L’Annunciazione
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: L’Annunciazione - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Salone delle Muse - La Magliana di Papa Giulio - L’Eterno Padre Benedicente - 1517, intrigo alla Magliana - La vendetta di Papa Leone - La Magliana della decadenza - La Tomba dei Dipinti - Dike e l’Età dell’oro - Michele contro il Drago - L’Ala Sangallo - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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L’Annunciazione di Antonello Anappo
Giovanbattista Caporali (1476-1560) dipinge fra il 1517 e il 1520 l’affresco della “Annunciazione”, nella Cappella del Bramante. La scena, divisa in due campi da una finestra, riprende i versi I, 26-38 del Vangelo di Luca, in cui l’angelo Gabriele annuncia alla Santa Vergine il miracoloso concepimento del Redentore. L’ambientazione rinascimentale umbra contiene i personaggi in un cortile dal lastrico geometrico, sullo sfondo di un delicato paesaggio rurale. Nel campo di sinistra Gabriele saluta la Vergine deferentemente inginocchiato: “Ave, o Maria, il Signore è con te. Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio. Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”. L’angelo vince l’iniziale turbamento di Maria rassicurandola del favore divino e annunciandole la gravidanza della cugina Elisabetta, in attesa di Giovanni Battista. Nel campo di destra la Vergine apre le braccia in segno di umile adesione: “Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto di me quello che dici”. La dottrina colloca in questo momento la discesa salvifica del dio-uomo sulla Terra, festeggiata il 25 marzo. L’attribuzione al Caporali risale alla studiosa Fausta Gualdi-Sabatini, cui si deve anche il ritrovamento dell’Annunciazione, nella Cappella Grassi dell’Opera Don Guanella di Lora (Como). Caporali si divise tra architettura e pittura. Allievo del Perugino dal 1509, seguì le orme dei grandi del tempo: Giulio Romano, Sangallo e Bramante”. |
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Il Salone delle Muse di Antonello Anappo
Il salone d’onore o “Sala delle Muse” era il luogo di ricevimento ufficiale del Castello della Magliana, ritrovo tra il 1513 e il 1521 del cenacolo letterario di papa Leone X Medici, cui presero parte Raffaello, Michelangelo, Bramante, Machiavelli e Guicciardini. L’impianto architettonico rettangolare risale al Sangallo, su commissione del cardinale Alidosi da Pavia, il cui titolo “F. card. papiensis” compare sull’architrave d’ingresso. Alidosi riesce a completare lo scalone (con una Madonna del Perugino, oggi scomparsa), la loggia, il camino monumentale con dedica a Papa Giulio e i pavimenti in maiolica con i colori dei Della Rovere, ma la sala ha ancora l’aspetto di uno stanzone vuoto. Papa Leone X prosegue i lavori, trasformandola in una cassa armonica da teatro, dall’acustica perfetta grazie alla sopraelevazione del tetto e ai controsoffitti avvolgenti con lacunari in legno. Leone X fa affrescare le pareti, con un fregio di alloro, aquile e gigli medicei che incorniciano un paesaggio agreste, in cui compaiono le superbe figure mitologiche di Apollo e le Muse, opera di Gerino Gerini. I quadranti di Apollo e delle Muse sono state distaccati nel 1869. Si trovano oggi a Palazzo Braschi. |
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La Magliana di Papa Giulio di Antonello Anappo
Pubblichiamo, grazie all’alto contributo del Museo del Louvre di Parigi, il racconto di viaggio al Castello della Magliana del critico d’arte A. Gruyer (1873).
Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana! I terreni circostanti sono insalubri e paludosi ma riccamente forniti di selvaggina; è qui che i papi del Quindicesimo e Sedicesimo secolo tenevano le loro battute venatorie. Giacomo Volterrano racconta della gran caccia del 1480, in onore del duca Ernesto di Sassonia e Lawenbourg, presente Girolamo Riario nipote di Sisto IV (Muratori, Scrip. Rer. Italic., tomo XXIII, p. 104). Nel suo racconto si cita a più riprese il fiume Magliano ma neanche una volta si fa cenno alla presenza di un Castello. Ne deduciamo, pertanto, che all’epoca nella contrada della Magliana non fosse ancora presente alcun edificio significativo. Fu in effetti Innocenzo VIII (1484-1492) a costruire il primitivo palazzetto della Magliana. Poi venne Alessandro VI (1492-1503), senza lasciarvi traccia. Fu Giulio II (1503-1543) che gli diede proporzioni grandiose, e chiamò a raccolta tutte le arti per farne una dimora degna di un papa. I pittori, di scuola perugina, decorarono le camere con affreschi, molti dei quali sopravvivono ancora oggi. Giulio II elesse la Magliana come luogo di predilezione e, affinché nessuno tra i posteri potesse dubitarne, volle che il suo nome fosse ripetuto su tutte le finestre dei nuovi corpi di fabbrica, la cui costruzione si fa risalire a Giuliano da San Gallo. Orbene, ad una dimora papale non poteva mancare una cappella. Essa fu ricavata negli appartamenti al pianterreno, e consacrata a San Giovanni Battista. Il cardinale Francesco Alidosi, incaricato di sovrintendere alla sua decorazione, lasciò questa iscrizione sulla porta d’ingresso: F. CAR. PAPIEN. JVLII II P. M. ALVMNVS (Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Giulio II Pontefice Massimo). Alidosi, nominato arcivescovo delle Terre bolognesi nel 1503, e cardinale di Santa Cecilia nel 1505, aveva assunto il titolo di alumnus proprio in allusione al favore di cui godeva presso Papa Giulio. E andò oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice, rivestendo il pavimento della cappella di tessere in cotto smaltato, sulle quali campeggiavano, alternativamente, le sue insegne e il suo nome, e le insegne e il nome del papa (le armi di Giulio II raffiguravano in un giogo; quelle dell’Alidosi un’aquila ad ali spiegate). Dimenticava però che l’aquila degli Alidosi doveva passare con umiltà sotto il giogo dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo. E fu quello che accadde quando il cardinale di Santa Cecilia si vide negare il titolo di principe di Imola, che già era appartenuto ai suoi antenati. Forse l’Alidosi si rivoltò contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d’Urbino condivideva il comando, furono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla è sicuro sull’argomento, se non che tempo prima, aveva già tradito Alessandro VI. Fatto sta che lo accusarono di un nuovo tradimento. Appena giunse a Ravenna da Giulio II che attendeva le sue giustificazioni, fu pugnalato in pieno giorno e in piena strada da Francesco Maria della Rovere, lo stesso su cui l’Alidosi aveva ribaltato la responsabilità della disfatta militare. Il nome dell’Alidosi, tuttavia, dimora ancora alla Magliana e nella Cappella, inseparabile da quello di Giulio II. Gli affreschi della Annunciazione e della Visitazione, dipinta sui due lati dell’unica finestra, stanno a dichiarare ancora oggi quali abili mani il cardinale di Santa Cecilia abbia utilizzato. Fu probabilmente lo Spagna, uno dei più famosi allievi del Perugino, ad eseguire quei dipinti. Quanto alla loro data, non è possibile individuarla con precisione. La morte violenta dell’Alidosi avvenne nel 1511: possiamo solo dire che gli affreschi affidati alla sua cura precedono tale data. E se Giulio II ha ben amato la sua Magliana, il suo successore papa Leone X Medici l’ha amata ancora di più, legandosene con una passione tra le più intense e viscerali: Papa Giulio vi aveva chiamato a lavorare la scuola del Perugino; Leone vi chiamò addirittura Raffaello! Nella Cappella del Battista, dove lo Spagna aveva dipinto affreschi senza una propria fisionomia, Raffaello ha lasciato i tipi di perfezione che appartengono a lui e solo a lui: nella volta che sovrasta l’altare, ha dipinto l’Eterno padre benedicente, in mezzo ad una processione di angeli e cherubini; nella verticale dell’arco della navata ha lasciato il Martirio di Santa Cecilia.
