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Innocenzo VIII, cacciatore di streghe

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Innocenzo VIII, cacciatore di streghe - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Sisto IV, primo papa della Magliana - Il Palazzetto di Innocenzo VIII - La Magliana di Papa Giulio - Giulio II, il papa terribile - L’Ala Sangallo - Il Salone delle Muse - La Magliana della decadenza - La Lupa di Roma - La Lupa, Faustolo, i Gemelli - Il Bosco sacro degli Arvali - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Innocenzo VIII, cacciatore di streghe

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Papa Innocenzo VIII, incisione (part.)

Giovan Battista Cybo è papa dal 1484 al 1492, con il nome di Innocenzo VIII. È l’ultimo papa medievale: insegue fattucchiere, eretici e umanisti, non gli interessa di abbellire Roma, non muove guerra a nessuno.

Cybo nasce a Genova da una famiglia aristocratica. Compie gli studi a Napoli e Pavia e, protetto da Giuliano della Rovere, sale uno a uno i gradini delle gerachie della Chiesa. Il 29 agosto 1484 è papa. Innocenzo VIII sprofonda Roma nell’arretramento culturale (emblematico è il divieto di rappresentare Pico della Mirandola) e si disinteressa dei doveri di patrono civico. Conduce però una vita da libertino e gli si attribuiscono 16 figli naturali. Pasquino lo apostrofa così: “Otto figli malvagi, otto figlie malvage, quest’uomo può chiamarsi a buon diritto padre di Roma!”.

In politica estera mantiene relazioni equilibrate: si fa amico Enrico VII d’Inghilterra dichiarandolo legittimo detentore della corona, insignisce i Reali di Spagna del titolo di “Maestà cattoliche” dopo la cacciata dei Mori da Granada e, posto di fronte alla prospettiva di una crociata in Terrasanta, preferisce accordarsi con il sultano Bajazet, che gli offre 40.000 ducati l’anno e la Lancia di Longino (oggi a San Pietro).

Papa Innocenzo persegue duramente gli eretici (in particolare i Valdesi): la bolla “Summis desiderantes” (1484) incarica i Domenicani di “sradicare l’errore con la zappa del saggio agricoltore”; il manualetto “Malleus Maleficarum” (1487) codifica la caccia alle streghe; il Grand’inquisitore di Spagna Tomàs de Torquemada ne farà un sanguinario uso.

I soggiorni alla Magliana segnano per papa Innocenzo momenti sereni e distensivi. Jacopo da Pietrasanta e Graziadeo Prada costruiscono il Palazzetto che porta il suo nome. I cronisti abbondano in testimonianze agresti: il 31 maggio 1487 raccontano di una battuta di caccia per i duchi di Ferrara, in cui si catturano un cervo e un capriolo; il 18 novembre 1489 raccontano il tragitto Magliana-Vaticano, parte in battello e parte a cavallo.

Innocenzo VIII muore il 25 luglio 1492, dopo essere caduto in stato di letargia, quasi vittima di un maleficio.

 

 

Sisto IV, primo papa della Magliana

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Castello della Magliana

Francesco della Rovere è papa dal 1471 al 1484, con il nome di Sisto IV. È il primo pontefice che frequenta la Tenuta della Magliana. Ma il motivo, stando alle cronache dell’Infessura, è tutt’altro che religioso: ad attenderlo vi sono i giovani amanti Giangiacomo Sclafenato e Gerolamo Riario.

Della Rovere ha natali modesti, nel Savonese il 21 luglio 1414. A Pavia eccelle negli studi teologici e l’insegnamento itinerante nelle università italiane lo porta prima alla carica di ministro generale dei Francescani (1464) e poi al cardinalato sotto Paolo II (1467). Il 9 agosto 1471 è papa.

Sisto IV trascina Roma fuori dal livore medievale, con la magnificenza del rinnovamento urbanistico: approva subito il piano regolatore, e di lì a poco vedono la luce ponte Sisto, la via Sistina, San Vitale (1475), la Biblioteca vaticana (1477) e la Cappella Sistina (che non farà in tempo a vedere completata); chiama a corte il musico Des Prèz, il pittore Melozzo da Forlì e gli umanisti Regimontano e Platina.

Fioriscono anche le dignità statali, spartite tra le famiglie Della Rovere e Riario, suoi sponsor durante il conclave. Papa Sisto eleva al cardinalato due nipoti (uno è Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II), sei parenti e un figlio illegittimo (Pietro Riario). Il pittore Melozzo, per l’inaugurazione della Biblioteca, realizza un affresco celebrativo che ha il sapore di un grande “ritratto di famiglia”, dove il pontefice vuole raffigurati accanto a sé i più cari affetti terreni: Giuliano della Rovere, Giovanni della Rovere, Raffaele Riario e Gerolamo Riario.

Per l’ultimo di essi, Gerolamo Riario, papa Sisto stravede, e nel 1471 gli regala la Tenuta della Magliana. Le cronache di Stefano Infessura (1484), parlano però di un diverso e inconfessabile attaccamento: “Per quale motivo se non la sodomìa - scrive - papa Sisto predilesse il conte Gerolamo e Pietro Riario, suo fratello e il cardinale di San Sisto? Lo mormora il popolo, i fatti riscontrano. E cosa non fece ai servitori di camera! Ma li risarcì a suon di ducati, o elevandoli al rango di vescovi o cardinali”. Occorre precisare che non si hanno riscontri alle affermazioni dell’Infessura, e lo studioso Ludwig Pastor anzi le contesta radicalmente. Verità storica è invece che Gerolamo è per papa Sisto una pedina importante nella Congiura dei Pazzi (Firenze, 1478): il luogotenente Raffaele Riario ha il compito di detronizzare Lorenzo il Magnifico ed insediare al suo posto proprio il pupillo papale Gerolamo Riario. Gli eventi però volgono contro i congiurati, e al pontefice non rimane che scomunicare il Magnifico, porre Firenze sotto interdizione, e muoverle guerra per due anni.

