Felice, martire con Adautto
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Felice, martire con Adautto - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: I Grottoni - La Basilica di Papa Giulio - La Necropoli di Vigna Pia - Felice II, anti-papa della Magliana - Michele contro il Drago - Simplicio, Faustino e Beatrice martiri - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Alla corte di Cleopatra - Portunus, il ragazzo sul delfino - Portuense - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Felice, martire con Adautto di Antonello Anappo
Felice è un presbitero romano, condannato secondo la “Passio Felicis” (VII sec.) al martirio al tempo di Diocleziano. Nel cammino verso il supplizio, sulla via per il mare, uno sconosciuto gli si affianca e dichiara di volerne condividere la sorte: gli increduli militari romani lo accontentano senza indugi, decapitando i due cristiani con il medesimo colpo di spada. La Passio descrive l’audace compagno di fede con un giro di parole: “eo quod sancto Felici auctus sit ad coronam martyrii” (colui che ‘sarà aggiunto’ nella corona del martirio); la tradizione liturgica lo ricorda perciò insieme a Felice (il 30 agosto) col nome di Adautto (ad-auctus=aggiunto). Il culto decade precocemente alla Magliana, tanto che a fine IV sec. le spoglie si spostano dalla catacomba portuense a quella di Commodilla a S. Paolo. Le reliquie dei due martiri prendono poi la via del Nord Europa sotto papa Leone IV (847-855) che le dona a Ermengarda, moglie di Lotario. A Roma rimane la reliquia della testa decapitata di Sant’Adautto (chiesa di S. Maria in Cosmedin). Le uniche immagini di Felice e Adautto giungono da affreschi paleocristiani dalla basilica sotterranea di Papa Siricio (384-399), alla catacomba di San Paolo. |
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I Grottoni di Antonello Anappo
I Grottoni sono un complesso di gallerie e ambienti ipogei, originati in epoca romana da un’attività estrattiva di tufo e pozzolane. Taluni associano i Grottoni alle perdute Catacombe di San Felice, attestate al III miglio della Via Portuense-Campana. Un’indagine del Primo Novecento ha confermato il parziale utilizzo cimiteriale di alcuni ambienti. Tuttavia successivi crolli hanno impedito una attribuzione certa. Le fonti storiche che parlano di catacombe sono il De locis sanctis, che elenca Felice tra i martiri portuensi (« qui iuxtam Viam Portuensem dormiunt »); l’Index coemeteriorum, che cita un cymiterium ad Sanctum Felicem Via Portuensi; un carme di Papa Damaso (366-384), che descrive il Sepolcro di Felice, dipinto dal Presbitero Vero. Gli Itinera medievali collocano la tomba del Martire dopo quella di Paolo (San Paolo) e prima di Ponziano (Monteverde), al di sopra di un’altura dominante il punto in cui « il Tevere s’impaluda ». Lo studioso Emilio Venditti ritiene che la descrizione sia compatibile con il costone di Vigna Pia. Styger e Cecchinelli-Trinci avanzano invece ipotesi diverse: il primo colloca le catacombe vicino San Ponziano; la seconda a via Traversari a Monteverde. Nel Settecento i Grottoni sono in uso come cantina da vino di Vigna Jacobini. Gli ambienti attuali, sebbene assai ridotti, sono ancora in uso. |
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La Basilica di Papa Giulio di Antonello Anappo
La Basilica di Papa Giulio è un edificio cristiano (una ecclesia) in uso tra IV e VIII secolo, non noto archeologicamente. Il Catalogo Liberiano ne attribuisce l’edificazione a Papa Giulio (337-352) e lo colloca in via Portese miliario III, cioè al terzo miglio della Via Portuense-Campana. Non è oggi possibile risalire con certezza alla posizione del terzo miglio, in quanto la Via (di cui si sa solo che nasceva dalla Porta Trigemina e seguiva grossomodo il corso del Tevere) non ha restituito pietre miliari. Il Catalogo Liberiano chiarisce la sua collocazione al di sopra del cimitero sotterraneo del Martire Felice. Tale informazione è meglio specificata dalla Notitia ecclesiarum che chiarisce che la basilica sorge ad corpus, cioè esattamente al di sopra delle reliquie del Martire (« ecclesia beati Felicis martiris in qua corpus eius quiescit »). Gli itinerari altomedievali accennano ad una posizione di altura, dominante un punto paludoso del Tevere. Peraltro vi è incertezza anche sull’identità del Martire Felice, che fonti discordanti descrivono sia come un presbitero martirizzato sotto Diocleziano, sia come un anti-papa del IV secolo. Del sito si ha notizia anche al tempo di Papa Adriano (772-795), che vi compie un restauro (« Ecclesiam Sancti Felicis positam foris Portam Portuensem noviter restauravit »). Poi si perdono definitivamente le tracce. |