Testo francese Sortons de Rome par la Porta Portese et engageons-nous dans la vallée du Tibre sur la route de Fiumicino; après un parcours de six milles environ, arrêtons-nous et regardons du côté du fleuve; nous verrons, presque à notre portée, au premier plan de cette campagne dont les horizons s’étendent jusqu’aux montagnes du Latium et de la Sabine, un édifice, ou plutôt une réunion d’édifices quasi abandonnés, qui ne constituent ni un château ni une ferme, mais qui présentent encore les apparences de la grandeur. Une cour rectangulaire, entourée de murailles à créneaux guelfes, précède les bâtiments de différentes époques et d’inégale hauteur; une porte monumentale, surmontée d’un arc en plein cintre et flanquée de colonnes, donne accès dans cette cour; un pont, jeté sur le Magliano, conduit à cette porte; le seuil une fois franchi, on se trouve en pleine Renaissance, on est dans la Magliana. Les terres environnantes soin malsaines et marécageuses, mais abondamment fournies de gibier; les papes du XVe et du XVIe siècle avaient là leur rendez-vous de chasse. Giacomo Volterrano raconte une grande chasse dont Girolamo Riario, neveu de Sixte IV, fit les honneurs au duc Ernest de Saxe-Lawenbourg, en 1480 (in nota: Muratori, Scrip. rer. Italic., t. XXIII, p. 104). Dans cette narration, il est à plusieurs reprises parlé du Magliano, mais il n’est dit mot de la Magliana. Donc aucune construction ne se voyait alors dans cette contrée. Ce fut, en effet, Innocent VIII (1484-1492) qui bâtit le casino primitif. Alexandre VI vint ensuite (1492-1503) et n’y ajouta rien de notable. Mais Jules II (1503-1543) lui donna des proportions presque grandioses, et appela tous les arts à son aide pour en faire une résidence digne d’un pape. Des peintres de l’école de Pérouse décorèrent les chambres de fresques, dont plusieurs subsistent encore aujourd’hui. Jules II adopta la Magliana comme un séjour de prédilection, et, afin que la postérité n’en pût douter, il voulut que son nom fût répété au-dessus de toutes les fenêtres des bâtiments qu’il fit élever (in nota: On attribue à Giuliano da San Gallo les constructions que Jules II fit faire à la Magliana). Or, à une résidence pontificale il fallait une chapelle. Cette chapelle fu ménagée dans les appartements du rez-de-chaussée; elle fut dédiée à saint Jean-Baptiste. Et le cardinal Francesco Alidossi, chargé de présider à sa décoration, fit graver cette inscription sur la porte: F. CAR. PAPIEN. JVLII. II. P. M. ALVMNVS. Alidossi, nommé archevêque e Bologne en 1503 et cardinal de Sainte-Cécile en 1505, prenait la qualification d’Alumnus par allusion à la faveur dont il jouissait alors auprès de Jules II. Il fit plus: il se mit presque sur le pied de l’égalité avec le pontife, en revêtant le sol de la chapelle de briques émaillées sur lesquelles on voyait alternativement ses armes et son nom, les armes et le nom du pape. Il oubliait le joug des la Rovere, sous lequel l’aigle des Alidossi devait passer avec humilité, à peine d’être arrêté dans son vol (in nota: Les armes de Jules II se composaient d’un joug; les armes du cardinal Alidossi portaient un aigle aux ailes éployées). Le cardinal de Sainte-Cécile se vit, en effet, refuser le titre de prince d’Imola qu’avaient porté ses ancêtres. Se tourna-t-il alors contre Jules II du côté de la France? Était-il vendu à Louis XII, quand les armées pontificales, dont il partageait le commandement avec le duc d’Urbin, furent battues par les troupes vénitiennes? Rien n’est certain à cet égard. Il avait trahi jadis Alexandre VI, on l’accusa d’une nouvelle trahison; et, comme il arrivait à Ravenne pour se justifier auprès du pape, il fut poignardé en plein jour et en pleine rue par Francesco Maria della Rovere sur lequel il avait rejeté la responsabilité de la défaite. Son nom n’en demeure pas moins inséparable de celui de Jules II dans la chapelle de la Magliana. Les fresques de l’Annonciation et de la Visitation, peintes de chaque côté de l’unique fenétre, disent encore quelles mains habiles le cardinal de Sainte-Cécile avait employées. Un des plus renommés parmi les élèves de Pérugin, Spagna probablement, avait exécuté ces peintures. Quant à leur date, il est impossible de la préciser. Le meurtre d’Alidossi ayant eu lieu en 1511, on peut dire seulement que les fresques confiées à la surveillance du cardinal sont antérieures à cette date. Si Jules II avait beaucoup aimé sa Magliana, Léon X l’aima plus encore et la fit sienne aussi par des liens plus intimes et plus forts. Jules II y avait attiré l’école de Pérugin, Léon X y appela Raphaël. Dans cette chapelle, où Spagna peut-être avait peint des fresques sans physionomie propre, Raphaël a laissé des types de perfection qui n’appartiennent qu’à lui. A la voûte qui surmonte l’autel, il a montré l’Éternel bénissant le monde au milieu d’un cortège d’anges et de chérubins; dans un des arcs verticaux de la nef, il avait représenté le martyre de sainte Cécile.