Alla Magliana intanto, riferisce ancora l’Infessura, il Palatium Sancti Johanni era stato promesso in godimento anche ad un altro amante, il camerario Giovanni Giacomo Sclafenato. Papa Sisto non onora la promessa, ma lo ricompensa altrimenti. Alla sua morte un allusivo epitaffio ne ricorda l’elevazione a cardinale “per meriti di ingegno, fedeltà e perseveranza” nonché “per altre doti di animo e di corpo”.

E le guerre proseguono. Dopo Firenze tocca a Venezia, contro la quale nel 1482 papa Sisto ordisce un perfido inganno: prima convince la repubblica lagunare ad aggredire il ducato di Ferrara, assicurando sostegno; poi, a guerra iniziata, mette Venezia sotto interdizione e la abbandona al destino delle armi: Venezia ne esce malconcia, perché nel frattempo in soccorso a Ferrara sono arrivate le truppe degli Sforza da Milano e dei Medici da Firenze. In pratica, Sisto IV ha impegnato in una guerra Venezia, Ferrara, Firenze e Milano senza spendere un ducato.

Le sue finanze, d’altra parte, sono più che floride grazie alla vendita delle indulgenze allargata anche alle anime dei defunti, alla raccolta di fondi per la crociata contro i Turchi di Smirne, e alla licenza legale dei bordelli, da cui incassa trentamila ducati l’anno. In questa frenetica attività di statista, non sorprende la poca attenzione dedicata all’attività di pastore della Chiesa: celebra il Giubileo del 1475, istituisce la festa dell’Immacolata, cerca accordi con ortodossi e gallicani, ridimensiona i decreti del Concilio di Costanza, e, nel 1478, istituisce anche in Spagna la Santa Inquisizione.

Terminate le guerre, papa Sisto riscopre la residenza della Magliana e vi fa tappa fissa nei viaggi lungo il Tevere diretto ad Ostia, a bordo della sua personale “nave bucinatoria”. Uno di questi viaggi (9-12 novembre 1483) è ancora documentato dall’Infessura, che testimonia di due tappe alla Magliana, una all’andata e una al ritorno. È probabilmente in questa occasione che si decide la trasformazione del Palatium in villa di caccia. Il progetto viene affidato a Jacopo da Pietrasanta.

Ma il pontificato volge ormai al termine. La morte lo coglie il 12 agosto 1484, terribilmente annoiato dall’inerzia delle armi: “ucciso dalla pace”, dirà il popolino. Pasquino lo liquida impietosamente, affiggendo questo strambotto:

 

"Ingiusto e infido giace

chi la pace odiò tanto, in sempiterna pace

Orsù, gettate a brani

le scellerate membra a lupi e cani!"

 

 

Il Palazzetto di Innocenzo VIII

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Arvalia. Mappa stradale

In costruzione.

 

 

La Magliana di Papa Giulio

di Antonello Anappo

 

 

 
 
A. Gruyer. Frontespizio di Raphael à la Magliana, 1873. Cortesia del Museo del Louvre, Parigi

Pubblichiamo, grazie all’alto contributo del Museo del Louvre di Parigi, il racconto di viaggio al Castello della Magliana del critico d’arte A. Gruyer (1873).

   Lasciamoci alle spalle Roma da Porta Portese e incamminiamoci per la strada di Porto lungo la valle del Tevere. Al sesto miglio fermiamoci e volgiamo lo sguardo al fiume. Vedremo, quasi a portata di mano, sul primo piano di una campagna il cui orizzonte abbraccia i monti del Lazio e della Sabina, un edificio (o per meglio dire un conglomerato di edifici) quasi in abbandono: non è un castello né una dimora campestre, ma presenta ancora le apparenze della grandiosità.

Una muro di cortina, rettangolare, sormontato da merli guelfi, racchiude i corpi di fabbrica, di epoche diverse e differente elevazione. Superiamo il ponte sul fiume Magliano, imbocchiamo un portale monumentale con un arco a tutto sesto fiancheggiato da colonne. Varchiamo ora la soglia: siamo in pieno Rinascimento, siamo alla Magliana!

I terreni circostanti sono insalubri e paludosi ma riccamente forniti di selvaggina; è qui che i papi del Quindicesimo e Sedicesimo secolo tenevano le loro battute venatorie. Giacomo Volterrano racconta della gran caccia del 1480, in onore del duca Ernesto di Sassonia e Lawenbourg, presente Girolamo Riario nipote di Sisto IV (Muratori, Scrip. Rer. Italic., tomo XXIII, p. 104). Nel suo racconto si cita a più riprese il fiume Magliano ma neanche una volta si fa cenno alla presenza di un Castello. Ne deduciamo, pertanto, che all’epoca nella contrada della Magliana non fosse ancora presente alcun edificio significativo.

Fu in effetti Innocenzo VIII (1484-1492) a costruire il primitivo palazzetto della Magliana. Poi venne Alessandro VI (1492-1503), senza lasciarvi traccia. Fu Giulio II (1503-1543) che gli diede proporzioni grandiose, e chiamò a raccolta tutte le arti per farne una dimora degna di un papa. I pittori, di scuola perugina, decorarono le camere con affreschi, molti dei quali sopravvivono ancora oggi. Giulio II elesse la Magliana come luogo di predilezione e, affinché nessuno tra i posteri potesse dubitarne, volle che il suo nome fosse ripetuto su tutte le finestre dei nuovi corpi di fabbrica, la cui costruzione si fa risalire a Giuliano da San Gallo.

Orbene, ad una dimora papale non poteva mancare una cappella. Essa fu ricavata negli appartamenti al pianterreno, e consacrata a San Giovanni Battista.

