Rodari e l’UFO di Montecucco
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Rodari e l’UFO di Montecucco - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La Collodi - Una cosmonauta al Trullo - Montecucco disegnato da Gürtzig - Arvalia e la linea del tempo - Villa Kock - I ragazzi di Monte delle Capre - Il pentaprisma - Portunus, il ragazzo sul delfino - I Grottoni - Le Officine SARA - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Rodari e l’UFO di Montecucco di Antonello Anappo
Nel 1964 Gianni Rodari scrive un classico della letteratura per ragazzi - il romanzo La torta in cielo -, raccontando un colossale sbarco UFO sulla collina di Montecucco, al Trullo. La storia, scritta insieme agli scolari della signorina Maria Luisa Bigiaretti, maestra alla Elementare Collodi, appare prima a puntate sul Corriere dei Piccoli e poi nel 1966 come romanzo per l’editore Einaudi. «Un giorno è venuto nella mia classe», ha scritto la Maestra. «Non posso dimenticare il suo sorrisetto divertito, perché rimasi stupita nel vederlo proprio lì! I bambini presero subito confidenza. Rodari s’interessava di tutto. Se gli chiedevano qualcosa lui non rispondeva direttamente, ma li metteva in condizione di rispondere: questa è un’arte! Chiese il permesso di tornare ancora, per provare le sue storie, perché uno scrittore non sa mai se funzionano... E tornò, dicendo che voleva inventarne una tutta nuova, insieme ai bambini. I due protagonisti erano proprio due bimbi della classe, Paolo e Rita, così come sono reali gli altri personaggi della borgata». La storia è delle più semplici. Un oggetto non indentificato, dalla forma di una gigantesca torta, atterra sulla collina di Montecucco. Il vigile Meletti, papà di Paolo e Rita, accorre subito sul posto per difendere il quartiere, e alla Centrale operativa nessuno sa che pesci prendere. Tutti hanno paura: si teme una bomba H lanciata da un nemico misterioso. Ma Paolo e Rita hanno già capito che le cose stanno diversamente: uno scienziato pasticcione ha trasformato un fungo atomico nella più colossale torta mai cucinata! «Ce n’è per tutti i bambini di Roma!», esclama Paolo. E non rimane che chiamarli: la folla urlante dei piccoli inseguiti dalle mamme scavalca il cordone sanitario e invade la collina, per una scorpacciata liberatoria. «Quando ci presentò le prime pagine - ha scritto la Maestra - capii come si legge. Lui recitava! Cambiava la voce, faceva i rumori! Chiedeva il parere e ne teneva conto. Disse: ‘Che ci mettiamo sopra questa torta?’. E i bambini non finivano più di dire ingredienti! Li ritrovate tutti nel libro». In questa favola moderna i cattivi sono i “mostri” della Guerra fredda e i buoni sono i bambini, capaci di affrontare il futuro liberi dai pregiudizi. |
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La Collodi di Antonello Anappo
La Collodi è una scuola elementare comunale, dedicata alla figura di Carlo Lorenzini (in arte Collodi, 1826-1890), autore del romanzo per ragazzi Le Avventure di Pinocchio (1883). La decisione di intitolare una scuola allo scrittore e giornalista toscano è presa nel 1940, quando, essendo trascorsi cinquant’anni dalla morte, Pinocchio diventa di pubblico dominio ed entra a pieno titolo nella didattica italiana. Grande sostenitore di Pinocchio è l’intellettuale Benedetto Croce, che nel burattino di legno dalla bugia facile vede la metafora del fanciullo che diventa ragazzo, acquisendo via via consapevolezza di sé e valori di riferimento, secondo il principio « sbagliando s’impara ». Individuato il sito, presso l’allora Borgata Ciano (Trullo) in costruzione, la costruzione inizia nel 1942 ed è subito interrotta a causa degli eventi bellici. L’edificazione riprende nel Dopoguerra e i corsi regolari iniziano nel 1948. Negli Anni Sessanta, per il crescente popolamento, alla sede di via Massa Marittima si affianca il Secondo plesso su via Porzio (a Montecucco), chiamato Collodi II. In quegli anni insegna nella scuola la maestrina Maria Luisa Bigiaretti: i suoi scolari sono d’ispirazione al giornalista Gianni Rodari nel romanzo breve La torta in cielo (1966). |
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Una cosmonauta al Trullo di Antonello Anappo