Si ringrazia il Musée du Louvre di Parigi - Direction de la politique des publics et de l'éducation artistique - Médiathèque, per le preziose documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo. |
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L’Eterno Padre Benedicente di Antonello Anappo
L’Eterno Padre Benedicente è un affresco per lungo tempo attribuito a Raffaello Sanzio (Urbino 1483 - Roma 1520), oggi conservato al Museo del Louvre e conosciuto come Le Père Eternel Bénissant o Fresque de la Magliana. L’opera decorava la curva absidale della Cappella del Battista al Castello della Magliana e ha forma di un quarto di sfera (diametro cm 283, altezza 140). Al centro, la figura maestosa del Dio-Padre emerge all’impiedi da uno strato di nuvole, evocative della volta celeste; lo sguardo benevolo è rivolto in basso, verso la Terra, e la mano destra è levata nell’atto di benedire l’umanità, rinnovando l’alleanza tra il Padre e i suoi figli. La figura del Padre è circondata da un arco dorato a forma di mandorla con una schiera di 7 putti alati; all’esterno due figure di angeli offerenti. L’opera, pensata dal cardinal Alidosi per Michelangelo, viene messa in cantiere da papa Leone X Medici tra il 1517 e il 1520, affidandola ad Allievi di Raffaello. Tre secoli e mezzo dopo (1858) le Monache di Santa Cecilia distaccano l’affresco, impegnandolo al Monte di Pietà. L’opera viene venduta per 5000 franchi e, anni dopo (1873), acquistata dallo Stato Francese per la somma da capogiro di 207.500 franchi. Le polemiche sul prezzo e la genuinità dell’opera furono immediate e forti. Il critico Gruyer confermò l’attribuzione “al genio potente di Raffaello”. Ma lo Gnoli parlò di “una povera cosa, difettosa nel disegno, con scorci falsi, tinte tenui e diluite, che ricorda l’arte giovanile di Perino del Vaga”. Un contributo venne nel 1913 dal ritrovamento di un bozzetto della figura del Dio-Padre, attribuibile con buona certezza alla mano del Maestro. Cavalcaselle scrisse allora: “Il solo Spagna poteva condurre in tal modo un dipinto su disegno di Raffaello”. Altri ancora parlarono di Pellegrino da Modena. Una elaborazione dell’Eterno Padre Benedicente è stata realizzata in smalto da Paul Balze e decora oggi la corte interna dell’Ecole des Beaux-artes di Parigi. |
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1517, intrigo alla Magliana di Antonello Anappo
Nella primavera 1517 avrebbe dovuto consumarsi alla Magliana un efferato delitto, maturato negli ambienti del Sacro collegio, sotto la guida del cardinale decano Raffaele Riario e di Alfonso Petrucci da Siena. Il cardinal Petrucci - riferisce lo storico Guicciardini - nutre verso la vittima designata, Papa Leone X Medici, un incolmabile rancore, fin da quando alla morte di suo padre Pandolfo Petrucci, signore di Siena, il pontefice aveva messo la città sotto protettorato. Petrucci, « ardendo di odio e quasi ridotto in disperazione, aveva avuto pensieri di offenderlo violentemente con l’armi », ma alla fine la vendetta prende la strada sottile dell’intrigo rinascimentale. Papa Leone, prossimo come ogni anno alla partenza primaverile per la Magliana, è infatti colto da un imbarazzante doloretto alle parti basse (una fistola « in ima sede », dice Guicciardini). E Petrucci, venutolo a sapere, è deciso a somministrargli una medicina avvelenata, tramite Mastro Battista da Vercelli, « famoso chirurgo e molto intrinseco suo ». Mastro Battista in verità è, sì, famoso, ma il suo passato non è dei più limpidi: cavadenti (dentista), medico di cataratte, mal della pietra (calcoli renali) e mal francioso (sifilide), bandito da Venezia, era stato accolto a Siena con pubblici onori. L’umanista Paolo Giovio descrive Mastro Battista come « impurus, crudelis, fallacissimus » (sporco, crudele e gran bugiardo), ma dotato di « ingenio expedito et singularis digitorum argutia » (intelletto brillante e mani d’oro). Dei necessari appoggi a corte si occupa il cardinal Raffaele Riario, da sempre tessitore di congiure e avversario dei Medici fin dai tempi della congiura dei Pazzi. Riario prepara la strada a Mastro Battista facendo licenziare il medico papale Jacopo da Brescia. |