Il cardinale Francesco Alidosi, incaricato di sovrintendere alla sua decorazione, lasciò questa iscrizione sulla porta d’ingresso: F. CAR. PAPIEN. JVLII II P. M. ALVMNVS (Francesco Alidosi, cardinale di Pavia, discepolo prediletto di Giulio II Pontefice Massimo). Alidosi, nominato arcivescovo delle Terre bolognesi nel 1503, e cardinale di Santa Cecilia nel 1505, aveva assunto il titolo di alumnus proprio in allusione al favore di cui godeva presso Papa Giulio.

E andò oltre: volle elevarsi quasi allo stesso rango del pontefice, rivestendo il pavimento della cappella di tessere in cotto smaltato, sulle quali campeggiavano, alternativamente, le sue insegne e il suo nome, e le insegne e il nome del papa (le armi di Giulio II raffiguravano in un giogo; quelle dell’Alidosi un’aquila ad ali spiegate). Dimenticava però che l’aquila degli Alidosi doveva passare con umiltà sotto il giogo dei Della Rovere, se non voleva vedere interrotto il suo volo.

E fu quello che accadde quando il cardinale di Santa Cecilia si vide negare il titolo di principe di Imola, che già era appartenuto ai suoi antenati. Forse l’Alidosi si rivoltò contro Papa Giulio appoggiando le sorti della Francia? Si vendette forse a Luigi XII quando gli eserciti pontifici, di cui insieme al duca d’Urbino condivideva il comando, furono miseramente sconfitti dalle truppe di Venezia? Nulla è sicuro sull’argomento, se non che tempo prima, aveva già tradito Alessandro VI. Fatto sta che lo accusarono di un nuovo tradimento. Appena giunse a Ravenna da Giulio II che attendeva le sue giustificazioni, fu pugnalato in pieno giorno e in piena strada da Francesco Maria della Rovere, lo stesso su cui l’Alidosi aveva ribaltato la responsabilità della disfatta militare.

Il nome dell’Alidosi, tuttavia, dimora ancora alla Magliana e nella Cappella, inseparabile da quello di Giulio II. Gli affreschi della Annunciazione e della Visitazione, dipinta sui due lati dell’unica finestra, stanno a dichiarare ancora oggi quali abili mani il cardinale di Santa Cecilia abbia utilizzato. Fu probabilmente lo Spagna, uno dei più famosi allievi del Perugino, ad eseguire quei dipinti. Quanto alla loro data, non è possibile individuarla con precisione. La morte violenta dell’Alidosi avvenne nel 1511: possiamo solo dire che gli affreschi affidati alla sua cura precedono tale data.

E se Giulio II ha ben amato la sua Magliana, il suo successore papa Leone X Medici l’ha amata ancora di più, legandosene con una passione tra le più intense e viscerali: Papa Giulio vi aveva chiamato a lavorare la scuola del Perugino; Leone vi chiamò addirittura Raffaello!

Nella Cappella del Battista, dove lo Spagna aveva dipinto affreschi senza una propria fisionomia, Raffaello ha lasciato i tipi di perfezione che appartengono a lui e solo a lui: nella volta che sovrasta l’altare, ha dipinto l’Eterno padre benedicente, in mezzo ad una processione di angeli e cherubini; nella verticale dell’arco della navata ha lasciato il Martirio di Santa Cecilia.

 

Testo francese

Sortons de Rome par la Porta Portese et engageons-nous dans la vallée du Tibre sur la route de Fiumicino; après un parcours de six milles environ, arrêtons-nous et regardons du côté du fleuve; nous verrons, presque à notre portée, au premier plan de cette campagne dont les horizons s’étendent jusqu’aux montagnes du Latium et de la Sabine, un édifice, ou plutôt une réunion d’édifices quasi abandonnés, qui ne constituent ni un château ni une ferme, mais qui présentent encore les apparences de la grandeur.

Une cour rectangulaire, entourée de murailles à créneaux guelfes, précède les bâtiments de différentes époques et d’inégale hauteur; une porte monumentale, surmontée d’un arc en plein cintre et flanquée de colonnes, donne accès dans cette cour; un pont, jeté sur le Magliano, conduit à cette porte; le seuil une fois franchi, on se trouve en pleine Renaissance, on est dans la Magliana.

Les terres environnantes soin malsaines et marécageuses, mais abondamment fournies de gibier; les papes du XVe et du XVIe siècle avaient là leur rendez-vous de chasse. Giacomo Volterrano raconte une grande chasse dont Girolamo Riario, neveu de Sixte IV, fit les honneurs au duc Ernest de Saxe-Lawenbourg, en 1480 (in nota: Muratori, Scrip. rer. Italic., t. XXIII, p. 104). Dans cette narration, il est à plusieurs reprises parlé du Magliano, mais il n’est dit mot de la Magliana. Donc aucune construction ne se voyait alors dans cette contrée.

Ce fut, en effet, Innocent VIII (1484-1492) qui bâtit le casino primitif. Alexandre VI vint ensuite (1492-1503) et n’y ajouta rien de notable.

Mais Jules II (1503-1543) lui donna des proportions presque grandioses, et appela tous les arts à son aide pour en faire une résidence digne d’un pape. Des peintres de l’école de Pérouse décorèrent les chambres de fresques, dont plusieurs subsistent encore aujourd’hui. Jules II adopta la Magliana comme un séjour de prédilection, et, afin que la postérité n’en pût douter, il voulut que son nom fût répété au-dessus de toutes les fenêtres des bâtiments qu’il fit élever (in nota: On attribue à Giuliano da San Gallo les constructions que Jules II fit faire à la Magliana).

Or, à une résidence pontificale il fallait une chapelle. Cette chapelle fu ménagée dans les appartements du rez-de-chaussée; elle fut dédiée à saint Jean-Baptiste.

