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Gli scavi archeologici di Pietra Papa (Jacobi, 1939), poco distante dall’odierno Ponte Marconi, hanno restituito un’immagine a fresco di inizio II sec. d.C., raffigurante il dio Portunus (oggi al Museo Nazionale Romano). Portunus è una divinità indigena (precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano), invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività affatto priva di pericoli. Al dio erano affidati la piccola navigazione rivierasca e i commerci per via d’acqua. Portunus era dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che viveva del fiume e dei rapporti con i suoi vicini. Il nome Portunus deriverebbe, secondo Dumézil, dalla radice indoeurope « protu », che significa “guado sul fiume”, o, secondo l’autore latino Marco Terenzio Varrore, dalle parole « portus » e « porta » (« deus portuum portarumque », cioè “dio dei porti e delle porte”). Associato a Giano (anch’egli dio delle porte), Portunus è ritenuto figlio della Mater Matuta. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, era uno dei dodici flamini minori di Roma. La sua festa annuale - i Portunalia - si teneva il 17 agosto, con un rito che prevedeva la purificazione delle chiavi nel fuoco. Portunus è raffigurato come un giovane che cavalca un delfino. A volte è imberbe, altre volte ha un’ispida barba azzurra (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza sulla riva fluviale è annunciata da un odore forte simile all’incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio (Libro V, episodio di Cloanto aiutato da Portuno nella gara navale) e nell’Adversus Nationes di Arnobio (III: “Portuno protegge chi gli si affida, nelle insane acque dispensatrici di tante rovine e naufragi”). La vicenda di Portuno è stata ripresa anche da Wolfgang Amedeus Mozart, nell’Idomeneo (1781). Il librettista Varesco scrive: “Su conca d’oro, regio decoro, spira Nettuno. Scherza Portuno ancor bambino col suo delfino”.
(on line dal 01/12/2009, 205 letture)
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