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Calpurnia, la nobile rivale

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Calpurnia, la nobile rivale - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Cleopatra, amante portuense - Alla corte di Cleopatra - Gli Orti di Cesare - Caio Giulio, il tiranno - Portunus, il ragazzo sul delfino - Il tratto di Via Campana - La Marrana Tiradiavoli - Il Ponte ferroviario - I Molini Biondi - Il Ponte della Scienza - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Calpurnia, la nobile rivale

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Calpurnia, la terza moglie di Cesare

Calpurnia è la terza moglie di Caio Giulio Cesare: prima di lei c’erano state Cornelia (morta prematuramente) e Pompea (ripudiata).

Uniti in matrimonio dal 59 a.C., Caio Giulio l’ha salutata poco dopo le nozze, per impegnarsi nelle complesse fasi dell’ascesa al potere assoluto. Calpurnia ha atteso fiduciosa la fine del Bellum Gallicum e del Bellum civile, dedicandosi all’amministrazione delle proprietà familiari, urbane ed extraurbane. Ultima acquisita in ordine di tempo sono gli Horti portuensi tra Gianicolo e Magliana, dove pascolano bradi i cavalli sacri con cui Cesare ha varcato il Rubicone.

Il condottiero, vittorioso in Oriente, torna a Roma solo nel 46. E porta con sé la regina Cleopatra, ingombrante “preda” della guerra egiziana, che ospita proprio negli Horti, a debita distanza dall’Urbe e da Calpurnia. Calpurnia reagisce con misurato contegno romano. Conosce le infedeltà del marito e le sue intenzioni: Cesare sta lavorando ad una legge ad personam che gli consenta di avere due mogli, mentre il Senato preme affinché ripudi Calpurnia e sposi Cleopatra, allettato dalla prospettiva di acquisire l’Egitto (ancora formalmente indipendente) per via ereditaria. Chiusa in un severo silenzio, Calpurnia dalla Reggia Palatina scruta oltretevere gli Horti, dove la rivale si adopera nel trasformare il luogo desolato della sua cattività in una sfarzosa corte orientale.

Il popolo di Roma prende le parti di Calpurnia. Scrittori come Cicerone, graffiti murali e missive anonime la informano che Cesare il Conquistatore è stato ormai conquistato da Cleopatra, che non è la sua prima amante ma certo è la più pericolosa. Eppure Calpurnia rimarrà a fianco del marito fino all’ultimo, al mattino delle Idi di marzo del 44.

 

 

Cleopatra, amante portuense

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Orti di Cesare

Cleopatra (69-30 a.C.) nasce ad Alessandria d’Egitto dalla famiglia regale dei Tolomei. Governa dalla primavera 51 insieme al fratello Tolomeo XIII, di cui è sposa, fino alla tumultuosa deposizione, ispirata dal consigliere Potino. Quando Pompeo, inseguito da Cesare, sbarca in Egitto, è in corso una furibonda guerra civile: da una parte gli eserciti di Tolomeo XIII e della sorella minore Arsinoe, dall’altra gli eserciti di Cleopatra e dell’altro fratello, Tolomeo XIV. Cleopatra è destinata a sicura sconfitta: Tolomeo controlla la capitale, Cleopatra è allo sbando nel deserto nei pressi di Alessandria.

L’arrivo di Pompeo, in fuga da Cesare, rimescola le carte in tavola. Il consigliere di Tolomeo XIII, Potino, nella speranza di ingraziarsi Roma, fa uccidere Pompeo subito dopo lo sbarco, e ne offre a Caio Giulio la testa. La reazione del console è però sdegnata, tanto da catturare Potino e giustiziarlo sommariamente, e prendere le parti della sua oppositrice Cleopatra. Ma Cleopatra non è solo un’alleata di Caio Giulio: nel frattempo ne è divenuta l’amante.

Lo scontro militare decisivo avviene ad Alessandria nel 48: le successive vittorie di Tapso e Munda consegnano a Caio Giulio l’intero Egitto, che rimane formalmente indipendente, sotto la guida di Cleopatra.

