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Le donne di Ponte di ferro

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Le donne di Ponte di ferro - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Ponte di ferro - L’Asilo nido Fantasia - La Scuola Pascoli - Scuola Pascoli, primi in igiene - Caproni, maestro senza metodo - I Molini Biondi - Gesù Divino Lavoratore - Il gioco del Trigon - La Rectaflex - Le Terme di Pozzo Pantaleo - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Le donne di Ponte di ferro

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Le dieci donne di Ponte di ferro (bronzo). Particolare

Pubblichiamo il tema svolto nel 2008 da un alunno di quinta elementare della scuola Cuoco, in ricordo delle donne uccise dai nazifascisti al Ponte dell’Industria il 7 aprile 1944.

   Li ho guardati tutti quei visi di donne scolpiti sul bronzo, cinque rivolti a destra e cinque rivolti a sinistra. Forse cercavano un aiuto prima di essere fucilate. Ho letto i loro nomi incisi sul bordo della lastra di bronzo inserita in una stele di granito.

Di loro sappiamo solo che la mattina del 7 aprile 1944 erano arrivate ai forni della Tesei, nel quartiere Ostiense, per procurarsi un po’ di pane e farina per i propri figli. La città era occupata e affamata dai nazi-fascisti e quel giorno l’esercito tedesco si stava rifornendo a quei forni. La Polizia Africa Italiana, complice delle SS, le denunciò, decidendo così della loro fucilazione.

Lo storico Cesare De Simone ha trovato i loro nomi nei Mattinali della Questura di Roma: Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoiesi e Silvia Loggreolo. Racconta Padre Efisio che, quando fu chiamato per la benedizione, al muro di destra del Ponte dell’Industria il corpo di una delle dieci donne era stato gettato sulla sponda del Tevere: era giovane e bella ed era stata violentata.

A ricordo di quella brutale strage è stata posta la stele con i volti in bronzo, il 7 aprile del 2003. Se voi venite da via Ostiense, verso viale Marconi, sulla via del Porto fluviale fermatevi davanti alla lapide che si trova sulla destra del ponte. Questo non è ricordato tra i grandi monumenti di Roma, non celebra vittorie, ma ricorda a tutti la violenza della guerra e il coraggio disperato delle madri..

Michele Crocco è lo scultore del bassorilievo di bronzo che ha dato di nuovo vita agli sguardi e alle voci di quelle donne[1] .

 



[1] Il tema è stato letto il 25 aprile 2009 di fronte alla Stele di Ponte di ferro, durante l’iniziativa di Commemorazione e patrocinio della semina della cultura storica in tema di democrazia promossa dal Circolo PD Marconi, che ringraziamo.

 

 

 

Il Ponte di ferro

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
già ponte ferroviario e Ponte dell’Industria

Il Ponte di ferro (già ponte ferroviario e Ponte dell’Industria) è un ponte di epoca risorgimentale-unitaria. Fa parte del Complesso storico di Ponte di ferro.

Risale al XIX sec. La proprietà è, per quanto noto, pubblica. Il bene è funzionale: non  disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova su Via Pacinotti, snc. È visibile da strada e l'accesso è libero. Sulla riva sinistra, nel territorio dell'XI Municipio, si trova una lapide memoriale, a ricordo dell'eccidio delle dieci donne di Ponte di ferro.

 

 

L’Asilo nido Fantasia

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casa della madre e del bambino, ex ONMI Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e Infanzia

L’Asilo nido Fantasia (ex ONMI - Opera Nazionale Maternità e Infanzia) è un edificio scolastico edificato nel 1939, sito in via Volpato, 20, a Marconi.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e funzionale; è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Sovrintendenza comunale ai Beni Culturali (scheda inventariale presso l’Ente).

 

 

La Scuola Pascoli

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Scuola Pascoli

La Scuola Pascoli (Palazzina degli Uffici, Portineria, Nursery, Refettorio, alloggi dei dirigenti, poi Scuola) è un edificio scolastico, già fabbrica dismessa, di epoca risorgimentale-unitaria. Fa parte del Complesso storico della Mira Lanza.

Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo bene. Non  disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova tra Via Pacinotti e via Pierantoni. È visibile da strada. Per visite rivolgersi al dirigente scolastico dell’Istituto. Per saperne di più: Roberto Banchini, Scheda inventariale n. 970903 - Sopr. BBAA e Paesaggio Roma. Catalogo di Sara Isgrò.

 

 

Scuola Pascoli, primi in igiene

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Scuola Pascoli

Correva l'anno 1928. Gli alunni della scuola rurale della Magliana eccellono nella lettura, nel far di conto, ma soprattutto nell’igiene personale, con la quale si proteggono dalle febbri malariche. L'insegnante Fedra Angelelli li iscrive alle gare d’igiene del Governatorato, e, con grande stupore, la sua classe IV si piazza prima su tutta Roma.

