I Grottoni
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: I Grottoni - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Felice, martire con Adautto - La Basilica di Papa Giulio - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Vigna Pia - In nome del Papa Re - Il Casaletto di Vigna Consorti - La Cisterna di Pozzo Pantaleo - Il tratto di Via Campana - Le Terme di Pozzo Pantaleo - Felice II, anti-papa della Magliana - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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I Grottoni di Antonello Anappo
I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei, originati in epoca romana da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane. Taluni associano i Grottoni alle perdute Catacombe di San Felice, attestate al III miglio della Via Portuense-Campana. Un’indagine del Primo Novecento ha confermato il parziale utilizzo cimiteriale di alcuni ambienti. Tuttavia successivi crolli hanno impedito una attribuzione certa. Le fonti storiche che parlano di catacombe sono il De locis sanctis, che elenca Felice tra i martiri portuensi (« qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt »); l’Index coemeteriorum, che cita un cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi; un carme di Papa Damaso (366-384), che descrive il Sepolcro di Felice, dipinto dal Presbitero Vero. Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (San Paolo) e prima di Ponziano (Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui « il Tevere s’impaluda ». Lo studioso Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde. Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso. |
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Felice, martire con Adautto di Antonello Anappo
Felice è un presbitero romano, condannato secondo la “Passio Felicis” (VII sec.) al martirio al tempo di Diocleziano. Nel cammino verso il supplizio, sulla via per il mare, uno sconosciuto gli si affianca e dichiara di volerne condividere la sorte: gli increduli militari romani lo accontentano senza indugi, decapitando i due cristiani con il medesimo colpo di spada. La Passio descrive l’audace compagno di fede con un giro di parole: “eo quod sancto Felici auctus sit ad coronam martyrii” (colui che ‘sarà aggiunto’ nella corona del martirio); la tradizione liturgica lo ricorda perciò insieme a Felice (il 30 agosto) col nome di Adautto (ad-auctus=aggiunto). Il culto decade precocemente alla Magliana, tanto che a fine IV sec. le spoglie si spostano dalla catacomba portuense a quella di Commodilla a S. Paolo. Le reliquie dei due martiri prendono poi la via del Nord Europa sotto papa Leone IV (847-855) che le dona a Ermengarda, moglie di Lotario. A Roma rimane la reliquia della testa decapitata di Sant’Adautto (chiesa di S. Maria in Cosmedin). Le uniche immagini di Felice e Adautto giungono da affreschi paleocristiani dalla basilica sotterranea di Papa Siricio (384-399), alla catacomba di San Paolo. |
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La Basilica di Papa Giulio di Antonello Anappo
La Basilica di Papa Giulio è un edificio cristiano (una ecclesia) in uso tra IV e VIII secolo, non noto archeologicamente. Il Catalogo Liberiano ne attribuisce l’edificazione a Papa Giulio (337-352) e lo colloca in via Portese miliario III, cioè al terzo miglio della Via Portuense-Campana. Non è oggi possibile risalire con certezza alla posizione del terzo miglio, in quanto la Via (di cui si sa solo che nasceva dalla Porta Trigemina e seguiva grossomodo il corso del Tevere) non ha restituito pietre miliari. Il Catalogo Liberiano chiarisce la sua collocazione al di sopra del cimitero sotterraneo del Martire Felice. Tale informazione è meglio specificata dalla Notitia ecclesiarum che chiarisce che la basilica sorge ad corpus, cioè esattamente al di sopra delle reliquie del Martire (« ecclesia beati Felicis martiris in qua corpus eius quiescit »). Gli itinerari altomedievali accennano ad una posizione di altura, dominante un punto paludoso del Tevere. Peraltro vi è incertezza anche sull’identità del Martire Felice, che fonti discordanti descrivono sia come un presbitero martirizzato sotto Diocleziano, sia come un anti-papa del IV secolo. Del sito si ha notizia anche al tempo di Papa Adriano (772-795), che vi compie un restauro (« Ecclesiam Sancti Felicis positam foris Portam Portuensem noviter restauravit »). Poi si perdono definitivamente le tracce. |
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La Necropoli di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza). Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo. Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale. Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi. |
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Vigna Pia di Antonello Anappo
