Il Sepolcro dei Martiri Portuensi
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Sepolcro dei Martiri Portuensi - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Simplicio, Faustino e Beatrice martiri - Casal Sodini - L’Oratorio Damasiano - La Cisterna di Pozzo Pantaleo - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Casa Agolini - Sisto IV, primo papa della Magliana - L’Eterno Padre Benedicente - La Tomba dei Dipinti - La Necropoli di Vigna Pia - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Il Sepolcro dei Martiri Portuensi di Antonello Anappo
La Cripta dei Martiri è una camera sepolcrale ipogea, situata all’interno delle Catacombe di Generosa, di cui costituisce il punto più sacro. Essa ha contenuto - dal IV al VII sec. d.C. - le spoglie dei fratelli martiri Simplicio e Faustino e, probabilmente, quelle di loro santi congiunti. Le tombe si sviluppano lungo le due pareti maggiori. La parete di sinistra contiene le sepolture di Simplicio e Faustino, protette da una controparte di sostruzione, decorata con l’affresco della Coronatio Martyrum. Nella parte bassa della parete, dal semplice motivo vegetale, è visibile il foro praticato da papa Leone II nel 682 per prelevarvi le reliquie. I sondaggi hanno rivelato che internamente la sacra sepoltura consiste in una soglia bisoma (doppia), sopra la quale dovevano riposare i corpi dei due santi fratelli. La parete di destra, rinforzata anch’essa già in antico da un muro a sostegno delle fragili volte, doveva contenere la tomba della sorella Beatrice (le fonti agiografiche che attestano la santa sepolta accanto ai fratelli), dei presbiteri Crispo e Giovanni (che la tradizione associa a Beatrice) e del milite romano Rufiniano, carnefice dei santi fratelli e a sua volta martire (egli figura nell’affresco della Coronatio Martyrum). Per la parete di destra ci muoviamo tuttavia nel campo delle ipotesi: lo spesso strato murario rende impossibili riscontri diretti. |
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Simplicio, Faustino e Beatrice martiri di Antonello Anappo
I fratelli Simplicius, Faustinus e Viatrix (Simplicio, Faustino e Beatrice) sono martiri cristiani, venerati dalla Chiesa il 29 luglio. Essi sono noti con l’appellativo di Portuensi, in memoria del luogo di sepoltura, le Catacombe di Generosa lungo la via Portuense (qui iuxta viam Portuensem dormiunt riporta il De locis sanctis). La tradizione agiografica riporta la cattura di Simplicio e Faustino, durante la persecuzione del 303. I due fratelli rifiutano di spargere l’incenso di fronte alla statua di Diocleziano - gesto simbolico che ne avrebbe attestato la devozione al culto pagano imperiale, scagionandoli da ogni accusa -, opponendo il sovversivo messaggio dell’uguaglianza cristiana, riassunto nella frase: « Non più schiavi, ma liberi e fratelli, perché figli dello stesso Padre ». Simplicio e Faustino vengono torturati e di seguito gettati al Tevere, ante diem IV kalendæ augustæ, il 29 luglio, giorno assunto come loro dies natalis (festa liturgica). Non si conosce il luogo esatto del sacrificio, se non attraverso un versetto che ne indica l’annegamento per pontem qui vocatur Lapideum, dal « ponte di pietra ». Gli studiosi identificano questo ponte per assonanza con il Ponte di Emilio Lepido all’Isola Tiberina. Una suggestiva interpretazione però, riporta al ponticello di pietra sul torrente Affogalasino, nel cui sinistro nome (“asini” era lo spregiativo epiteto con cui erano chiamati i primi cristiani), potrebbe essere sopravvissuta memoria dell’antico martirio. Sospinte dalla corrente le due salme raggiungono l’Ansa della Magliana, nota in antico come Ad Sextum Philippi, il VI miglio della via Portuense-Campana, nelle terre di un tale Philippus. La sorella Beatrice, aiutata dai presbiteri Crispo e Giovanni, ne cura la pietosa sepoltura in una vicina cava di tufo. L’archeologo Giovanni Battista De Rossi ha rinvenuto in un testo agiografico la narrazione di questo episodio: Viatrice, con i preti Crispo e Giovanni, salita per la paurosa via entro i sentieri del bosco, giunse tosto al vicino campicello della cristiana Generosa. E quivi, entro spelonche arenarie, nascose alla meglio il Santo deposito. Il nome Generosa non è in realtà reale: la prassi liturgica attribuisce infatti, ai personaggi di cui non si conosce il nome, un nome di fantasia che ne indica le qualità cristiane: Generosa è il semplice attributo della coraggiosa matrona, disposta ad accogliere nel suo possedimento le spoglie mortali dei pericolosi santi sovversivi. Beatrice segue poco dopo il destino di sacrificio dei due fratelli. Arrestata e condotta di fronte al tiranno Lucrezio, Beatrice confessa fermamente la sua fede in Cristo, finendo anch’ella uccisa. La nobile matrona Lucina provvede alla sua sepoltura vicino ai fratelli, nella stessa cava della Magliana. Il sito, vuole la tradizione, cessa da quel momento di essere cava per diventare esclusivo luogo di venerazione. Le spoglie dei Martiri rimarranno lì fino al 682, anno della traslazione in Santa Bibiana all’Esquilino. Loro reliquie si trovano anche nelle chiese di Santa Maria Maggiore, di San Nicola in Carcere a Monte Savello, in un santuario delle Marche e nella Cappella di San Lorenzo all’Escorial di Madrid. La parte più significativa delle reliquie si trova però in Germania, nelle città di Fulda, Lauterbach, Amorbach e Hainzell. |
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Casal Sodini di Antonello Anappo
Casal Sodini è un casale rurale ottocentesco, facente parte del nucleo della Borgata Magliana alla Magliana Vecchia. L’odierno accesso carrabile è da una traversa di piazza Madonna di Pompei, anche se la presenza di un balcone padronale sul lato opposto lascia supporre che l’accesso storico doveva probabilmente trovarsi in direzione della strada che costeggia la stazione ferroviaria (oggi via del Tempio degli Arvali), parallela a via della Magliana. La tipologia edilizia è quella rurale della campagna romana, ampiamente presente nella zona. Il casale si sviluppa su una pianta quadrangolare, a due piani, con esterni intonacati e coperture a falde e alcuni corpi di fabbrica minori addossati. L’edificio è in buono stato di conservazione ed è adibito a privata abitazione. Il nome popolare deriva da quello di una famiglia che ne è stata proprietaria. Non è purtroppo visitabile ma è agevolmente visibile da strada, dal civico 7 di via dei Martiri Portuensi, 7. Il casale è stato catalogato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (repertorio n. 00700749, a cura di Giampaoli & Fracasso). |
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L’Oratorio Damasiano di Antonello Anappo
L’Oratorio Damasiano (o Basilica Damasiana) è un luogo di culto del IV sec., sito in via delle Catacombe di Generosa, di fronte al civico 48, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è pubblica e di interesse archeologico; è visitabile, non è visibile da strada. È stata studiata dalla Sovrintendenza comunale ai Beni Culturali (scheda inventariale presso l’Ente). |
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La Cisterna di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli
La Cisterna di Pozzo Pantaleo è un mausoleo di forma circolare, la cui struttura, successivamente foderata di malta idraulica, è stata reimpiegata come cisterna. L’edificio viene indagato tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. L’edificio ha pianta circolare ed è in opera laterizia. Esternamente si trovava un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo aperto a nord. L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, riutilizzati anch’essi come cisterna, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina. Questa terza campagna di scavi ha permesso una datazione complessiva dell’area archeologica, compresa tra la metà del I sec. d.C. e un’epoca successiva al IV sec. d.C., ossia dalla prima età imperiale fino al periodo paleocristiano, con una frequentazione probabilmente anche successiva, forse già altomedievale. |
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La Necropoli di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza). Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo. Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale. Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi. |
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Casa Agolini di Antonello Anappo
