Il Casale Maccaferri IV
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Il Casale Maccaferri IV - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Casale Maccaferri VIII - Il Casale Maccaferri IX - Madonna di Pompei, bene storico artistico - I cancelli componibili Magliana - Summanus e le porte dell’Inferno - Acca, dea della Magliana - La Lupa, Faustolo, i Gemelli - La Lupa di Roma - Il Bosco sacro degli Arvali - Il Tempio di Dia - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Il Casale Maccaferri IV di Antonello Anappo
Il Casale Maccaferri IV è un edificio rurale verosimilmente del Primo Novecento, sito in via Fulda, 26, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700735A, Sacchi G. - cat. Giampaoli-Fracasso). |
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Il Casale Maccaferri VIII di Antonello Anappo
Il Casale Maccaferri VIII è un edificio rurale visibile già dal catasto del 1819, sito in via Fulda, 87, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700734A, Sacchi G. - cat. Giampaoli-Fracasso). |
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Il Casale Maccaferri IX di Antonello Anappo
Il Casale Maccaferri IX è un edificio rurale dell’Ottocento, sito in via Fulda, 112, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00700733A, Sacchi G. - cat. Giampaoli-Fracasso). |
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Madonna di Pompei, bene storico artistico di Maurizio Vacca
La Chiesa di Santa Maria del Rosario alla Magliana Vecchia ha avuto dal Ministero per Beni e le Attività culturali l’importante riconoscimento di edificio di interesse storico artistico. La chiesa costituisce una testimonianza storica delle vicende dell’Agro Romano, ponendosi - come si legge sulla relazione storico-artistica del Ministero - «come elemento focale e tutt’ora di maggiore riconoscibilità dell’originario nucleo insediativo a carattere rurale, in ciò svolgendo un ruolo prezioso per la conservazione dell’identità del luogo, ormai raggiunto dalle recenti espansioni edilizie». L’edificio è stato costruito tra il 1908 ed il 1915 e sorge lungo via della Magliana, ai piedi delle colline che, secondo la denominazione tradizionale, erano conosciute come Monte delle Piche e Colli di Affogalasino. Esso trova origine dalla creazione della borgata rurale conosciuta in seguito anche come Borgo Maccaferri, sorto per accogliere gli operai degli Stabilimenti Maccaferri - officine nate nel 1917 in piena Prima Guerra Mondiale per iniziativa di un imprenditore emiliano con il sostegno del Governo -, destinati alla produzione di filo spinato, di cui vi era grande necessità per le esigenze belliche. Si affaccia sulla piazza Madonna di Pompei ed è posizionata strategicamente vicino alla Stazione della Magliana che era già attiva agli inizi del Novecento. Il 1° marzo 1915 la chiesa fu eretta a parrocchia, con decreto del Cardinale vicario Basilio Pompili, sotto il titolo del Santo Rosario di Pompei fuori Porta Portuense. Il riconoscimento agli effetti civili del provvedimento vicariale fu decretato il 4 marzo 1917. Dal punto di vista architettonico la chiesa si presenta a navata unica con tetto a capanna e con una piccola abside quadrangolare (scarsella). È una impostazione che si rifà volutamente alla tradizione architettonica degli Ordini Mendicanti. «L’impaginato architettonico - scrive il Ministero nella sua relazione - si presenta austeramente classicistico», con le parete laterali «realizzate in blocchetti di tufo e laterizio a faccia a vista e dall’equilibrata elegante intelaiatura, costituita da paraste di ordine tuscanico». Da evidenziare la particolarità che tutti e due i fronti esterni su via della Magliana e piazza Madonna di Pompei sono trattati come facciate. Il fronte più lungo, corrispondente al fianco sinistro della chiesa, doveva svolgere inizialmente tale funzione. Una conferma è rilevabile da una fotografia del 1940 circa, in cui il lato corto sulla piazza non presenta una qualsiasi qualificazione architettonica. Tale soluzione sembra fosse dettata dalla volontà iniziale di privilegiare l’affaccio verso la Magliana e l’antistante stazione ferroviaria. Solo in seguito venne completato il fronte che si apriva sulla piazza, a seguito probabilmente della realizzazione di un nucleo abitato più significativo, e quindi di una più definita sistemazione della piazza stessa. |
