Ratzinger spiega la Spe salvi
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Ratzinger spiega la Spe salvi - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: I Cavalieri di Malta - La Lupa di Roma - Acca, dea della Magliana - Summanus e le porte dell’Inferno - Il Bosco sacro degli Arvali - Caecinia Bassa, famelica maledizione - La Lupa, Faustolo, i Gemelli - Flora, dea della natura in fermento - Il Tempio della dea Fortuna al VI miglio - Il Tempio di Dia - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Ratzinger spiega la Spe salvi di Antonello Anappo
Il 2 dicembre 2007 papa Benedetto visita l’Unità di risveglio del S. Giovanni Battista. È la prima uscita pubblica dopo l’enciclica “Spe salvi”, e, durante la messa con i degenti, nell’omelia, il pontefice spiega il nuovo testo, in una piccola “lectio” portuense sulla speranza cristiana. Il santo padre è accolto dal gran maestro fra’ Andrew Bertie, il cardinal vicario Ruini, gli ausiliari Tuzia e Brambilla, il cardinal patrono dello SMOM Laghi. Un ammalato gli rivolge gli indirizzi di saluto, cui replica: “Porgo il saluto più affettuoso a voi, cari malati, e ai vostri familiari, che con voi condividono ansie e speranze. Nella prova e nella malattia Dio ci visita misteriosamente e, se ci abbandoniamo alla sua volontà, possiamo sperimentare la potenza del suo amore”. Nella tensostruttura Ratzinger celebra la liturgia della prima domenica d’Avvento, “tempo di speranza”. E spiega: “Alla speranza cristiana ho dedicato la mia seconda enciclica. Essa inizia con le parole rivolte da S. Paolo ai Romani: ‘Spe salvi facti sumus’, nella speranza siamo stati salvati” (8, 24); vorrei profittare della mia visita alla Magliana per consegnare idealmente l’enciclica alla comunità cristiana di Roma”. La “Spe salvi” si compone di 77 pagine in 8 capitoli, in cui si supera la “Fides et ratio” di Wojtila (1998) alla luce della “lectio magistralis” di Ratisbona (2006). In Germania Ratzinger aveva detto che “agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio”; con la Spe salvi chiarisce che tuttavia “la ragione, da sola, è insufficiente a raggiungere Dio”. La ragione è una “piccola speranza”. “Nell’Enciclica scrivo che noi tutti abbiamo bisogno delle speranze - più piccole o più grandi - che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la ‘grande speranza’, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere”. Il senso dell’enciclica è già contenuto nel preambolo “La fede è speranza”, nel quale si afferma che il messaggio cristiano è “più forte di ogni schiavitù”, ma Cristo non è venuto per spezzare le catene materiali, ma quelle dello spirito. Si cita una santa poco nota, la piccola schiava Giuseppina Bakhita: prigioniera, eppure libera nell’amore di Dio: “fatta salva con la speranza”. Dopo un capitolo di taglio scritturistico - la speranza nel Vangelo, nella Chiesa primitiva (S. Gregorio Nazianzeno), medievale (Tommaso d’Aquino) e riformata (Lutero) - si passa alla “speranza della vita eterna”. I cristiani, dice Ratzinger, hanno come tratto distintivo quello di “avere un futuro”, anche nelle sofferenze più atroci e nelle condizioni più avverse: “Non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto”. Il dolore magnifica la speranza: “Se la sofferenza, retaggio dell’umana natura, diventa talora quasi insopportabile, la sofferenza con l’avvento del Salvatore - senza cessare di essere sofferenza - diventa nonostante tutto canto di lode”. La Spe salvi contiene una confutazione dell’individualismo all’interno del pensiero cristiano (citando i teologi De Lubac, Bernardo di Chiaravalle, sant’Agostino e san Benedetto). Dice ai degenti, con veemenza, citando Paolo: “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno! È tempo di convertirsi, di destarsi dal letargo del peccato!”. E ammonisce, citando Matteo: “Che non vi succeda quel che avvenne al tempo di Noè, quando gli uomini mangiavano e bevevano spensieratamente e furono colti impreparati dal diluvio!”. Il nucleo centrale e più discusso dell’enciclica attacca duramente le “ideologie forti” del pensiero moderno: illuminismo, socialismo, comunismo ed evoluzionismo. In “La speranza nel tempo moderno” si confutano i filosofi Bacone, Kant e Engels: “la scienza non è fonte della verità”, dice Ratzinger, “non è la scienza che redime l’uomo”, “la ragione non può essere unica guida dell’agire umano”. È illusorio, afferma, credere nella possibilità di realizzare il ‘paradiso in terra’, un mondo perfetto retto dalla scienza e da una politica scientificamente fondata: quanti hanno cercato di farlo hanno lasciato dietro di sé una distruzione desolante. In “Fisionomia della speranza” si confutano i filosofi Marx, Lenin e Adorno: le leggi della materia e dell’evoluzione non governano il mondo, dice il Papa, la cui “ultima istanza” è “un Dio personale”, costituito di Ragione, Volontà, Amore. La parte finale contiene meditazioni teologiche sulla preghiera (si citano il cardinal Van Thuán, Horkheimer, Dostoevskij e Platone) e l’enciclica si chiude con una invocazione mariana. Proprio alla Madonna, che chiama “Vergine dell’attesa”, Ratzinger dedica la conclusione dell’omelia, chiedendone la benedizione su “malati, familiari e quanti lavorano nell’ospedale e nell’Ordine di Malta”. Il papa distribuisce personalmente l'ostia. |