Un anno più tardi il Governatore Francesco Boncompagni-Ludovisi decide di scrivere alla maestra della Magliana, e le conferisce lo speciale diploma (su pergamena cm 50 x 34, con firma autografa dello stesso governatore), che potete vedere in foto e che Rivaportuense ha acquisito nella sua Collezione.

Il testo, sormontato da tre corone d’alloro, il fascio littorio e l’epigrafe S.P.Q.R., recita:

“Gare d’Igiene anno scolastico 1927-28. Diploma di I° premio conferito all’insegnante sig.[ra] Angelelli Fedra della classe IV - Scuola Magliana, distintasi nella gara fra le scuole elementari rurali del Governatorato. Dal Campidoglio, il 21 aprile 1929, anno VII. Il Governatore Francesco Boncompagni Ludovisi”.

 

 

Caproni, maestro senza metodo

di Pamela Di Lodovico e Antonello Anappo

 

 

 
 
Giorgio Caproni, maestro alla Scuola Pascoli

Un convegno ricorda in questi giorni Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario.

Caproni nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia. Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina.

Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l’adesione al Partito Socialista.

Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: « Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità ». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida.

Negli Anni Cinquanta collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali - tra cui Pratolini, Cassola e Fortini - ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: « È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di ‘non insegnare’, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee ». Il 1959 è l’anno di Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti - Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza - con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga.

Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: « Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ».

Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini. Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un « maestro senza metodo ». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: « Ero la disperazione dei direttori didattici! ».

Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: « Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti? ». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma.

Il libro Feci il maestro per caso, di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, rilegge gli appunti di Caproni in oltre 30 registri e si interroga, raccogliendo gli insegnamenti del Maestro, sulle sfide della scuola attuale. La biblioteca personale del poeta e materiali del Fondo Caproni sono oggi alla Biblioteca di via Cardano.

 

 

I Molini Biondi

di Andrea Di Mario e Antonello Anappo

 

 

 
 
I Molini Biondi

I Molini Biondi sono un complesso produttivo dei Primi del Novecento, oggi adibito a centro residenziale e commerciale.

Nel 1905 la Società Italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze rileva il preesistente Mulino Städlin (di modeste dimensioni, costruito nel 1885 nella Vigna Costa a ridosso del Ponte dell’Industria), per ampliare il suo mercato alla Capitale italiana, in continuo incremento demografico e con sempre crescenti esigenze alimentari. La scelta del sito privilegia la vicinanza al Tevere e alla ferrovia, vie di collegamento veloci ed efficienti per l’approvvigionamento delle materie prime (i cereali) e la distribuzione del prodotto finito (le farine in sacchi). I lavori di elevazione e ampliamento, diretti dall’ingegner Antonio Fiory, si protraggono fino al 1907. Negli anni successivi la costruzione del nuovo tracciato ferroviario determina un esproprio di 6 ettari di terreno; la trasformazione del Ponte dell’Industria in strada carrabile (l’odierna via Antonio Pacinotti) modifica gli accessi e ridisegna i raccordi con la rete ferroviaria nazionale.

La strutture hanno l’aspetto architettonico dei caseggiati industriali nord-europei. Il corpo principale, lungo 62 m e alto 28, presenta quattro ordini sovrapposti di finestre rettangolari, con partiture di mattoni a vista. Internamente i vari piani - divisi da solai sostenuti da colonnine in ghisa - ospitano le motrici a vapore, i trasformatori per l’energia elettrica, gli impianti per la macinazione del grano e la raffinazione delle farine, e grandi silos di stoccaggio. Un edificio adibito ad uffici e la palazzina degli alloggi degli operai completano la struttura.

Lo stabilimento cessa le attività intorno alla metà del Secolo scorso. A partire dal 2000 il complesso, rilevato da privati, è stato ristrutturato, lasciando intatti i prospetti e ricavandovi all’interno appartamenti e negozi.

 

 

Gesù Divino Lavoratore

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Chiesa del Gesù Divino Lavoratore

Gesù Divino Lavoratore è una chiesa parrocchiale, realizzata dall’architetto Raffaele Fagnoni tra il 24 marzo 1955 (prima pietra) e il 15 maggio 1960 (consacrazione).

La struttura a pianta ellittica è in cemento armato, con i setti di nervatura a vista e disposti radialmente a sostenere la cupola. « La spazialità avvolgente - scrive lo studioso Massimo Alemanno -, che riesce a coinvolgere visivamente lo spettatore, e il ricorso alla pianta centrale con la cupola nervata impostata sulla pianta ellittica, rimandano ad una tradizione barocca, reinterpretata secondo le esperienze dell’architettura moderna ». Una scala in marmi rosa e bianchi conduce al presbiterio, leggermente sopraelevato. L’altare ha come fondale un pannello in tessere dorate, a sostegno della croce.