« Cosmonauta » è un film di Susanna Nicchiarelli ambientato nel quartiere Trullo, premiato a Venezia (Controcampo, 2009), Colonia (miglior esordio alla regia, 2010) e Roma (Premio Verdone, 2010). Si tratta di un racconto di formazione, in cui la ragazzina Luciana, cresciuta nel mito delle esplorazioni spaziali e dell’infinitamente grande, va alla scoperta del mondo di prossimità: le passioni politiche, il gruppo di amici, gli amori, il quartiere, imparando a conoscere se stessa. La vicenda è ambientata nel 1963, quando, in piena Guerra fredda, due modelli sociali alternativi - l’America capitalista e la Russia comunista - si contendono il primato ideologico sul campo della corsa allo spazio. I Sovietici sono avanti: hanno mandato fuori atmosfera la cagnetta Laika, lanciano i missili orbitanti Sputnik e il primo uomo nello spazio (Yuri Gagarin), e si preparano a lanciare la prima donna (Valentina Tereshkova). L’Occidente segna il passo. Le missioni lunari Apollo sono ancora molto lontane e l’Italia sta a guardare, in bilico tra Est e Ovest, assistendo con ingenuità e fascinazione a quella corsa contro la gravità. La protagonista è una bimbetta alle prese con il dolore per la perdita del padre e la difficoltà di accettare un nuovo patrigno deciso ad educarla secondo schemi convenzionali (interpretato da Sergio Rubini). Durante la cerimonia della Prima comunione (la scena è girata alla chiesa di San Raffaele) la piccola improvvisamente fugge e inizia a correre a perdifiato per le campagne di Montecucco: è l’inizio della sua corsa verso l’adolescenza, con gli slanci e l’incanto dell’esplorazione del Cosmo. Accanto a Luciana (l’attrice è una ragazzina di liceo, l’esordiente Miriana Raschillà) c’è il fratello maggiore Arturo (Pietro Del Giudice, anche lui esordiente). È un sognatore, appassionato delle missioni spaziali sovietiche e dei cosmonauti (da non confondere con gli astronauti, che sono americani). Arturo soffre di epilessia e la sua corsa all’adolescenza finisce presto in un’orbita cieca, tutta interiore. I due si iscrivono alla FIGC, l’associazione giovanile del PCI, dove sono accolti con affetto e tenerezza. La sezione del film è una vera sezione di partito (l’attuale sezione PD del Trullo, che gli scenografi hanno riallestito dipingendo un grande murale con i ritratti di Marx, Engels e Lenin, ancora oggi visibile). E Luciana cresce, affascinata da Valentina Tereshkova, simbolo di un nascente femminismo e della scoperta dell’identità femminile. Arrivano i primi amori e i primi baci, girati nei prati sotto il casolare diroccato di Villa Usai. Negli amori Luciana è impulsiva, persino spregiudicata e aggressiva. E di pari passo porta avanti sogni sconfinati e straripanti. La ragazzina, inevitabilmente, finisce per combinare disatri. Come quando incendia la sezione dei compagni del PSI, che incolpa di aver tradito gli ideali accettando il compromesso con la DC, o come quando ruba il fidanzatino alla compagna di sezione, beccandosi una sospensione al liceo (la location è la Scuola Collodi). In breve, Luciana compromette la sua reputazione e si ritrova a fare i conti con la rigida disciplina richiesta dalla sezione. Perché, tra i comunisti di allora, spesso maschilisti e moralisti, la liberazione sessuale non esiste ancora: « Avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna - ha scritto la regista - sono cose che non si fanno ». Quando arriva la condanna da parte dei compagni adulti, suo fratello non è più al suo fianco come quando erano bambini, e al suo fianco non c’è nemmeno Marisa, la compagna più anziana (interpretata dalla stessa Nicchiarelli), da sempre sua alleata. « Non volevo prenderli in giro e non volevo che fossero grotteschi - scrive la Nicchiarelli -. Sono adolescenti, umani e goffi. Sono degli ottimisti ma poi alla fine sbagliano. Li giustifico perché sono pasticcioni ». Neanche a dirlo, in famiglia i litigi col patrigno diventano quotidiani. Luciana non sopporta lui e il modo in cui cerca di mantere un precario equilibrio tra gli scossoni di quegli anni. Per la madre (interpretata da Claudia Pandolfi) è una situazione difficilissima, divisa fra le apprensioni per la salute di Arturo e la comprensione per le esuberanze di Luciana. In tutto ciò Luciana cresce, imparando dalle proprie debolezze e da quelle di chi la circonda ad accettare la propria fragilità, a fare i conti con la sconfitta, a riprendere con più slancio dopo ogni battuta d’arresto la sua corsa verso l’esplorazione del Cosmo di prossimità. Le riprese del film sono durate