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Sisto IV, primo papa della Magliana

di Antonello Anappo (on line dal 05/07/2005, 964 letture)

 

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  Castello della Magliana.
Foto: Antonello Anappo.

Francesco della Rovere è papa dal 1471 al 1484, con il nome di Sisto IV. È il primo pontefice che frequenta la Tenuta della Magliana. Ma il motivo, stando alle cronache dell’Infessura, è tutt’altro che religioso: ad attenderlo vi sono i giovani amanti Giangiacomo Sclafenato e Gerolamo Riario.

Della Rovere ha natali modesti, nel Savonese il 21 luglio 1414. A Pavia eccelle negli studi teologici e l’insegnamento itinerante nelle università italiane lo porta prima alla carica di ministro generale dei Francescani (1464) e poi al cardinalato sotto Paolo II (1467). Il 9 agosto 1471 è papa.

Sisto IV trascina Roma fuori dal livore medievale, con la magnificenza del rinnovamento urbanistico: approva subito il piano regolatore, e di lì a poco vedono la luce ponte Sisto, la via Sistina, San Vitale (1475), la Biblioteca vaticana (1477) e la Cappella Sistina (che non farà in tempo a vedere completata); chiama a corte il musico Des Prèz, il pittore Melozzo da Forlì e gli umanisti Regimontano e Platina.

Fioriscono anche le dignità statali, spartite tra le famiglie Della Rovere e Riario, suoi sponsor durante il conclave. Papa Sisto eleva al cardinalato due nipoti (uno è Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II), sei parenti e un figlio illegittimo (Pietro Riario). Il pittore Melozzo, per l’inaugurazione della Biblioteca, realizza un affresco celebrativo che ha il sapore di un grande “ritratto di famiglia”, dove il pontefice vuole raffigurati accanto a sé i più cari affetti terreni: Giuliano della Rovere, Giovanni della Rovere, Raffaele Riario e Gerolamo Riario.

Per l’ultimo di essi, Gerolamo Riario, papa Sisto stravede, e nel 1471 gli regala la Tenuta della Magliana. Le cronache di Stefano Infessura (1484), parlano però di un diverso e inconfessabile attaccamento: “Per quale motivo se non la sodomìa - scrive - papa Sisto predilesse il conte Gerolamo e Pietro Riario, suo fratello e il cardinale di San Sisto? Lo mormora il popolo, i fatti riscontrano. E cosa non fece ai servitori di camera! Ma li risarcì a suon di ducati, o elevandoli al rango di vescovi o cardinali”. Occorre precisare che non si hanno riscontri alle affermazioni dell’Infessura, e lo studioso Ludwig Pastor anzi le contesta radicalmente. Verità storica è invece che Gerolamo è per papa Sisto una pedina importante nella Congiura dei Pazzi (Firenze, 1478): il luogotenente Raffaele Riario ha il compito di detronizzare Lorenzo il Magnifico ed insediare al suo posto proprio il pupillo papale Gerolamo Riario. Gli eventi però volgono contro i congiurati, e al pontefice non rimane che scomunicare il Magnifico, porre Firenze sotto interdizione, e muoverle guerra per due anni.

Alla Magliana intanto, riferisce ancora l’Infessura, il Palatium Sancti Johanni era stato promesso in godimento anche ad un altro amante, il camerario Giovanni Giacomo Sclafenato. Papa Sisto non onora la promessa, ma lo ricompensa altrimenti. Alla sua morte un allusivo epitaffio ne ricorda l’elevazione a cardinale “per meriti di ingegno, fedeltà e perseveranza” nonché “per altre doti di animo e di corpo”.

E le guerre proseguono. Dopo Firenze tocca a Venezia, contro la quale nel 1482 papa Sisto ordisce un perfido inganno: prima convince la repubblica lagunare ad aggredire il ducato di Ferrara, assicurando sostegno; poi, a guerra iniziata, mette Venezia sotto interdizione e la abbandona al destino delle armi: Venezia ne esce malconcia, perché nel frattempo in soccorso a Ferrara sono arrivate le truppe degli Sforza da Milano e dei Medici da Firenze. In pratica, Sisto IV ha impegnato in una guerra Venezia, Ferrara, Firenze e Milano senza spendere un ducato.