Casa Agolini è un edificio rurale di inizio Ottocento, le cui fondazioni reimpiegano parte delle murature del Balneum, l’impianto termale in uso nel III sec. d.C. ai Sacerdoti Arvali del Lucus Deae Diae. Vi sono stati rinvenuti mosaici in tessere bianche e nere con motivi marini e vegetali. Il caseggiato sorge al civico 585 del vecchio tratto di via della Magliana presso vicolo dell’Imbarco, caratterizzato dalla presenza di casali di tipo rurale tradizionale dell’Agro Romano e dalle costruzioni del Primo Novecento della Borgata Magliana. Si compone di un doppio corpo di fabbrica a pianta mistilinea, a due piani, e di una serie di corpi di edificazione più recente. Le murature sono in tufo, laterizio e pietre coperte ad intonaco. Il nome popolare di Casa Agolini deriva dal cognome di una delle famiglie proprietarie (attualmente appartiene alla famiglia Mazzocchi). L’edificio è stato studiato nel 2005 dall’architetto Jean Rosa Peixoto De Oliveira per le Belle Arti (repertorio n. 00970756) e risulta identificato tra i « beni di interesse estetico tradizionale ». |
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Sisto IV, primo papa della Magliana di Antonello Anappo
Francesco della Rovere è papa dal 1471 al 1484, con il nome di Sisto IV. È il primo pontefice che frequenta la Tenuta della Magliana. Ma il motivo, stando alle cronache dell’Infessura, è tutt’altro che religioso: ad attenderlo vi sono i giovani amanti Giangiacomo Sclafenato e Gerolamo Riario. Della Rovere ha natali modesti, nel Savonese il 21 luglio 1414. A Pavia eccelle negli studi teologici e l’insegnamento itinerante nelle università italiane lo porta prima alla carica di ministro generale dei Francescani (1464) e poi al cardinalato sotto Paolo II (1467). Il 9 agosto 1471 è papa. Sisto IV trascina Roma fuori dal livore medievale, con la magnificenza del rinnovamento urbanistico: approva subito il piano regolatore, e di lì a poco vedono la luce ponte Sisto, la via Sistina, San Vitale (1475), la Biblioteca vaticana (1477) e la Cappella Sistina (che non farà in tempo a vedere completata); chiama a corte il musico Des Prèz, il pittore Melozzo da Forlì e gli umanisti Regimontano e Platina. Fioriscono anche le dignità statali, spartite tra le famiglie Della Rovere e Riario, suoi sponsor durante il conclave. Papa Sisto eleva al cardinalato due nipoti (uno è Giuliano della Rovere, futuro papa Giulio II), sei parenti e un figlio illegittimo (Pietro Riario). Il pittore Melozzo, per l’inaugurazione della Biblioteca, realizza un affresco celebrativo che ha il sapore di un grande “ritratto di famiglia”, dove il pontefice vuole raffigurati accanto a sé i più cari affetti terreni: Giuliano della Rovere, Giovanni della Rovere, Raffaele Riario e Gerolamo Riario. Per l’ultimo di essi, Gerolamo Riario, papa Sisto stravede, e nel 1471 gli regala la Tenuta della Magliana. Le cronache di Stefano Infessura (1484), parlano però di un diverso e inconfessabile attaccamento: “Per quale motivo se non la sodomìa - scrive - papa Sisto predilesse il conte Gerolamo e Pietro Riario, suo fratello e il cardinale di San Sisto? Lo mormora il popolo, i fatti riscontrano. E cosa non fece ai servitori di camera! Ma li risarcì a suon di ducati, o elevandoli al rango di vescovi o cardinali”. Occorre precisare che non si hanno riscontri alle affermazioni dell’Infessura, e lo studioso Ludwig Pastor anzi le contesta radicalmente. Verità storica è invece che Gerolamo è per papa Sisto una pedina importante nella Congiura dei Pazzi (Firenze, 1478): il luogotenente Raffaele Riario ha il compito di detronizzare Lorenzo il Magnifico ed insediare al suo posto proprio il pupillo papale Gerolamo Riario. Gli eventi però volgono contro i congiurati, e al pontefice non rimane che scomunicare il Magnifico, porre Firenze sotto interdizione, e muoverle guerra per due anni. Alla Magliana intanto, riferisce ancora l’Infessura, il Palatium Sancti Johanni era stato promesso in godimento anche ad un altro amante, il camerario Giovanni Giacomo Sclafenato. Papa Sisto non onora la promessa, ma lo ricompensa altrimenti. Alla sua morte un allusivo epitaffio ne ricorda l’elevazione a cardinale “per meriti di ingegno, fedeltà e perseveranza” nonché “per altre doti di animo e di corpo”. E le guerre proseguono. Dopo Firenze tocca a Venezia, contro la quale nel 1482 papa Sisto ordisce un perfido inganno: prima convince la repubblica lagunare ad aggredire il ducato di Ferrara, assicurando sostegno; poi, a guerra iniziata, mette Venezia sotto interdizione e la abbandona al destino delle armi: Venezia ne esce malconcia, perché nel frattempo in soccorso a Ferrara sono arrivate le truppe degli Sforza da Milano e dei Medici da Firenze. In pratica, Sisto IV ha impegnato in una guerra