sette settimane. La produzione (colore, 35 mm, 85 minuti) è della Fandango, in collaborazione con Rai Cinema con il sostegno del Ministero dei Beni culturali. Susanna Nicchiarelli è una regista esordiente, al primo lungometraggio dopo il dottorato in filosofia e il diploma al Centro sperimentale di Cinematografia. Le musiche - temi del pop italiano di quegli anni - sono state riarrangiate da Max Casacci dei Subsonica. Cosmonauta, seguendo i passi della ragazzina anticonformista in un tempo di grandi trasformazioni, fa il ritratto dei comunisti romani pre-68, in cui si sapeva fare i conti con la realtà ma la prospettiva di realizzare le utopie era tutt’altro che lontana. La narrazione - tenera, drammatica, spesso fiabesca - finisce così per raccontare una storia senza tempo, in cui i sogni di conquista dei cosmonauti si incrociano con gli sguardi dei ragazzi-adolescenti di ogni epoca. Il film si trova già in DVD. La versione in vendita contiene un extra con il making of, con interviste alle comparse del Trullo. |
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Montecucco disegnato da Gürtzig di Antonello Anappo
In costruzione. |
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Arvalia e la linea del tempo di Antonello Anappo
L’Archivio Storico Portuense segue un modello lineare del tempo, con gli eventi ordinati in sequenza, secondo l’ordine del prima e del poi. Taluni eventi sono chiamati cesure storiche, perché - portando con sé un cambiamento del tipo di società - determinano anche un passaggio di epoca. Il modello ha individuato nella storia locale 8 eventi di cesura e, conseguentemente, 9 epoche. L’Epoca arcaica va dalle origini al 509 a.C., anno della cacciata del re Tarquinio il Superbo e dell’instaurazione della Repubblica. Questa nuova fase si chiude nel 31 a.C., quando Ottaviano, sconfitti i rivali, assume il potere assoluto. L’Impero termina a Roma con una data simbolica, il 410 d.C., anno del saccheggio dei Goti. Il lungo sonno del Medioevo termina nel 1471, con l’avvento di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, grandi frequentatori della Tenuta della Magliana. Abbiamo scelto di unificare la breve stagione del Rinascimento ai due secoli della Decadenza (Seicento e Settecento), facendo terminare questa epoca nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche. Segue una fase di straordinaria fioritura urbanistica, il Primo Ottocento, segnata dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformatori dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia una nuova epoca, quella del Risorgimento e della nascita del Regno unitario d’Italia. La Marcia su Roma del 1922 apre il Ventennio fascista, che si conclude con la Liberazione del 1944. Da qui ai giorni nostri parliamo infine di Epoca contemporanea. Il modello comprende anche due epoche supplementari: il Futuro, dove classifichiamo i beni culturali progettati ma non ancora realizzati, e una categoria residuale, che include i beni paesistici, per i quali la nozione del tempo storico non rileva. |
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Villa Kock di Antonello Anappo
Villa Kock (o Vaccheria Prosperi) è una dimora signorile del 1607, sita nella collina di Montecucco al Trullo. Per quanto noto, la proprietà è privata e presenta elementi di degrado; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970747A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.). |
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I ragazzi di Monte delle Capre di Antonello Anappo
Fra il 1946 e il 1958 è attivo al Trullo un gruppo di inventori, meccanici e fotografi, riuniti intorno all’idea della macchina reflex italiana e all’esperienza produttiva Rectaflex. Il primo nucleo si compone di tre compagni di scuola: Aldo Pardini, appassionato di scienze, Luigi Picchioni, di impronta tecnica, e Telemaco Corsi, eclettico e sognatore. Hanno in comune la passione per il gioco degli specchi e il disegno di immagini riflesse e ribaltate in camera oscura, sognando di emulare Leonardo da Vinci, Dürer e Kircher. Pardini diventerà medico condotto alla Magliana, Picchioni oftalmologo all’Ottica Salmoiraghi e Corsi avvocato alla Cisa Viscosa. Corsi in particolare si appassiona di tecnica fotografica e agli studi dei pionieri Niepce e Talbot. Nel 1939 smonta un apparecchio Daguerre, che ha all’interno uno specchio inclinato