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Gli Orti di Cesare

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Gli Orti di Cesare - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Alla corte di Cleopatra - Calpurnia, la nobile rivale - Caio Giulio, il tiranno - Cleopatra, amante portuense - Portunus, il ragazzo sul delfino - La Villa romana di Pietra Papa - Le Darsene di Pietra Papa - La Marrana Tiradiavoli - Il Consorzio Agrario - I Prati dei Papa - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Gli Orti di Cesare

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Horti Caesaris o Tiberini

Gli Orti di Cesare - in latino Horti Tiberini o Caesaris - sono una proprietà fondiaria romana extraurbana, localizzabile tra le propaggini ovest del Trans Tiberim (il Gianicolo) e la Piana di Pietra Papa.

Verso il 49 a.C. il console Caio Giulio Cesare ne acquista la proprietà, per mettervi al pascolo allo stato brado la Mandria sacra di cavalli con cui ha attraversato, vittoriosamente, il fiume Rubicone. Nell’anno 46 Cesare alloggia negli Horti, lontano da occhi indiscreti, la regina Cleopatra, sua preda di guerra e allo stesso tempo sua amante e conquistatrice. Alla morte del dittatore, nel 44, gli Horti diventano proprietà pubblica, attraverso una donazione al Popolo di Roma contenuta nel suo testamento.

La struttura edilizia degli Horti è nota solo attraverso la descrizione degli storici. Plutarco attesta che verso le pendici del Gianicolo sorgeva il Palatium, un edificio di medie dimensioni non archeologicamente noto. Esso si collocava in posizione elevata ed era circondato da alti e odorosi pini. Dopo l’arrivo di Cleopatra il Palatium è ampliato, per adeguarsi al rango di una regina: si aggiungono un peristilio, sontuosi affreschi e la statua colossale di un guerriero gallico.

Nei rigogliosi giardini trovava posto un tempietto dedicato alla Dea Fortuna, voluto da Cesare per ringraziare la Sorte favorevole in occasione della nomina a dictator perpetuus (dittatore a vita). I giardini si aprivano sul Tevere con ormeggi e darsene portuali, in cui era alla fonda il barcone egizio di Cleopatra.

 

 

Alla corte di Cleopatra

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Orti di Cesare

Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono.

Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici.

Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside.

Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio.

Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside.

Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino.

 

 

Calpurnia, la nobile rivale

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Calpurnia, la terza moglie di Cesare

Calpurnia è la terza moglie di Caio Giulio Cesare: prima di lei c’erano state Cornelia (morta prematuramente) e Pompea (ripudiata).

Uniti in matrimonio dal 59 a.C., Caio Giulio l’ha salutata poco dopo le nozze, per impegnarsi nelle complesse fasi dell’ascesa al potere assoluto. Calpurnia ha atteso fiduciosa la fine del Bellum Gallicum e del Bellum civile, dedicandosi all’amministrazione delle proprietà familiari, urbane ed extraurbane. Ultima acquisita in ordine di tempo sono gli Horti portuensi tra Gianicolo e Magliana, dove pascolano bradi i cavalli sacri con cui Cesare ha varcato il Rubicone.

Il condottiero, vittorioso in Oriente, torna a Roma solo nel 46. E porta con sé la regina Cleopatra, ingombrante “preda” della guerra egiziana, che ospita proprio negli Horti, a debita distanza dall’Urbe e da Calpurnia. Calpurnia reagisce con misurato contegno romano. Conosce le infedeltà del marito e le sue intenzioni: Cesare sta lavorando ad una legge ad personam che gli consenta di avere due mogli, mentre il Senato preme affinché ripudi Calpurnia e sposi Cleopatra, allettato dalla prospettiva di acquisire l’Egitto (ancora formalmente indipendente) per via ereditaria. Chiusa in un severo silenzio, Calpurnia dalla Reggia Palatina scruta oltretevere gli Horti, dove la rivale si adopera nel trasformare il luogo desolato della sua cattività in una sfarzosa corte orientale.

Il popolo di Roma prende le parti di Calpurnia. Scrittori come Cicerone, graffiti murali e missive anonime la informano che Cesare il Conquistatore è stato ormai conquistato da Cleopatra, che non è la sua prima amante ma certo è la più pericolosa. Eppure Calpurnia rimarrà a fianco del marito fino all’ultimo, al mattino delle Idi di marzo del 44.

 

 

Caio Giulio, il tiranno

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Morte di Giulio Cesare (Vincenzo Camuccini, olio su tela)

Caio Giulio nasce il 13 luglio del 100 a.C. Educato alla grammatica nel periodo turbolento del Bellum sociale, è presto avviato alle armi ed inviato in Asia, nel timore che la proscrizione, che già ha colpito suo zio Caio Mario, si abbatta anche su di lui.