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La Necropoli di Vigna Pia di Moena Giovagnoli
Nel luglio 1998, durante lavori di archeologia preventiva per la realizzazione di box auto nell’area tra le vie R. Bianchi, E. Paladini, viale di Vigna Pia e via Portuense, emerse una porzione del vasto Complesso necropolare Portuense, di cui fanno parte anche le aree di Pozzo Pantaleo, dell’ex Drugstore e di via Ravizza. Tutte e quattro le aree si trovano infatti sullo stesso asse viario dell’antica Via Portuensis. I resti sono oggi compresi nella fascia centrale del terreno del ristorante La Carovana, posto su un diverso piano di calpestìo. Gli scavi sono iniziati nel 2000 e sono continuati anche nel biennio successivo. Essi hanno messo in luce strutture funerarie di diverse tipologie, appartenenti a diversi modi di trattare il corpo del defunto: l’inumazione (data la presenza di sarcofagi, tombe a cappuccina e anche fosse ricavate nel terreno, a volte anche distruttive per quanto riguarda i mosaici) e l’incinerazione (sono state trovate ollette e anfore, usate per conservare le ceneri del defunto). Complessivamente, la Necropoli di Vigna Pia risulta articolata in tre sezioni: il Sepolcro di famiglia, l’area del Colombario e un’area con murature oggi ricoperta. Il Sepolcro di famiglia è dedicato da Atilius Abascantus alla defunta moglie Atilia, citata in epigrafe e raffigurata a mezzo busto nel mosaico a tessere bianche e nere. Proprio la scoperta del sepolcro dedicato a questa donna porta gli archeologi a nominare l’intera area, oltre che Necropoli di Vigna Pia, anche Necropoli di Atilia. L’area del Colombario presenta mosaici a tessere bianche e nere, con figure ad elemento vegetale o geometrico oppure simbolico (come il nodo di Salomone). Il colore che spicca di più sulle pareti, all’inizio identificate solo di colore bianco, è il rosso, il quale delinea anche le nicchie del colombario. Le pareti presentano anche decorazioni a motivo floreale (roselline) oppure volatili, animali ultraterreni (ippocampi) e anche raffigurazioni simboliche di carattere dionisiaco (maschera). È stata evidenziata la presenza di fumo sulle pitture: queste tracce stanno ad indicare l’uso di una cucina funeraria, unica testimonianza nella zona portuense, sebbene sappiamo che l’uso di banchetti per cerimonie e commemorazioni di defunti fosse molto diffuso nella civiltà romana. Al centro tra le due aree principali si trova un’area composta da muri, oggi ricoperta perché ritenuta di minor rilevanza (fu scavata per la possibile presenza di un diverticolo o di un tratto di Via Campana, non trovato). Il sito è visitabile nella settimana della Cultura 18-26 aprile 2009.
La Necropoli di Vigna Pia (anche Sepolcro di Atilia Romana, già Tratto della più vasta Necropoli Portuense) è un sito necropolare di età romana. Si trova in via Riccardo Bianchi, 8 nel giardino del ristorante La Carovana. Il sito è stato scoperto casualmente nel 2000, durante lo sbancamento di un costone collinare per la realizzazione di un parcheggio; Gli scavi archeologici e la sistemazione si sono conclusi nel 2006. L'area consiste in due nuclei frontistanti, destinati alla sepoltura. Caratteristica la presenza di una cucina funeraria, di due suggestive decorazioni a fresco di piccole dimensioni (dette la rosa e il torello) e il ritrovamento della lastrina funeraria di Atilia Romana. La proprietà è per quanto noto pubblica, sebbene interclusa nelle strutture del Ristorante. La Necropoli è visibile dalla strada; si organizzano visite periodiche (contattare il Ristorante o la SSBAR). |
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Felice II, anti-papa della Magliana di Antonello Anappo
