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Il giardino dei frutti perduti

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il giardino dei frutti perduti - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Casale D’Arcangeli - Arvalia e la linea del tempo - Gli Orti di Cesare - Alla corte di Cleopatra - Le tombe portuensi - Il Casale Angelè - Il Santo Volto - Tirelli e la Luce rivelata - La Lupa, Faustolo, i Gemelli - I cancelli componibili Magliana - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Il giardino dei frutti perduti

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Un'immagine satellitare del Giardino dei Frutti Perduti di Roma Natura

Il Giardino dei frutti perduti è un frutteto didattico di Roma Natura, realizzato nel 2006 dall’agronomo G. Lucatello.

Contiene 160 specie e varietà locali di interesse agrario di albicocco, ciliegio, fico, mandorlo, susino, pesco, pero, melo, melograno, nespolo, sorbo, gelso e giuggiolo. Monte di esse sono a rischio di erosione genetica: rischiano cioè di non venire più coltivate, soppiantate da altre varietà, spesso importate, più resistenti o dalla fruttificazione più copiosa, riducendo così la biodiversità complessiva dell’habitat.

Gli esemplari presenti nel giardino non sono stati espiantati ma moltiplicati per innesto. Questa tecnica agraria consiste nell’unire ad un albero o arbusto comune (il c.d. portainnesto) parti della pianta a rischio (la c.d. marza): le marze crescono in simbiosi con la pianta ricevente, conservando i caratteri propri. Le marze sono state fornite dall’Istituto Sperimentale di Frutticultura di Roma.

I lavori sono iniziati nel novembre 2006, a seguito della cessione in comodato del terreno di proprietà Milea sul clivo di via dei Martuzzi. Il terreno - esteso 1,046 ettari - è stato recintato e dotato di un impianto idrico (che recupera un vecchio pozzo), camminamenti, panchine e gazebo. Insieme alle piante da frutto si trovano alberature nostrane (leccio, ulivo, alloro) e arbusti della macchia mediterranea e officinali.

 

 

Il Casale D’Arcangeli

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Crinale dell'Imbrecciato (anno 2005)

Casale D’Arcangeli è un piccolo complesso rurale posto sulla sommità nord-est della collina dell’Imbrecciato, in posizione un tempo dominante sul Fosso di Santa Passera, il cui alveo asciutto è oggi percorso da via Pietro Frattini.

Nel 2005 è stato catalogato dalle Belle Arti, dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira (repertorio n. 00970742). È identificato tra i « beni d’interesse storico-monumentale ».

Il caseggiato, del XIX sec. circa, del tipo rurale della campagna romana, è costituito da un corpo doppio a piante rettangolari, con elevazioni di uno o due piani e coperture a falda singola o doppia. Le murature sono in tufo, laterizi e pietre, ricoperte ad intonaco. Sono presenti dei corpi minori e un ricovero per mezzi agricoli, di edificazione successiva.

Il fondo agricolo è caratterizzato da un uliveto, segnalato per pregio, produttività ed estensione nel Piano costitutivo della Riserva naturale regionale Valle dei Casali. L’accesso attuale, a monte, è dal civico 191 di via dell’Imbrecciato, mentre l’ingresso storico era probabilmente da fondovalle. Della piccola tenuta della famiglia D’Arcangeli faceva parte anche un secondo complesso rurale, situato nel fondovalle, oggi in condizioni degradate.

 

 

Arvalia e la linea del tempo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Pianta delle Grandi tenute portuensi frontistanti il Tevere

L’Archivio Storico Portuense segue un modello lineare del tempo, con gli eventi ordinati in sequenza, secondo l’ordine del prima e del poi. Taluni eventi sono chiamati cesure storiche, perché - portando con sé un cambiamento del tipo di società - determinano anche un passaggio di epoca. Il modello ha individuato nella storia locale 8 eventi di cesura e, conseguentemente, 9 epoche.