L’istituto Vigna Pia è un edificio del 1858, originariamente adibito a scuola agraria e opera assistenziale, al centro della tenuta omonima. Tra 1850 e 1851 il principe Torlonia, la principessa Wolkonski e l’Ordine religioso dei Minimi costituiscono una proprietà fondiaria unitaria di 22 ettari, denominata Istituto agrario di carità Vigna Pia in onore del papa regnante, Pio IX. L’insediamento è strutturato secondo lo schema della colonìa, con vasti terreni a coltura intorno ad un corpo di fabbrica principale. La popolazione è costituita di « orfani e altri garzonetti più sventurati », tra i 7 e i 21 anni. Dopo l’alfabetizzazione essi ricevono la formazione teorica in agronomia e agrimensura, cui segue l’apprendistato di orticultura, cerealicultura e viticultura ed infine il collocamento a servizio in una famiglia rurale. Il Convitto, di forma quadrangolare, rivolge il prospetto principale alla valle della Magliana. È sormontato dallo stemma papale tra due cornucopie colme di grano. L’edificio si prolunga in un padiglione di minor altezza, realizzato da Leone XIII nel 1889. Il 23 aprile 1891 gli edifici sono danneggiati dallo scoppio della Polveriera di Forte Portuense. La tenuta aveva un portale monumentale, oggi scomparso. Nel Dopoguerra l’estensione della tenuta viene erosa dall’urbanizzazione, fino a perdere la vocazione agraria. Il complesso è oggi sede di convitto, centro giovanile e polisportiva locale. |
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In nome del Papa Re di Antonello Anappo
Nel 1866 una sanguinosa faida oppone i popolani di Villa Jacobini agli zuavi pontifici. È una storia di donne e di coltelli, sullo scenario complesso degli scontri tra i “patrioti” e sostenitori di Pio IX, ultimo papa re. Gli “zouaves” sono arrivati a Roma da molto lontano. Sono in origine unità di fanteria berbere, regolarizzate nell’esercito francese dal 1830 e distintesi eroicamente ad Algeri, Sebastopoli, Balaclava, e Palestro, nella Seconda guerra d’indipendenza italiana. Dal 1860 sono sotto ingaggio a Roma, al comando di La Morcière e De Charette. Gli zuavi “romani” sono prevalentemente francesi, belgi, americani, canadesi e irlandesi, conosciuti per una certa grevità e guasconeria, ma animati da fede sincera ed assoluta dedizione alla monarchia papalina. Senza conoscere fatica lavorano alla costruzione di trincee contro l’odiato Garibaldi e al tramonto è possibile vederli rincasare alla villa-caserma dei Santucci lungo via Portuense, cantando con enfasi i versi finali dell’“Evviva Pio”: “La corona che cinge sua fronte / non si strappa / la regge il Signor!”. Il racconto popolare vuole che questi giovani dai capelli ed occhi chiari, dalle uniformi sgargianti con i calzoni a sbuffo, la cintura di tela, la giacca corta e il fez, abbiano subito infiammato i cuori delle popolane portuensi. E pare anche che qualche zuavo, forse dopo aver ecceduto nel vino all’Osteria del Cardinale, abbia pure ecceduto in galanterie, rifiutandosi però di convolare a nozze riparatrici. I congiunti delle fanciulle disonorate pensano in un primo tempo di lavare l’affronto secondo la consuetudine cavalleresca, in singolar tenzone con il profanatore. Ma il “pubblico ristoro dell’affronto” viene precluso. Con Garibaldi alle porte e la Sede pontificia vacillante, gli zuavi sono l’ultima milizia effettiva di Santa Romana Chiesa contro l’armata dei “senza-Dio”: eliminare anche uno solo tra gli zuavi avrebbe avuto un pericoloso risvolto antinazionale, e con ogni probabilità avrebbe esposto la Tenuta Jacobini alle rappresaglie di un potere temporale disfatto ma ancora crudelmente rabbioso. La contromossa degli uomini validi di Vigna Jacobini, comunque, non tarda ad arrivare. Si decide quindi per l’« accoppamento », la pugnalata volante sulle spalle di norma riservata agli « infami », cui segue la sparizione del corpo senza lasciare traccia. Per nascondere i corpi i popolani ricorrono ad un singolare stratagemma, che lascia supporre l’implicita approvazione dei Signori locali. “Poiché le rappresaglie militari non sono un'invenzione recente - ha scritto Stelvio Coggiatti, sulla Strenna del 1972 - i gelosi vendicatori escogitano un momentaneo ma sicuro nascondiglio per i resti mortali di quei soldati, vincitori di battaglie amatorie, ma caduti in azioni di rappresaglia”. Il nascondiglio sono le botti vuote: le salme vengono deposte sul fondo, e le botti sono ben allineate con le altre piene di buon vino, nelle cantine di Vigna Jacobini. |
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Il Casaletto di Vigna Consorti di Antonello Anappo
Il Casaletto di Vigna Consorti è il primo di quattro edifici rurali che si incontrano risalendo il viale alberato di via del Trullo, in direzione di Casetta Mattei. Si tratta di quattro casaletti assai simili fra di loro, inquadrabili stilisticamente come architettura rurale tradizionale dell’Agro Romano, ed identificati come « beni di interesse storico-monumentale ». Il nostro casale è riconoscibile per il colore rosso dei vecchi intonaci a calce, la posizione leggermente distaccata dagli agli altri tre, e la presenza tutt’intorno di un boschetto in condizioni di naturalità. Risale ad inizio Ottocento e la destinazione d’uso storica era di abitazione rurale, verosimilmente di vignajuoli. Si sviluppa secondo la struttura tipica del casaletto, su un corpo di fabbrica unico a due piani su pianta rettangolare, con tetto a due falde dal manto di copertura a tegole, ancora oggi in posa. Le murature sono in laterizio, tufo e pietre. Nelle immediate vicinanze era posto un corpo edilizio di minori dimensioni oggi crollato (forse un magazzino). Nel 2005 il casale è stato catalogato per le Belle Arti dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970738). Il casale appartiene alla Congregazione ecclesiastica delle Pie Discepole del Divin Maestro. |