Il caso letterario “Codice da Vinci” di Dan Brown attinge a piene mani dalla “polemica ariana” (‘Cristo era un uomo?’), che infiammò l’Europa del IV sec.. Un tassello di questa storia passa anche per la Magliana, e riguarda l’antipapa Felice (356-357), che con nobiltà d’animo si occupò della spinosa disputa dottrinale. Occorre però fare un passo indietro. Se per l’ebraismo Cristo è un uomo al pari degli altri profeti, già nei Vangeli emerge la sua specialità nel disegno della Creazione. Il Concilio di Nicea (325) fissa questo concetto in un dogma (‘il Figlio è della stessa sostanza del Padre’) e condanna come eretica la dottrina del monaco Ario, sostenitore della natura umana di Cristo. Terminato il Concilio la disputa prosegue, ora prevalendo l’ortodossia, ora l’arianesimo, grazie al sostegno di cui Ario gode alla corte di Costanzo II, imperatore d’Oriente. Nel 335 Costanzo II compie un colpo di mano: caccia via da Costantinopoli il vescovo Atanasio, che del Concilio di Nicea era stato il principale animatore. L’illustre uomo di fede si rifugia a Roma, accolto prima da papa Giulio, e poi da papa Liberio (353-356). Entrambi i pontefici si oppongono con forza alla richiesta imperale di condannare Atanasio. Costanzo II opera allora un nuovo colpo di mano: depone papa Liberio e lo sostituisce con la mite figura dell’arcidiacono Felice (356-357), pontefice col nome di Felice II. L’Imperatore non immaginava certo quale energia papa Felice avrebbe dimostrato, opponendo all’eresìa ariana un’avversione fiera, maggiore dei suoi predecessori Giulio e Liberio. L’Imperatore corre ai ripari, e perdona in gran fretta Liberio, concedendogli un secondo pontificato (357-366) in cui lui e Felice avrebbero governato congiuntamente la Chiesa. Ma papa Felice non accetta la nuova situazione: abbandona l’abito pastorale e si ritira in preghiera nel suo poderetto alla Magliana (“in praediolo suo qui est via Portuense”), conoscendo infine il martirio. Sepolto nelle catacombe di San Felice, è oggetto di grande venerazione popolare, tanto che il suo culto si fonde con quello del martire Felice, e le catacombe prendono il nome di “Ad duo Felices”, in memoria dei due uomini di fede. Gli equivoci di omonimia sono stati risolti solo nel secolo scorso, dagli studiosi De Rossi, Duhesne e Verrando che ne hanno separato del biografie. Il “rifiuto” di papa Felice è stato per lo più condannato. Nel 1505 l’umanista Vigerio ottiene da Giulio II (1503-1513) una riabilitazione, ma Gregorio XIII (1572-1585), cui si deve il riordino dell’elenco dei pontefici (e la loro divisione in ‘papi’ eletti da conclave e ‘antipapi’ nominati dall’imperatore), cancella addirittura Felice II dal novero dei pontefici, relegandolo tra gli antipapi. Nel 2005 la disputa ariana è tornata di attualità, grazie al bestseller di Brown, in cui lo studioso Langdon inseguendo il Sacro Graal si imbatte nell’umanissima discendenza del matrimonio tra il Cristo e la Maddalena. |
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Michele contro il Drago di Antonello Anappo
Michele contro il Drago è un affresco della metà del XIII secolo, situato in posizione centrale nella curva dell’abside di Santa Passera. La scena raffigura il terribile combattimento tra angeli e demoni narrato da San Giovanni nell’Apocalisse: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo : Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli. Ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo” (vv. 12, 7-8). La rappresentazione è allegorica: il solo Michele sta a simboleggiare le schiere angeliche e il Drago morente rappresenta le turbe del Maligno, sconfitte. Di Michele sono ancora ben visibili i duri lineamenti di guerriero, le vesti, parte delle ali e la lancia con cui ha trafitto la rossa figura del Drago, agonizzante ai suoi piedi. Si ritiene che il Drago sia stato aggiunto in un secondo momento (non compare nel disegno 8936 della Collezione Dal Pozzo conservata a Windsor: al suo posto vi è una figuretta di orante inginocchiato). La tradizione vuole che tale raffigurazione del Demonio sia stata così realistica e terrificante che nel XVII secolo fu necessario coprire tutto l’affresco con un sovraddipinto, raffigurante Santa Prassede che lava i corpi dei martiri (scompaiono le ali di Michele; l’attributo del globo crociato nella mano sinistra diventa una spugna; il Drago è coperto da un recipiente per lavare i corpi sanguinolenti dei martiri). L’immagine dell’angelo guerriero e del suo sconfitto antagonista è tornata alla luce durante un restauro del 1934. |
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Simplicio, Faustino e Beatrice martiri di Antonello Anappo