Esternamente, l’edificio sacro è rivestito di mattoni di tufo rossi ed è cinto da una fascia di vetri policromi. Separato dall’edificio si trova il campanile. Alla parrocchia sono annessi la Polisportiva, l’istituto religioso femminile Missionarie della Dottrina cristiana e la scuola materna Angiola Maria Migliavacca.

Dal 22 aprile 1969 la parrocchia è assegnataria - su decreto di Paolo VI - del titolo cardinalizio di Gesù Divin Lavoratore. A seguito della ridefinizione dei confini operata nel 1991, la parrocchia cura oggi circa trentamila anime.

 

 

Il gioco del Trigon

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Affresco dei Campi elisi (particolare). Il gioco del Trigon, antenato della moderna pallavolo

Il trigon è un gioco sportivo, assai popolare nella Roma imperiale, simile allo sphaeristerium (il gioco della palla). La sua rappresentazione più antica è contenuta nella Scena dei Campi Elisi nella Tomba affrescata di via Majorana.

Tre giovani imberbi dalle tuniche variopinte, disposti ai vertici di un triangolo, con il braccio destro alzato colpiscono la pila trigonalis, una palla dura realizzata con un sacco di pelle conciata, imbottito di sabbia o sassolini. Manca una partizione in squadre: l’obiettivo comune è mantenere la sfera sospesa in aria il più a lungo possibile, finché, compiuta una sequenza di palleggi, uno dei giocatori vi pone termine, probabilmente con un lancio.

Purtroppo non si conoscono le regole esatte, sebbene in epoca moderna siano state suggerite varie ricostruzioni. Diffuso, nelle scuole italiane, è un gioco assai simile chiamato schiacciasette, sorta di trigon a più giocatori che prende a prestito le regole mancanti dalla pallavolo.

I Romani conoscevano numerosi giochi con la palla. Nel pulverulentus in grandi spazi sterrati gli adolescenti maschi si contendevano una palla dura, l’harpastum, per scagliarla nel settore avversario. Ai bambini di entrambi i sessi erano graditi i palleggi con una grande sfera leggera, la paganica, riempita delle piume di animali da cortile. Esisteva anche un grande pallone gonfiato d’aria, il follis: gli adulti vi giocavano nelle terme al ludere expulsim (“alla respinta”). Ma il follis era un lusso davvero per pochi: nella Tomba di via Majorana per rappresentare la beatitudine dei Campi Elisi bastava una pila trigonalis.

 

 

La Rectaflex

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Gli stabilimenti Rectaflex

La Rectaflex è una palazzina del 1949, sede della breve esperienza produttiva delle macchine fotografiche Rectaflex.

La compagine societaria si costituisce sul finire del 1946 - con amministratore Telemaco Corsi e stabilimenti provvisori nelle Officine SARA -, con lo scopo di produrre, partendo da brevetti dello stesso Corsi, la prima fotocamera italiana di tipo reflex, nei modelli Standard, 1000 e 2000. Nel 1948 un finanziamento della CISA di 300.000.000 di lire permette la costruzione della nuova palazzina di 4 piani, strutturata secondo i principi di Walter Gropius, con piani open-space e finestre a parete rivolte ad est.

Nella palazzina trovano posto 6 reparti (Fresatura; Tornitura; Montaggio; Accessori; Collaudo semilavorati; Collaudo finale), oltre all’attrezzeria, i servizi e la mensa. Nelle vecchie strutture SARA vengono alloggiati i 2 reparti meno puliti (Galvanica e Verniciatura) e i magazzini. La Direzione e gli uffici dei disegnatori rimangono nella palazzina centrale della SARA. La produzione in serie inizia nel gennaio 1949. Si produrranno i modelli 3000, 4000 Duo-focus, Junior (classe economica), 16.000, Rotor (a obiettivi graduabili), 25.000, 30.000 e vasi modelli Special. Per testare la Gold (la reflex d’oro) verrà in visita, nel 1952, Papa Pio XII.

In quel periodo la rivalità fra l’amministratore Corsi e il responsabile commerciale Baume segna una fase di crisi societaria, seguita dal fallimento dell’accordo con il Governo americano per la fornitura di 30.000 apparecchi fotografici e dalla successiva messa in liquidazione della fabbrica (1955). I nuovi proprietari, gli svizzeri della Contina, trasferiscono la produzione nel Principato del Liechtenstein: il modello 40.000, tuttavia, non vedrà mai la luce. Lo stabilimento romano, dopo una fase di abbadono, diventa negli anni Settanta Istituto tecnico Marconi ed è oggi sede del Centro polivalente di quartiere e della Biblioteca.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Terme di Pozzo Pantaleo

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

 

 

Credits:

On line dal 30/03/2010, 1374 letture.