Molto si è scritto sulla relazione tra Cleopatra e Cesare, in verità con poca documentazione e molte ipotesi. L’avvenenza di Cleopatra è spesso messa in dubbio (sarebbe stata bassa e col naso a becco!). Senza dubbio però gli interessi del console romano e della regina sono convergenti: Caio Giulio vuole l’Egitto per impadronirsi delle sue risorse finanziarie, e Cleopatra, non potendo fermarlo, mira a sedersi al suo fianco. A complicare il tutto, scoppia tra i due una relazione, che forse non fu sincera, ma di sicuro fu ardente.

Nel 46 Caio Giulio, ormai padrone di un Egitto pacificato, prende la decisione improvvisa di tornare a Roma, per incassare il credito di popolarità maturato con le sue campagne e candidarsi al potere supremo nella Repubblica. La regina-amante decide di partire con lui, con il figlioletto Tolomeo Cesare, detto Cesarione, appena nato dalla loro passione. Dopo breve navigazione le navi di Caio Giulio gettano l’ancora ad Ostia. Il console alloggia Cleopatra poco al di fuori di Roma, nei suoi Horti sulla Riva Portuense. Cleopatra è pur sempre una straniera, e occorre cautela nel presentarla ai Romani e alla moglie legittima, Calpurnia.

Nella corte egiziana in Riva destra Cleopatra rimarrà due anni, dal 46 fino alla tragica morte dell’amante, console, dittatore alle idi di marzo del 44.

 

 

Alla corte di Cleopatra

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Orti di Cesare

Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono.

Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici.

Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside.

Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio.

Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside.

Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino.

 

 

Gli Orti di Cesare

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Horti Caesaris o Tiberini

Gli Orti di Cesare - in latino Horti Tiberini o Caesaris - sono una proprietà fondiaria romana extraurbana, localizzabile tra le propaggini ovest del Trans Tiberim (il Gianicolo) e la Piana di Pietra Papa.

Verso il 49 a.C. il console Caio Giulio Cesare ne acquista la proprietà, per mettervi al pascolo allo stato brado la Mandria sacra di cavalli con cui ha attraversato, vittoriosamente, il fiume Rubicone. Nell’anno 46 Cesare alloggia negli Horti, lontano da occhi indiscreti, la regina Cleopatra, sua preda di guerra e allo stesso tempo sua amante e conquistatrice. Alla morte del dittatore, nel 44, gli Horti diventano proprietà pubblica, attraverso una donazione al Popolo di Roma contenuta nel suo testamento.

La struttura edilizia degli Horti è nota solo attraverso la descrizione degli storici. Plutarco attesta che verso le pendici del Gianicolo sorgeva il Palatium, un edificio di medie dimensioni non archeologicamente noto. Esso si collocava in posizione elevata ed era circondato da alti e odorosi pini. Dopo l’arrivo di Cleopatra il Palatium è ampliato, per adeguarsi al rango di una regina: si aggiungono un peristilio, sontuosi affreschi e la statua colossale di un guerriero gallico.

Nei rigogliosi giardini trovava posto un tempietto dedicato alla Dea Fortuna, voluto da Cesare per ringraziare la Sorte favorevole in occasione della nomina a dictator perpetuus (dittatore a vita). I giardini si aprivano sul Tevere con ormeggi e darsene portuali, in cui era alla fonda il barcone egizio di Cleopatra.

 

 

Caio Giulio, il tiranno

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Morte di Giulio Cesare (Vincenzo Camuccini, olio su tela)

Caio Giulio nasce il 13 luglio del 100 a.C. Educato alla grammatica nel periodo turbolento del Bellum sociale, è presto avviato alle armi ed inviato in Asia, nel timore che la proscrizione, che già ha colpito suo zio Caio Mario, si abbatta anche su di lui.

Svetonio ne dà una descrizione giovanile: “Di alta statura, carnagione chiara e florida salute, nella cura del corpo è meticoloso al punto di tagliarsi i capelli, radersi e depilarsi con diligenza. Sopporta malissimo il difetto della calvizie, per il quale spesso è offeso e deriso: per questo riporta in basso dalla cima del capo i pochi capelli”.