Et le cardinal Francesco Alidossi, chargé de présider à sa décoration, fit graver cette inscription sur la porte: F. CAR. PAPIEN. JVLII. II. P. M. ALVMNVS. Alidossi, nommé archevêque e Bologne en 1503 et cardinal de Sainte-Cécile en 1505, prenait la qualification d’Alumnus par allusion à la faveur dont il jouissait alors auprès de Jules II.

Il fit plus: il se mit presque sur le pied de l’égalité avec le pontife, en revêtant le sol de la chapelle de briques émaillées sur lesquelles on voyait alternativement ses armes et son nom, les armes et le nom du pape. Il oubliait le joug des la Rovere, sous lequel l’aigle des Alidossi devait passer avec humilité, à peine d’être arrêté dans son vol (in nota: Les armes de Jules II se composaient d’un joug; les armes du cardinal Alidossi portaient un aigle aux ailes éployées).

Le cardinal de Sainte-Cécile se vit, en effet, refuser le titre de prince d’Imola qu’avaient porté ses ancêtres. Se tourna-t-il alors contre Jules II du côté de la France? Était-il vendu à Louis XII, quand les armées pontificales, dont il partageait le commandement avec le duc d’Urbin, furent battues par les troupes vénitiennes? Rien n’est certain à cet égard. Il avait trahi jadis Alexandre VI, on l’accusa d’une nouvelle trahison; et, comme il arrivait à Ravenne pour se justifier auprès du pape, il fut poignardé en plein jour et en pleine rue par Francesco Maria della Rovere sur lequel il avait rejeté la responsabilité de la défaite. Son nom n’en demeure pas moins inséparable de celui de Jules II dans la chapelle de la Magliana.

Les fresques de l’Annonciation et de la Visitation, peintes de chaque côté de l’unique fenétre, disent encore quelles mains habiles le cardinal de Sainte-Cécile avait employées. Un des plus renommés parmi les élèves de Pérugin, Spagna probablement, avait exécuté ces peintures. Quant à leur date, il est impossible de la préciser. Le meurtre d’Alidossi ayant eu lieu en 1511, on peut dire seulement que les fresques confiées à la surveillance du cardinal sont antérieures à cette date.

Si Jules II avait beaucoup aimé sa Magliana, Léon X l’aima plus encore et la fit sienne aussi par des liens plus intimes et plus forts. Jules II y avait attiré l’école de Pérugin, Léon X y appela Raphaël.

Dans cette chapelle, où Spagna peut-être avait peint des fresques sans physionomie propre, Raphaël a laissé des types de perfection qui n’appartiennent qu’à lui. A la voûte qui surmonte l’autel, il a montré l’Éternel bénissant le monde au milieu d’un cortège d’anges et de chérubins; dans un des arcs verticaux de la nef, il avait représenté le martyre de sainte Cécile.

 

Si ringrazia il Musée du Louvre di Parigi - Direction de la politique des publics et de l'éducation artistique - Médiathèque, per le preziose documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo.

 

 

Giulio II, il papa terribile

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ala Sangallo

Giuliano della Rovere è papa dal 1503 al 1513, con il nome di Giulio II. I contemporanei lo chiamano “il terribile”, per il temperamento collerico orientato a distruggere con le armi, le mani nude o a bastonate tutto ciò che resiste alla sua volontà. Papa Giulio predilige per sé, invece, l’appellativo di “Ligur”, in ricordo dei suoi natali: il nome di “Giulio il ligure” ricorre nelle monete, nelle invettive di Erasmo da Rotterdam, nelle traverse dei finestroni del Castello della Magliana.

Giuliano della Rovere nasce ad Albisola, nei pressi di Savona, il 5 dicembre 1443. L’influente zio Francesco della Rovere lo avvia agli studi scientifici presso i Francescani, tra Perugia e La Pérouse (in Francia) e, quando lo zio diventa papa (con il nome di Sisto IV), la carriera del giovane è tutta in discesa: nel 1471 è vescovo di Carpentras, e poco dopo è cardinale di S. Pietro in Vincoli. Il genio delle armi e l’acume politico si manifestano subito, e papa Sisto gli affida importanti trattative diplomatiche, autorizzandolo, falliti gli accomodamenti bonari, a passare ai fatti. Succede così a Città di Castello, dove Giuliano depone il tiranno Niccolò Vitelli e passa a fil di spada tutti i suoi sostenitori. In ricompensa Giuliano della Rovere ottiene una collezione di dignità ecclesiastiche: l’arcivescovado di Avignone, il vescovato di Messina, altri sei vescovati e la legazione pontificia in Francia (1480).

Alla morte dello zio (1484), il prestigio di Giuliano è tale che il cardinal Cybo, indicato da Giuliano, è eletto papa senza fatica, con il nome di Innocenzo VIII. Per il nuovo papa Giuliano ricaccia a mare gli Aragonesi, giunti alle porte di Roma nel 1486.

Alla morte di papa Innocenzo (1492), Giuliano entra in conclave che ‘è già papa’, ma si verifica un imprevisto carico di conseguenze: lo spagnolo Rodrigo Borgia gli soffia il titolo a suon di ducati, e diviene papa Alessandro VI. La contesa tra i due diventa uno scontro militare: Giuliano si asserraglia nel castello di Ostia, e papa Alessandro non gli dà tregua, constringendolo alla fuga ad Avignone, in Francia. Giuliano torna a Roma pochi mesi dopo, scortato dalle minacciose truppe del re francese Carlo VIII e con l’appoggio delle famiglie baronali romane, pronte a cacciare papa Alessandro. Ma papa Alessandro, ancora una volta, gliela fa sotto il naso: si accorda segretamente coi francesi perché se ne vadano da Roma, e l’accordo prevede di portarsi via anche Giuliano. Giuliano non potrà tornare a Roma fino al 1503, alla morte di papa Alessandro.