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La vendetta di Papa Leone di Antonello Anappo
L’incontro fra Papa Leone e il nuovo dottore, Mastro Battista da Vercelli, avviene a inizio giugno 1517, probabilmente già alla Magliana, dove il pontefice trascorre la bella stagione. Papa Leone è afflitto da un terribile dolore al fondo schiena, ma Papa Leone non si fida affatto. Adducendo una « salutari quadam verecundia » (un certo salutare pudore) rifiuta di mostrargli la parte dolente, e sguinzaglia le spie. Viene così a sapere, intercettando una lettera cifrata, che è in atto una congiura per avvelenarlo. Aiutato dal procuratore fiscale Mario da Perusco Papa Leone dà il via alla raffinata rinascimentale vendetta. Invia una lettera amichevole al cardinale Alfonso Petrucci, capo dei congiurati, invitandolo a Roma, e spedisce Mastro Battista verso Firenze, a curare un caso di sifilide. Giunto a Roma, Petrucci finisce direttamente a Castel Sant’Angelo e viene strangolato dal Moro Rolando, non prima però di aver fatto i nomi di tutti i congiurati. Il 22 giugno i porporati Riario, Sauli, Volterrano e Castellanese sono spogliati della dignità cardinalizia, mentre Mastro Battista, ricondotto a Roma, viene torturato e squartato vivo. Il 24 agosto per i 13 congiurati arriva il perdono: Papa Leone concede a tutti la gratia sub condicione, cioè un’indulgenza a pagamento. Per Riario il prezzo è altissimo: deve consegnare il suo sfarzoso palazzo urbano, appena completato dal Bramante, che diventa da allora sede della Cancelleria papale. Alcuni autori moderni (L. Gualino e R. Bettica-Giovannini) sostengono con documenti d’archivio l’innocenza di Mastro Battista. Di certo la congiura fu per Papa Leone un gigantesco e provvidenziale affare. |
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La Magliana della decadenza di Antonello Anappo
Estratto da “Raphaël à Magliana”, di A. Gruyer (1873).
Il Seicento aprì il Papato ad un’era di declino e di sudditanza politica, e relegò il Castello della Magliana in un ruolo di maggiore austerità. Impossibilitati ormai a fare la guerra, i papi smisero di colpo anche di andare a caccia. In breve, la Magliana non ebbe più ragione di esistere! Da Clemente VIII in poi la tenuta cominciò anche ad essere trascurata dal punto di vista agricolo; meno di un secolo dopo l’abbandono fu completo. Così completo che la Camera Apostolica ne alienò la proprietà alle Monache di Santa Cecilia. E da allora la rovina regnò sovrana. La Magliana, divenuta per il Convento d’Oltretevere una comune proprietà di campagna, fu consegnata ai fattori, che non si diedero alcuna cura dei beni improduttivi. La decadenza si consumò senza destare la benché minima preoccupazione. Si continuò - solamente - ad officiare la messa nell’antica cappella papale. Orbene, chi avrebbe dovuto fare da guardiano ai dipinti contenuti nella Cappella, fu per uno di essi causa di definitiva rovina. Parliamo del fattore Vitelli, titolare di un banco riservato all’interno della Cappella: nel 1830, per accedervi direttamente senza dover mischiarsi con il personale agricolo di rango inferiore, si fece aprire una porta dai suoi appartamenti alla Cappella, bucando l’affresco del Martirio di S. Cecilia. Più tardi furono le stesse monache che - avendo bisogno di denaro e pensando a ragione che i lacerti degli affreschi di Raffaello valessero una fortuna - li fecero distaccare e portare su tela, per impegnarli al Monte di Pietà di Roma. Qui ho avuto modo di esaminarli personalmente, nel 1858. Dal Monte di Pietà, dove rimasero all’incirca un anno, i dipinti vennero spostati in una delle anticamere della Basilica di Santa Cecilia in Trastevere. Nel 1869, infine, il signor L. Oudry comprò i dipinti di Raffaello e li portò in Francia, attraverso mille difficoltà doganali e logistiche. Al prezzo di quali sacrifici si compirono tutte queste peregrinazioni? Lo stato attuale di questi dipinti ce lo dice con fin troppa evidenza. Ma, prima di esaminare nel dettaglio lo