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Il Sepolcro dei Gladiatori

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Sepolcro dei Gladiatori - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La Torre del Giudizio - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - La Cisterna di Pozzo Pantaleo - Portunus, il ragazzo sul delfino - La Tomba dei Dipinti - Borghetto Santa Passera - Le Officine SARA - Il Balneum - La frana del 28 giugno 1965 - Il Vicolo di Pietra Papa - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Il Sepolcro dei Gladiatori

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Sepolcro dei Gladiatori, fregio marmoreo

Nel 1951 una draga urta casualmente un relitto navale, sulla riva destra del Tevere all’altezza del km 6,300 della via Ostiense, all’interno del quale i sommozzatori rinvengono il bottino di spoliazione di un sepolcro romano.

L’elemento principale - una lastra di marmo lunense cm 120 × 75 × 37, oggi al Museo nazionale Romano) raffigura un combattimento tra due « provocatores », con a fianco un terzo in attesa e un quarto (incompleto). L’epigrafe « IVL W », studiata da Sabbatini Tumolesi, sta a narrare le imprese del secondo gladiatore, di nome Iulius, il quale « cinque volte vinse ».

La doppia V è l’abbreviazione di « vicit » (vinse), ma anche del numerale cinque (cinque volte). Riportare cinque vittorie era un grandissimo onore, una sorta di grande slam, meritevole di essere trascritto sulla tomba. Ancora oggi si è soliti indicare i pluri-campioni con l’uso enfatico della lettera W. Se nella tomba avessimo invece trovato lo stesso simbolo rovesciato (M di « missus ») o un cerchio (O di « obiit »), ciò sarebbe stato ad indicare una sconfitta o una sconfitta mortale.

Fino al 1956 l’allora sovrintendente Salvatore Aurigemma classifica altri 19 elementi, tra cui: un’altra scena gladiatoria (trafugata), 3 stele virili togate e una testa. Nel 1981 la studiosa Rita Paris data il sepolcro al primo trentennio del I sec. a.C., grazie all’analisi dell’elmo a paratigmidi distinte (a volto scoperto). L’ubicazione esatta del sepolcro resta ignota.

 

 

La Torre del Giudizio

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Torre del Giudizio

La Torre del Giudizio è una torre medievale, situata in via Teodora, tra via della Magliana e il fiume Tevere.

Essa poggia su un preesistente manufatto romano - un sepolcro circolare, probabilmente del I sec. d.C. - nelle vicinanze dell’insediamento portuale fluviale di Vicus Alexandri. L’elevazione della torre, su pianta quadrata, risale verosimilmente al Milleduecento. Oltre alla tradizionale funzione di vedetta, la torre ha avuto a lungo anche quella di dogana.

La torre - insieme ad una seconda torre, situata sulla riva opposta - regolava la circolazione mercantile lungo il fiume. Una pesante catena, tesa tra le due vedette, apriva o ostruiva il passaggio come un moderno passaggio a livello, imponendo il dazio a quanti dal mare volessero raggiungere Roma o viceversa. Da ciò deriverebbe il toponimo di Doi torre (Due torri), sebbene le interpretazioni non siano unanimi.

La torre si trova su terreno demaniale e, per quanto noto, è occupata abusivamente da un privato. È stata oggetto di studi delle Belle arti (1997) e dalla Soprintendenza archeologica (2004) ed è in attesa del vincolo di interesse storico-artistico come “caratteristica dell’organizzazione difensiva dell’Agro Romano verso il mare”.

 

 

La Necropoli di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Necropoli Portuense (immagine aerea)

La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza).

Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo.

Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale.

Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi.

 

 

La Cisterna di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Via Campana

La Cisterna di Pozzo Pantaleo è un mausoleo di forma circolare, la cui struttura, successivamente foderata di malta idraulica, è stata reimpiegata come cisterna.

L’edificio viene indagato tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. L’edificio ha pianta circolare ed è in opera laterizia. Esternamente si trovava un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo aperto a nord.

