassa, virgo pudica)”. La morte la coglie prima dei 10 anni (undecimum annum mi non licuit perducere), nonostante le invocazioni agli dèi dei genitori. La maledizione è rivolta a chiunque se ne rallegri ad alta voce (quis forte gaudet de morte iniqua): “Cerere lo farà morire di fame (Ceres perficiat fame)”.

Il riferimento al culto arvalico di Cerere e il rinvenimento a S. Bibiana (dove nel VII sec. giungono le spoglie dei martiri portuensi e materiali locali di reimpiego) fanno ritenere Cæcinia originaria della Magliana.

 

 

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