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La Cisterna di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli
La Cisterna di Pozzo Pantaleo è un mausoleo di forma circolare, la cui struttura, successivamente foderata di malta idraulica, è stata reimpiegata come cisterna. L’edificio viene indagato tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. L’edificio ha pianta circolare ed è in opera laterizia. Esternamente si trovava un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo aperto a nord. L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, riutilizzati anch’essi come cisterna, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina. Questa terza campagna di scavi ha permesso una datazione complessiva dell’area archeologica, compresa tra la metà del I sec. d.C. e un’epoca successiva al IV sec. d.C., ossia dalla prima età imperiale fino al periodo paleocristiano, con una frequentazione probabilmente anche successiva, forse già altomedievale. |
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Il tratto di Via Campana di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana. L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere. Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio. Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense. |
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Le Terme di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli
Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità. Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere. È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche. Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico. |
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Felice II, anti-papa della Magliana di Antonello Anappo
Il caso letterario “Codice da Vinci” di Dan Brown attinge a piene mani dalla “polemica ariana” (‘Cristo era un uomo?’), che infiammò l’Europa del IV sec.. Un tassello di questa storia passa anche per la Magliana, e riguarda l’antipapa Felice (356-357), che con nobiltà d’animo si occupò della spinosa disputa dottrinale. Occorre però fare un passo indietro. Se per l’ebraismo Cristo è un uomo al pari degli altri profeti, già nei Vangeli emerge la sua specialità nel disegno della Creazione. Il Concilio di Nicea (325) fissa questo concetto in un dogma (‘il Figlio è della stessa sostanza del Padre’) e condanna come eretica la dottrina del monaco Ario, sostenitore della natura umana di Cristo. Terminato il Concilio la disputa prosegue, ora prevalendo l’ortodossia, ora l’arianesimo, grazie al sostegno di cui Ario gode alla corte di Costanzo II, imperatore d’Oriente. Nel 335 Costanzo II compie un colpo di mano: caccia via da Costantinopoli il vescovo Atanasio, che del Concilio di Nicea era stato il principale animatore. L’illustre uomo di fede si rifugia a Roma, accolto prima da papa Giulio, e poi da papa Liberio (353-356). Entrambi i pontefici si oppongono con forza alla richiesta imperale di condannare Atanasio. Costanzo II opera allora un nuovo colpo di mano: depone papa Liberio e lo sostituisce con la mite figura dell’arcidiacono Felice (356-357), pontefice col nome di Felice II. L’Imperatore non immaginava certo quale energia papa Felice avrebbe dimostrato, opponendo all’eresìa ariana un’avversione fiera, maggiore dei suoi predecessori Giulio e Liberio. L’Imperatore corre ai ripari, e perdona in gran fretta Liberio, concedendogli un secondo pontificato (357-366) in cui lui e Felice avrebbero governato congiuntamente la Chiesa. Ma papa Felice non accetta la nuova situazione: abbandona l’abito pastorale e si ritira in preghiera nel suo poderetto alla Magliana (“in praediolo suo qui est via Portuense”), conoscendo infine il martirio. Sepolto nelle catacombe di San Felice, è oggetto di grande venerazione popolare, tanto che il suo culto si fonde con quello del martire Felice, e le catacombe prendono il nome di “Ad duo Felices”, in memoria dei due uomini di fede. Gli equivoci di omonimia sono stati risolti solo nel secolo scorso, dagli studiosi De Rossi, Duhesne e Verrando che ne hanno separato del biografie. Il “rifiuto” di papa Felice è stato per lo più condannato. Nel 1505 l’umanista Vigerio ottiene da Giulio II (1503-1513) una riabilitazione, ma Gregorio XIII (1572-1585), cui si deve il riordino dell’elenco dei pontefici (e la loro divisione in ‘papi’ eletti da conclave e ‘antipapi’ nominati dall’imperatore), cancella addirittura Felice II dal novero dei pontefici, relegandolo tra gli antipapi. Nel 2005 la disputa ariana è tornata di attualità, grazie al bestseller di Brown, in cui lo studioso Langdon inseguendo il Sacro Graal si imbatte nell’umanissima discendenza del matrimonio tra il Cristo e la Maddalena. |
Credits:
On line dal 04/02/2003, 1494 letture.