In conlave Giuliano tenta un nuovo assalto alla tiara pontificia, ma anche stavolta gli va male. Deve ripiegare sul sostegno a un papa di transizione, l’anziano e malaticcio cardinal Piccolomini, che diventa Pio III e muore dopo appena un mese.

Nella “fiera” del nuovo conclave Giuliano è intenzionato ad essere il miglior offerente. Riporta sconcertato l’ambasciatore di Venezia: “è in corso un mercato pubblico nelle vie della città”. Giuliano si accorda con il capitano di ventura Cesare Borgia (“Il Valentino”), cui promette titoli e possedimenti, poi compra uno ad uno i cardinali. Il conclave non dura che 24 ore, e il 1° novembre 1503 Giuliano è papa. Non si cura nemmeno di cercare un nuovo nome: si chiamerà Giulio II, perché a tutti sia chiaro che le disposizioni d’animo del “terribile” Giuliano sono immutate, solo più potenti.

Una volta pontefice, con lucidità senza pari, Giulio-Giuliano inizia a disfarsi dei vari poteri che insidiano la sua autorità temporale: si accorda con chi è disposto a fargli strada, e dà battaglia senza pietà a chi gli resiste. Così riconcilia a sé le fazioni baronali vicine ai Borgia; ai Borgia invece non rimane che riparare all’estero.

La corte papale diventa un modello di oculata parsimonia, come non si vedeva da anni. Tutto è ridotto all’osso: l’avaro Giulio accorcia persino le cerimonie liturgiche, che dei salmi fa leggere il solo versetto iniziale. Anche il nepotismo viene contenuto: facilita le sue tre figlie illegittime (la più famosa è Donna Felice), e dà il cardinalato al solo nipote Galeotto della Rovere. Nulla più, perché tutte le ricchezze della Chiesa devono convergere in due sole direzioni: la guerra, e l’arte.

Papa Giulio non è un umanista, e anzi detesta fieramente i salotti, le biblioteche, e tutto ciò che è contemplativo; ma comprende il valore politico dell’arte, e diventa il più grande mecenate del Rinascimento. Favorisce il Bembo, promuove l’archeologia (a lui si deve la riscoperta del Laocoonte, del torso d’Ercole, della statua del Tevere) e sommuove con irruenza la topografia di Roma, buttando giù senza remore tutto ciò che è vecchio.
Il lavoro è febbrile, e le commesse ruotano intorno a quattro architetti-artisti tra i più grandi di ogni tempo: Sangallo, Raffaello, Bramante e Michelangelo. Al Sangallo affida le opere militari, tra cui la fortificazione della villa alla Magliana; a Raffaello l’affrescatura delle “Stanze” vaticane; a Michelangelo la grandiosa volta della Cappella Sistina. Ma è il Bramante il suo prediletto: a lui affida il compito abbattere la basilica di San Pietro vecchia di dodici secoli, e ricostruirla ex novo. La prima pietra è posta nel 1506: il cantiere impegnerà schiere di successori, e il suo finanziamento con la vendita delle indulgenze provocherà lo scisma luterano. Bramante accetta entusiasta il compito, distratto solo minimamente da commesse minori, come il ninfeo al Castello della Magliana e noncurante del nomignolo stizzoso di “Ruinante” (“rovinatore”) che gli ha affibbiato il rivale Sangallo. È la ferrea volontà di papa Giulio a chiedere tutto questo: distruggere e ricostruire, quasi mai restaurare.

Papa Giulio fa nell’arte quello che fa in politica: è capace di progettare, buttare all’aria e cominciare da capo: l’indifferenza morale per gli strumenti adottati lo rende spietatamente efficiente.

Consolidato il potere a Roma, papa Giulio muove gli eserciti contro le signorie ribelli di Perugia e Bologna. La prima a cadere è Perugia (1506), da dove scaccia i Baglioni. Poco dopo tocca a Bologna, dove sottomette i Bentivoglio, sostenuti dalla Repubblica di Venezia. La voce popolare di Pasquino per l’occasione apostrofa papa Giulio addirittura in veneziano: “Ritorna o Padre santo al tuo Sanpietro / e string’el fren al tuo caldo dexir! / El Bentivoj non vorà partir / benché vi sia chi te sping’ogn’hor da rietro. / Bàstiti esser provisto de Corsso, Tribiam i Malvasìa / e de’ bei modi assai de sodomìa. / Et men biasmo te fia nel Sacro palazo / tenir a bocha il fiasco, e in cul il cazo”.

Ma papa Giulio non ha tempo per gli agi di palazzo: le guerre non sono che all’inizio. Espugnata Bologna la strada per le valli del Nord Italia è aperta, e bisogna cercare appoggi europei. Nel 1508 promuove la Lega di Cambrai, con Francia, Germania e Napoli, contro Venezia, che viene posta sotto il bando papale. La battaglia di Agnadello è una vittoria folgorante, che fa perdere a Venezia in un colpo solo Ravenna, Modena, Mirandola, Parma e Piacenza. Papa Giulio guida vittorioso gli eserciti, e ancora una volta la voce popolare cerca la rivincita: “Conduzeva cum lui alchuni bellissimi giovani, cum li quali se dicea che l'havea acto carnale, ymmo che lui se dilectava molto di questo vitio sogomoreo, cossa veramente abhorenda”.

La rovinosa disfatta di Venezia è un imprevisto che mette papa Giulio nella condizione di difendersi dai suoi stessi alleati. Con un improvviso cambio di fronte papa Giulio perdona allora alla città lagurare tutti i peccati, e mette sotto bando papale il regno di Francia, dove nella città di Tours si è tenuto un concilio di vescovi ribelli. Nel 1511 unisce a sé in una nuova alleanza militare Venezia, Aragonesi, Germania e Inghilterra, contro il nuovo nemico: la Francia.