Le sue finanze, d’altra parte, sono più che floride grazie alla vendita delle indulgenze allargata anche alle anime dei defunti, alla raccolta di fondi per la crociata contro i Turchi di Smirne, e alla licenza legale dei bordelli, da cui incassa trentamila ducati l’anno. In questa frenetica attività di statista, non sorprende la poca attenzione dedicata all’attività di pastore della Chiesa: celebra il Giubileo del 1475, istituisce la festa dell’Immacolata, cerca accordi con ortodossi e gallicani, ridimensiona i decreti del Concilio di Costanza, e, nel 1478, istituisce anche in Spagna la Santa Inquisizione.

Terminate le guerre, papa Sisto riscopre la residenza della Magliana e vi fa tappa fissa nei viaggi lungo il Tevere diretto ad Ostia, a bordo della sua personale “nave bucinatoria”. Uno di questi viaggi (9-12 novembre 1483) è ancora documentato dall’Infessura, che testimonia di due tappe alla Magliana, una all’andata e una al ritorno. È probabilmente in questa occasione che si decide la trasformazione del Palatium in villa di caccia. Il progetto viene affidato a Jacopo da Pietrasanta.

Ma il pontificato volge ormai al termine. La morte lo coglie il 12 agosto 1484, terribilmente annoiato dall’inerzia delle armi: “ucciso dalla pace”, dirà il popolino. Pasquino lo liquida impietosamente, affiggendo questo strambotto:

 

"Ingiusto e infido giace

chi la pace odiò tanto, in sempiterna pace

Orsù, gettate a brani

le scellerate membra a lupi e cani!"

 

 

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Sommario:

» Sisto IV, primo papa d...
» La Magliana di Papa Gi...
» L’Ala Sangallo
» 1517, intrigo alla Mag...
» Il Bosco sacro degli A...
» Simplicio, Faustino e ...

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Dossier Dossier

 
A. Gruyer. Frontespizio di Raphael à la Magliana, 1873. Cortesia del Museo del Louvre, Parigi.
Foto: Antonello Anappo.
 

La Magliana di Papa Giulio

Pubblichiamo, grazie all’alto contributo del Museo del Louvre di Parigi, il racconto di viaggio al Castello della Magliana del critico d’arte A. Gruyer (1873).

   Lasciamoci alle spalle Roma da Porta Portese e incamminiamoci per la strada di Porto lungo la valle del Tevere. Al sesto miglio fermiamoci e volgiamo lo sguardo al fiume. Vedremo, quasi a portata di mano, sul primo piano di una campagna il cui orizzonte abbraccia i monti del Lazio e della Sabina, un edificio (o per meglio dire un conglomerato di edifici) quasi in abbandono: non è un castello né una dimora campestre, ma presenta ancora le apparenze della grandiosità.

Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana!

I terreni circostanti sono insalubri e paludosi ma riccamente forniti di selvaggina; è qui che i papi del Quindicesimo e Sedicesimo secolo tenevano le loro battute venatorie. Giacomo Volterrano racconta della gran caccia del 1480, in onore del duca Ernesto di Sassonia e Lawenbourg, presente Girolamo Riario nipote di Sisto IV (Muratori, Scrip. Rer. Italic., tomo XXIII, p. 104). Nel suo racconto si cita a più riprese il fiume Magliano ma neanche una volta si fa cenno alla presenza di un Castello. Ne deduciamo, pertanto, che all’epoca nella contrada della Magliana non fosse ancora presente alcun edificio significativo.

Fu in effetti Innocenzo VIII (1484-1492) a costruire il primitivo palazzetto della Magliana. Poi venne Alessandro VI (1492-1503), senza lasciarvi traccia. Fu Giulio II (1503-1543) che gli diede proporzioni grandiose, e chiamò a raccolta tutte le arti per farne una dimora degna di un papa. I pittori, di scuola perugina, decorarono le camere con affreschi, molti dei quali sopravvivono ancora oggi. Giulio II elesse la Magliana come luogo di predilezione e, affinché nessuno tra i posteri potesse dubitarne, volle che il suo nome fosse ripetuto su tutte le finestre dei nuovi corpi di fabbrica, la cui costruzione si fa risalire a Giuliano da San Gallo.

Orbene, ad una dimora papale non poteva mancare una cappella. Essa fu ricavata negli appartamenti al pianterreno, e consacrata a San Giovanni Battista.