Venezia, Ferrara, Firenze e Milano senza spendere un ducato. Le sue finanze, d’altra parte, sono più che floride grazie alla vendita delle indulgenze allargata anche alle anime dei defunti, alla raccolta di fondi per la crociata contro i Turchi di Smirne, e alla licenza legale dei bordelli, da cui incassa trentamila ducati l’anno. In questa frenetica attività di statista, non sorprende la poca attenzione dedicata all’attività di pastore della Chiesa: celebra il Giubileo del 1475, istituisce la festa dell’Immacolata, cerca accordi con ortodossi e gallicani, ridimensiona i decreti del Concilio di Costanza, e, nel 1478, istituisce anche in Spagna la Santa Inquisizione. Terminate le guerre, papa Sisto riscopre la residenza della Magliana e vi fa tappa fissa nei viaggi lungo il Tevere diretto ad Ostia, a bordo della sua personale “nave bucinatoria”. Uno di questi viaggi (9-12 novembre 1483) è ancora documentato dall’Infessura, che testimonia di due tappe alla Magliana, una all’andata e una al ritorno. È probabilmente in questa occasione che si decide la trasformazione del Palatium in villa di caccia. Il progetto viene affidato a Jacopo da Pietrasanta. Ma il pontificato volge ormai al termine. La morte lo coglie il 12 agosto 1484, terribilmente annoiato dall’inerzia delle armi: “ucciso dalla pace”, dirà il popolino. Pasquino lo liquida impietosamente, affiggendo questo strambotto:
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L’Eterno Padre Benedicente di Antonello Anappo
L’Eterno Padre Benedicente è un affresco per lungo tempo attribuito a Raffaello Sanzio (Urbino 1483 - Roma 1520), oggi conservato al Museo del Louvre e conosciuto come Le Père Eternel Bénissant o Fresque de la Magliana. L’opera decorava la curva absidale della Cappella del Battista al Castello della Magliana e ha forma di un quarto di sfera (diametro cm 283, altezza 140). Al centro, la figura maestosa del Dio-Padre emerge all’impiedi da uno strato di nuvole, evocative della volta celeste; lo sguardo benevolo è rivolto in basso, verso la Terra, e la mano destra è levata nell’atto di benedire l’umanità, rinnovando l’alleanza tra il Padre e i suoi figli. La figura del Padre è circondata da un arco dorato a forma di mandorla con una schiera di 7 putti alati; all’esterno due figure di angeli offerenti. L’opera, pensata dal cardinal Alidosi per Michelangelo, viene messa in cantiere da papa Leone X Medici tra il 1517 e il 1520, affidandola ad Allievi di Raffaello. Tre secoli e mezzo dopo (1858) le Monache di Santa Cecilia distaccano l’affresco, impegnandolo al Monte di Pietà. L’opera viene venduta per 5000 franchi e, anni dopo (1873), acquistata dallo Stato Francese per la somma da capogiro di 207.500 franchi. Le polemiche sul prezzo e la genuinità dell’opera furono immediate e forti. Il critico Gruyer confermò l’attribuzione “al genio potente di Raffaello”. Ma lo Gnoli parlò di “una povera cosa, difettosa nel disegno, con scorci falsi, tinte tenui e diluite, che ricorda l’arte giovanile di Perino del Vaga”. Un contributo venne nel 1913 dal ritrovamento di un bozzetto della figura del Dio-Padre, attribuibile con buona certezza alla mano del Maestro. Cavalcaselle scrisse allora: “Il solo Spagna poteva condurre in tal modo un dipinto su disegno di Raffaello”. Altri ancora parlarono di Pellegrino da Modena. Una elaborazione dell’Eterno Padre Benedicente è stata realizzata in smalto da Paul Balze e decora oggi la corte interna dell’Ecole des Beaux-artes di Parigi. |
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La Tomba dei Dipinti di Antonello Anappo
La Tomba affrescata di via Q. Majorana è un sepolcro a camera di epoca romana, scoperto nel 1951 nella ex Raffineria Permolio. Fa parte del vasto complesso della Necropoli Portuense e risale alla prima metà del II sec. d.C. È appartenuta ad un unico nucleo familiare, benestante, con uno stuolo di ancelle e servi. Un piccolo cippo marmoreo ha restituito il nome del liberto Protus Zosimus e del suo patrono Publius Aelius; alcuni graffiti nello stucco tramandano quelli di Timius frater Horinae (fratello di Horina), Pardula anima bona (dal buon carattere), una tale Asclepia e i liberti Alexander, Philetus, Aphrodisia, Eutychia e Felicissima. La tomba è scavata nel tufo, misura 9 mq ed ha pianta grossomodo rettangolare. Presentava 26 nicchie per le urne cinerarie dei defunti (utilizzate solo in parte), 6 