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Cari saluti da Magliana

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

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In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Cari saluti da Magliana - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La Madonna di Pompei - Madonna di Pompei, bene storico artistico - Casal Sodini - La frana del 28 giugno 1965 - Il Bosco sacro degli Arvali - Flora, dea della natura in fermento - Caecinia Bassa, famelica maledizione - La Lupa, Faustolo, i Gemelli - La Lupa di Roma - Acca, dea della Magliana - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Cari saluti da Magliana

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La cartolina della tipografia Turchetta

La Casa di via dei Chiaramonti è un edificio rurale verosimilmente dell’Ottocento, sito al civico 17 della via omonima al Corviale. Da una verifica effettuata in loco, e da segnalazioni di cittadini, l'edificio risulterebbe oggi non più esistente. Ne rimane la scheda inventariale presso la Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (n. 00599132A, Sacchi G. - cat. Fracasso-Giampaoli).

 

 

La Madonna di Pompei

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Chiesa della Madonna di Pompei (1943). La facciata sulla piazzetta non è ancora stata realizzata

La Madonna di Pompei (già Chiesa del Santo Rosario di Pompei fuori Porta Portuense) è un luogo di culto del Primo Novecento, dichiarato nel 2009 edificio di interesse storico-artistico nazionale.

Viene edificata nel 1908 e completata nel 1915 nell’ambito dell’urbanizzazione della Borgata Magliana. Nello stesso anno avviene la costituzione della parrocchia, con il decreto Quamdiu per Agri Romani. Dal 2008 la chiesa è dipendenza della nuova chiesa parrocchiale del Rosario, che ne continua il titolo e la devozione mariana e il culto dei Martiri Portuensi.

L’impianto architettonico è a navata unica con tetto a capanna sormontato da un campaniletto. La chiesa ha abside quadrangolare a scarsella ispirato alla tradizione degli Ordini mendicanti. Il lato maggiore, orientato verso via della Magliana e il Tevere (che in origine aveva funzione di facciata), è di ispirazione neoclassicista, con paraste di ordine tuscanico e cortine in tufo e laterizio a vista. Il lato su piazza Madonna di Pompei (ingresso attuale) ne replica l’impostazione stilistica su dimensioni minori. In prossimità della Scalinata di San Rufo si trova un’edicola a mosaico dedicata ai Martiri Portuensi. Fino ad anni recenti si trovava, tra la chiesa e la vicina stazione ferroviaria, un pino monumentale.

La chiesa è visibile da strada e può essere visitata prima o dopo gli orari delle funzioni (per gruppi contattare la sede parrocchiale). Documentazione di studio si conserva al Ministero per i Beni culturali e Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 700751, Sacchi G. - catalogo Giampaoli-Fracasso).

 

 

Madonna di Pompei, bene storico artistico

di Maurizio Vacca

 

 

 
 
La chiesa della Madonna di Pompei (schizzo a matita sanguigna)

La Chiesa di Santa Maria del Rosario alla Magliana Vecchia ha avuto dal Ministero per Beni e le Attività culturali l’importante riconoscimento di edificio di interesse storico artistico.

La chiesa costituisce una testimonianza storica delle vicende dell’Agro Romano, ponendosi - come si legge sulla relazione storico-artistica del Ministero - «come elemento focale e tutt’ora di maggiore riconoscibilità dell’originario nucleo insediativo a carattere rurale, in ciò svolgendo un ruolo prezioso per la conservazione dell’identità del luogo, ormai raggiunto dalle recenti espansioni edilizie».

L’edificio è stato costruito tra il 1908 ed il 1915 e sorge lungo via della Magliana, ai piedi delle colline che, secondo la denominazione tradizionale, erano conosciute come Monte delle Piche e Colli di Affogalasino. Esso trova origine dalla creazione della borgata rurale conosciuta in seguito anche come Borgo Maccaferri, sorto per accogliere gli operai degli Stabilimenti Maccaferri - officine nate nel 1917 in piena Prima Guerra Mondiale per iniziativa di un imprenditore emiliano con il sostegno del Governo -, destinati alla produzione di filo spinato, di cui vi era grande necessità per le esigenze belliche. Si affaccia sulla piazza Madonna di Pompei ed è posizionata strategicamente vicino alla Stazione della Magliana che era già attiva agli inizi del Novecento.

