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di Antonello Anappo (on line dal 24/04/2007, 434 letture) |
I fratelli Simplicius, Faustinus e Viatrix (Simplicio, Faustino e Beatrice) sono martiri cristiani, venerati dalla Chiesa il 29 luglio. Essi sono noti con l’appellativo di Portuensi, in memoria del luogo di sepoltura, le Catacombe di Generosa lungo la via Portuense (qui iuxta viam Portuensem dormiunt riporta il De locis sanctis). La tradizione agiografica riporta la cattura di Simplicio e Faustino, durante la persecuzione del 303. I due fratelli rifiutano di spargere l’incenso di fronte alla statua di Diocleziano - gesto simbolico che ne avrebbe attestato la devozione al culto pagano imperiale, scagionandoli da ogni accusa -, opponendo il sovversivo messaggio dell’uguaglianza cristiana, riassunto nella frase: « Non più schiavi, ma liberi e fratelli, perché figli dello stesso Padre ». Simplicio e Faustino vengono torturati e di seguito gettati al Tevere, ante diem IV kalendæ augustæ, il 29 luglio, giorno assunto come loro dies natalis (festa liturgica). Non si conosce il luogo esatto del sacrificio, se non attraverso un versetto che ne indica l’annegamento per pontem qui vocatur Lapideum, dal « ponte di pietra ». Gli studiosi identificano questo ponte per assonanza con il Ponte di Emilio Lepido all’Isola Tiberina. Una suggestiva interpretazione però, riporta al ponticello di pietra sul torrente Affogalasino, nel cui sinistro nome (“asini” era lo spregiativo epiteto con cui erano chiamati i primi cristiani), potrebbe essere sopravvissuta memoria dell’antico martirio. Sospinte dalla corrente le due salme raggiungono l’Ansa della Magliana, nota in antico come Ad Sextum Philippi, il VI miglio della via Portuense-Campana, nelle terre di un tale Philippus. La sorella Beatrice, aiutata dai presbiteri Crispo e Giovanni, ne cura la pietosa sepoltura in una vicina cava di tufo. L’archeologo Giovanni Battista De Rossi ha rinvenuto in un testo agiografico la narrazione di questo episodio: Viatrice, con i preti Crispo e Giovanni, salita per la paurosa via entro i sentieri del bosco, giunse tosto al vicino campicello della cristiana Generosa. E quivi, entro spelonche arenarie, nascose alla meglio il Santo deposito. Il nome Generosa non è in realtà reale: la prassi liturgica attribuisce infatti, ai personaggi di cui non si conosce il nome, un nome di fantasia che ne indica le qualità cristiane: Generosa è il semplice attributo della coraggiosa matrona, disposta ad accogliere nel suo possedimento le spoglie mortali dei pericolosi santi sovversivi. Beatrice segue poco dopo il destino di sacrificio dei due fratelli. Arrestata e condotta di fronte al tiranno Lucrezio, Beatrice confessa fermamente la sua fede in Cristo, finendo anch’ella uccisa. La nobile matrona Lucina provvede alla sua sepoltura vicino ai fratelli, nella stessa cava della Magliana. Il sito, vuole la tradizione, cessa da quel momento di essere cava per diventare esclusivo luogo di venerazione. Le spoglie dei Martiri rimarranno lì fino al 682, anno della traslazione in Santa Bibiana all’Esquilino. Loro reliquie si trovano anche nelle chiese di Santa Maria Maggiore, di San Nicola in Carcere a Monte Savello, in un santuario delle Marche e nella Cappella di San Lorenzo all’Escorial di Madrid. La parte più significativa delle reliquie si trova però in Germania, nelle città di Fulda, Lauterbach, Amorbach e Hainzell.
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Sommario: » Simplicio, Faustino e ... |
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Il Sepolcro dei Martiri Portuensi La Cripta dei Martiri è una camera sepolcrale ipogea, situata all’interno delle Catacombe di Generosa, di cui costituisce il punto più sacro. Essa ha contenuto - dal IV al VII sec. d.C. - le spoglie dei fratelli martiri Simplicio e Faustino e, probabilmente, quelle di loro santi congiunti. Le tombe si sviluppano lungo le due pareti maggiori. La parete di sinistra contiene le sepolture di Simplicio e Faustino, protette da una controparte di sostruzione, decorata con l’affresco della Coronatio Martyrum. Nella parte bassa della parete, dal semplice motivo vegetale, è visibile il foro praticato da papa Leone II nel 682 per prelevarvi le reliquie. I sondaggi hanno rivelato che internamente la sacra sepoltura consiste in una soglia bisoma (doppia), sopra la quale dovevano riposare i corpi dei due santi fratelli. La parete di destra, rinforzata anch’essa già in antico da un muro a sostegno delle fragili volte, doveva contenere la tomba della sorella Beatrice (le fonti agiografiche che attestano la santa sepolta accanto ai fratelli), dei presbiteri Crispo e Giovanni (che la tradizione associa a Beatrice) e del milite romano Rufiniano, carnefice dei santi fratelli e a sua volta martire (egli figura nell’affresco della Coronatio Martyrum). Per la parete di destra ci muoviamo tuttavia nel campo delle ipotesi: lo spesso strato murario rende impossibili riscontri diretti. (Antonello Anappo)
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Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali. Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33). Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari. La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale. (Antonello Anappo)