stato rovinoso in cui il tempo e gli uomini ci hanno consegnato questi dipinti, occorre fare un passo indietro. Solo per un momento, dobbiamo tornare alla Magliana del Cinquecento, alle splendide meraviglie di cui abbiamo raccontato. In mezzo a questa campagna dalle dolci increspature di una così austera armonia rimettiamo al suo posto la bella e calma architettura del San Gallo, intatta e senza alterazioni. Restituiamo ai terreni intorno al Castello le ombreggiature di alberi oggi scomparsi. Torniamo ad ascoltare, dalla corte interna, il brusio delle acque di fonte, e ripercorriamo gli stessi passi di Papa Leone Medici. Rimettiamo al loro posto, nelle camere, tutti i dipinti. Restituiamo alle colonne tutti i loro arabeschi. Rimettiamo insomma, ciascuno al suo posto, gli elementi che diedero vita a questa meraviglia. Arriviamo persino a figurarci la presenza fisica di quegli uomini del passato, così forti nel carattere, così brillanti nella mente, così pomposi nei titoli nobiliari. Compenetriamoci insomma dell’atmosfera morale e dell’esprit du temps, della sua ingenuità, delle sue passioni, delle sue convinzioni e del suo amore per la bellezza spinta fin quasi alla superstizione. Ecco, mentre i moti dell’animo ci turbano, da fuori entriamo nella piccola cappella, dove stretti intorno al Papa rivediamo i più alti dignitari della Curia e della nobiltà romana. Soprattutto, restituiamo a questa cappella i due affreschi di Raffaello, rivestendoli della loro primitiva grazia, la loro originale freschezza, la loro intatta bellezza… Dopo esserci lasciati rapire da questa visione del passato, ecco… ora, solo ora, apriamo gli occhi alla realtà di oggi! Cadremo dall’alto in basso. Ma saremo in grado, dalla certezza di ciò che è, ricostruire ciò che fu. Testo francese Si les beaux jours… j’allais dire les grands jours de la Magliana… étaient passés avec Jules II, Léon X et Raphaël, l’attrait de cette résidence devait, jusqu’à la fin du XVIe siècle, solliciter encore la faveur et l’émulation des papes. Pie IV (1559-1565) y fit quelques additions qu’il marqua de ses armes; la charmante fontaine de la cour date de son pontificat. Sixte-Quint (1585-1590) fit peindre aussi quelques chambres restées sans décoration. La Renaissance, jusqu’aux extrêmes limites de sa décadence, a donc laissé des traces profondes dans ce lieu tout à la fois profane et recueilli, cher pendant plus de cent ans à une succession de vingt papes... Le XVIIe siècle, en ouvrant à la papauté une ère d’abaissement et de dépendance politiques, la contraignit à une plus grande apparence d’austérité. Les papes, mis désormais dans l’impossibilité de faire la guerre, renoncèrent du même coup au plaisir de la chasse, et la Magliana n’eut plus de raison d’être. Aussi, à partir de Clément VIII, commença-t-elle à être délaissée. Moins d’un siècle après, l’abandon fut complet. Si complet que la Chambre pontificale se déchargea de la propriété entre les mains des religieuses de Sainte-Cécile. Dès lors, la ruine se mit de la partie. La Magliana, devenue pour le couvent du Trastevere une simple propriété de campagne, fut abandonnée à des fermiers qui ne prirent nul souci des choses improductives, et la dégradation se fit sans éveiller la moindre sollicitude. Cependant, on continua jusqu’à nos jours à dire la messe dans l’ancienne chapelle papale. Or, ce qui aurait dû préserver les peintures de cette chapelle fut, pour l’une d’elles, la cause d’une ruine définitive. En 1830, le fermier Vitelli, ne voulant point être mélé à ses domestiques, se donna le luxe d’une tribune spéciale, et, pour arriver à sa tribune, fit percer une porte au beau milieu du Martyre de sainte Cécile. Plus tard, les religieuses elles-mêmes, ayant besoin d’argent et pensant avec raison avoir un trésor dans ce qui leur restait des fresques de Raphaël, les firent transporter sur toile pour les engager au Mont-de-piété, où nous les avons vues à Rome en 1858. Du Mont-de-piété, où elles restèrent près d’un an, elles allèrent dans une des salles d’entrée de la basilique de Sainte-Cécile in Trastevere. En 