L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, riutilizzati anch’essi come cisterna, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina.

Questa terza campagna di scavi ha permesso una datazione complessiva dell’area archeologica, compresa tra la metà del I sec. d.C. e un’epoca successiva al IV sec. d.C., ossia dalla prima età imperiale fino al periodo paleocristiano, con una frequentazione probabilmente anche successiva, forse già altomedievale.

 

 

Portunus, il ragazzo sul delfino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il dio Portuno cavalca il delfino (Scavi al complesso termale di Pietra Papa)

Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano.

Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume.

Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma.

Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio.

 

 

La Tomba dei Dipinti

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Tomba dei dipinti al Museo Nazionale Romano

La Tomba affrescata di via Q. Majorana è un sepolcro a camera di epoca romana, scoperto nel 1951 nella ex Raffineria Permolio.

Fa parte del vasto complesso della Necropoli Portuense e risale alla prima metà del II sec. d.C. È appartenuta ad un unico nucleo familiare, benestante, con uno stuolo di ancelle e servi. Un piccolo cippo marmoreo ha restituito il nome del liberto Protus Zosimus e del suo patrono Publius Aelius; alcuni graffiti nello stucco tramandano quelli di Timius frater Horinae (fratello di Horina), Pardula anima bona (dal buon carattere), una tale Asclepia e i liberti Alexander, Philetus, Aphrodisia, Eutychia e Felicissima.

La tomba è scavata nel tufo, misura 9 mq ed ha pianta grossomodo rettangolare. Presentava 26 nicchie per le urne cinerarie dei defunti (utilizzate solo in parte), 6 fosse per inumazione e 2 sarcofagi. La ricca decorazione a fresco è distribuita sulle quattro pareti e sul soffitto. I dipinti più noti sono: la Scena dei Campi Elisi, la Navicella sul fiume Lete, il Banchetto dei Giusti, i Geni delle stagioni. Compaiono sulle pareti laterali una Coppia di pavoni e una Scena di lotta tra due caproni. Nella parete frontale sono raffigurati i coniugi padroni della tomba e, in due medaglioni, i ritratti di due giovani.

Il sepolcro è emerso durante la dismissione della Permolio. L’Istituto Centrale per il Restauro ha curato il taglio dal costone tufaceo e il trasporto al Museo Nazionale Romano, dove è oggi visitabile. I professori Aurigemma e Felletti-Mai vi hanno compiuto accurati studi. È stato restaurato nel 2008.

 

 

Borghetto Santa Passera

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Borghetto Santa Passera - immagine aerea

Il Borghetto di Santa Passera è un insediamento spontaneo, sorto agli inizi del Novecento nella golena tra via della Magliana e il Tevere, a ridosso della chiesina di Santa Passera, da cui prende il nome.

Durante il fascismo il Governatorato di Roma si occupò diffusamente delle condizioni miserevoli delle famiglie che vi dimoravano, con una serie di ispezioni e relazioni di visita. Tale attività di studio fu portata avanti anche dal Comune di Roma, fino ad anni recenti.

L’area si estende in lunghezza per circa 1 km, e i limiti possono essere determinati per approssimazione fra le Idrovore di piazza Meucci e la Torre del Giudizio. La proprietà è in massima parte demaniale, trattandosi di riva e argine fluviale. L’edilizia presenta caratteri assai eterogenei. Ad un nucleo di preesistenti casali rurali si sono aggiunte case in pietrame di tufo e laterizio ad un unico piano e composte di un unico ambiente, per lo più prive di fondazioni e spesso addossate le une alle altre, o con fazzoletti di terreno intorno. Più recente è la costruzione di capannoni artigianali, ricavati negli spazi di risulta tra casa e casa.

In anni recenti il borghetto si è progressivamente spopolato e versa oggi in condizioni di abbandono.