Il cardinale Francesco Alidosi, incaricato di sovrintendere alla sua decorazione, lasciò questa iscrizione sulla porta d’ingresso: F. CAR. PAPIEN. JVLII II P. M. ALVMNVS (Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Giulio II Pontefice Massimo). Alidosi, nominato arcivescovo delle Terre bolognesi nel 1503, e cardinale di Santa Cecilia nel 1505, aveva assunto il titolo di alumnus proprio in allusione al favore di cui godeva presso Papa Giulio.

E andò oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice, rivestendo il pavimento della cappella di tessere in cotto smaltato, sulle quali campeggiavano, alternativamente, le sue insegne e il suo nome, e le insegne e il nome del papa (le armi di Giulio II raffiguravano in un giogo; quelle dell’Alidosi un’aquila ad ali spiegate). Dimenticava però che l’aquila degli Alidosi doveva passare con umiltà sotto il giogo dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo.

E fu quello che accadde quando il cardinale di Santa Cecilia si vide negare il titolo di principe di Imola, che già era appartenuto ai suoi antenati. Forse l’Alidosi si rivoltò contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d’Urbino condivideva il comando, furono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla è sicuro sull’argomento, se non che tempo prima, aveva già tradito Alessandro VI. Fatto sta che lo accusarono di un nuovo tradimento. Appena giunse a Ravenna da Giulio II che attendeva le sue giustificazioni, fu pugnalato in pieno giorno e in piena strada da Francesco Maria della Rovere, lo stesso su cui l’Alidosi aveva ribaltato la responsabilità della disfatta militare.

Il nome dell’Alidosi, tuttavia, dimora ancora alla Magliana e nella Cappella, inseparabile da quello di Giulio II. Gli affreschi della Annunciazione e della Visitazione, dipinta sui due lati dell’unica finestra, stanno a dichiarare ancora oggi quali abili mani il cardinale di Santa Cecilia abbia utilizzato. Fu probabilmente lo Spagna, uno dei più famosi allievi del Perugino, ad eseguire quei dipinti. Quanto alla loro data, non è possibile individuarla con precisione. La morte violenta dell’Alidosi avvenne nel 1511: possiamo solo dire che gli affreschi affidati alla sua cura precedono tale data.

E se Giulio II ha ben amato la sua Magliana, il suo successore papa Leone X Medici l’ha amata ancora di più, legandosene con una passione tra le più intense e viscerali: Papa Giulio vi aveva chiamato a lavorare la scuola del Perugino; Leone vi chiamò addirittura Raffaello!

Nella Cappella del Battista, dove lo Spagna aveva dipinto affreschi senza una propria fisionomia, Raffaello ha lasciato i tipi di perfezione che appartengono a lui e solo a lui: nella volta che sovrasta l’altare, ha dipinto l’Eterno padre benedicente, in mezzo ad una processione di angeli e cherubini; nella verticale dell’arco della navata ha lasciato il Martirio di Santa Cecilia.

 

Testo francese

Sortons de Rome par la Porta Portese et engageons-nous dans la vallée du Tibre sur la route de Fiumicino; après un parcours de six milles environ, arrêtons-nous et regardons du côté du fleuve; nous verrons, presque à notre portée, au premier plan de cette campagne dont les horizons s’étendent jusqu’aux montagnes du Latium et de la Sabine, un édifice, ou plutôt une réunion d’édifices quasi abandonnés, qui ne constituent ni un château ni une ferme, mais qui présentent encore les apparences de la grandeur.

Une cour rectangulaire, entourée de murailles à créneaux guelfes, précède les bâtiments de différentes époques et d’inégale hauteur; une porte monumentale, surmontée d’un arc en plein cintre et flanquée de colonnes, donne accès dans cette cour; un pont, jeté sur le Magliano, conduit à cette porte; le seuil une fois franchi, on se trouve en pleine Renaissance, on est dans la Magliana.

Les terres environnantes soin malsaines et marécageuses, mais abondamment fournies de gibier; les papes du XVe et du XVIe siècle avaient là leur rendez-vous de chasse. Giacomo Volterrano raconte une grande chasse dont Girolamo Riario, neveu de Sixte IV, fit les honneurs au duc Ernest de Saxe-Lawenbourg, en 1480 (in nota: Muratori, Scrip. rer. Italic., t. XXIII, p. 104). Dans cette narration, il est à plusieurs reprises parlé du Magliano, mais il n’est dit mot de la Magliana. Donc aucune construction ne se voyait alors dans cette contrée.

Ce fut, en effet, Innocent VIII (1484-1492) qui bâtit le casino primitif. Alexandre VI vint ensuite (1492-1503) et n’y ajouta rien de notable.