1869, enfin, M. L. Oudry en fit l’acquisition et les apporta en France à travers mille difficultés de douane et de transport. Au prix de quels sacrifices se firent toutes ces pérégrinations? L’état actuel de ces peintures le dit avec trop d’évidence. Mais, avant de regarder la ruine, telle que l’ont faite le temps et les hommes, reportons-nous un moment par la pensée vers cette Magliana du XVIe siècle, toute resplendissante de tant de merveilles fraîchement écloses. Au milieu de cette campagne aux ondulations d’une si austère harmonie, représentons nous la belle et calme architecture, intacte et sans altérations, d’un architecte tel que San Gallo. Restituons, aux alentours de la villa, les ombrages qui ne sont plus. Ecoutons, dans les cours, le bruit des eaux jaillissantes amenées par Léon X. Replaçons dans les chambres toutes les peintures, sur les pilastres toutes les arabesques. Figurons-nous les vrais maîtres de tous ces enchantements. Revoyons en imagination tous ces personnages, si remarquables par le caractère, si brillants par le costume, si pompeux par le titre. Pénétrons-nous de l’atmosphère morale et de l’esprit du temps, de sa naïveté, de ses passions, de ses croyances et de son amour du beau poussé jusqu’à la superstition. Tandis que les meutes s’impatientent au dehors, entrons dans la petite chapelle où se pressent autour du pape les plus hauts dignitaires de la Chambre apostolique et de la noblesse romaine. Rendons surtout à cette chapelle les deux fresques de Raphaël en les parant de leur grâce native, de leur fraîcheur originelle, de leur beauté première... Après nous être laissé ravir par cette vision du passé, rouvrons les yeux à la réalité contemporaine; nous tomberons de haut, mais nous saurons, à l’aide de ce qui est, reconstituer ce qui fut.
Si ringrazia il Musée du Louvre di Parigi - Direction de la politique des publics et de l'éducation artistique - Médiathèque, per le preziose documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo. |
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La Tomba dei Dipinti di Antonello Anappo
La Tomba affrescata di via Q. Majorana è un sepolcro a camera di epoca romana, scoperto nel 1951 nella ex Raffineria Permolio. Fa parte del vasto complesso della Necropoli Portuense e risale alla prima metà del II sec. d.C. È appartenuta ad un unico nucleo familiare, benestante, con uno stuolo di ancelle e servi. Un piccolo cippo marmoreo ha restituito il nome del liberto Protus Zosimus e del suo patrono Publius Aelius; alcuni graffiti nello stucco tramandano quelli di Timius frater Horinae (fratello di Horina), Pardula anima bona (dal buon carattere), una tale Asclepia e i liberti Alexander, Philetus, Aphrodisia, Eutychia e Felicissima. La tomba è scavata nel tufo, misura 9 mq ed ha pianta grossomodo rettangolare. Presentava 26 nicchie per le urne cinerarie dei defunti (utilizzate solo in parte), 6 fosse per inumazione e 2 sarcofagi. La ricca decorazione a fresco è distribuita sulle quattro pareti e sul soffitto. I dipinti più noti sono: la Scena dei Campi Elisi, la Navicella sul fiume Lete, il Banchetto dei Giusti, i Geni delle stagioni. Compaiono sulle pareti laterali una Coppia di pavoni e una Scena di lotta tra due caproni. Nella parete frontale sono raffigurati i coniugi padroni della tomba e, in due medaglioni, i ritratti di due giovani. Il sepolcro è emerso durante la dismissione della Permolio. L’Istituto Centrale per il Restauro ha curato il taglio dal costone tufaceo e il trasporto al Museo Nazionale Romano, dove è oggi visitabile. I professori Aurigemma e Felletti-Mai vi hanno compiuto accurati studi. È stato restaurato nel 2008. |
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Dike e l’Età dell’oro di Antonello Anappo