L’Epoca arcaica va dalle origini al 509 a.C., anno della cacciata del re Tarquinio il Superbo e dell’instaurazione della Repubblica. Questa nuova fase si chiude nel 31 a.C., quando Ottaviano, sconfitti i rivali, assume il potere assoluto. L’Impero termina a Roma con una data simbolica, il 410 d.C., anno del saccheggio dei Goti. Il lungo sonno del Medioevo termina nel 1471, con l’avvento di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, grandi frequentatori della Tenuta della Magliana. Abbiamo scelto di unificare la breve stagione del Rinascimento ai due secoli della Decadenza (Seicento e Settecento), facendo terminare questa epoca nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche.

Segue una fase di straordinaria fioritura urbanistica, il Primo Ottocento, segnata dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformatori dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia una nuova epoca, quella del Risorgimento e della nascita del Regno unitario d’Italia. La Marcia su Roma del 1922 apre il Ventennio fascista, che si conclude con la Liberazione del 1944. Da qui ai giorni nostri parliamo infine di Epoca contemporanea.

Il modello comprende anche due epoche supplementari: il Futuro, dove classifichiamo i beni culturali progettati ma non ancora realizzati, e una categoria residuale, che include i beni paesistici, per i quali la nozione del tempo storico non rileva.

 

 

Gli Orti di Cesare

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Horti Caesaris o Tiberini

Gli Orti di Cesare - in latino Horti Tiberini o Caesaris - sono una proprietà fondiaria romana extraurbana, localizzabile tra le propaggini ovest del Trans Tiberim (il Gianicolo) e la Piana di Pietra Papa.

Verso il 49 a.C. il console Caio Giulio Cesare ne acquista la proprietà, per mettervi al pascolo allo stato brado la Mandria sacra di cavalli con cui ha attraversato, vittoriosamente, il fiume Rubicone. Nell’anno 46 Cesare alloggia negli Horti, lontano da occhi indiscreti, la regina Cleopatra, sua preda di guerra e allo stesso tempo sua amante e conquistatrice. Alla morte del dittatore, nel 44, gli Horti diventano proprietà pubblica, attraverso una donazione al Popolo di Roma contenuta nel suo testamento.

La struttura edilizia degli Horti è nota solo attraverso la descrizione degli storici. Plutarco attesta che verso le pendici del Gianicolo sorgeva il Palatium, un edificio di medie dimensioni non archeologicamente noto. Esso si collocava in posizione elevata ed era circondato da alti e odorosi pini. Dopo l’arrivo di Cleopatra il Palatium è ampliato, per adeguarsi al rango di una regina: si aggiungono un peristilio, sontuosi affreschi e la statua colossale di un guerriero gallico.

Nei rigogliosi giardini trovava posto un tempietto dedicato alla Dea Fortuna, voluto da Cesare per ringraziare la Sorte favorevole in occasione della nomina a dictator perpetuus (dittatore a vita). I giardini si aprivano sul Tevere con ormeggi e darsene portuali, in cui era alla fonda il barcone egizio di Cleopatra.

 

 

Alla corte di Cleopatra

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Orti di Cesare

Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono.

Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici.

Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside.

Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio.

Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside.

Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino.

 

 

Le tombe portuensi

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Marconi

Nel 1996, durante saggi di scavo per la posa di cavi dell’alta tensione, emergono sulla Via Portuense in località Pozzo Pantaleo dei resti di edifici funerari romani.

Si tratta di una serie allineata di tombe a camera, le cui celle sono ordinate secondo l’asse del vicino tratto di Via Campana, individuato e scavato fra il 1983 e il 1989. Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari (dove venivano deposte le urne funerarie) o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico).

Tra di esse la tomba più interessante è quella detta di Petronia. Il mosaico del pavimento presenta uno schema decorativo ad arabesco vegetale e animale, in tessere nere su fondo bianco. L’iscrizione funeraria - studiata da Tomei nel 2006 - è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia.

Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l’ipotesi che la superficie della necropoli si estenda ben al di là dell’area oggetto di indagini.

 

 

Il Casale Angelè

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casale di via dell’Imbrecciato, 101

Casale Angelè è un casale ottocentesco, del tipo rurale della campagna romana, situato al civico 101 di via dell’Imbrecciato.

