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Il Ponte ferroviario

di AA.VV. (a cura di Andrea Di Mario)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Ponte ferroviario - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il tratto di Via Campana - Calpurnia, la nobile rivale - Portunus, il ragazzo sul delfino - La Marrana Tiradiavoli - I Molini Biondi - Il Ponte della Scienza - I Prati dei Papa - Il Vicolo di Pietra Papa - Le Terme di Pozzo Pantaleo - La Mansio della Via Portuensis - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Il Ponte ferroviario

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Ponte ferroviario sul Tevere

Il Ponte ferroviario sul Tevere (Ponte San Paolo o Ponte ferroviario sul Tevere) è un ponte ferroviario, di epoca primo-ottocentesca. Fa parte del Complesso storico di Ponte di ferro.

Non disponiamo di notizie storiche dettagliate su questo bene. Il bene è funzionale ed adibito al traffico ferroviario: non  disponiamo di notizie architettoniche/funzionali più dettagliate. Si trova presso l'Argine demaniale, in corrispondenza della linea ferroviaria Roma-Pisa. È visibile dal vicino Ponte di ferro ma, ovviamente, è chiuso al pubblico e non sono possibili visite guidate.

 

 

Il tratto di Via Campana

di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo

 

 

 
 
Tratto di Via Campana a Pozzo Pantaleo

Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana.

L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere.

Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio.

Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense.

 

 

Calpurnia, la nobile rivale

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Calpurnia, la terza moglie di Cesare

Calpurnia è la terza moglie di Caio Giulio Cesare: prima di lei c’erano state Cornelia (morta prematuramente) e Pompea (ripudiata).

Uniti in matrimonio dal 59 a.C., Caio Giulio l’ha salutata poco dopo le nozze, per impegnarsi nelle complesse fasi dell’ascesa al potere assoluto. Calpurnia ha atteso fiduciosa la fine del Bellum Gallicum e del Bellum civile, dedicandosi all’amministrazione delle proprietà familiari, urbane ed extraurbane. Ultima acquisita in ordine di tempo sono gli Horti portuensi tra Gianicolo e Magliana, dove pascolano bradi i cavalli sacri con cui Cesare ha varcato il Rubicone.

Il condottiero, vittorioso in Oriente, torna a Roma solo nel 46. E porta con sé la regina Cleopatra, ingombrante “preda” della guerra egiziana, che ospita proprio negli Horti, a debita distanza dall’Urbe e da Calpurnia. Calpurnia reagisce con misurato contegno romano. Conosce le infedeltà del marito e le sue intenzioni: Cesare sta lavorando ad una legge ad personam che gli consenta di avere due mogli, mentre il Senato preme affinché ripudi Calpurnia e sposi Cleopatra, allettato dalla prospettiva di acquisire l’Egitto (ancora formalmente indipendente) per via ereditaria. Chiusa in un severo silenzio, Calpurnia dalla Reggia Palatina scruta oltretevere gli Horti, dove la rivale si adopera nel trasformare il luogo desolato della sua cattività in una sfarzosa corte orientale.

Il popolo di Roma prende le parti di Calpurnia. Scrittori come Cicerone, graffiti murali e missive anonime la informano che Cesare il Conquistatore è stato ormai conquistato da Cleopatra, che non è la sua prima amante ma certo è la più pericolosa. Eppure Calpurnia rimarrà a fianco del marito fino all’ultimo, al mattino delle Idi di marzo del 44.

 

 

Portunus, il ragazzo sul delfino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il dio Portuno cavalca il delfino (Scavi al complesso termale di Pietra Papa)

Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano.

Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume.

Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma.

Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio.

 

 

La Marrana Tiradiavoli

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
La foce della Marrana Tiradiavoli, dal Catasto gregoriano (1818)

La Marrana Tiradiavoli (o in epoca medievale Marrana di Pozzo Pantaleo) è un corso d’acqua, oggi interrato, che nasce dalle sorgenti della Valle dei Daini (a Villa Doria-Pamphili) e - dopo aver attraversato la profonda valle di via di Donna Olimpia e costeggiato le alture dell’Ospedale San Camillo presso Pozzo Pantaleo - sfocia nel Tevere all’altezza di piazza Meucci.

Il fiumiciattolo deve il suo sinistro nome ad una credenza popolare secondo la quale, sotto le arcate dell’acquedotto romano di Villa Pamphili, alcuni diavoli fermarono la carrozza di Donna Olimpia Maidalchini, conosciuta per la sua malvagità, per accompagnarla direttamente all’inferno. La stessa carrozza, condotta (tirata) da diavoli, con a bordo il fantasma della dannata nobildonna, sarebbe però ancora oggi solita apparire con grande fragore, a turbare le notti dei Romani.

Nel suo percorso la marrana era scavalcata da alcuni ponti, oggi scomparsi, il più importante dei quali era posto sulla Via Portuense, in prossimità del bivio da cui partiva l’antica Via della Magliana. A monte di questo incrocio alcuni tratti dell’alveo erano stati regolarizzati, probabilmente già in epoca classica. Altri due ponti, oggi scomparsi, erano quello della novecentesca via di Vigna Corsetti e quello posto nei pressi della foce.