Mais Jules II (1503-1543) lui donna des proportions presque grandioses, et appela tous les arts à son aide pour en faire une résidence digne d’un pape. Des peintres de l’école de Pérouse décorèrent les chambres de fresques, dont plusieurs subsistent encore aujourd’hui. Jules II adopta la Magliana comme un séjour de prédilection, et, afin que la postérité n’en pût douter, il voulut que son nom fût répété au-dessus de toutes les fenêtres des bâtiments qu’il fit élever (in nota: On attribue à Giuliano da San Gallo les constructions que Jules II fit faire à la Magliana).

Or, à une résidence pontificale il fallait une chapelle. Cette chapelle fu ménagée dans les appartements du rez-de-chaussée; elle fut dédiée à saint Jean-Baptiste.

Et le cardinal Francesco Alidossi, chargé de présider à sa décoration, fit graver cette inscription sur la porte: F. CAR. PAPIEN. JVLII. II. P. M. ALVMNVS. Alidossi, nommé archevêque e Bologne en 1503 et cardinal de Sainte-Cécile en 1505, prenait la qualification d’Alumnus par allusion à la faveur dont il jouissait alors auprès de Jules II.

Il fit plus: il se mit presque sur le pied de l’égalité avec le pontife, en revêtant le sol de la chapelle de briques émaillées sur lesquelles on voyait alternativement ses armes et son nom, les armes et le nom du pape. Il oubliait le joug des la Rovere, sous lequel l’aigle des Alidossi devait passer avec humilité, à peine d’être arrêté dans son vol (in nota: Les armes de Jules II se composaient d’un joug; les armes du cardinal Alidossi portaient un aigle aux ailes éployées).

Le cardinal de Sainte-Cécile se vit, en effet, refuser le titre de prince d’Imola qu’avaient porté ses ancêtres. Se tourna-t-il alors contre Jules II du côté de la France? Était-il vendu à Louis XII, quand les armées pontificales, dont il partageait le commandement avec le duc d’Urbin, furent battues par les troupes vénitiennes? Rien n’est certain à cet égard. Il avait trahi jadis Alexandre VI, on l’accusa d’une nouvelle trahison; et, comme il arrivait à Ravenne pour se justifier auprès du pape, il fut poignardé en plein jour et en pleine rue par Francesco Maria della Rovere sur lequel il avait rejeté la responsabilité de la défaite. Son nom n’en demeure pas moins inséparable de celui de Jules II dans la chapelle de la Magliana.

Les fresques de l’Annonciation et de la Visitation, peintes de chaque côté de l’unique fenétre, disent encore quelles mains habiles le cardinal de Sainte-Cécile avait employées. Un des plus renommés parmi les élèves de Pérugin, Spagna probablement, avait exécuté ces peintures. Quant à leur date, il est impossible de la préciser. Le meurtre d’Alidossi ayant eu lieu en 1511, on peut dire seulement que les fresques confiées à la surveillance du cardinal sont antérieures à cette date.

Si Jules II avait beaucoup aimé sa Magliana, Léon X l’aima plus encore et la fit sienne aussi par des liens plus intimes et plus forts. Jules II y avait attiré l’école de Pérugin, Léon X y appela Raphaël.

Dans cette chapelle, où Spagna peut-être avait peint des fresques sans physionomie propre, Raphaël a laissé des types de perfection qui n’appartiennent qu’à lui. A la voûte qui surmonte l’autel, il a montré l’Éternel bénissant le monde au milieu d’un cortège d’anges et de chérubins; dans un des arcs verticaux de la nef, il avait représenté le martyre de sainte Cécile.

 

Si ringrazia il Musée du Louvre di Parigi - Direction de la politique des publics et de l'éducation artistique - Médiathèque, per le preziose documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo.

(Antonello Anappo)

 

 

 

 
Ala Sangallo.
Foto: Antonello Anappo.
 

L’Ala Sangallo

L’Ala Sangallo (1505-1509) è il corpo edilizio più esteso del Castello della Magliana; si sviluppa su due piani, secondo linee architettoniche di ordinata compostezza rinascimentale.

La facciata esterna presenta una successione di finestre semi-crociate, le cui iscrizioni ricordano Papa Giulio II. L’antico ingresso (Entrone) si apre al centro dell’edificio, ed è costituito da un grande arco dai bordi bugnati. Di qui partiva il viale (oggi scomparso) che conduceva all’Imbarco fluviale, tra due quinte scenografiche di bosco secolare. La facciata interna replica i motivi dell’esterno ed in epoca rinascimentale era dotata di un Campaniletto, di cui rimane la base e una rampa di scale.