Il 1° marzo 1915 la chiesa fu eretta a parrocchia, con decreto del Cardinale vicario Basilio Pompili, sotto il titolo del Santo Rosario di Pompei fuori Porta Portuense. Il riconoscimento agli effetti civili del provvedimento vicariale fu decretato il 4 marzo 1917.

Dal punto di vista architettonico la chiesa si presenta a navata unica con tetto a capanna e con una piccola abside quadrangolare (scarsella). È una impostazione che si rifà volutamente alla tradizione architettonica degli Ordini Mendicanti. «L’impaginato architettonico - scrive il Ministero nella sua relazione - si presenta austeramente classicistico», con le parete laterali «realizzate in blocchetti di tufo e laterizio a faccia a vista e dall’equilibrata elegante intelaiatura, costituita da paraste di ordine tuscanico».

Da evidenziare la particolarità che tutti e due i fronti esterni su via della Magliana e piazza Madonna di Pompei sono trattati come facciate. Il fronte più lungo, corrispondente al fianco sinistro della chiesa, doveva svolgere inizialmente tale funzione. Una conferma è rilevabile da una fotografia del 1940 circa, in cui il lato corto sulla piazza non presenta una qualsiasi qualificazione architettonica. Tale soluzione sembra fosse dettata dalla volontà iniziale di privilegiare l’affaccio verso la Magliana e l’antistante stazione ferroviaria. Solo in seguito venne completato il fronte che si apriva sulla piazza, a seguito probabilmente della realizzazione di un nucleo abitato più significativo, e quindi di una più definita sistemazione della piazza stessa.

 

 

Casal Sodini

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casale di via dei Martiri Portuensi, 7

Casal Sodini è un casale rurale ottocentesco, facente parte del nucleo della Borgata Magliana alla Magliana Vecchia.

L’odierno accesso carrabile è da una traversa di piazza Madonna di Pompei, anche se la presenza di un balcone padronale sul lato opposto lascia supporre che l’accesso storico doveva probabilmente trovarsi in direzione della strada che costeggia la stazione ferroviaria (oggi via del Tempio degli Arvali), parallela a via della Magliana.

La tipologia edilizia è quella rurale della campagna romana, ampiamente presente nella zona. Il casale si sviluppa su una pianta quadrangolare, a due piani, con esterni intonacati e coperture a falde e alcuni corpi di fabbrica minori addossati. L’edificio è in buono stato di conservazione ed è adibito a privata abitazione. Il nome popolare deriva da quello di una famiglia che ne è stata proprietaria. Non è purtroppo visitabile ma è agevolmente visibile da strada, dal civico 7 di via dei Martiri Portuensi, 7.

Il casale è stato catalogato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (repertorio n. 00700749, a cura di Giampaoli & Fracasso).

 

 

La frana del 28 giugno 1965

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Viadotto all'Ansa della Magliana (oggi demolito) - (Uccellacci uccellini, Pasolini 1966)

Nella primavera 1965 la costruzione della Statale 201 (oggi Autostrada Roma-Fiumicino) procede speditamente, anche nel tratto fra il 3° e 4° km all’Ansa della Magliana, tra la Ferrovia Roma-Pisa e la riva del Tevere, di cui si conosce la franosità.

Nell’area si sta realizzando un viadotto di 640 metri, sorretto da terne di pali piantate in profondità, a 16 m di distanza per complessive 40 luci. Il 28 giugno, al km 3,083, si verifica improvvisa la frana. Per dieci giorni i movimenti di terra sembrano non finire e generano un fronte esteso circa 200 metri. Il collettore fognario del Trullo risulta inservibile e il traliccio dell’alta tensione pencola. Alcuni piloni del viadotto abbandonano la posizione: sono cioè anch’essi inutilizzabili.