In questo scenario di regali ambizioni e marziali virtù non sorprende che papa Giulio abbia completamente disatteso all’attività pastorale. I solo atti dottrinali degni di nota sono la bolla contro la simonia (1506) del V Concilio lateranense, e sporadici roghi di eretici. Salvo che a Roma i fermenti nella Chiesa sono in effetti molti: nel settembre 1510 i vescovi francesi di Tours avevano revocato l’obbedienza a papa Giulio e dal mese di novembre il ‘conciliabolo’ si era allargato e trasferito a Pisa, accusando papa Giulio di “infettare” la Chiesa con la corruzione. Ai vescovi scismatici papa Giulio risponde nel 1512, convocando a Roma il VI Concilio lateranense, in cui li scomunica tutti.

Assorbito dalla guerra e dalle arti, a papa Giulio rimane davvero poco tempo per frequentare la Magliana, sebbene abbia affidato al Sangallo il compito di rendervi sicuri i soggiorni, fortificandola in castello. Il cardinal Alidosi fa riempire l’Ala Sangallo di scritte “Ligur”, in onore del “papa ligure”. Quando la morte coglie il terribile papa guerriero, il 21 febbraio 1513, Giulio della Rovere marcia verso le Alpi, oltre le quali ha appena ricacciato i Francesi. Il suo disegno politico è compiuto: ha estromesso gli stranieri dall’Italia e ha aperto la strada all’unità nazionale sotto l’egemonia pontificia.

Le “cattive intenzioni” di papa Giulio sono considerate precorritrici del disegno nazionale unitario. È possible immaginare che, cacciati i Francesi, la furia guerriera di papa Giulio si sarebbe presto indirizzata contro i Medici, gli Sforza, gli Aragonesi, e le altre potenze della penisola che ancora gli resistevano. Ma la morte conclude qui la storia di papa Giulio. Ne rimane la grandiosa e incompiuta tomba di Michelangelo a S. Pietro in Vincoli, con la celebre statua di papa Giulio negli abiti di Mosè.

 

 

L’Ala Sangallo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ala Sangallo

L’Ala Sangallo (1505-1509) è il corpo edilizio più esteso del Castello della Magliana; si sviluppa su due piani, secondo linee architettoniche di ordinata compostezza rinascimentale.

La facciata esterna presenta una successione di finestre semi-crociate, le cui iscrizioni ricordano Papa Giulio II. L’antico ingresso (Entrone) si apre al centro dell’edificio, ed è costituito da un grande arco dai bordi bugnati. Di qui partiva il viale (oggi scomparso) che conduceva all’Imbarco fluviale, tra due quinte scenografiche di bosco secolare. La facciata interna replica i motivi dell’esterno ed in epoca rinascimentale era dotata di un Campaniletto, di cui rimane la base e una rampa di scale.

Le stanze al pianterreno erano destinate al seguito papale, mentre la grande sala dalle volte a botte (dove oggi si tengono i corsi dell’Ospedale) era la mensa comune. Sono ancora visibili il camino monumentale (con dedica al card. Alidosi), il lavabo e i peduncoli a sostegno delle volte con lo stemma della quercia, simbolo del casato Della Rovere.

Il piano nobile aveva anch’esso stanze di servizio e un grande salone destinato ai ricevimenti. Papa Leone X ristrutturerà quest’ultimo locale, facendone il superbo Salone delle Muse.

 

 

Il Salone delle Muse

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La sala delle Muse al Castello della Magliana. L'interno. Sul fondo il camino di Papa Giulio II

Il salone d’onore o “Sala delle Muse” era il luogo di ricevimento ufficiale del Castello della Magliana, ritrovo tra il 1513 e il 1521 del cenacolo letterario di papa Leone X Medici, cui presero parte Raffaello, Michelangelo, Bramante, Machiavelli e Guicciardini.

L’impianto architettonico rettangolare risale al Sangallo, su commissione del cardinale Alidosi da Pavia, il cui titolo “F. card. papiensis” compare sull’architrave d’ingresso. Alidosi riesce a completare lo scalone (con una Madonna del Perugino, oggi scomparsa), la loggia, il camino monumentale con dedica a Papa Giulio e i pavimenti in maiolica con i colori dei Della Rovere, ma la sala ha ancora l’aspetto di uno stanzone vuoto.

Papa Leone X prosegue i lavori, trasformandola in una cassa armonica da teatro, dall’acustica perfetta grazie alla sopraelevazione del tetto e ai controsoffitti avvolgenti con lacunari in legno. Leone X fa affrescare le pareti, con un fregio di alloro, aquile e gigli medicei che incorniciano un paesaggio agreste, in cui compaiono le superbe figure mitologiche di Apollo e le Muse, opera di Gerino Gerini.

I quadranti di Apollo e delle Muse sono state distaccati nel 1869. Si trovano oggi a Palazzo Braschi.

 

 

La Magliana della decadenza

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Magliana Vecchia

Estratto da “Raphaël à Magliana”, di A. Gruyer (1873).

   L’epoca d’oro della Magliana, il tempo felice di Papa Giulio, di Papa Leone e di Raffaello, era ormai finito. Eppure per tutto il Cinquecento il fascino del Castello della Magliana continuò ancora a destare l’interesse e l’emulazione dei papi. Pio IV (1559-1565) fece delle aggiunte, che marcò con le sue insegne: risale al suo pontificato la deliziosa fontana nella corte interna. Sisto V (1585-1590) fece dipingere alcune stanze rimaste prive di decorazioni. Il Rinascimento, fino all’estremo limite della decadenza, lasciò dunque tracce profonde in questo luogo, insieme profano e di raccoglimento, caro per oltre cento anni ad una ventina di papi.

Il Seicento aprì il Papato ad un’era di declino e di sudditanza politica, e relegò il Castello della Magliana in un ruolo di maggiore austerità. Impossibilitati ormai a fare la guerra, i papi smisero di colpo anche di andare a caccia. In breve, la Magliana non ebbe più ragione di esistere! Da Clemente VIII in poi la tenuta cominciò anche ad essere trascurata dal punto di vista agricolo; meno di un secolo dopo l’abbandono fu completo.