Sorge nella parte mediana dell’antico percorso di crinale che attraversa i Colli di Santa Passera, a fronte strada. Si compone di un corpo principale a pianta rettangolare longitudinale (a due piani con tetto a doppia falda coperto di tegole e comignoli fumari), di un corpo addossato più basso e di un corpo di fabbrica posto ad L col corpo principale in posizione interna. I tre corpi, unitamente al muro perimetrale, delimitano una graziosa corte con giardino.

Le murature, intonacate, sono probabilmente costituite in laterizio e pezzame di tufo, come gli altri casali della zona. G. Tantini, che nel 2005 ha catalogato il casale per le Belle Arti (repertorio n. 00970669), ha annotato: « Mantiene sostanzialmente l’impostazione originaria, pur avendo subito trasformazioni e ristrutturazioni che ne hanno alterato l’aspetto, specialmente a causa del rifacimento totale degli intonaci e delle tinteggiature della facciata ».

Il nome popolare di Casale Angelè  riprende il cognome della famiglia proprietaria. L’uso storico, così come l’uso attuale, è abitativo.

 

 

Il Santo Volto

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Santo Volto di Gesù

Il Santo Volto è un complesso parrocchiale contemporaneo, affine stilisticamente alle avanguardie architettoniche romane di Meier a Tor Tre Teste e di Carbonara all’Alessandrino.

La parrocchia si costituisce il 28 ottobre 1985, con decreto del Cardinal Poletti, intorno alla cappella del martire polacco S. Massimiliano Kolbe. Con un successivi decreti del Cardinal Ruini, dal 1992 al 2001, la parrocchia acquista il nome attuale e competenze territoriali maggiori, che richiedono la costruzione di un nuovo edificio per il culto. I progettisti Piero Sartogo e Nathalie Grenon strutturano l’impianto architettonico in due grandi blocchi: l’Edificio liturgico, su strada, e la Canonica, in posizione interna, separati dal lungo Sagrato obliquo. I lavori, iniziati nel 2003, si concludono con l’inaugurazione il 18 marzo 2006.

L’Edificio liturgico, caratterizzato da volumi netti rivestiti con lastre di travertino romano, è caratterizzato dalla Semicupola alta 20 m, che poggia alla moresca direttamente sull’edificio (anziché su un tamburo). Nello spazio sacro, a pianta semicircolare, linee essenziali disegnano forme astratte, disposte radialmente intorno all’altare. L’ambiente prende luce dalla Grande vetrata alta 34 m, dalla struttura circolare in ferrocemento realizzata dagli ingegneri Michetti e Breccia. Dalle pareti emergono opere dai forti cromatismi: l’affresco Luce dalle tenebre di Marco Tirelli e le 15 formelle della Via crucis di Mimmo Paladino. Nei corpi di servizio - la Cappella feriale dedicata al Santissimo Sacramento, la Sagrestia e il Confessionale - l’impiego dei colori è ribaltato: sono le pareti ad avere forti cromatismi mentre le opere d’arte hanno tinte tenui e quasi monocrome: la Vetrata in sicofoil di Carla Accardi e il Volto di Cristo di Ruffo.

La Canonica (residenza del parroco, foresterie e sale comunitarie) ospita le Nuvole concettuali di Chiara Dynys. La chiesa è visitabile per gran parte della giornata. È possibile sostare nel lungo sagrato, a forma di V, che termina con la Croce sospesa di Eliseo Mattiacci. Il perimetro esterno è delineato dalla Cancellata di Giuseppe Uncini.

 

 

Tirelli e la Luce rivelata

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Santo Volto di Gesù

Marco Tirelli (Roma, 1956) realizza nel 2006 il dipinto murale Luce dalle tenebre, nell’ambulacro dell’Aula liturgica del Santo Volto.

L’opera rappresenta la comparsa della Luce sulla Terra primitiva, per mano del Dio-Creatore. L’impianto pittorico segue i canoni formali della Transavanguardia, con tratti ridotti alla sola forma essenziale, e sviluppa i vv. 1-2 del Libro della Genesi: « La Terra era informe e vuota e le tenebre ricoprivano la faccia dell’abisso ». La Terra è raffigurata come una sfera incolore, dai caratteri indifferenziati; le tenebre sono la corona circolare che avvolge la Terra, color nero impenetrabile; l’abisso cosmico è lo sfondo blu della parete.