 

 

Le Officine SARA

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Torni meccanici alla SARA

La Officine SARA sono un complesso di capannoni e caseggiati industriali in muratura e ferrocemento, legati alla lavorazione della viscosa, oggi demoliti o riconvertiti ad usi diversi.

La viscosa, inventata nel 1904 da Hylaire De Chardonnet, è una fibra chimica autarchica dagli impieghi molteplici: può sostituire la plastica, essere filata come un tessuto, o persino diventare pellicola cinematografica. Nel 1939 le due principali produttrici, la CISA e SNIA, si consorziano, nazionalizzando la produzione. Nella riorganizzazione che segue, gli stabilimenti SARA (Studi Attrezzature Realizzazioni Automeccaniche) di via Monte delle Capre, 23-37, vengono destinati alla produzione di macchine per filatura e telai meccanici per la viscosa per seta artificiale (con cui si facevano splendidi capi d’abbigliamento).

Man Mano che i venti di guerra soffiano più forte la SARA si concentra sui macchinari per la viscosa da film. Si producono qui - su licenza OMI Ottico Meccanica Italiana - gli apparecchi fotografici SARA-Nistri per riprese planimetriche e ricognizioni aeree, per poi passare, in piena guerra, a dispositivi ottici di puntamento (mirini, collimatori, ecc.) e altri armamenti di precisione. La fabbrica continua a vivere anche sotto l’occupazione tedesca. Dopo la Liberazione, il presidente CISA Francesco Maria Oddasso, avendo capito che l’era della viscosa è ormai finita, affida la SARA alla direzione del giovane avvocato Telemaco Corsi, con il compito di smontare, rimontare e reinventare gli inutili residuati lasciati dalla guerra.

Carri armati, autoblindo, furgoni, motociclette (ma anche cannoni e aeroplani) diventano veicoli civili, soprattutto motociclette per la Polizia di Stato e ambulanze. Nelle Officine SARA nascono anche le cosiddette lambrette del mare, piccoli natanti da diporto, in origine barchini esplosivi della Regia Marina Italiana. Nel dopoguerra troveremo questi mezzi d’assalto (capaci di portare 300 kg di tritolo sotto la pancia delle navi nemiche) sfrecciare sul litorale romano e sul Tevere, con nuovi motori Alfa Romeo da 80 cavalli, alla velocità di 32 miglia marine.

 

 

Il Balneum

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il Balneum degli Arvali. Gli ambienti in azzurro erano freddi; quelli in arancio erano riscaldati

Il Balneum è un impianto termale di piccole dimensioni (lunghezza 35 m, superficie 600 mq) ad uso esclusivo degli Arvali. Sorgeva 150 m a sud del Tempio di Dia lungo la via Campana e si componeva di 15 vani e 6 piscine.

Dal vestibolo (1) diviso in tre aulette e affiancato dalle latrine collettive (2) si accedeva a una grande sala conviviale (3), con nicchie vezzose sulle pareti absidate e colonne marmoree a sorreggere la volta dagli ampi lucernari. Di lì una porta immetteva nel frigidarium (4), sul cui pavimento si aprivano due piscine dai mosaici policromi.

Il piccolo tepidarium (5) era seguito dallo spogliatoio-destrictarium (6) e dalla sauna-laconicum (7). I due ambienti del calidarium (8) erano dotati di vasche di diversa temperatura, alimentate dalle fornaci (9). Il circuito si completava con un tepidarium per il ritorno a temperatura ambiente.

Costruito nel 222 d.C., il Balneum ha funzionato fino al 340; gli ambienti hanno continuato a vivere, prima come fornace e poi come casale rustico, fino all’alto Medioevo. I ruderi sono stati scavati negli anni 1975-81 dall’École Française e si trovano (interamente coperti e non visitabili) sotto il Casale Agolini in via della Magliana, 585.