fosse per inumazione e 2 sarcofagi. La ricca decorazione a fresco è distribuita sulle quattro pareti e sul soffitto. I dipinti più noti sono: la Scena dei Campi Elisi, la Navicella sul fiume Lete, il Banchetto dei Giusti, i Geni delle stagioni. Compaiono sulle pareti laterali una Coppia di pavoni e una Scena di lotta tra due caproni. Nella parete frontale sono raffigurati i coniugi padroni della tomba e, in due medaglioni, i ritratti di due giovani. Il sepolcro è emerso durante la dismissione della Permolio. L’Istituto Centrale per il Restauro ha curato il taglio dal costone tufaceo e il trasporto al Museo Nazionale Romano, dove è oggi visitabile. I professori Aurigemma e Felletti-Mai vi hanno compiuto accurati studi. È stato restaurato nel 2008. |
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La Necropoli di Vigna Pia di Moena Giovagnoli
Nel luglio 1998, durante lavori di archeologia preventiva per la realizzazione di box auto nell’area tra le vie R. Bianchi, E. Paladini, viale di Vigna Pia e via Portuense, emerse una porzione del vasto Complesso necropolare Portuense, di cui fanno parte anche le aree di Pozzo Pantaleo, dell’ex Drugstore e di via Ravizza. Tutte e quattro le aree si trovano infatti sullo stesso asse viario dell’antica Via Portuensis. I resti sono oggi compresi nella fascia centrale del terreno del ristorante La Carovana, posto su un diverso piano di calpestìo. Gli scavi sono iniziati nel 2000 e sono continuati anche nel biennio successivo. Essi hanno messo in luce strutture funerarie di diverse tipologie, appartenenti a diversi modi di trattare il corpo del defunto: l’inumazione (data la presenza di sarcofagi, tombe a cappuccina e anche fosse ricavate nel terreno, a volte anche distruttive per quanto riguarda i mosaici) e l’incinerazione (sono state trovate ollette e anfore, usate per conservare le ceneri del defunto). Complessivamente, la Necropoli di Vigna Pia risulta articolata in tre sezioni: il Sepolcro di famiglia, l’area del Colombario e un’area con murature oggi ricoperta. Il Sepolcro di famiglia è dedicato da Atilius Abascantus alla defunta moglie Atilia, citata in epigrafe e raffigurata a mezzo busto nel mosaico a tessere bianche e nere. Proprio la scoperta del sepolcro dedicato a questa donna porta gli archeologi a nominare l’intera area, oltre che Necropoli di Vigna Pia, anche Necropoli di Atilia. L’area del Colombario presenta mosaici a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale o geometrico oppure simbolico (come il nodo di Salomone). Il colore che spicca di più sulle pareti, all’inizio identificate solo di colore bianco, è il rosso, il quale delinea anche le nicchie del colombario. Le pareti presentano anche decorazioni a motivo floreale (roselline) oppure volatili, animali ultraterreni (ippocampi) e anche raffigurazioni simboliche di carattere dionisiaco (maschera). È stata evidenziata la presenza di fumo sulle pitture: queste tracce stanno ad indicare l’uso di una cucina funeraria, unica testimonianza nella zona portuense, sebbene sappiamo che l’uso di banchetti per cerimonie e commemorazioni di defunti fosse molto diffuso nella civiltà romana. Al centro tra le due aree principali si trova un’area composta da muri, oggi ricoperta perché ritenuta di minor rilevanza (fu scavata per la possibile presenza di un diverticolo o di un tratto di Via Campana, non trovato). Il sito è visitabile nella settimana della Cultura 18-26 aprile 2009.
La Necropoli di Vigna Pia (anche Sepolcro di Atilia Romana, già Tratto della più vasta Necropoli Portuense) è un sito necropolare di età romana. Si trova in via Riccardo Bianchi, 8 nel giardino del ristorante La Carovana. Il sito è stato scoperto casualmente nel 2000, durante lo sbancamento di un costone collinare per la realizzazione di un parcheggio; Gli scavi archeologici e la sistemazione si sono conclusi nel 2006. L'area consiste in due nuclei frontistanti, destinati alla sepoltura. Caratteristica la presenza di una cucina funeraria, di due suggestive decorazioni a fresco di piccole dimensioni (dette la rosa e il torello) e il ritrovamento della lastrina funeraria di Atilia Romana. La proprietà è per quanto noto pubblica, sebbene interclusa nelle strutture del Ristorante. La Necropoli è visibile dalla strada; si organizzano visite periodiche (contattare il Ristorante o la SSBAR). |
Credits:
On line dal 07/11/2006, 1029 letture.