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I Cavalieri di Malta di Antonello Anappo
In costruzione. |
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La Lupa di Roma di Antonello Anappo
La Lupa è un animale sacro al dio Marte, nume tutelare del popolo latino, presente sin dal mito della fondazione di Roma. La Lupa compare sotto il ficus ruminalis del Palatino, nell’atto di allattare i gemelli Romolo e Remo, abbandonati dai servitori di Amulio in una cesta alle correnti del Tevere. La personificazione della Lupa è presente inoltre in tutte e tre le culture originarie di Roma: presso gli Etruschi aveva il nome di Aita (con caratteri di divinità infernale); presso i Sabini quello di Soranus (purificatrice e fecondante); infine presso i Latini quello di Lupercus (divinità legata alla pastorizia). Il nome Lupercus sembra derivare dalla fusione di lupus (lupo) e hirpus (capro). La festa annuale, i Lupercalia, si teneva nella Grotta Palatina il 15 febbraio, con l’augurio sacrale di proteggere le greggi dai lupi, purificare, preparare l’arrivo della imminente primavera. Il rito consisteva nel sacrificio di un cane e di una capra. Per estensione la festa propiziava anche la fecondità delle donne adulte, che i Sacerdotes Luperci, colpivano simbolicamente con dei fuscelli. L’immagine più famosa della Lupa è il bronzo etrusco del V sec. a.C. conservato in Campidoglio, per il quale Antonio Pollaiolo realizzò nel 1471 la coppia dei Gemellini, in omaggio al mito fondativo dell’Urbe. |
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Acca, dea della Magliana di Antonello Anappo
Acca è una divinità minore, associata a Dia-Cerere e legata all’augurio sacrale di fecondità della terra seminata, grazie al favore dei Lari. Acca prende gli attributi di Larentia e Mater Larum (madre dei Lari); peraltro la parola arcaica “akka” significa anch’essa “madre”. Macrobio (nei Saturnalia I, 10) descrive Acca come una affascinante prostituta, offerta in trofeo per una partita a dadi fra il custode del tempio di Ercole e un prestante straniero. Alla vittoria di quest’ultimo Acca si concede con sublime trasporto, tanto che lo straniero, commosso, si rivela nella sua vera identità – egli era infatti il dio Ercole -, consigliandole in ricompensa di seguire ciecamente il primo uomo che avesse incontrato. Acca si imbatte in Taruzio, anziano possidente etrusco, proprietario delle terre in riva destra, alla Magliana. Acca ne diviene la sposa, adeguandosi con devozione ai nuovi costumi e onorando il culto dei Lari. Quando l’anziano marito muore Acca si ritrova padrona di una fortuna immensa, che cede al Popolo di Roma con una solenne donazione all’Ara Maxima, per poi affrontare la morte mistica immergendosi nelle acque del Velabro. I Romani, in segno di gratitudine, le dedicano la festa annuale dei Larentalia, il 23 dicembre, solstizio d’inverno. |
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Summanus e le porte dell’Inferno di Antonello Anappo
La chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino - dove nel VII sec. giungono i materiali di recupero del sito degli Arvali - ha restituito una lastra di marmo sacra al dio infernale Summanus. Summano è una divinità minore da cui dipendono i fulmini notturni (che i Romani ritenevano generati dagli Inferi e diretti al cielo), posta in relazione antitetica con Giove, che presiede invece alle saette diurne. Durante i Summanalia (20 giugno) al dio era sacrificato un montone nero, il suo l’idolo a forma di caprone riceveva l’unzione rituale e si consumavano focacce di farina. Il culto si mantenne associato a Giove fino al 278 a.C., quando se ne staccò ricevendo un tempio autonomo al Circo massimo. La lastra era posta in una porzione boschiva (probabilmente all’interno del Lucus) devastata da un fulmine notturno. Il pericoloso varco fra mondo superficiale e mondo degli Inferi era carico di sacralità negativa e per questo interdetto agli uomini. La lastra aveva la funzione complessa di riconciliare la divinità, chiudere il varco ed ammonire i colòni circa la natura ‘terribile’ del luogo. La lastra, datata II-III sec. a.C. (oggi ai Musei capitolini, galleria del palazzo Senatorio, rep. NCE14), riporta minacciosa: ‘Summanium fulgur conditum’, ‘qui il fulmine di Summano ha generato un solco’. |
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Il Bosco sacro degli Arvali di Antonello Anappo
Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali. Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33). Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari. La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale. |
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Caecinia Bassa, famelica maledizione di Antonello Anappo
I Romani accettavano con serenità la morte e per lo più confidavano in un aldilà. Tuttavia consideravano particolarmente ingiusta la morte che superata l’età infantile sopraggiungesse prima della pubertà. Spesso le epigrafi funerarie la chiamano “mors iniqua” e contengono invettive. L’epitaffio della piccola Cæcinia Bassa (II sec. d.C.), tuttavia, contiene una rabbiosa maledizione. Con rispetto, ne raccontiamo la storia. Il suo carme funerario (14 righe conservate al Museo nazionale romano) è in prima persona: “Qui giaccio. Sono Bassa, fanciulla che non conobbe la maturità (Hic sum Bassa, virgo pudica)”. La morte la coglie prima dei 10 anni (undecimum annum mi non licuit perducere), nonostante le invocazioni agli dèi dei genitori. La maledizione è rivolta a chiunque se ne rallegri ad alta voce (quis forte gaudet de morte iniqua): “Cerere lo farà morire di fame (Ceres perficiat fame)”. Il riferimento al culto arvalico di Cerere e il rinvenimento a S. Bibiana (dove nel VII sec. giungono le spoglie dei martiri portuensi e materiali locali di reimpiego) fanno ritenere Cæcinia originaria della Magliana. |
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La Lupa, Faustolo, i Gemelli di Antonello Anappo
La Lupa compare sin dal mito di fondazione di Roma, e in quello portuense dell’incontro tra l’etrusco Faustolo (Tarun) e la meretrice latina Acca Larentia. Secondo il linguista Carlo De Simone le parole Roma, Romolus e ficus ruminalis avrebbero una matrice comune nell’etrusco ruma (mammella), che evocherebbe il leggendario allattamento di Romolo e Remo da parte della Lupa. Come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze gemellari, e la circostanza di un allattamento è rara ma non impossibile. Secondo taluni il termine Lupa starebbe ad indicare la stessa Acca Larenzia. Così afferma Lattanzio, che, ricordando il passato da meretrice di Acca, le dà l’epiteto di lupa, che in latino significa prostituta. Versioni simili si ritrovano in Livio e Ovidio (cfr. Historiae I, 4 e Fasti III, 55). Il pastore Faustolo (Tarun), dunque, prende in consegna i gemelli dalla Lupa e li accoglie nella sua casa, dove un recente lutto aveva strappato alla moglie Acca uno dei suoi dodici figli. Acca assume il ruolo mistico della pietosa nutrice, nobile figura protettiva, nonostante il suo passato di lupa. Dall’arrivo di Romolo e Remo Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia perduta nel lutto. I due gemelli crescono così, con i loro undici fratelli di adozione, nella serenità in un mondo di pastori. Li ritroviamo forti e adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore e a fondare una Città. |
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Flora, dea della natura in fermento di Antonello Anappo
Dea dei fiori e della vegetazione, Flora presiedeva al risveglio primaverile e, in senso ampio, a tutto ciò che sboccia: la gioventù, i sensi amorosi, lebelle speranze. Aveva un carattere gioioso cui univa scansonata malizia. La sua festa annuale (il 28 aprile, i “floralia”) si svolgeva all’insegna della liberazione dai rigori invernali: a tutti erano consentite piccanti eccezioni alla morale comune e i giovani si inghirlandavano con fiori senza timore di apparire vanitosi, scambiandosi petali e corone, o anche fave, piselli e lupini. La celebrazione culminava in danze licenziose. L’iconografia rappresenta Flora come una fanciulla dal colorito vivo e lineamenti della freschezza di un fiore. Celebre è la sua rappresentazione nella “Primavera” del Botticelli, accanto allo sposo Zefiro, dio del vento. Su Flora abbondano gli aneddoti maliziosi. Si narra che Zefiro acconsentì a sposarla per riparare ad un raptus di bramosia. Ancora, si attribuisce alla dea un magico bocciolo che portava alla gravidanza senza l’intervento maschile. Ne avrebbe fatto uso Giunone per concepire Marte, allorché, stufa dei continui tradimenti di Giove, si decise a negargli i doveri coniugali. Flora aveva a Roma due templi: uno al Quirinale e uno al Circo massimo. |
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Il Tempio della dea Fortuna al VI miglio di Antonello Anappo
In costruzione. |
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Il Tempio di Dia di Antonello Anappo
Il Tempio di Dia (o degli Arvali) è un santuario di epoca augustea, sito nella via omonima, presso il ristorante La Tavernaccia, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
Credits:
On line dal 13/06/2006, 781 letture.