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I cancelli componibili Magliana di Antonello Anappo
Negli Anni Venti, esaurita la commessa bellica di filo spinato per le trincee sul Carso, l’Industria Prodotti Siderurgici Maccaferri della Magliana si riconverte alla produzione civile di cancelli e recinzioni da giardino in modulo componibile fai-da-te. Il catalogo prevede soli quattro prodotti base - il recinto, la cancellata, il cancello e il cancellino - declinabili per altezza e spessore e in 300 combinazioni diverse. Il recinto consiste in una rete a maglia metallica a doppia zincatura, sorretta da 4 tipi di paletto: normale, testata, angolare e rompitratta. La cancellata è una recinzione montata su telai, a loro volta sostenuti da colonne in tubolare verniciato al minio. Sulle recinzioni possono aprirsi il cancellino pedonale o il cancello carrabile, rispettivamente a una o due sezioni, sostenuti da colonne in ferro o ghisa e con serratura a doppio scrocco. La vendita avveniva per corrispondenza. Bastava spedire alla Maccaferri il formulario stampato in fondo al catalogo, indicando i numeri di combinazione e la quantità: dalla stazioncina ferroviaria IPS-Magliana tutto l’occorrente raggiungeva smontato ogni parte d’Italia e delle Colonie. Le condizioni di vendita prevedevano il pagamento in contante o a 15 giorni dalla fattura, con una penale, in caso di ritardo, del 6% annuo. All’acquirente non rimaneva che montare da sé la recinzione intorno al suo giardino e godere in pace la fine della Grande guerra. |
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Summanus e le porte dell’Inferno di Antonello Anappo
La chiesa di Santa Bibiana all’Esquilino - dove nel VII sec. giungono i materiali di recupero del sito degli Arvali - ha restituito una lastra di marmo sacra al dio infernale Summanus. Summano è una divinità minore da cui dipendono i fulmini notturni (che i Romani ritenevano generati dagli Inferi e diretti al cielo), posta in relazione antitetica con Giove, che presiede invece alle saette diurne. Durante i Summanalia (20 giugno) al dio era sacrificato un montone nero, il suo l’idolo a forma di caprone riceveva l’unzione rituale e si consumavano focacce di farina. Il culto si mantenne associato a Giove fino al 278 a.C., quando se ne staccò ricevendo un tempio autonomo al Circo massimo. La lastra era posta in una porzione boschiva (probabilmente all’interno del Lucus) devastata da un fulmine notturno. Il pericoloso varco fra mondo superficiale e mondo degli Inferi era carico di sacralità negativa e per questo interdetto agli uomini. La lastra aveva la funzione complessa di riconciliare la divinità, chiudere il varco ed ammonire i colòni circa la natura ‘terribile’ del luogo. La lastra, datata II-III sec. a.C. (oggi ai Musei capitolini, galleria del palazzo Senatorio, rep. NCE14), riporta minacciosa: ‘Summanium fulgur conditum’, ‘qui il fulmine di Summano ha generato un solco’. |
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Acca, dea della Magliana di Antonello Anappo
Acca è una divinità minore, associata a Dia-Cerere e legata all’augurio sacrale di fecondità della terra seminata, grazie al favore dei Lari. Acca prende gli attributi di Larentia e Mater Larum (madre dei Lari); peraltro la parola arcaica “akka” significa anch’essa “madre”. Macrobio (nei Saturnalia I, 10) descrive Acca come una affascinante prostituta, offerta in trofeo per una partita a dadi fra il custode del tempio di Ercole e un prestante straniero. Alla vittoria di quest’ultimo Acca si concede con sublime trasporto, tanto che lo straniero, commosso, si rivela nella sua vera identità – egli era infatti il dio Ercole -, consigliandole in ricompensa di seguire ciecamente il primo uomo che avesse incontrato. Acca si imbatte in Taruzio, anziano possidente etrusco, proprietario delle terre in riva destra, alla Magliana. Acca ne diviene la sposa, adeguandosi con devozione ai nuovi costumi e onorando il culto dei Lari. Quando l’anziano marito muore Acca si ritrova padrona di una fortuna immensa, che cede al Popolo di Roma con una solenne donazione all’Ara Maxima, per poi affrontare la morte mistica immergendosi nelle acque del Velabro. I Romani, in segno di gratitudine, le dedicano la festa annuale dei Larentalia, il 23 dicembre, solstizio d’inverno. |