I successivi vv. 3 e 4 (« Dio disse: “Sia luce”. E la luce fu ») sono resi non attraverso la pittura ma con un suggestivo espediente ottico: in talune ore della giornata la luce solare proveniente dalla Grande vetrata di Michetti e Breccia penetra nell’ambulacro e invade il dipinto murale, aprendo così uno squarcio di luce sacra nel velo delle tenebre.

Taluni critici hanno osservato che le due opere - il murale e la vetrata - sono l’una l’immagine ribaltata in camera oscura dell’altra (replicano specularmente la stessa struttura geometrica) e sono poste fra di loro in confronto dialettico. Il murale sta ad indicare la promessa biblica; la vetrata, che simboleggia l’avvento del Messìa, il suo mantenimento. Tirelli ha esordito negli Anni Settanta nel solco della metafisica italiana e dell’astrattismo europeo, per aderire negli Anni Ottanta alla Nuova scuola romana. La produzione attuale è ispirata alle architetture di luoghi immaginari.

 

 

La Lupa, Faustolo, i Gemelli

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La Lupa. Particolare dall'incisione Romolo e Remo allattati dalla Lupa di B. Pinelli

La Lupa compare sin dal mito di fondazione di Roma, e in quello portuense dell’incontro tra l’etrusco Faustolo (Tarun) e la meretrice latina Acca Larentia.

Secondo il linguista Carlo De Simone le parole Roma, Romolus e ficus ruminalis avrebbero una matrice comune nell’etrusco ruma (mammella), che evocherebbe il leggendario allattamento di Romolo e Remo da parte della Lupa. Come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze gemellari, e la circostanza di un allattamento è rara ma non impossibile.

Secondo taluni il termine Lupa starebbe ad indicare la stessa Acca Larenzia. Così afferma Lattanzio, che, ricordando il passato da meretrice di Acca, le dà l’epiteto di lupa, che in latino significa prostituta. Versioni simili si ritrovano in Livio e Ovidio (cfr. Historiae I, 4 e Fasti III, 55).

Il pastore Faustolo (Tarun), dunque, prende in consegna i gemelli dalla Lupa e li accoglie nella sua casa, dove un recente lutto aveva strappato alla moglie Acca uno dei suoi dodici figli. Acca assume il ruolo mistico della pietosa nutrice, nobile figura protettiva, nonostante il suo passato di lupa. Dall’arrivo di Romolo e Remo Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia perduta nel lutto. I due gemelli crescono così, con i loro undici fratelli di adozione, nella serenità in un mondo di pastori. Li ritroviamo forti e adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore e a fondare una Città.

 

 

I cancelli componibili Magliana

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Trullo

Negli Anni Venti, esaurita la commessa bellica di filo spinato per le trincee sul Carso, l’Industria Prodotti Siderurgici Maccaferri della Magliana si riconverte alla produzione civile di cancelli e recinzioni da giardino in modulo componibile fai-da-te.

Il catalogo prevede soli quattro prodotti base - il recinto, la cancellata, il cancello e il cancellino - declinabili per altezza e spessore e in 300 combinazioni diverse. Il recinto consiste in una rete a maglia metallica a doppia zincatura, sorretta da 4 tipi di paletto: normale, testata, angolare e rompitratta. La cancellata è una recinzione montata su telai, a loro volta sostenuti da colonne in tubolare verniciato al minio. Sulle recinzioni possono aprirsi il cancellino pedonale o il cancello carrabile, rispettivamente a una o due sezioni, sostenuti da colonne in ferro o ghisa e con serratura a doppio scrocco.

La vendita avveniva per corrispondenza. Bastava spedire alla Maccaferri il formulario stampato in fondo al catalogo, indicando i numeri di combinazione e la quantità: dalla stazioncina ferroviaria IPS-Magliana tutto l’occorrente raggiungeva smontato ogni parte d’Italia e delle Colonie. Le condizioni di vendita prevedevano il pagamento in contante o a 15 giorni dalla fattura, con una penale, in caso di ritardo, del 6% annuo.

All’acquirente non rimaneva che montare da sé la recinzione intorno al suo giardino e godere in pace la fine della Grande guerra.

 

 

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On line dal 18/01/2011, 1411 letture.