Così completo che la Camera Apostolica ne alienò la proprietà alle Monache di Santa Cecilia. E da allora la rovina regnò sovrana. La Magliana, divenuta per il Convento d’Oltretevere una comune proprietà di campagna, fu consegnata ai fattori, che non si diedero alcuna cura dei beni improduttivi. La decadenza si consumò senza destare la benché minima preoccupazione.

Si continuò - solamente - ad officiare la messa nell’antica cappella papale. Orbene, chi avrebbe dovuto fare da guardiano ai dipinti contenuti nella Cappella, fu per uno di essi causa di definitiva rovina. Parliamo del fattore Vitelli, titolare di un banco riservato all’interno della Cappella: nel 1830, per accedervi direttamente senza dover mischiarsi con il personale agricolo di rango inferiore, si fece aprire una porta dai suoi appartamenti alla Cappella, bucando l’affresco del Martirio di S. Cecilia.

Più tardi furono le stesse monache che - avendo bisogno di denaro e pensando a ragione che i lacerti degli affreschi di Raffaello valessero una fortuna - li fecero distaccare e portare su tela, per impegnarli al Monte di Pietà di Roma. Qui ho avuto modo di esaminarli personalmente, nel 1858. Dal Monte di Pietà, dove rimasero all’incirca un anno, i dipinti vennero spostati in una delle anticamere della Basilica di Santa Cecilia in Trastevere.

Nel 1869, infine, il signor L. Oudry comprò i dipinti di Raffaello e li portò in Francia, attraverso mille difficoltà doganali e logistiche.

Al prezzo di quali sacrifici si compirono tutte queste peregrinazioni? Lo stato attuale di questi dipinti ce lo dice con fin troppa evidenza. Ma, prima di esaminare nel dettaglio lo stato rovinoso in cui il tempo e gli uomini ci hanno consegnato questi dipinti, occorre fare un passo indietro.

Solo per un momento, dobbiamo tornare alla Magliana del Cinquecento, alle splendide meraviglie di cui abbiamo raccontato. In mezzo a questa campagna dalle dolci increspature di una così austera armonia rimettiamo al suo posto la bella e calma architettura del San Gallo, intatta e senza alterazioni. Restituiamo ai terreni intorno al Castello le ombreggiature di alberi oggi scomparsi. Torniamo ad ascoltare, dalla corte interna, il brusio delle acque di fonte, e ripercorriamo gli stessi passi di Papa Leone Medici. Rimettiamo al loro posto, nelle camere, tutti i dipinti. Restituiamo alle colonne tutti i loro arabeschi. Rimettiamo insomma, ciascuno al suo posto, gli elementi che diedero vita a questa meraviglia. Arriviamo persino a figurarci la presenza fisica di quegli uomini del passato, così forti nel carattere, così brillanti nella mente, così pomposi nei titoli nobiliari. Compenetriamoci insomma dell’atmosfera morale e dell’esprit du temps, della sua ingenuità, delle sue passioni, delle sue convinzioni e del suo amore per la bellezza spinta fin quasi alla superstizione.

Ecco, mentre i moti dell’animo ci turbano, da fuori entriamo nella piccola cappella, dove stretti intorno al Papa rivediamo i più alti dignitari della Curia e della nobiltà romana. Soprattutto, restituiamo a questa cappella i due affreschi di Raffaello, rivestendoli della loro primitiva grazia, la loro originale freschezza, la loro intatta bellezza…

Dopo esserci lasciati rapire da questa visione del passato, ecco… ora, solo ora, apriamo gli occhi alla realtà di oggi! Cadremo dall’alto in basso. Ma saremo in grado, dalla certezza di ciò che è, ricostruire ciò che fu.

Testo francese

Si les beaux jours… j’allais dire les grands jours de la Magliana… étaient passés avec Jules II, Léon X et Raphaël, l’attrait de cette résidence devait, jusqu’à la fin du XVIe siècle, solliciter encore la faveur et l’émulation des papes. Pie IV (1559-1565) y fit quelques additions qu’il marqua de ses armes; la charmante fontaine de la cour date de son pontificat. Sixte-Quint (1585-1590) fit peindre aussi quelques chambres restées sans décoration. La Renaissance, jusqu’aux extrêmes limites de sa décadence, a donc laissé des traces profondes dans ce lieu tout à la fois profane et recueilli, cher pendant plus de cent ans à une succession de vingt papes...

Le XVIIe siècle, en ouvrant à la papauté une ère d’abaissement et de dépendance politiques, la contraignit à une plus grande apparence d’austérité. Les papes, mis désormais dans l’impossibilité de faire la guerre, renoncèrent du même coup au plaisir de la chasse, et la Magliana n’eut plus de raison d’être. Aussi, à partir de Clément VIII, commença-t-elle à être délaissée. Moins d’un siècle après, l’abandon fut complet.

Si complet que la Chambre pontificale se déchargea de la propriété entre les mains des religieuses de Sainte-Cécile. Dès lors, la ruine se mit de la partie. La Magliana, devenue pour le couvent du Trastevere une simple propriété de campagne, fut abandonnée à des fermiers qui ne prirent nul souci des choses improductives, et la dégradation se fit sans éveiller la moindre sollicitude.

Cependant, on continua jusqu’à nos jours à dire la messe dans l’ancienne chapelle papale. Or, ce qui aurait dû préserver les peintures de cette chapelle fut, pour l’une d’elles, la cause d’une ruine définitive. En 1830, le fermier Vitelli, ne voulant point être mélé à ses domestiques, se donna le luxe d’une tribune spéciale, et, pour arriver à sa tribune, fit percer une porte au beau milieu du Martyre de sainte Cécile.