Svetonio ne dà una descrizione giovanile: “Di alta statura, carnagione chiara e florida salute, nella cura del corpo è meticoloso al punto di tagliarsi i capelli, radersi e depilarsi con diligenza. Sopporta malissimo il difetto della calvizie, per il quale spesso è offeso e deriso: per questo riporta in basso dalla cima del capo i pochi capelli”.

Alla morte di Lucio Cornelio Silla, capo della fazione opposta degli Optimates (78), Caio Giulio torna a Roma ed inizia la folgorante ascesa politica: prima questore, poi edile, pretore, pontefice, governatore della Spagna Ulteriore ed infine console, in alleanza con i triunviri Crasso e Pompeo. Dal 59 è in Gallia, impegnato nella campagna contro Elvezi, Veneti e Belgi, il cui capo Vercingetorix è sconfitto definitivamente nel 52.

L’oratore Cicerone individua nella sete di potere il motore delle azioni di Caio Giulio: “Ha memoria ed ingegno, cultura ed equilibrio, prontezza. Ma non ha altra ambizione che il potere e con grandi pericoli l’ha perseguita. La plebe ignorante se l’è conquistata con elargizioni frumentarie, opere pubbliche e feste; i suoi li ha conquistati con i premi e gli avversari con la clemenza. Insomma: a Roma, un tempo fieramente libera, ha dato l’abitudine di servire, un po’ per timore un po’ per rassegnazione”.

Domata la Gallia, la strada per il potere assoluto è aperta. Crasso muore improvvisamente e l’ex alleato Pompeo resta il solo che gli si opponga apertamente. Il 10 gennaio 49 Caio Giulio varca il fiume Rubicone, il confine territoriale vietato alle legioni in armi, per regolare i conti con il rivale: il dado del Bellum civile è lanciato. Alea jacta est.

Caio Giulio insegue Pompeo e i suoi luogtenenti dall’Italia alla Spagna, all’Africa, alla Grecia. A Farsalo (48) Pompeo è sconfitto, ma sopravvive e ripara in Egitto: lo insegue anche lì.

In Egitto l’ambizioso console incontra la regina Cleopatra, ultima esponente della dinastia dei Tolomei. Affascinante, volitiva, e con una biografia personale non molto diversa dalla sua. Da allora i loro destini si uniranno in una cosa sola.

 

 

Cleopatra, amante portuense

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Orti di Cesare

Cleopatra (69-30 a.C.) nasce ad Alessandria d’Egitto dalla famiglia regale dei Tolomei. Governa dalla primavera 51 insieme al fratello Tolomeo XIII, di cui è sposa, fino alla tumultuosa deposizione, ispirata dal consigliere Potino. Quando Pompeo, inseguito da Cesare, sbarca in Egitto, è in corso una furibonda guerra civile: da una parte gli eserciti di Tolomeo XIII e della sorella minore Arsinoe, dall’altra gli eserciti di Cleopatra e dell’altro fratello, Tolomeo XIV. Cleopatra è destinata a sicura sconfitta: Tolomeo controlla la capitale, Cleopatra è allo sbando nel deserto nei pressi di Alessandria.

L’arrivo di Pompeo, in fuga da Cesare, rimescola le carte in tavola. Il consigliere di Tolomeo XIII, Potino, nella speranza di ingraziarsi Roma, fa uccidere Pompeo subito dopo lo sbarco, e ne offre a Caio Giulio la testa. La reazione del console è però sdegnata, tanto da catturare Potino e giustiziarlo sommariamente, e prendere le parti della sua oppositrice Cleopatra. Ma Cleopatra non è solo un’alleata di Caio Giulio: nel frattempo ne è divenuta l’amante.

Lo scontro militare decisivo avviene ad Alessandria nel 48: le successive vittorie di Tapso e Munda consegnano a Caio Giulio l’intero Egitto, che rimane formalmente indipendente, sotto la guida di Cleopatra.

Molto si è scritto sulla relazione tra Cleopatra e Cesare, in verità con poca documentazione e molte ipotesi. L’avvenenza di Cleopatra è spesso messa in dubbio (sarebbe stata bassa e col naso a becco!). Senza dubbio però gli interessi del console romano e della regina sono convergenti: Caio Giulio vuole l’Egitto per impadronirsi delle sue risorse finanziarie, e Cleopatra, non potendo fermarlo, mira a sedersi al suo fianco. A complicare il tutto, scoppia tra i due una relazione, che forse non fu sincera, ma di sicuro fu ardente.

