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di Antonello Anappo (on line dal 01/02/2005, 821 letture) |
Di urbanizzare la Tenuta Pian Due torri si comincia a parlare concretamente solo nel Dopoguerra, sotto la spinta del genero di Bonelli, il conte Adriano Tournon (discendente di Camille de Tournon, prefetto di Napoleone dal 1809 al 1814, considerato il primo urbanista della Roma moderna). Tournon intende procedere alla valorizzazione fondiaria dei terreni agricoli: vuole cioè renderli edificabili e procedere alla vendita frazionata ai costruttori. Un carteggio del 1949 tra gli uffici tecnici del Comune di Roma e quelli del Ministero dei Lavori Pubblici (studiato negli anni Settanta dal Comitato di quartiere Magliana) ne documenta i passaggi preliminari. Nella prima lettera il Comune interpella il Ministero per conoscere se la Tenuta Due torri si trovi dentro o fuori i confini del Piano regolatore. La differenza è sostanziale: nel primo caso i costi di urbanizzazione (fogne, strade e servizi) ricadono sul Comune; nel secondo sui costruttori. In tutta evidenza la Tenuta si trova fuori dal Piano del 1931. Tuttavia la risposta ministeriale è affermativa: “In relazione alla nota suindicata […] la zona indicata nella unita planimetria con tratteggio color turchino, sebbene non sia colorata con i simboli delle destinazioni edilizie, deve ritenersi compresa entro il perimetro del vigente Piano Regolatore”. La costruzione della Nuova Magliana può dunque iniziare.
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Sommario: » Un tratto a matita dis... |
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Monsignor Bianchi a Pian Due torri Fra il 1818 e il 1839 il Sancta sanctorum rileva le quote ‘pro indiviso’ del Gonfalone e dei proprietari privati, e costituisce la proprietà unitaria “Tenuta di Pian due Torri, tutta in piano”, coltivata a rotazione tra seminativo e maggese. Poco dopo vende al conte Filippo Cini di Pianzano, e suo figlio rivende a monsignor Angelo, della casata locale dei Bianchi. Il Monsignore tenta l’unificazione della piana con la sovrastante collina di S. Passera, con motivazioni assai semplici: differenti quote altimetriche tengono al riparo dai capricci del fiume, e permettono di variegare le colture. Le stesse intuizioni, mezzo secolo dopo, saranno alla base dell’opera di Bonelli. La studiosa Benocci ha ricostruito le acquisizioni fondiarie di Angelo Bianchi: i primi acquisti di “terreni e casali ad uso vignarolo” datano 1870, in comproprietà con Salvatore, figlio del capostipite Luigi Bianchi; alla morte di Salvatore, nel 1885, la sua quota passa al figlioletto Luigi (con lo stesso nome del nonno); quando anche monsignor Angelo muore, nel 1897, il giovane Luigi eredita la quota dello zio, e si ritrova unico proprietario di un latifondo da 72 ettari. Luigi rimane proprietario fino al 1912, anno in cui la proprietà si frammenta nuovamente. La piana viene acquistata nel 1923 da Bonelli, che nel 1926 la gira alla società anonima GIT (“Gestione Immobili Torino”). Nel 1938 la società diventa in nome collettivo, e dal 1941 passa ad Adriano Tournon, genero di Bonelli. (Antonello Anappo)
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L’espansione di Roma verso il mare inizia a metà anni Venti, con una serie di opere pioniere: la Ferrovia del Lido, la Via del mare, il Porto fluviale, l’Idroscalo di Ostia, seguite dai progetti di Snodo merci di Ponte Galeria, Rettificazione del Tevere a Mezzocammino e Aeroscalo alla Magliana. Il primo disegno urbanistico complessivo compare nel Progetto-documento per l’Esposizione del 1942 di Vittorio Cini. Cini propone di realizzare “nuclei urbani senza soluzioni di continuità tra vecchio e nuovo”, nelle aree lasciate libere dall’ultimo Piano regolatore, risalente al 1931. Il nucleo urbano terminale è previsto ad Ostia, mentre il nucleo intermedio, il quartiere espositivo E42, è previsto tra la Magliana e le Tre fontane. Mussolini stesso ne approva il progetto il 14 febbraio 1937. Alla Magliana avrebbero dovuto sorgere un Ponte monumentale e una Grande Circonvallazione ferrotranviaria. Un aneddoto popolare vuole che l’agronomo portuense Michelangelo Bonelli si sia opposto ai progetti di urbanizzazione, rifiutandosi di vendere, per qualunque prezzo, i 70 ettari della Tenuta Due torri, ancora florida nonostante un decennio continue inondazioni del Tevere. Tuttavia, la decisione di limitare l’E42 alle sole Tre Fontane ebbe cause più concrete: edificare la Magliana avrebbe richiesto enormi costi di arginatura, di reinterro per le parti più basse e l’avvio di una bonifica sanitaria generale. (Antonello Anappo)