Plus tard, les religieuses elles-mêmes, ayant besoin d’argent et pensant avec raison avoir un trésor dans ce qui leur restait des fresques de Raphaël, les firent transporter sur toile pour les engager au Mont-de-piété, où nous les avons vues à Rome en 1858. Du Mont-de-piété, où elles restèrent près d’un an, elles allèrent dans une des salles d’entrée de la basilique de Sainte-Cécile in Trastevere.

En 1869, enfin, M. L. Oudry en fit l’acquisition et les apporta en France à travers mille difficultés de douane et de transport.

Au prix de quels sacrifices se firent toutes ces pérégrinations? L’état actuel de ces peintures le dit avec trop d’évidence. Mais, avant de regarder la ruine, telle que l’ont faite le temps et les hommes, reportons-nous un moment par la pensée vers cette Magliana du XVIe siècle, toute resplendissante de tant de merveilles fraîchement écloses.

Au milieu de cette campagne aux ondulations d’une si austère harmonie, représentons nous la belle et calme architecture, intacte et sans altérations, d’un architecte tel que San Gallo. Restituons, aux alentours de la villa, les ombrages qui ne sont plus. Ecoutons, dans les cours, le bruit des eaux jaillissantes amenées par Léon X. Replaçons dans les chambres toutes les peintures, sur les pilastres toutes les arabesques. Figurons-nous les vrais maîtres de tous ces enchantements. Revoyons en imagination tous ces personnages, si remarquables par le caractère, si brillants par le costume, si pompeux par le titre. Pénétrons-nous de l’atmosphère morale et de l’esprit du temps, de sa naïveté, de ses passions, de ses croyances et de son amour du beau poussé jusqu’à la superstition.

Tandis que les meutes s’impatientent au dehors, entrons dans la petite chapelle où se pressent autour du pape les plus hauts dignitaires de la Chambre apostolique et de la noblesse romaine. Rendons surtout à cette chapelle les deux fresques de Raphaël en les parant de leur grâce native, de leur fraîcheur originelle, de leur beauté première...

Après nous être laissé ravir par cette vision du passé, rouvrons les yeux à la réalité contemporaine; nous tomberons de haut, mais nous saurons, à l’aide de ce qui est, reconstituer ce qui fut.

 

Si ringrazia il Musée du Louvre di Parigi - Direction de la politique des publics et de l'éducation artistique - Médiathèque, per le preziose documentazioni e la cortese assistenza. Ricerche di Genevieve Ponge, traduzione dal francese di Antonello Anappo.

 

 

La Lupa di Roma

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La Lupa allatta Romolo e Remo. Rubens, oggi ai Musi capitolini

La Lupa è un animale sacro al dio Marte, nume tutelare del popolo latino, presente sin dal mito della fondazione di Roma.

La Lupa compare sotto il ficus ruminalis del Palatino, nell’atto di allattare i gemelli Romolo e Remo, abbandonati dai servitori di Amulio in una cesta alle correnti del Tevere. La personificazione della Lupa è presente inoltre in tutte e tre le culture originarie di Roma: presso gli Etruschi aveva il nome di Aita (con caratteri di divinità infernale); presso i Sabini quello di Soranus (purificatrice e fecondante); infine presso i Latini quello di Lupercus (divinità legata alla pastorizia).

Il nome Lupercus sembra derivare dalla fusione di lupus (lupo) e hirpus (capro). La festa annuale, i Lupercalia, si teneva nella Grotta Palatina il 15 febbraio, con l’augurio sacrale di proteggere le greggi dai lupi, purificare, preparare l’arrivo della imminente primavera. Il rito consisteva nel sacrificio di un cane e di una capra. Per estensione la festa propiziava anche la fecondità delle donne adulte, che i Sacerdotes Luperci, colpivano simbolicamente con dei fuscelli.

L’immagine più famosa della Lupa è il bronzo etrusco del V sec. a.C. conservato in Campidoglio, per il quale Antonio Pollaiolo realizzò nel 1471 la coppia dei Gemellini, in omaggio al mito fondativo dell’Urbe.

 

 

La Lupa, Faustolo, i Gemelli

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La Lupa. Particolare dall'incisione Romolo e Remo allattati dalla Lupa di B. Pinelli

La Lupa compare sin dal mito di fondazione di Roma, e in quello portuense dell’incontro tra l’etrusco Faustolo (Tarun) e la meretrice latina Acca Larentia.

Secondo il linguista Carlo De Simone le parole Roma, Romolus e ficus ruminalis avrebbero una matrice comune nell’etrusco ruma (mammella), che evocherebbe il leggendario allattamento di Romolo e Remo da parte della Lupa. Come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze gemellari, e la circostanza di un allattamento è rara ma non impossibile.

Secondo taluni il termine Lupa starebbe ad indicare la stessa Acca Larenzia. Così afferma Lattanzio, che, ricordando il passato da meretrice di Acca, le dà l’epiteto di lupa, che in latino significa prostituta. Versioni simili si ritrovano in Livio e Ovidio (cfr. Historiae I, 4 e Fasti III, 55).

Il pastore Faustolo (Tarun), dunque, prende in consegna i gemelli dalla Lupa e li accoglie nella sua casa, dove un recente lutto aveva strappato alla moglie Acca uno dei suoi dodici figli. Acca assume il ruolo mistico della pietosa nutrice, nobile figura protettiva, nonostante il suo passato di lupa. Dall’arrivo di Romolo e Remo Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia perduta nel lutto. I due gemelli crescono così, con i loro undici fratelli di adozione, nella serenità in un mondo di pastori. Li ritroviamo forti e adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore e a fondare una Città.

 

 

Il Bosco sacro degli Arvali

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Uno scorcio della Collina di Monte delle Piche. Qui era collocato il Lucus Fratrum arvalium

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari.

La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

 

 

Credits:

On line dal 06/02/2007, 1391 letture.