Nel 46 Caio Giulio, ormai padrone di un Egitto pacificato, prende la decisione improvvisa di tornare a Roma, per incassare il credito di popolarità maturato con le sue campagne e candidarsi al potere supremo nella Repubblica. La regina-amante decide di partire con lui, con il figlioletto Tolomeo Cesare, detto Cesarione, appena nato dalla loro passione. Dopo breve navigazione le navi di Caio Giulio gettano l’ancora ad Ostia. Il console alloggia Cleopatra poco al di fuori di Roma, nei suoi Horti sulla Riva Portuense. Cleopatra è pur sempre una straniera, e occorre cautela nel presentarla ai Romani e alla moglie legittima, Calpurnia.

Nella corte egiziana in Riva destra Cleopatra rimarrà due anni, dal 46 fino alla tragica morte dell’amante, console, dittatore alle idi di marzo del 44.

 

 

Portunus, il ragazzo sul delfino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il dio Portuno cavalca il delfino (Scavi al complesso termale di Pietra Papa)

Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano.

Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume.

Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma.

Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio.

 

 

La Villa romana di Pietra Papa

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Villa romana di Pietra Papa - immagine aerea

La Villa di Pietra Papa è una villa di età romana, sita sull’omonimo tratto del lungotevere a Marconi.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

Le Darsene di Pietra Papa

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Porto fluviale di Pietra Papa

Il Porto fluviale di Pietra Papa si sviluppa sulle due sponde del Tevere all’altezza di San Paolo, con darsene in riva sinistra e cippi di attracco in riva destra. È attivo tra fine I sec. a.C. e inizio II d.C., ma le banchine sono ancora praticabili nel 1483, quando Sisto IV vi si imbarca diretto a Ostia su una grande nave bucinatoria.

Due campagne di scavo (1915 e 1939) portano alla luce nel tratto portuense un complesso termale di età augustea, composto di cinque ambienti con pavimenti in mosaico bianco e nero con scene di palestra. Il complesso ha una seconda vita nel 123 d.C., quando una corporazione mercantile (mercatores) ne fa un centro per lo smercio del pesce.

Le decorazioni a fresco raffigurano in una sorta di listino murario con 34 varietà ittiche realisticamente caratterizzate. La corporazione aggiunge mosaici policromi e, nei locali E e C, rende omaggio al genius loci con le immagini del Dio Portunus, protettore del prospiciente guado fluviale, e con l’immagine di un linter (imbarcazione fluviale) inghirlandato per la festa della Dea Fortuna.

Il sito è stato generoso di ritrovamenti: già a metà Ottocento restituisce le Lastre Campana, mentre la campagna del 1915 individua la via alzaria. La magra del 1947 fa emergere i cippi portuali di attracco, con iscrizioni dei consoli Gallo e Censorino. I materiali sono oggi al Museo Nazionale Romano.

 

 

La Marrana Tiradiavoli

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
La foce della Marrana Tiradiavoli, dal Catasto gregoriano (1818)

La Marrana Tiradiavoli (o in epoca medievale Marrana di Pozzo Pantaleo) è un corso d’acqua, oggi interrato, che nasce dalle sorgenti della Valle dei Daini (a Villa Doria-Pamphili) e - dopo aver attraversato la profonda valle di via di Donna Olimpia e costeggiato le alture dell’Ospedale San Camillo presso Pozzo Pantaleo - sfocia nel Tevere all’altezza di piazza Meucci.

Il fiumiciattolo deve il suo sinistro nome ad una credenza popolare secondo la quale, sotto le arcate dell’acquedotto romano di Villa Pamphili, alcuni diavoli fermarono la carrozza di Donna Olimpia Maidalchini, conosciuta per la sua malvagità, per accompagnarla direttamente all’inferno. La stessa carrozza, condotta (tirata) da diavoli, con a bordo il fantasma della dannata nobildonna, sarebbe però ancora oggi solita apparire con grande fragore, a turbare le notti dei Romani.

Nel suo percorso la marrana era scavalcata da alcuni ponti, oggi scomparsi, il più importante dei quali era posto sulla Via Portuense, in prossimità del bivio da cui partiva l’antica Via della Magliana. A monte di questo incrocio alcuni tratti dell’alveo erano stati regolarizzati, probabilmente già in epoca classica. Altri due ponti, oggi scomparsi, erano quello della novecentesca via di Vigna Corsetti e quello posto nei pressi della foce.

Perfettamente visibile fino alla fine degli anni Trenta la marrana iniziò ad essere interrata quando venne colmata durante la costruzione delle case popolari di via Donna Olimpia. Qualche decennio più tardi, con la costruzione della Purfina e l’edificazione dei primi lotti di via Oderisi da Gubbio, la marrana scomparve quasi del tutto, con l’eccezione dell’ultimo breve tratto, dove è ancora visibile un manufatto idraulico.

