I Fortunalia di Ovidio
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
|
In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: I Fortunalia di Ovidio - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: Il Tempio della Dea Fortuna al I miglio - Alla corte di Cleopatra - Dike e l’Età dell’oro - Il Tempio di Dia - Marconi - Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - La Cisterna di Pozzo Pantaleo - Il tratto di Via Campana - Le Terme di Pozzo Pantaleo - Pag. 16: La IV di Copertina. |
|
I Fortunalia di Ovidio di Antonello Anappo
Nell'8 d.C. Ovidio chiude frettolosamente le opere incompiute, prima di partire per l'esilio. Fra di esse i Fortunalia, dedicati alla Dea bendata e al suo culto portuense, tradotti per la Riva da Antonello Anappo. La dea voltò le spalle a Ovidio, che non tornò più a Roma. |
|
Il Tempio della Dea Fortuna al I miglio di Antonello Anappo
Le fonti latine attestano in Riva destra il culto pagano della Dea Fortuna (« Fors, huius aedes Transtiberim est »). Ne sono noti tre templi: uno a Pietra Papa, uno al complesso arvalico della Magliana e uno agli Orti di Cesare. Il Tempio di Fortuna è stato scoperto a metà Ottocento. Scavi sommari individuano che si tratta di un complesso religioso dal doppio sistema murario: i muri interni risalgono all’epoca di Tiberio, mentre quelli esterni (forse un rifacimento) sono dell’epoca di Traiano. Gli scavi riprendono prima nel 1915 e poi nel 1939. L’archeologo Jacobi rinviene parte del fregio, un altare e un idoletto con cornucopia, grazie al quale attribuisce il tempio alla dea Fortuna. Le conclusioni di Jacobi tuttavia incontrano delle perplessità, sia per l’esiguità dei ritrovamenti, sia perché le fonti collocano il tempio al I miglio (i ritrovamenti avvengono a II miglio inoltrato). Il sito è oggi interrato. Gli altri due templi sono uno al VI miglio, sotto la Stazione ferroviaria della Magliana, e l’altro agli Orti di Cesare. Quest’ultimo non è noto archeologicamente, ma solo attraverso la narrazione di Plutarco. Lo storico greco riferisce che Cesare, giunto alla dittatura, volle ringraziare la sua buona stella edificandole un tempietto nella sua villa suburbana. |
|
Alla corte di Cleopatra di Antonello Anappo
Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono. Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici. Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside. Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio. Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside. Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino. |
|
Dike e l’Età dell’oro di Antonello Anappo
Una figuretta a fresco nell’Ipogeo di Santa Passera attesta, nel Territorio Portuense, il culto di origine greca di Dike. Personificazione del sentimento di giustizia, Dike protegge quanti hanno subìto un torto e punisce chi si è sottratto ai tribunali degli uomini: ha una bilancia in una mano e una spada nell’altra. Il suo mito diventa popolare a Roma nel I sec. d.C., grazie alle Metamorfosi di Ovidio (I, 149). Dike - sorella di Irene (la pace) e di Eunomia (le buone leggi) - vive durante l’Età dell’Oro, un’epoca mitica in cui mortali e dèi vivono in familiarità, senza bisogno di lavorare e tracciare confini. Quando la rivolta di Giove introduce nel mondo fatica, avidità e violenza la Dea ripone la spada e abbandona gli uomini alla loro malvagità. Ovidio lo racconta con versi struggenti: « Victa iacet Pietas et Virgo caedet madentes […] terras » (La Pietà giace sconfitta e Dike fugge dalla terra insanguinata). Il culto della dea consiste in preghiere rituali per invocarne il ritorno, che avrebbe coinciso con una nuova Età dell’Oro. Ma Dike, dal malinconico Cielo della Vergine in cui risiede, lascia cadere ogni appello, e osserva muta le vicende umane. Nell’Ipogeo figurano altre due immaginette - un volatile ad ali spiegate (l’anima libera dai legami corporei) e un lottatore ignudo - che è possibile ricomporre in un nobile messaggio allegorico: « Riposa sereno / chi ha lottato / per la giustizia ». |