Una figuretta a fresco nell’Ipogeo di Santa Passera attesta, nel Territorio Portuense, il culto di origine greca di Dike. Personificazione del sentimento di giustizia, Dike protegge quanti hanno subìto un torto e punisce chi si è sottratto ai tribunali degli uomini: ha una bilancia in una mano e una spada nell’altra. Il suo mito diventa popolare a Roma nel I sec. d.C., grazie alle Metamorfosi di Ovidio (I, 149). Dike - sorella di Irene (la pace) e di Eunomia (le buone leggi) - vive durante l’Età dell’Oro, un’epoca mitica in cui mortali e dèi vivono in familiarità, senza bisogno di lavorare e tracciare confini. Quando la rivolta di Giove introduce nel mondo fatica, avidità e violenza la Dea ripone la spada e abbandona gli uomini alla loro malvagità. Ovidio lo racconta con versi struggenti: « Victa iacet Pietas et Virgo caedet madentes […] terras » (La Pietà giace sconfitta e Dike fugge dalla terra insanguinata). Il culto della dea consiste in preghiere rituali per invocarne il ritorno, che avrebbe coinciso con una nuova Età dell’Oro. Ma Dike, dal malinconico Cielo della Vergine in cui risiede, lascia cadere ogni appello, e osserva muta le vicende umane. Nell’Ipogeo figurano altre due immaginette - un volatile ad ali spiegate (l’anima libera dai legami corporei) e un lottatore ignudo - che è possibile ricomporre in un nobile messaggio allegorico: « Riposa sereno / chi ha lottato / per la giustizia ». |
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Michele contro il Drago di Antonello Anappo
Michele contro il Drago è un affresco della metà del XIII secolo, situato in posizione centrale nella curva dell’abside di Santa Passera. La scena raffigura il terribile combattimento tra angeli e demoni narrato da San Giovanni nell’Apocalisse: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo : Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli. Ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo” (vv. 12, 7-8). La rappresentazione è allegorica: il solo Michele sta a simboleggiare le schiere angeliche e il Drago morente rappresenta le turbe del Maligno, sconfitte. Di Michele sono ancora ben visibili i duri lineamenti di guerriero, le vesti, parte delle ali e la lancia con cui ha trafitto la rossa figura del Drago, agonizzante ai suoi piedi. Si ritiene che il Drago sia stato aggiunto in un secondo momento (non compare nel disegno 8936 della Collezione Dal Pozzo conservata a Windsor: al suo posto vi è una figuretta di orante inginocchiato). La tradizione vuole che tale raffigurazione del Demonio sia stata così realistica e terrificante che nel XVII secolo fu necessario coprire tutto l’affresco con un sovraddipinto, raffigurante Santa Prassede che lava i corpi dei martiri (scompaiono le ali di Michele; l’attributo del globo crociato nella mano sinistra diventa una spugna; il Drago è coperto da un recipiente per lavare i corpi sanguinolenti dei martiri). L’immagine dell’angelo guerriero e del suo sconfitto antagonista è tornata alla luce durante un restauro del 1934. |
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L’Ala Sangallo di Antonello Anappo
L’Ala Sangallo (1505-1509) è il corpo edilizio più esteso del Castello della Magliana; si sviluppa su due piani, secondo linee architettoniche di ordinata compostezza rinascimentale. La facciata esterna presenta una successione di finestre semi-crociate, le cui iscrizioni ricordano Papa Giulio II. L’antico ingresso (Entrone) si apre al centro dell’edificio, ed è costituito da un grande arco dai bordi bugnati. Di qui partiva il viale (oggi scomparso) che conduceva all’Imbarco fluviale, tra due quinte scenografiche di bosco secolare. La facciata interna replica i motivi dell’esterno ed in epoca rinascimentale era dotata di un Campaniletto, di cui rimane la base e una rampa di scale. Le stanze al pianterreno erano destinate al seguito papale, mentre la grande sala dalle volte a botte (dove oggi si tengono i corsi dell’Ospedale) era la mensa comune. Sono ancora visibili il camino monumentale (con dedica al card. Alidosi), il lavabo e i peduncoli a sostegno delle volte con lo stemma della quercia, simbolo del casato Della Rovere. Il piano nobile aveva anch’esso stanze di servizio e un grande salone destinato ai ricevimenti. Papa Leone X ristrutturerà quest’ultimo locale, facendone il superbo Salone delle Muse. |
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On line dal 07/12/2010, 668 letture.