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Sisto IV, primo papa della Magliana Francesco della Rovere è papa dal 1471 al 1484, con il nome di Sisto IV. È il primo pontefice che frequenta la Tenuta della Magliana. Ma il motivo, stando alle cronache dell’Infessura, è tutt’altro che religioso: ad attenderlo vi sono i giovani amanti Giangiacomo Sclafenato e Gerolamo Riario. Della Rovere ha natali modesti, nel Savonese il 21 luglio 1414. A Pavia eccelle negli studi teologici e l’insegnamento itinerante nelle università italiane lo porta prima alla carica di ministro generale dei Francescani (1464) e poi al cardinalato sotto Paolo II (1467). Il 9 agosto 1471 è papa. Sisto IV trascina Roma fuori dal livore medievale, con la magnificenza del rinnovamento urbanistico: approva subito il piano regolatore, e di lì a poco vedono la luce ponte Sisto, la via Sistina, San Vitale (1475), la Biblioteca vaticana (1477) e la Cappella Sistina (che non farà in tempo a vedere completata); chiama a corte il musico Des Prèz, il pittore Melozzo da Forlì e gli umanisti Regimontano e Platina. Fioriscono anche le dignità statali, spartite tra le famiglie Della Rovere e Riario, suoi sponsor durante il conclave. Papa Sisto eleva al cardinalato due nipoti (uno è Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II), sei parenti e un figlio illegittimo (Pietro Riario). Il pittore Melozzo, per l’inaugurazione della Biblioteca, realizza un affresco celebrativo che ha il sapore di un grande “ritratto di famiglia”, dove il pontefice vuole raffigurati accanto a sé i più cari affetti terreni: Giuliano della Rovere, Giovanni della Rovere, Raffaele Riario e Gerolamo Riario. Per l’ultimo di essi, Gerolamo Riario, papa Sisto stravede, e nel 1471 gli regala la Tenuta della Magliana. Le cronache di Stefano Infessura (1484), parlano però di un diverso e inconfessabile attaccamento: “Per quale motivo se non la sodomìa - scrive - papa Sisto predilesse il conte Gerolamo e Pietro Riario, suo fratello e il cardinale di San Sisto? Lo mormora il popolo, i fatti riscontrano. E cosa non fece ai servitori di camera! Ma li risarcì a suon di ducati, o elevandoli al rango di vescovi o cardinali”. Occorre precisare che non si hanno riscontri alle affermazioni dell’Infessura, e lo studioso Ludwig Pastor anzi le contesta radicalmente. Verità storica è invece che Gerolamo è per papa Sisto una pedina importante nella Congiura dei Pazzi (Firenze, 1478): il luogotenente Raffaele Riario ha il compito di detronizzare Lorenzo il Magnifico ed insediare al suo posto proprio il pupillo papale Gerolamo Riario. Gli eventi però volgono contro i congiurati, e al pontefice non rimane che scomunicare il Magnifico, porre Firenze sotto interdizione, e muoverle guerra per due anni. Alla Magliana intanto, riferisce ancora l’Infessura, il Palatium Sancti Johanni era stato promesso in godimento anche ad un altro amante, il camerario Giovanni Giacomo Sclafenato. Papa Sisto non onora la promessa, ma lo ricompensa altrimenti. Alla sua morte un allusivo epitaffio ne ricorda l’elevazione a cardinale “per meriti di ingegno, fedeltà e perseveranza” nonché “per altre doti di animo e di corpo”. E le guerre proseguono. Dopo Firenze tocca a Venezia, contro la quale nel 1482 papa Sisto ordisce un perfido inganno: prima convince la repubblica lagunare ad aggredire il ducato di Ferrara, assicurando sostegno; poi, a guerra iniziata, mette Venezia sotto interdizione e la abbandona al destino delle armi: Venezia ne esce malconcia, perché nel frattempo in soccorso a Ferrara sono arrivate le truppe degli Sforza da Milano e dei Medici da Firenze. In pratica, Sisto IV ha impegnato in una guerra Venezia, Ferrara, Firenze e Milano senza spendere un ducato. Le sue finanze, d’altra parte, sono più che floride grazie alla vendita delle indulgenze allargata anche alle anime dei defunti, alla raccolta di fondi per la crociata contro i Turchi di Smirne, e alla licenza legale dei bordelli, da cui incassa trentamila ducati l’anno. In questa frenetica attività di statista, non sorprende la poca attenzione dedicata all’attività di pastore della Chiesa: celebra il Giubileo del 1475, istituisce la festa dell’Immacolata, cerca accordi con ortodossi e gallicani, ridimensiona i decreti del Concilio di Costanza, e, nel 1478, istituisce anche in Spagna la Santa Inquisizione. Terminate le guerre, papa Sisto riscopre la residenza della Magliana e vi fa tappa fissa nei viaggi lungo il Tevere diretto ad Ostia, a bordo della sua personale “nave bucinatoria”. Uno di questi viaggi (9-12 novembre 1483) è ancora documentato dall’Infessura, che testimonia di due tappe alla Magliana, una all’andata e una al ritorno. È probabilmente in questa occasione che si decide la trasformazione del Palatium in villa di caccia. Il progetto viene affidato a Jacopo da Pietrasanta. Ma il pontificato volge ormai al termine. La morte lo coglie il 12 agosto 1484, terribilmente annoiato dall’inerzia delle armi: “ucciso dalla pace”, dirà il popolino. Pasquino lo liquida impietosamente, affiggendo questo strambotto:
(Antonello Anappo)
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Il Ponte ferroviario sul Tevere (Ponte San Paolo o Ponte ferroviario sul Tevere) è un ponte ferroviario, di epoca primo-ottocentesca. Fa parte del Complesso storico di Ponte di ferro. Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo bene. Il bene è funzionale ed adibito al traffico ferroviario: non disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova presso l'Argine demaniale, in corrispondenza della linea ferroviaria Roma-Pisa. È visibile dal vicino Ponte di ferro ma, ovviamente, è chiuso al pubblico e non sono possibili visite guidate. (Andrea Di Mario)
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