 

 

La frana del 28 giugno 1965

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Viadotto all'Ansa della Magliana (oggi demolito) - (Uccellacci uccellini, Pasolini 1966)

Nella primavera 1965 la costruzione della Statale 201 (oggi Autostrada Roma-Fiumicino) procede speditamente, anche nel tratto fra il 3° e 4° km all’Ansa della Magliana, tra la Ferrovia Roma-Pisa e la riva del Tevere, di cui si conosce la franosità.

Nell’area si sta realizzando un viadotto di 640 metri, sorretto da terne di pali piantate in profondità, a 16 m di distanza per complessive 40 luci. Il 28 giugno, al km 3,083, si verifica improvvisa la frana. Per dieci giorni i movimenti di terra sembrano non finire e generano un fronte esteso circa 200 metri. Il collettore fognario del Trullo risulta inservibile e il traliccio dell’alta tensione pencola. Alcuni piloni del viadotto abbandonano la posizione: sono cioè anch’essi inutilizzabili.

Sospesi i lavori, l’ANAS incarica un geologo, il professor Petrucci di Palermo, di studiare l’accaduto, mentre nel cantiere deserto Pier Paolo Pasolini dirige Totò e Ninetto Davoli in alcune scene di Uccellacci uccellini. I rilievi del Professore appurano uno scivolamento del terreno di 3 metri. La causa è una polla (una piccola sorgente) a monte del terrapieno della ferrovia, che disperdendosi sotto la massicciata ha creato gallerie, vuoti e caverne.

In seguito, gli interventi di ripristino del collettore porteranno alla scoperta archeologica del Balneum degli Arvali: un impianto termale alimentato forse, 18 secoli prima, dalle stesse acque all’origine della frana.

 

 

Il Vicolo di Pietra Papa

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Mappa 159 del Catasto Gregoriano (1818). Dettaglio dell'area di Pietra Papa

L’antica viabilità del Piano di Pietra Papa - oltre a quella principale rappresentata dalla via Portuense e via della Magliana - consisteva in un eseguo numero di strade minori, che avevano origine dalla via Portuense e che raggiungevano una strada che costeggiava la riva del Tevere. La più importante tra di esse era il Vicolo di Pietra Papa.

Esso, allora come oggi, iniziava dalla via Portuense e aveva tre diramazioni. La prima, che corrisponde all’attuale via dei Papareschi, raggiungeva il Tevere con un percorso pressoché rettilineo. La seconda, con continui cambi di direzione, raggiungeva anch’essa il Tevere ma un po’ più a valle della precedente. Di tale percorso sopravvivono oggi alcuni spezzoni come l’odierno omonimo vicolo di Pietra Papa e la parte terminale di via Pietro Blaserna presso il Tevere. La terza diramazione, a differenza delle altre due, non raggiungeva le rive tiberine ma si fermava nei pressi di un canale di irrigazione dalle parti dell’odierna via Antonio Roiti (della parte iniziale di questa terza diramazione resta oggi traccia nella via dei Prati dei Papa e in via Carlo Sereni).

Altra strada di una certa importanza presente nella Piana era l’antico vicolo di Pozzo Pantaleo. Esso si staccava dalla via Portuense nel punto in cui oggi sorge l’oratorio della Parrocchia Gesù Divino Lavoratore ma buona parte dell’antico percorso è stato cancellato dai moderni edifici. Solo il percorso dell’attuale via Vincenzo Brunacci conserva la memoria della parte terminale del vicolo, quella verso il Tevere, che nei primi anni del Novecento aveva però cessato di chiamarsi vicolo di Pozzo Pantaleo ed era diventata parte della più recente via di Vigna Corsetti.

Il resto della antica viabilità del Piano di Pietra Papa consisteva in un esiguo numero di strade minori. Il percorso di tali vicoli era influenzato dai confini degli appezzamenti che avevano il compito di raggiungere; ne risultava una serie di sentieri con andamento sinuoso e non di rado con brusche svolte ad angolo retto, stretti tra i muri di confine delle proprietà.

 

 

Credits:

On line dal 10/10/2006, 1163 letture.