|
Il Tempio di Dia di Antonello Anappo
Il Tempio di Dia (o degli Arvali) è un santuario di epoca augustea, sito nella via omonima, presso il ristorante La Tavernaccia, alla Magliana vecchia. Per quanto noto, la proprietà è privata e di interesse archeologico; non è visitabile, non è visibile da strada (è al di sotto del piano stradale). È stata studiata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma (scheda inventariale presso l’Ente). |
|
Marconi di Antonello Anappo
Marconi è la prima delle sette sezioni urbanistiche del Municipio XV (insieme a Magliana Nuova, Portuense, Corviale, Trullo, Magliana Vecchia e Ponte Galeria), di cui costituisce la parte più vicina al Centro storico. Le testimonianze archeologiche più antiche sono localizzate alla Ex Mira Lanza, con resti di una postazione commerciale sul Tevere di epoca arcaica. Il popolamento dell’area è compreso tuttavia tra la fine dell’epoca repubblicana (Horti di Cesare) e l’inizio di quella imperiale (Via Portuensis, Villa di Pietra Papa), quando i ceti sociali più deboli di Roma (ma economicamente più vitali: artigiani, portuali, liberti, stranieri) si insediano nella fascia extraurbana a ridosso del Trans Tiberim. In epoca medievale le fonti attestano il ripopolamento agrario (Piana di Pietra Papa) fin dall’anno Mille. Con la costituzione dello Stato unitario nell’area si insediano le prime attività produttive (Mira Lanza, Molini Biondi, Porto fluviale). Nel Dopoguerra inizia l’edificazione in forme intensive, lungo il tridente Oderisi da Gubbio - Viale Marconi - Lungotevere, con origine da Piazzale della Radio. Il nome del quartiere deriva dalla sua arteria principale (Viale Guglielmo Marconi) che ne attraversa longitudinalmente il territorio da Ponte Marconi al sottopasso di Porta Portese. I confini attuali, determinati nel 1977, comprendono, oltre l’area pianeggiante disegnata dall’ansa fluviale e dalla Ferrovia Roma-Pisa (Pietra Papa), anche la fascia precollinare lungo l’asse di via Quirino Majorana (Ex Purfina e Nuovo Trastevere). I dati comunali al 31 dicembre 2008 indicano una popolazione residente di 35.111 abitanti. |
|
Indo, Gamone e Fannio, soldati di Nerone di Antonello Anappo
Nel 1947 la necropoli di Pozzo Pantaleo ha restituito cinque stele funerarie appartenute a guardie scelte di Nerone (54-68 d.C.). A differenza dei primi “corpores custodes” (schiavi devotissimi addetti all’incolumità dell’imperatore) le milizie private al tempo di Nerone non sono più devote come un tempo, e i componenti godono dello stato di “peregini” (stranieri di condizione libera), riuniti in corporazione para-militare, che replica al suo interno le strutture dell’esercito regolare. L’unità organizzativa della corporazione è la “decuria”, sorta di “famiglia d’armi” di 10 militi, con vincoli molto stretti. assimilabili alla parentela di sangue. I cinque cippi di Pozzo Pantaleo, 2 m circa di altezza e con la sommità stondata, citano il nome del milite, la sua decuria e il confratello che ne diviene erede, e recano la sobria decorazione di una corona di foglie, premio per la valorosa condotta marziale. Di cinque stele solo 3 sono integre, e conservano i nomi di Fannius, Gamo e Indus. Fannio è il più giovane (appena 17 anni, della decuria di Cotino), mentre Indus è il più anziano. L’epigrafe di quest’ultimo recita: “Indo, straniero di condizione libera, guardia imperiale della decuria di Secondo, è morto a 35 anni e qui giace. Il fratello d’armi Eumene diviene suo erede e pone questa lapide”. Numerosi fonti (Giovanni Antiocheno, frammento 91n, e Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, xix) affermano però che furono proprio i “fratelli” Germani a favorire l’uccisione di Nerone. Svetonio (Vita di Galba, 12), riferisce che Galba volle cautelarsi, abolendo la corporazione: “Germanorum cohortem dissolvit ac sine commodo ullo remisit in patriam” (li sciolse e li rimandò a casa “senza buonuscita”). Le guardie d’élite erano comunque necessarie: Traiano ne ripristina la funzione, nel corpo degli “equites singulares”. Le cinque stele sono oggi al Museo nazionale romano (Giardino delle Terme). |