Perfettamente visibile fino alla fine degli anni Trenta la marrana iniziò ad essere interrata quando venne colmata durante la costruzione delle case popolari di via Donna Olimpia. Qualche decennio più tardi, con la costruzione della Purfina e l’edificazione dei primi lotti di via Oderisi da Gubbio, la marrana scomparve quasi del tutto, con l’eccezione dell’ultimo breve tratto, dove è ancora visibile un manufatto idraulico.

 

 

I Molini Biondi

di Andrea Di Mario e Antonello Anappo

 

 

 
 
I Molini Biondi

I Molini Biondi sono un complesso produttivo dei Primi del Novecento, oggi adibito a centro residenziale e commerciale.

Nel 1905 la Società Italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze rileva il preesistente Mulino Städlin (di modeste dimensioni, costruito nel 1885 nella Vigna Costa a ridosso del Ponte dell’Industria), per ampliare il suo mercato alla Capitale italiana, in continuo incremento demografico e con sempre crescenti esigenze alimentari. La scelta del sito privilegia la vicinanza al Tevere e alla ferrovia, vie di collegamento veloci ed efficienti per l’approvvigionamento delle materie prime (i cereali) e la distribuzione del prodotto finito (le farine in sacchi). I lavori di elevazione e ampliamento, diretti dall’ingegner Antonio Fiory, si protraggono fino al 1907. Negli anni successivi la costruzione del nuovo tracciato ferroviario determina un esproprio di 6 ettari di terreno; la trasformazione del Ponte dell’Industria in strada carrabile (l’odierna via Antonio Pacinotti) modifica gli accessi e ridisegna i raccordi con la rete ferroviaria nazionale.

La strutture hanno l’aspetto architettonico dei caseggiati industriali nord-europei. Il corpo principale, lungo 62 m e alto 28, presenta quattro ordini sovrapposti di finestre rettangolari, con partiture di mattoni a vista. Internamente i vari piani - divisi da solai sostenuti da colonnine in ghisa - ospitano le motrici a vapore, i trasformatori per l’energia elettrica, gli impianti per la macinazione del grano e la raffinazione delle farine, e grandi silos di stoccaggio. Un edificio adibito ad uffici e la palazzina degli alloggi degli operai completano la struttura.

Lo stabilimento cessa le attività intorno alla metà del Secolo scorso. A partire dal 2000 il complesso, rilevato da privati, è stato ristrutturato, lasciando intatti i prospetti e ricavandovi all’interno appartamenti e negozi.

 

 

Il Ponte della Scienza

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Ponte pedonale dell’Università

Ponte della Scienza è un’opera di ingegneria, in costruzione, destinata a collegare le due sponde del Tevere tra lungotevere Gassman e il Gazometro.

Progettato dall’architetto Andreoletti, il ponte misura 142 m x 10 di larghezza e si compone di tre elementi: le due stampelle d’appoggio lungo gli argini e la travata centrale in cemento su funi sospese. La stampella in Riva Portuense è in acciaio corten e misura 63 m (di cui 30 protési a sbalzo sull’alveo fluviale). La stampella in Riva Ostiense è in cemento armato e misura 42 m (di cui 15 a sbalzo). Sulla distanza tra le due stampelle, 36 m, sono tese le funi in fibra di carbonio, su cui poggia una soletta e la travata centrale in cemento precompresso, ad altezza 15 m. Il progetto prevede che la travata centrale sia realizzata a piè d’argine e posta sulle stampelle con speciali gru.

L’impalcato è concepito come una terrazza sul fiume, destinata all’incontro e alla circolazione ciclo-pedonale: una corsia ciclabile è in battuto di cemento; il resto, pedonale, è coperto da legno di tek e attrezzato con panchine. I parapetti in acciaio sono dotati di illuminazione continua a neon sotto i corrimano.

Le fondazioni si innestano a 40 m di profondità. In Riva Portuense è prevista la carteratura dei muraglioni con lastre di cemento solcate da fessure per il verde. Il costo netto del ponte è di € 4.161.969,58.

 

 

I Prati dei Papa

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Pietra Papa

Il significato del toponimo Pietra Papa va cercato nella sua forma originaria di Prata Papi - ovvero Prati dei Papa - con il quale la zona viene nominata nei documenti sin dal X secolo.