 

 

Il Consorzio Agrario

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Così appariva il Granaio di Roma fino al 2002, anno dei restauri

Il Deposito di grano del Consorzio Agrario di Roma - edificato nel 1935 su progetto di Tullio Passarelli, tra le attuali via Pietro Blaserna e via Enrico Fermi - aveva il suo accesso originario lungo l’antico percorso di via di Pietra Papa, a breve distanza dalla sponda del Tevere, immediatamente a sud dei Depositi di petrolio SIAP (Società Italo-Americana Petroli).

La gigantesca mole, entrata nell’immaginario dei Romani grazie anche a film del Secondo dopoguerra, come Ladri di biciclette e Bellissima, in cui compariva in diverse scene, permetteva al silos granario di essere individuato da notevole distanza. Esso infatti caratterizzava il profilo dell’intera area, allora non edificata, rappresentando una sorta di confine sud dell’area industriale del Piano di Pietra Papa, che iniziava a nord con i Molini Biondi adiacenti al muraglione della Ferrovia Roma-Pisa.

Il silos, conosciuto anche come Granaio di Roma, rappresentò per l’epoca una costruzione all’avanguardia, sia per il design asciutto e razionale che per la tecnica costruttiva in cemento armato, che segnò la successiva produzione edilizia.

Sulle sue strutture portanti è stata recentemente realizzata la Città del gusto del Gambero Rosso, inaugurata nel 2002, che ne ha però reso pressoché irriconoscibili le forme originarie.

 

 

I Prati dei Papa

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Pietra Papa

Il significato del toponimo Pietra Papa va cercato nella sua forma originaria di Prata Papi - ovvero Prati dei Papa - con il quale la zona viene nominata nei documenti sin dal X secolo.

I Papa, possessori di tali prati di cui si fa menzione nel nome, sarebbero da identificare con una antica famiglia nobile di Trastevere, quasi certamente imparentata con i Papareschi, casata molto potente nel Medioevo e nota per aver dato i natali al pontefice Innocenzo II (1130-1143), al quale si deve l’edificazione nelle forme attuali della Basilica di Santa Maria in Trastevere. Il più antico documento nel quale viene nominato il toponimo è una donazione, datata 1° febbraio 968. Tramite essa la nobildonna romana Teodora cede all’abate del Monastero dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea (il soppresso monastero benedettino dell’odierna S. Cosimato in Trastevere) “pratum unum in integro cultum et absolatum cum terminis et fossatis suis et cum omnibus ad eum pertinentibus, positum foris porta Portuense in loco qui appellatur Prata Papi (...) propinque cripta alba”. La cripta alba era probabilmente un antico sepolcro marmoreo. Il 9 febbraio 973, l’abate dello stesso monastero concesse a sua volta all’Abbazia di Subiaco il possesso del fondo. E l'Abbazia, a sua volta, l’11 gennaio 1009 lo cedette a un tale Giovanni di Azzo per tre generazioni. È interessante riferire la notizia, contenuta in un testamento datato 12 novembre 1287, secondo la quale i possedimenti nei Prata Papi di un certo Giovanni Papa, lasciati in eredità al Monastero dei SS. Bonifacio ed Alessio all’Aventino, erano già appartenuti all'ente ecclesiastico 300 anni prima.

Come si evince da un altro documento testamentario, a partire dal XIV secolo il toponimo subisce una prima metamorfosi che porta il nome originale di Prata a trasformarsi in Preta. Infatti, in un atto del 26 maggio 1348, tale Nicolò De Vaschis lascia all’ospedale del Ss. Salvatore “quinque aut sex petias terrarum, positas extra portam Portuensem in loco dicto Preta Papa”. In una cronaca di circa sessanta anni dopo troviamo un’ulteriore e definitiva storpiatura, che portò dall’intermedio Preta al nome attuale di Petra, cioè pietra.

Il 24 aprile 1408 il cronachista Antonio Dello Schiavo descrive una sua visita fuori porta Portese (“et ivimus versum Petrampapae”) durante la quale ebbe modo di vedere un ponte galleggiante su 13 barche, lungo quasi 50 metri e largo circa 6, che superava il Tevere in un punto che non ci è possibile identificare. Tra le proprietà allora presenti a Pietra Papa, citiamo quella della chiesa di S. Maria dell’Orto che tra il XV e il XVI secolo “in loco detto Pietra Papa” possedeva numerose vigne.

 

 

Credits:

On line dal 27/06/2006, 2006 letture.