Le stanze al pianterreno erano destinate al seguito papale, mentre la grande sala dalle volte a botte (dove oggi si tengono i corsi dell’Ospedale) era la mensa comune. Sono ancora visibili il camino monumentale (con dedica al card. Alidosi), il lavabo e i peduncoli a sostegno delle volte con lo stemma della quercia, simbolo del casato Della Rovere.

Il piano nobile aveva anch’esso stanze di servizio e un grande salone destinato ai ricevimenti. Papa Leone X ristrutturerà quest’ultimo locale, facendone il superbo Salone delle Muse.

(Antonello Anappo)

 

 

 

 
Melozzo da Forlì. Da destra Sisto IV, Raffaele Riario (blu), Giuliano della Rovere (rosso), l’umanista Bartolomeo Platina (in ginocchio), Gerolamo Riario (blu).
Foto: Antonello Anappo.
 

1517, intrigo alla Magliana

Nella primavera 1517 avrebbe dovuto consumarsi alla Magliana un efferato delitto, maturato negli ambienti del Sacro collegio sotto la guida del decano Raffaele Riario e del cardinale Alfonso Petrucci da Siena.

Petrucci nutre verso Papa Leone, la vittima designata, un incolmabile rancore, da quando alla morte del padre, Pandolfo Petrucci signore di Siena, il pontefice aveva messo la città sotto protettorato. Alfonso - riferisce il Guicciardini -, “ardendo di odio e quasi ridotto in disperazione, aveva avuto pensieri di offenderlo violentemente con l’armi”, ma la vendetta prese invece la via sottile dell’intrigo di corte.

Papa Leone, prossimo come ogni anno alla partenza primaverile per la Magliana, è infatti colto da una imbarazzante fistola al fondoschiena (“in ima sede”): Petrucci, venutolo a sapere, è deciso a somministrargli una medicina avvelenata, tramite Mastro Battista da Vercelli, “famoso chirurgo e molto intrinseco suo”.

Mastro Battista ha un passato fosco: cavadenti, medico di cataratte, mal della pietra (calcoli renali) e male francioso (sifilide), è bandito da Venezia per un fatto di sangue, ma Siena lo accoglie con pubblici onori. L’umanista Paolo Giovio lo descrive “impurus, crudelis, fallacissimus” (sozzo, crudele e ingannatore), ma dotato di “ingenio expedito et singularis digitorum argutia” (vivo intelletto e mani d’oro). Dei necessari appoggi a corte si occupa il cardinal Raffaele Riario, da sempre tessitore di congiure, e avversario dei Medici fin dalla congiura dei Pazzi. Riario prepara la strada a Mastro Battista facendo licenziare il medico papale Jacopo da Brescia.

L’incontro fra il pontefice e il nuovo dottore avviene verso il giugno 1517, probabilmente già alla Magliana. Ma Papa Leone, che subodora subito l’inganno, si rifiuta di mostrargli la parte dolente, adducendo una “salutari quadam verecundia” e, all’insistenza del medico, sguinzaglia le spie.

Una lettera cifrata a Marcantonio Nino, referente dei congiurati, viene intercettata. Quando Nino sotto tortura rivela il codice di lettura e la trama si fa chiara, Papa Leone, aiutato dal procuratore fiscale Mario da Perusco, dà il via alla raffinata rinascimentale vendetta.

Invia una lettera amichevole a Petrucci, invitandolo a Roma con un salvacondotto, e fa allontanare Battista verso Firenze per un caso urgente di sifilide. Giunto a Roma, Petrucci finisce nelle segrete di Castel Sant’Angelo e viene strangolato dal moro Rolando, non prima però di aver fatto i nomi di decine di congiurati. Il 22 giugno i porporati Riario, Sauli, Volterrano e Castellanese sono spogliati della dignità cardinalizia, mentre Mastro Battista, ricondotto a Roma, viene torturato e squartato a Ponte Sant’Angelo.

Il 24 agosto per i sopravvissuti arriva il perdono: Papa Leone concede a tutti la “gratia sub condicione”, cioè un’indulgenza contro un pesante pagamento di denaro. Per Riario il prezzo è altissimo: deve consegnare il suo sfarzoso palazzo urbano appena completato dal Bramante, che diventa da allora sede della Cancelleria papale. A fine congiura i cardinali perdonati ammontano a 13.