di 45°: l’immagine risulta invertita, con il sotto sopra e la destra a sinistra. Corsi intuisce già da allora che, con una serie ben congegnata di specchi, si può ottenere una visione raddrizzata. Ai tre si aggiunge un quarto amico: Emilio Palamidessi, soprannominato Manidoro. Introverso, scrupoloso, assembla con precisione da orologiaio i pezzi pensati dal trio. Lo scoppio della Guerra scioglie il gruppo di amici. Corsi intanto fa carriera, fino a diventare, dopo la Liberazione, amministratore della Sara, una società satellite della Cisa, i cui stabilimenti si trovano a via Monte delle Capre. La Sara si occupa di recuperare per usi civili i residuati bellici. Carri armati, autoblindo, furgoni, sidecar e cannoni, con abili colpi di fresatrice diventano moto della PS, ambulanze, o addirittura natanti da diporto. Corsi torna a riunire i tre amici intorno all’idea della macchina fotografica perfetta, che, come l’occhio, fotografa esattamente quel che si inquadra attraverso una visione riflessa da specchi interni. Ne fissa le caratteristiche meccaniche: deve essere piccola, leggera e maneggevole come una 35 mm; deve usare le ottiche più diverse senza problemi di tiraggio e parallasse; deve avere una messa a fuoco facile e precisa, mirando ad altezza d’occhio; deve avere tempi di posa sia per le alte che per le basse velocità. Nella primavera del 1946 Corsi va alla XXIV Fiera Campionaria di Milano, in cerca d’idee. Gira in lungo e in largo, fa incetta di idee, diventa amico del designer Giò Ponti. Soprattutto, interroga decine di inventori alla ricerca di finanziatori. Corsi è benestante e può sostenere le ricerche dei suoi tre amici, ma non è certo in grado di finanziare una produzione in serie. Pur consapevole di questo limite decide ugualmente di lanciarsi, e acquista il brevetto della Gamma, una macchina a telemetro con tendina metallica curva, ideata dai Fratelli Rossi. Conta di convincere la sua azienda, la Cisa, a finanziare l’impresa. E l’avventura inizia. |
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Il pentaprisma di Antonello Anappo
Nel gennaio 1947 il gruppo dei Ragazzi di Monte delle Capre inventa il pentaprisma. Si tratta di un cristallo ottico, interno alla macchina fotografica, in grado di correggere l’inversione del sotto con il sopra delle macchine tradizionali, restituendo all’oculare un’immagine raddrizzata. Il pentaprisma esiste ancora oggi in tutte le macchine fotografiche reflex. Già dall’inverno 1946 il primo gruppo dei quattro (Corsi, Pardini, Picchioni e Palamidessi) si allarga, con l’aggiunta del paparazzo Assenza, un giovane fotografo di strada che ha applicato un pozzetto esterno con dentro tre specchi inclinati al suo apparecchio Kinoflex. L’immagine risultava raddrizzata. L’operatore Gaetano Judicone, il tecnico specializzato Manlio Valenzi e il fotografo Emilio Altan passano l’inverno a testare il pozzetto di Assenza. La svolta però avviene grazie al meccanico Michele Frajegari, che sostituisce il pozzetto con un prisma ottico monolitico a cinque facce: due riflettenti, due rifrangenti, una neutra. Lo specchio riflettore a monte dell’ottica proietta l’immagine capovolta sulla superficie rifrangente alla base del pentaprisma; l’immagine arriva così alla seconda faccia riflettente e la proietta sulla terza, anch’essa riflettente; infine la terza riproduce l’immagine raddrizzata sulla quarta faccia rifrangente, e la restituisce raddrizzata all’oculare. I ragazzi di via Monte delle capre, quell’inverno, lavorano sette giorni la settimana, senza pause, provando, smontando e studiando nuove possibilità. Arrivano finalmente i primi due prototipi funzionanti. Su uno di essi interviene l’architetto e designer Giò Ponti (1897-1979), che incorpora il grosso prisma in una struttura cromata, essenziale e gradevole, dai lati arrotondati. Con l’approvazione della Cisa Viscosa il propotipo viene presentato alla Campionaria di Milano del 1947, il cui opuscolo illustrativo mostra la macchina tra le mani della sorridente e purtroppo anonima Signora Enrichetta. Alla fiera milanese, mentre Telemaco Corsi mostra orgoglioso la « macchina che raddrizza l’immagine », avviene un incontro fondamentale. Un uomo in divisa da carabiniere, il colonnello Armando Pelamatti, critica aspramente Corsi e la sua invenzione: essa è sì in grado di correggere l’inversione sopra-sotto, ma non corregge l’altra inversione delle macchine tradizionali, l’inversione destra-sinistra, che Corsi aveva trascurato. Con questa macchina, osservava correttamente il colonnello, scattare foto verticali risulta impossibile! Corsi, amareggiato, si accorge che il pentaprisma va ancora migliorato. Arruola Pelamatti tra i ragazzi di via Monte delle Capre e si mette al lavoro per cercare una soluzione. La versione definitiva, che raddrizza anche l’inversione destra-sinistra, arriverà alla fine del 1947, sdoppiando una faccia del pentaprisma in due facce spioventi angolate di 45°. |