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La Lupa, Faustolo, i Gemelli di Antonello Anappo
La Lupa compare sin dal mito di fondazione di Roma, e in quello portuense dell’incontro tra l’etrusco Faustolo (Tarun) e la meretrice latina Acca Larentia. Secondo il linguista Carlo De Simone le parole Roma, Romolus e ficus ruminalis avrebbero una matrice comune nell’etrusco ruma (mammella), che evocherebbe il leggendario allattamento di Romolo e Remo da parte della Lupa. Come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze gemellari, e la circostanza di un allattamento è rara ma non impossibile. Secondo taluni il termine Lupa starebbe ad indicare la stessa Acca Larenzia. Così afferma Lattanzio, che, ricordando il passato da meretrice di Acca, le dà l’epiteto di lupa, che in latino significa prostituta. Versioni simili si ritrovano in Livio e Ovidio (cfr. Historiae I, 4 e Fasti III, 55). Il pastore Faustolo (Tarun), dunque, prende in consegna i gemelli dalla Lupa e li accoglie nella sua casa, dove un recente lutto aveva strappato alla moglie Acca uno dei suoi dodici figli. Acca assume il ruolo mistico della pietosa nutrice, nobile figura protettiva, nonostante il suo passato di lupa. Dall’arrivo di Romolo e Remo Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia perduta nel lutto. I due gemelli crescono così, con i loro undici fratelli di adozione, nella serenità in un mondo di pastori. Li ritroviamo forti e adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore e a fondare una Città. |
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La Lupa di Roma di Antonello Anappo
La Lupa è un animale sacro al dio Marte, nume tutelare del popolo latino, presente sin dal mito della fondazione di Roma. La Lupa compare sotto il ficus ruminalis del Palatino, nell’atto di allattare i gemelli Romolo e Remo, abbandonati dai servitori di Amulio in una cesta alle correnti del Tevere. La personificazione della Lupa è presente inoltre in tutte e tre le culture originarie di Roma: presso gli Etruschi aveva il nome di Aita (con caratteri di divinità infernale); presso i Sabini quello di Soranus (purificatrice e fecondante); infine presso i Latini quello di Lupercus (divinità legata alla pastorizia). Il nome Lupercus sembra derivare dalla fusione di lupus (lupo) e hirpus (capro). La festa annuale, i Lupercalia, si teneva nella Grotta Palatina il 15 febbraio, con l’augurio sacrale di proteggere le greggi dai lupi, purificare, preparare l’arrivo della imminente primavera. Il rito consisteva nel sacrificio di un cane e di una capra. Per estensione la festa propiziava anche la fecondità delle donne adulte, che i Sacerdotes Luperci, colpivano simbolicamente con dei fuscelli. L’immagine più famosa della Lupa è il bronzo etrusco del V sec. a.C. conservato in Campidoglio, per il quale Antonio Pollaiolo realizzò nel 1471 la coppia dei Gemellini, in omaggio al mito fondativo dell’Urbe. |
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Il Bosco sacro degli Arvali di Antonello Anappo
Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali. Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33). Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari. La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale. |
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Il Tempio di Dia di Antonello Anappo
Il Tempio di Dia (o degli Arvali) è un santuario di epoca augustea, sito nella via omonima, presso il ristorante La Tavernaccia, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
Credits:
On line dal 16/09/2008, 529 letture.