Alla morte di Lucio Cornelio Silla, capo della fazione opposta degli Optimates (78), Caio Giulio torna a Roma ed inizia la folgorante ascesa politica: prima questore, poi edile, pretore, pontefice, governatore della Spagna Ulteriore ed infine console, in alleanza con i triunviri Crasso e Pompeo. Dal 59 è in Gallia, impegnato nella campagna contro Elvezi, Veneti e Belgi, il cui capo Vercingetorix è sconfitto definitivamente nel 52.

L’oratore Cicerone individua nella sete di potere il motore delle azioni di Caio Giulio: “Ha memoria ed ingegno, cultura ed equilibrio, prontezza. Ma non ha altra ambizione che il potere e con grandi pericoli l’ha perseguita. La plebe ignorante se l’è conquistata con elargizioni frumentarie, opere pubbliche e feste; i suoi li ha conquistati con i premi e gli avversari con la clemenza. Insomma: a Roma, un tempo fieramente libera, ha dato l’abitudine di servire, un po’ per timore un po’ per rassegnazione”.

Domata la Gallia, la strada per il potere assoluto è aperta. Crasso muore improvvisamente e l’ex alleato Pompeo resta il solo che gli si opponga apertamente. Il 10 gennaio 49 Caio Giulio varca il fiume Rubicone, il confine territoriale vietato alle legioni in armi, per regolare i conti con il rivale: il dado del Bellum civile è lanciato. Alea jacta est.

Caio Giulio insegue Pompeo e i suoi luogtenenti dall’Italia alla Spagna, all’Africa, alla Grecia. A Farsalo (48) Pompeo è sconfitto, ma sopravvive e ripara in Egitto: lo insegue anche lì.

In Egitto l’ambizioso console incontra la regina Cleopatra, ultima esponente della dinastia dei Tolomei. Affascinante, volitiva, e con una biografia personale non molto diversa dalla sua. Da allora i loro destini si uniranno in una cosa sola.

 

 

Portunus, il ragazzo sul delfino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il dio Portuno cavalca il delfino (Scavi al complesso termale di Pietra Papa)

Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano.

Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume.

Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma.

Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio.

 

 

Il tratto di Via Campana

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Tratto di Via Campana a Pozzo Pantaleo

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana.

L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere.

Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio.

Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

 

 

La Marrana Tiradiavoli

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
La foce della Marrana Tiradiavoli, dal Catasto gregoriano (1818)

La Marrana Tiradiavoli (o in epoca medievale Marrana di Pozzo Pantaleo) è un corso d’acqua, oggi interrato, che nasce dalle sorgenti della Valle dei Daini (a Villa Doria-Pamphili) e - dopo aver attraversato la profonda valle di via di Donna Olimpia e costeggiato le alture dell’Ospedale San Camillo presso Pozzo Pantaleo - sfocia nel Tevere all’altezza di piazza Meucci.

Il fiumiciattolo deve il suo sinistro nome ad una credenza popolare secondo la quale, sotto le arcate dell’acquedotto romano di Villa Pamphili, alcuni diavoli fermarono la carrozza di Donna Olimpia Maidalchini, conosciuta per la sua malvagità, per accompagnarla direttamente all’inferno. La stessa carrozza, condotta (tirata) da diavoli, con a bordo il fantasma della dannata nobildonna, sarebbe però ancora oggi solita apparire con grande fragore, a turbare le notti dei Romani.

Nel suo percorso la marrana era scavalcata da alcuni ponti, oggi scomparsi, il più importante dei quali era posto sulla Via Portuense, in prossimità del bivio da cui partiva l’antica Via della Magliana. A monte di questo incrocio alcuni tratti dell’alveo erano stati regolarizzati, probabilmente già in epoca classica. Altri due ponti, oggi scomparsi, erano quello della novecentesca via di Vigna Corsetti e quello posto nei pressi della foce.

Perfettamente visibile fino alla fine degli anni Trenta la marrana iniziò ad essere interrata quando venne colmata durante la costruzione delle case popolari di via Donna Olimpia. Qualche decennio più tardi, con la costruzione della Purfina e l’edificazione dei primi lotti di via Oderisi da Gubbio, la marrana scomparve quasi del tutto, con l’eccezione dell’ultimo breve tratto, dove è ancora visibile un manufatto idraulico.