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Portunus, il ragazzo sul delfino di Antonello Anappo
Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano. Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume. Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma. Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio. |
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I Grottoni di Antonello Anappo
I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei, originati in epoca romana da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane. Taluni associano i Grottoni alle perdute Catacombe di San Felice, attestate al III miglio della Via Portuense-Campana. Un’indagine del Primo Novecento ha confermato il parziale utilizzo cimiteriale di alcuni ambienti. Tuttavia successivi crolli hanno impedito una attribuzione certa. Le fonti storiche che parlano di catacombe sono il De locis sanctis, che elenca Felice tra i martiri portuensi (« qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt »); l’Index coemeteriorum, che cita un cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi; un carme di Papa Damaso (366-384), che descrive il Sepolcro di Felice, dipinto dal Presbitero Vero. Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (San Paolo) e prima di Ponziano (Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui « il Tevere s’impaluda ». Lo studioso Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde. Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso. |
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Le Officine SARA di Antonello Anappo
La Officine SARA sono un complesso di capannoni e caseggiati industriali in muratura e ferrocemento, legati alla lavorazione della viscosa, oggi demoliti o riconvertiti ad usi diversi. La viscosa, inventata nel 1904 da Hylaire De Chardonnet, è una fibra chimica autarchica dagli impieghi molteplici: può sostituire la plastica, essere filata come un tessuto, o persino diventare pellicola cinematografica. Nel 1939 le due principali produttrici, la CISA e SNIA, si consorziano, nazionalizzando la produzione. Nella riorganizzazione che segue, gli stabilimenti SARA (Studi Attrezzature Realizzazioni Automeccaniche) di via Monte delle Capre, 23-37, vengono destinati alla produzione di macchine per filatura e telai meccanici per la viscosa per seta artificiale (con cui si facevano splendidi capi d’abbigliamento). Man Mano che i venti di guerra soffiano più forte la SARA si concentra sui macchinari per la viscosa da film. Si producono qui - su licenza OMI Ottico Meccanica Italiana - gli apparecchi fotografici SARA-Nistri per riprese planimetriche e ricognizioni aeree, per poi passare, in piena guerra, a dispositivi ottici di puntamento (mirini, collimatori, ecc.) e altri armamenti di precisione. La fabbrica continua a vivere anche sotto l’occupazione tedesca. Dopo la Liberazione, il presidente CISA Francesco Maria Oddasso, avendo capito che l’era della viscosa è ormai finita, affida la SARA alla direzione del giovane avvocato Telemaco Corsi, con il compito di smontare, rimontare e reinventare gli inutili residuati lasciati dalla guerra. Carri armati, autoblindo, furgoni, motociclette (ma anche cannoni e aeroplani) diventano veicoli civili, soprattutto motociclette per la Polizia di Stato e ambulanze. Nelle Officine SARA nascono anche le cosiddette lambrette del mare, piccoli natanti da diporto, in origine barchini esplosivi della Regia Marina Italiana. Nel dopoguerra troveremo questi mezzi d’assalto (capaci di portare 300 kg di tritolo sotto la pancia delle navi nemiche) sfrecciare sul litorale romano e sul Tevere, con nuovi motori Alfa Romeo da 80 cavalli, alla velocità di 32 miglia marine. |
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On line dal 14/09/2010, 917 letture.