|
La Necropoli di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza). Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo. Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale. Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi. |
|
La Cisterna di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli
La Cisterna di Pozzo Pantaleo è un mausoleo di forma circolare, la cui struttura, successivamente foderata di malta idraulica, è stata reimpiegata come cisterna. L’edificio viene indagato tra il 1998 e il 1999, durante la terza campagna di scavi archeologici a Pozzo Pantaleo, grazie ai fondi per il Giubileo del 2000. L’edificio ha pianta circolare ed è in opera laterizia. Esternamente si trovava un corridoio anulare coperto a volta. L’ingresso alla camera sepolcrale era da un ampio ingresso con soglia in marmo aperto a nord. L’ambiente interno, intonacato con malta idraulica alta circa metà dell’alzato, presenta una sequenza di ampie celle radiali, alternate ad altre di dimensioni più piccole, tamponate con muratura in opera quasi reticolata di tufo. Al mausoleo sono legati altri ambienti ipogei, riutilizzati anch’essi come cisterna, oltre ad una serie di tarde sepolture a cappuccina. Questa terza campagna di scavi ha permesso una datazione complessiva dell’area archeologica, compresa tra la metà del I sec. d.C. e un’epoca successiva al IV sec. d.C., ossia dalla prima età imperiale fino al periodo paleocristiano, con una frequentazione probabilmente anche successiva, forse già altomedievale. |
|
Il tratto di Via Campana di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
Nel terreno ex Purfina di Pozzo Pantaleo è visibile un tratto di strada romana basolata, ritenuto parte della Via Campana. L’antica Via prende il nome dalla sua destinazione, il Campus Salinarum, le saline alla foce del Tevere. Sale ed altre merci erano stivati su imbarcazioni a fondo piatto (navi caudicarie o semplici chiatte) e risalivano il fiume in controcorrente - trainate in riva destra da coppie di buoi - verso l’abitato arcaico di Roma al Foro Boario. Di qui, passata l’Isola Tiberina, la Campana confluiva nella Via Salaria: per questo si parla anche di Asse viario Salaro-Campano, battuto sin dal X sec. a.C. Un unico magistrato (curator viarum) presiedeva al mantenimento della viabilità tra Roma e il mare, occupandosi sia della Via Campana che della Via Ostiensis, la sua gemella in riva sinistra del Tevere. Alla fine del I sec. d.C. l’imperatore Claudio costruisce la Via Portuensis, destinata al traffico leggero. Portuense e Campana seguono il medesimo tracciato fino al II miglio (Pozzo Pantaleo), per poi separarsi (la Portuense avanza in rettilineo lungo le alture portuensi; la Campana segue le curve del Tevere) e ricongiungersi al XIV miglio (Ponte Galeria) fino al Porto di Claudio. Nel 1983 i sondaggi per la realizzazione di una centrale operativa ACEA a Pozzo Pantaleo rilevano la presenza di resti del tracciato stradale. La successiva campagna di scavi della Soprintendenza Archeologica di Roma - protratta fino al 1989 - porta alla luce una porzione, lunga circa 50 metri e larga 6, pavimentata con basali (pietre di lava leucitica di forma poligonale). Tale tratto viene identificato con l’antica Via Campana, o con una sua diramazione di servizio (diverticolo), a congiunzione tra la Campana e la Portuense. |
|
Le Terme di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli
Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità. Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere. È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche. Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico. |
Credits:
On line dal 25/09/2007, 978 letture.