Alcuni autori moderni (L. Gualino e R. Bettica-Giovannini) sostengono con documenti d’archivio l’innocenza di Mastro Battista. Di certo la congiura fu per Papa Leone un gigantesco e provvidenziale affare.

(Antonello Anappo)

 

 

 

 
Lucus Deae Diae.
Foto: Antonello Anappo.
 

Il Bosco sacro degli Arvali

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari.

La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

(Antonello Anappo)

 

 

 

 
Senza titolo.
Foto: Antonello Anappo.
 

Simplicio, Faustino e Beatrice martiri

I fratelli Simplicius, Faustinus e Viatrix (Simplicio, Faustino e Beatrice) sono martiri cristiani, venerati dalla Chiesa il 29 luglio. Essi sono noti con l’appellativo di Portuensi, in memoria del luogo di sepoltura, le Catacombe di Generosa lungo la via Portuense (qui iuxta viam Portuensem dormiunt riporta il De locis sanctis).

La tradizione agiografica riporta la cattura di Simplicio e Faustino, durante la persecuzione del 303. I due fratelli rifiutano di spargere l’incenso di fronte alla statua di Diocleziano - gesto simbolico che ne avrebbe attestato la devozione al culto pagano imperiale, scagionandoli da ogni accusa -, opponendo il sovversivo messaggio dell’uguaglianza cristiana, riassunto nella frase: « Non più schiavi, ma liberi e fratelli, perché figli dello stesso Padre ».

Simplicio e Faustino vengono torturati e di seguito gettati al Tevere, ante diem IV kalendæ augustæ, il 29 luglio, giorno assunto come loro dies natalis (festa liturgica).

Non si conosce il luogo esatto del sacrificio, se non attraverso un versetto che ne indica l’annegamento per pontem qui vocatur Lapideum, dal « ponte di pietra ». Gli studiosi identificano questo ponte per assonanza con il Ponte di Emilio Lepido all’Isola Tiberina. Una suggestiva interpretazione però, riporta al ponticello di pietra sul torrente Affogalasino, nel cui sinistro nome (“asini” era lo spregiativo epiteto con cui erano chiamati i primi cristiani), potrebbe essere sopravvissuta memoria dell’antico martirio.

Sospinte dalla corrente le due salme raggiungono l’Ansa della Magliana, nota in antico come Ad Sextum Philippi, il VI miglio della via Portuense-Campana, nelle terre di un tale Philippus. La sorella Beatrice, aiutata dai presbiteri Crispo e Giovanni, ne cura la pietosa sepoltura in una vicina cava di tufo. L’archeologo Giovanni Battista De Rossi ha rinvenuto in un testo agiografico la narrazione di questo episodio: Viatrice, con i preti Crispo e Giovanni, salita per la paurosa via entro i sentieri del bosco, giunse tosto al vicino campicello della cristiana Generosa. E quivi, entro spelonche arenarie, nascose alla meglio il Santo deposito.

Il nome Generosa non è in realtà reale: la prassi liturgica attribuisce infatti, ai personaggi di cui non si conosce il nome, un nome di fantasia che ne indica le qualità cristiane: Generosa è il semplice attributo della coraggiosa matrona, disposta ad accogliere nel suo possedimento le spoglie mortali dei pericolosi santi sovversivi.

Beatrice segue poco dopo il destino di sacrificio dei due fratelli. Arrestata e condotta di fronte al tiranno Lucrezio, Beatrice confessa fermamente la sua fede in Cristo, finendo anch’ella uccisa. La nobile matrona Lucina provvede alla sua sepoltura vicino ai fratelli, nella stessa cava della Magliana.

Il sito, vuole la tradizione, cessa da quel momento di essere cava per diventare esclusivo luogo di venerazione.

Le spoglie dei Martiri rimarranno lì fino al 682, anno della traslazione in Santa Bibiana all’Esquilino. Loro reliquie si trovano anche nelle chiese di Santa Maria Maggiore, di San Nicola in Carcere a Monte Savello, in un santuario delle Marche e nella Cappella di San Lorenzo all’Escorial di Madrid. La parte più significativa delle reliquie si trova però in Germania, nelle città di Fulda, Lauterbach, Amorbach e Hainzell.

(Antonello Anappo)