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Lentulo Lentuli, scapolo impenitente La studiosa Carla Benocci ha ricostruito i passaggi di proprietà della Tenuta Due Torri, riportando alla luce un vivace quadro di vita rinascimentale. Il primo padrone conosciuto è tale Carlo Boccabella, nominato nel testamento di Mariano Castellani (1526). Questi lascia la proprietà, composta “di prato e grotticella”, alla moglie Bernardina Rustici, che a sua volta designa come erede Lentulo Lentuli (1538). Lentulo è scapolo e, a quanto pare, per nulla desideroso di formare una famiglia. Per ricondurlo a costumi più tradizionali la Vedova Bernardina aggiunge nel testamento, in punto di morte, una pesantissima condicione (1544): l’obbligo per Lentulo di sposarsi e di avere una discendenza legittima; in caso contrario la tenuta sarebbe passata alle pie arciconfraternite romane del Gonfalone e del Santissimo Salvatore ad Sancta Sanctorum. Divenuto erede, Lentulo si applica nell’adempiere alle volontà della defunta, sposando Donna Gerolama De Nigris, e dimostra anche una certa accortezza nella conduzione della tenuta: prima ne estende i confini comprando il “prato al Casale dei Doi torri” da Pietro Paolo Fabi (1545) e poi compra anche un vicino poderetto (1554). Nel 1556 Lentulo vende la tenuta a Bernardino Capodiferro, e questa è l’ultima sua notizia. Dalla spartizione ereditaria, che si concluse l’11 marzo 1565, deduciamo che Lentulo Lentuli non ebbe figli ma diede vita ad un florido fondo suburbano (“con certo prato volgarmente detto Prato Rotondo, canneto di sei pezze e vigna di sei pezze con casa, vasca e tino”). La tenuta venne divisa in tre quote di proprietà indivisa: una alla Confraternita del Gonfalone, una alla Confraternita del Salvatore e una alla Vedova Gerolama. L’acquirente Capodiferro fu escluso (la vendita venne probabilmente annullata o riscattata), anche se un nome vagamente assonante (Guastaferri) ricorre tempo dopo come proprietario nella mappa catastale di Francesco Calamo del 1660, che cita: “Casale detto Li Doi Torri, proprietà delle Arciconfraternite […] e dei signori Fabrizio Guastaferri e Costantino Gigli, proveniente dall’heredità della quondam Bernardina Rustici de’ Castellani” [1] . (Antonello Anappo)
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Storie di antiche confraternite Le compagnie ecclesiastiche del Gonfalone e del Sancta sanctorum gestiscono ininterrottamente Pian Due torri dal 1565 al 1839. Esse hanno grande considerazione e antiche origini. Il Gonfalone nasce nel 1246 come congregazione di flagellanti, custodi della reliquia del “Salus populi Romani”; la tradizione vuole che nel 1351 abbiano salvato Roma dalla tirannide dei Savelli schierando il popolo sotto le insegne (il “gonfalone”) di Maria. L’arciconfraternita del Santissimo Salvatore conserva l’altra sacra icona del “Santo volto di Gesù”, dal 1381 al Sancta Sanctorum del Laterano. Intanto, al lascito di Bernardina si aggiungono altri donativi: Francesco di Pietro da Saluzzo lascia nel 1570 una “vigna con certo poco di canneto di pezze 4, posta in loco detto le Doi Torri”, e la devota Cecilia Bovara si fa carico nel 1583 di “rimondare il fosso maestro” e costruire un “ponticello a traverso della strada”. La mole di atti ritrovati dalla studiosa Benocci negli archivi del S.S. testimonia un’amministrazione agraria efficiente. Le “taxae” per le strade datano 1554, 1555, 1602 e 1604, e nel 1634 c’è una apposizione dei termini. La taxa del 1693 riporta che il “Piano delle Due Torri, prato spettante a Sancta Sanctorum, Gonfalone e signori Gesiglieri” misura 36 rubbie e paga 5,67 scudi. Nello stesso documento si citano i “vicini” dell’epoca: le monache di Santa Cecilia, il Capitolo di S. Pietro, le famiglie Mattei, Serlupi, Nobili, Cenci, Fabi, Ginetti, Raggi e Vipereschi. Mappe successive nominano Filippo Chigi. Nel Settecento la tenuta è invasa dalle acque e funestata dalle febbri malariche. La devastante inondazione del 1813, stimata dall’agrimensore Pietro Sardi, segna l’inesorabile declino. (Antonello Anappo)
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