 

 

Il Ponte ferroviario

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Ponte ferroviario sul Tevere

Il Ponte ferroviario sul Tevere (Ponte San Paolo o Ponte ferroviario sul Tevere) è un ponte ferroviario, di epoca primo-ottocentesca. Fa parte del Complesso storico di Ponte di ferro.

Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo bene. Il bene è funzionale ed adibito al traffico ferroviario: non  disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova presso l'Argine demaniale, in corrispondenza della linea ferroviaria Roma-Pisa. È visibile dal vicino Ponte di ferro ma, ovviamente, è chiuso al pubblico e non sono possibili visite guidate.

 

 

I Molini Biondi

di Andrea Di Mario e Antonello Anappo

 

 

 
 
I Molini Biondi

I Molini Biondi sono un complesso produttivo dei Primi del Novecento, oggi adibito a centro residenziale e commerciale.

Nel 1905 la Società Italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze rileva il preesistente Mulino Städlin (di modeste dimensioni, costruito nel 1885 nella Vigna Costa a ridosso del Ponte dell’Industria), per ampliare il suo mercato alla Capitale italiana, in continuo incremento demografico e con sempre crescenti esigenze alimentari. La scelta del sito privilegia la vicinanza al Tevere e alla ferrovia, vie di collegamento veloci ed efficienti per l’approvvigionamento delle materie prime (i cereali) e la distribuzione del prodotto finito (le farine in sacchi). I lavori di elevazione e ampliamento, diretti dall’ingegner Antonio Fiory, si protraggono fino al 1907. Negli anni successivi la costruzione del nuovo tracciato ferroviario determina un esproprio di 6 ettari di terreno; la trasformazione del Ponte dell’Industria in strada carrabile (l’odierna via Antonio Pacinotti) modifica gli accessi e ridisegna i raccordi con la rete ferroviaria nazionale.

La strutture hanno l’aspetto architettonico dei caseggiati industriali nord-europei. Il corpo principale, lungo 62 m e alto 28, presenta quattro ordini sovrapposti di finestre rettangolari, con partiture di mattoni a vista. Internamente i vari piani - divisi da solai sostenuti da colonnine in ghisa - ospitano le motrici a vapore, i trasformatori per l’energia elettrica, gli impianti per la macinazione del grano e la raffinazione delle farine, e grandi silos di stoccaggio. Un edificio adibito ad uffici e la palazzina degli alloggi degli operai completano la struttura.

Lo stabilimento cessa le attività intorno alla metà del Secolo scorso. A partire dal 2000 il complesso, rilevato da privati, è stato ristrutturato, lasciando intatti i prospetti e ricavandovi all’interno appartamenti e negozi.

 

 

Il Ponte della Scienza

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte pedonale dell’Università

Ponte della Scienza è un’opera di ingegneria, in costruzione, destinata a collegare le due sponde del Tevere tra lungotevere Gassman e il Gazometro.

Progettato dall’architetto Andreoletti, il ponte misura 142 m x 10 di larghezza e si compone di tre elementi: le due stampelle d’appoggio lungo gli argini e la travata centrale in cemento su funi sospese. La stampella in Riva Portuense è in acciaio corten e misura 63 m (di cui 30 protési a sbalzo sull’alveo fluviale). La stampella in Riva Ostiense è in cemento armato e misura 42 m (di cui 15 a sbalzo). Sulla distanza tra le due stampelle, 36 m, sono tese le funi in fibra di carbonio, su cui poggia una soletta e la travata centrale in cemento precompresso, ad altezza 15 m. Il progetto prevede che la travata centrale sia realizzata a piè d’argine e posta sulle stampelle con speciali gru.

L’impalcato è concepito come una terrazza sul fiume, destinata all’incontro e alla circolazione ciclo-pedonale: una corsia ciclabile è in battuto di cemento; il resto, pedonale, è coperto da legno di tek e attrezzato con panchine. I parapetti in acciaio sono dotati di illuminazione continua a neon sotto i corrimano.

Le fondazioni si innestano a 40 m di profondità. In Riva Portuense è prevista la carteratura dei muraglioni con lastre di cemento solcate da fessure per il verde. Il costo netto del ponte è di € 4.161.969,58.

 

 

Credits:

On line dal 06/07/2010, 3092 letture.