I Papa, possessori di tali prati di cui si fa menzione nel nome, sarebbero da identificare con una antica famiglia nobile di Trastevere, quasi certamente imparentata con i Papareschi, casata molto potente nel Medioevo e nota per aver dato i natali al pontefice Innocenzo II (1130-1143), al quale si deve l’edificazione nelle forme attuali della Basilica di Santa Maria in Trastevere. Il più antico documento nel quale viene nominato il toponimo è una donazione, datata 1° febbraio 968. Tramite essa la nobildonna romana Teodora cede all’abate del Monastero dei SS. Cosma e Damiano in Mica Aurea (il soppresso monastero benedettino dell’odierna S. Cosimato in Trastevere) “pratum unum in integro cultum et absolatum cum terminis et fossatis suis et cum omnibus ad eum pertinentibus, positum foris porta Portuense in loco qui appellatur Prata Papi (...) propinque cripta alba”. La cripta alba era probabilmente un antico sepolcro marmoreo. Il 9 febbraio 973, l’abate dello stesso monastero concesse a sua volta all’Abbazia di Subiaco il possesso del fondo. E l'Abbazia, a sua volta, l’11 gennaio 1009 lo cedette a un tale Giovanni di Azzo per tre generazioni. È interessante riferire la notizia, contenuta in un testamento datato 12 novembre 1287, secondo la quale i possedimenti nei Prata Papi di un certo Giovanni Papa, lasciati in eredità al Monastero dei SS. Bonifacio ed Alessio all’Aventino, erano già appartenuti all'ente ecclesiastico 300 anni prima.

Come si evince da un altro documento testamentario, a partire dal XIV secolo il toponimo subisce una prima metamorfosi che porta il nome originale di Prata a trasformarsi in Preta. Infatti, in un atto del 26 maggio 1348, tale Nicolò De Vaschis lascia all’ospedale del Ss. Salvatore “quinque aut sex petias terrarum, positas extra portam Portuensem in loco dicto Preta Papa”. In una cronaca di circa sessanta anni dopo troviamo un’ulteriore e definitiva storpiatura, che portò dall’intermedio Preta al nome attuale di Petra, cioè pietra.

Il 24 aprile 1408 il cronachista Antonio Dello Schiavo descrive una sua visita fuori porta Portese (“et ivimus versum Petrampapae”) durante la quale ebbe modo di vedere un ponte galleggiante su 13 barche, lungo quasi 50 metri e largo circa 6, che superava il Tevere in un punto che non ci è possibile identificare. Tra le proprietà allora presenti a Pietra Papa, citiamo quella della chiesa di S. Maria dell’Orto che tra il XV e il XVI secolo “in loco detto Pietra Papa” possedeva numerose vigne.

 

 

Il Vicolo di Pietra Papa

di Andrea Di Mario

 

 

 
 
Mappa 159 del Catasto Gregoriano (1818). Dettaglio dell'area di Pietra Papa

L’antica viabilità del Piano di Pietra Papa - oltre a quella principale rappresentata dalla via Portuense e via della Magliana - consisteva in un eseguo numero di strade minori, che avevano origine dalla via Portuense e che raggiungevano una strada che costeggiava la riva del Tevere. La più importante tra di esse era il Vicolo di Pietra Papa.

Esso, allora come oggi, iniziava dalla via Portuense e aveva tre diramazioni. La prima, che corrisponde all’attuale via dei Papareschi, raggiungeva il Tevere con un percorso pressoché rettilineo. La seconda, con continui cambi di direzione, raggiungeva anch’essa il Tevere ma un po’ più a valle della precedente. Di tale percorso sopravvivono oggi alcuni spezzoni come l’odierno omonimo vicolo di Pietra Papa e la parte terminale di via Pietro Blaserna presso il Tevere. La terza diramazione, a differenza delle altre due, non raggiungeva le rive tiberine ma si fermava nei pressi di un canale di irrigazione dalle parti dell’odierna via Antonio Roiti (della parte iniziale di questa terza diramazione resta oggi traccia nella via dei Prati dei Papa e in via Carlo Sereni).

Altra strada di una certa importanza presente nella Piana era l’antico vicolo di Pozzo Pantaleo. Esso si staccava dalla via Portuense nel punto in cui oggi sorge l’oratorio della Parrocchia Gesù Divino Lavoratore ma buona parte dell’antico percorso è stato cancellato dai moderni edifici. Solo il percorso dell’attuale via Vincenzo Brunacci conserva la memoria della parte terminale del vicolo, quella verso il Tevere, che nei primi anni del Novecento aveva però cessato di chiamarsi vicolo di Pozzo Pantaleo ed era diventata parte della più recente via di Vigna Corsetti.

Il resto della antica viabilità del Piano di Pietra Papa consisteva in un esiguo numero di strade minori. Il percorso di tali vicoli era influenzato dai confini degli appezzamenti che avevano il compito di raggiungere; ne risultava una serie di sentieri con andamento sinuoso e non di rado con brusche svolte ad angolo retto, stretti tra i muri di confine delle proprietà.

 

 

Le Terme di Pozzo Pantaleo

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Terme di Pozzo Pantaleo

Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità.

Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere.

È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche.

Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico.

 

 

La Mansio della Via Portuensis

di Moena Giovagnoli

 

 

 
 
Mansio di Pozzo Pantaleo (immagine aerea)

La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar.

Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato.

Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso.

L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole).

 

 

Credits:

On line dal 19/08/2008, 1108 letture.