I fratelli Simplicius, Faustinus e Viatrix (Simplicio, Faustino e Beatrice) sono martiri cristiani, venerati dalla Chiesa il 29 luglio. Essi sono noti con l’appellativo di Portuensi, in memoria del luogo di sepoltura, le Catacombe di Generosa lungo la via Portuense (qui iuxta viam Portuensem dormiunt riporta il De locis sanctis). La tradizione agiografica riporta la cattura di Simplicio e Faustino, durante la persecuzione del 303. I due fratelli rifiutano di spargere l’incenso di fronte alla statua di Diocleziano - gesto simbolico che ne avrebbe attestato la devozione al culto pagano imperiale, scagionandoli da ogni accusa -, opponendo il sovversivo messaggio dell’uguaglianza cristiana, riassunto nella frase: « Non più schiavi, ma liberi e fratelli, perché figli dello stesso Padre ». Simplicio e Faustino vengono torturati e di seguito gettati al Tevere, ante diem IV kalendæ augustæ, il 29 luglio, giorno assunto come loro dies natalis (festa liturgica). Non si conosce il luogo esatto del sacrificio, se non attraverso un versetto che ne indica l’annegamento per pontem qui vocatur Lapideum, dal « ponte di pietra ». Gli studiosi identificano questo ponte per assonanza con il Ponte di Emilio Lepido all’Isola Tiberina. Una suggestiva interpretazione però, riporta al ponticello di pietra sul torrente Affogalasino, nel cui sinistro nome (“asini” era lo spregiativo epiteto con cui erano chiamati i primi cristiani), potrebbe essere sopravvissuta memoria dell’antico martirio. Sospinte dalla corrente le due salme raggiungono l’Ansa della Magliana, nota in antico come Ad Sextum Philippi, il VI miglio della via Portuense-Campana, nelle terre di un tale Philippus. La sorella Beatrice, aiutata dai presbiteri Crispo e Giovanni, ne cura la pietosa sepoltura in una vicina cava di tufo. L’archeologo Giovanni Battista De Rossi ha rinvenuto in un testo agiografico la narrazione di questo episodio: Viatrice, con i preti Crispo e Giovanni, salita per la paurosa via entro i sentieri del bosco, giunse tosto al vicino campicello della cristiana Generosa. E quivi, entro spelonche arenarie, nascose alla meglio il Santo deposito. Il nome Generosa non è in realtà reale: la prassi liturgica attribuisce infatti, ai personaggi di cui non si conosce il nome, un nome di fantasia che ne indica le qualità cristiane: Generosa è il semplice attributo della coraggiosa matrona, disposta ad accogliere nel suo possedimento le spoglie mortali dei pericolosi santi sovversivi. Beatrice segue poco dopo il destino di sacrificio dei due fratelli. Arrestata e condotta di fronte al tiranno Lucrezio, Beatrice confessa fermamente la sua fede in Cristo, finendo anch’ella uccisa. La nobile matrona Lucina provvede alla sua sepoltura vicino ai fratelli, nella stessa cava della Magliana. Il sito, vuole la tradizione, cessa da quel momento di essere cava per diventare esclusivo luogo di venerazione. Le spoglie dei Martiri rimarranno lì fino al 682, anno della traslazione in Santa Bibiana all’Esquilino. Loro reliquie si trovano anche nelle chiese di Santa Maria Maggiore, di San Nicola in Carcere a Monte Savello, in un santuario delle Marche e nella Cappella di San Lorenzo all’Escorial di Madrid. La parte più significativa delle reliquie si trova però in Germania, nelle città di Fulda, Lauterbach, Amorbach e Hainzell. |
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La Necropoli di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza). Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo. Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale. Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi. |
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Alla corte di Cleopatra di Antonello Anappo
Tra il 46 e il 44 a.C. la regina Cleopatra trasforma gli Horti di Cesare in una corte reale, sul modello della Corte egiziana di Alessandria. Della breve vita della Corte portuense - caratterizzata da ingenti opere edilizie, ingente sfarzo, ingenti spese -, rimangono oggi solo i racconti degli artisti e delle personalità pubbliche che vi soggiornarono. Le opere edilizie si concentrano sulla villa alle pendici del Gianicolo, ampliata e trasformata in Palatium. Vengono dipinti affreschi con episodi mitologici e viene innalzata la statua colossale di un guerriero gallico. Nei campi portuensi, dove pascolano bradi i cavalli della Mandria Sacra, la circolazione è regolata da due strade: la Via Campana che taglia dritto verso le terme (oggi Pozzo Pantaleo), e la via alzaria che segue la riva del Tevere. I campi diventano giardini di delizia, con il barcone di Cleopatra all’àncora nelle darsene (presso l’odierno Ponte Marconi). Cesare segue i lavori di persona, tanto che gli oppositori lo accusano per questo di trascurare gli impegni pubblici. Nella Corte risiedono stabilmente 200 dignitari, 30 cortigiani, il corpo armato della Guardia reale e un numero imprecisato di ancelle e servi. La lingua comunemente parlata è il greco, nella varietà alessandrina. Cleopatra ha chiesto a Cesare organici ben maggiori (1000 dignitari e 200 cortigiani), ma Cesare l’ha convinta ad accontentarsi, per non rivaleggiare in sfarzo con i suscettibili patrizi della Reggia palatina. Sono numerose infatti nell’Urbe le critiche e i chiacchiericci: sia per aver concesso a una straniera onori regali, sia per averle riconosciuto lo status divino di reincarnazione di Iside. Tra i poeti vi troviamo spesso Sallustio, Asinio Pollione, Lucio Apuleio e i due giovanissimi Virgilio e Orazio. Quest’ultimo, che ha appena 21 anni, non fa mistero di detestare la Regina. E tuttavia è per lui che Cleopatra stravede: Cleopatra si annoia mortalmente nel sentire Sallustio declamare il Bellum Iughurtinum ma quando Orazio prende la parola e racconta le avventure amorose delle sue eroine Cleopatra ascolta ammaliata. Addirittura, pare che Cleopatra stessa si sia cimentata nella composizione di un’opera letteraria, andata perduta, sulla cosmesi femminile simile ai Medicamina faciei di Ovidio. Agli occhi dei poeti Cleopatra appare concordemente bellissima. Cleopatra, racconta Lucio Apuleio, indossa solitamente una conturbante tunica di lino, simile a quelle delle sacerdotesse egizie; possiede anche vesti elaborate, nei colori tradizionali di Roma, il rosso e il giallo, tutte assai discinte rispetto agli standard capitolini. Alla Corte risiedono anche mimi e attori, tra i quali Publilio Siro, e lo scultore greco, Arcesilao, che fonde in euricalco una statua della regina nelle vesti di Iside. Tra i personaggi pubblici agli Horti sono frequentatori abituali Bruto, Antonio e il giovane Ottavio, dall’indole severa e assai critico. Ci sono anche Tolomeo XIV, il fratello-sposo di Cleopatra di appena 13 anni, e l’infante Cesarione. Il grande assente dalla Corte portuense di Cleopatra è Cicerone: per il Padre della Patria Roma ha un’unica corte regale, quella sul Palatino. |
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Portunus, il ragazzo sul delfino di Antonello Anappo
Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano. Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume. Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma. Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio. |
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Portuense di Antonello Anappo
Portuense è la seconda delle sette sezioni urbanistiche del Municipio XV, di cui occupa il versante collinare alla sinistra della Via Portuense, nel tratto tra la Ferrovia Roma-Pisa e il fosso di Papa Leone (oggi interrato). I confini urbanistici disegnati nel 1977 comprendono solo una parte dell’Area storica portuense, termine con cui si indicano i due lati della Via Portuensis di epoca romana, « ab Janiculo ad mare », cioè dalle pendici del Gianicolo in direzione del mare. Il territorio era allora coperto di distese boschive, e l’impiego del suolo era limitato all’estrazione del tufo (cave di Pozzo Pantaleo) e agli usi funerari (Necropoli Portuense). Dal Rinascimento le Vigne portuensi disegnano un vivace territorio agricolo, solcato dai percorsi di crinale, che sono ancora oggi alla base del sistema viario del quartiere. Tra Sette e Ottocento le tenute si frammentano (fra le famiglie Jacobini, Gioacchini, Neri e Ceccarelli per citare le maggiori) e sorgono i grandi casali: Villa Jacobini, Casa Petrella, Casa Balzani (in seguito Villa Bonelli) e il Convitto Vigna Pia. Nel 1877 sorge la struttura militare di Forte Portuense. L’edificazione moderna inizia nel Primo Novecento nelle forme dei villini, cui seguono nel Dopoguerra caseggiati a maggior densità abitativa. Oggi è possibile individuare nel quartiere tre nuclei principali: Vigna Pia, Santa Silvia e Villa Bonelli, cui corrispondono grossomodo tre chiese parrocchiali: Sacra famiglia, Santa Silvia, Nostra Signora di Valme. I dati comunali al 31 dicembre 2008 indicano una popolazione residente di 29.771 abitanti. |
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On line dal 12/10/2004, 1695 letture.