Sospesi i lavori, l’ANAS incarica un geologo, il professor Petrucci di Palermo, di studiare l’accaduto, mentre nel cantiere deserto Pier Paolo Pasolini dirige Totò e Ninetto Davoli in alcune scene di Uccellacci uccellini. I rilievi del Professore appurano uno scivolamento del terreno di 3 metri. La causa è una polla (una piccola sorgente) a monte del terrapieno della ferrovia, che disperdendosi sotto la massicciata ha creato gallerie, vuoti e caverne.

In seguito, gli interventi di ripristino del collettore porteranno alla scoperta archeologica del Balneum degli Arvali: un impianto termale alimentato forse, 18 secoli prima, dalle stesse acque all’origine della frana.

 

 

Il Bosco sacro degli Arvali

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Uno scorcio della Collina di Monte delle Piche. Qui era collocato il Lucus Fratrum arvalium

Il Lucus Deae Diae (o dei Fratres Arvales) è un bosco sacro, dedicato al culto della dea madre (Dea Dia, in seguito identificata con Cerere), posto sotto la protezione di Marte. Al suo interno sorgevano gli edifici sacri dei Sacerdoti Arvali.

Il Lucus era compreso in una più ampia distesa boschiva, la Silva Moesia, originariamente sotto il controllo militare degli Etruschi di Vejo. Macrobio colloca il passaggio sotto l’influenza latina già in epoca arcaica, identificando il Pastore Faustolo, marito di Acca Larentia nutrice di Romolo, con il personaggio etrusco di Tarunzio, leggendario possessore di quelle terre (Saturnalia, I-10). Tito Livio differisce l’incontro etrusco-romano al tempo di Anco Marzio, riferendo che gli Etruschi furono indotti ad evacuare la Selva sotto minaccia armata (“Silva Moesia Vejentibus adempta”, Historiae, I-33).

Il Bosco sacro si sviluppava in pendìo (clivus), dall’ansa fluviale di Magliana Vecchia risalendo la collina di Monte delle Piche. La parte rivierasca, chiamata Antelucum, ospitava gli edifici sacri minori e di servizio (Caesareum, Tetrastylum, Balneum, Papiliones e forse il Circo). La parte centrale, intersecata dalla Via Campana, ospitava il grandioso Tempio rotondo di Dia (Aedes deae Diae) e quello più antico di Fors-Fortuna. Infine, vi era un settore d’altura, che si arrampicava con un’organizzazione a terrazze, fino alla sommità della collina, dove si trovava l’Ara sacra dei Lari.

La sua conformazione è nota attraverso gli Acta Fratrum Arvalium, di epoca imperiale.

 

 

Flora, dea della natura in fermento

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Dea Flora, venerata nel Lucus degli Arvali (particolare dalla Primavera del Botticelli)

Dea dei fiori e della vegetazione, Flora presiedeva al risveglio primaverile e, in senso ampio, a tutto ciò che sboccia: la gioventù, i sensi amorosi, lebelle speranze. Aveva un carattere gioioso cui univa scansonata malizia.

La sua festa annuale (il 28 aprile, i “floralia”) si svolgeva all’insegna della liberazione dai rigori invernali: a tutti erano consentite piccanti eccezioni alla morale comune e i giovani si inghirlandavano con fiori senza timore di apparire vanitosi, scambiandosi petali e corone, o anche fave, piselli e lupini. La celebrazione culminava in danze licenziose.

L’iconografia rappresenta Flora come una fanciulla dal colorito vivo e lineamenti della freschezza di un fiore. Celebre è la sua rappresentazione nella “Primavera” del Botticelli, accanto allo sposo Zefiro, dio del vento.

Su Flora abbondano gli aneddoti maliziosi. Si narra che Zefiro acconsentì a sposarla per riparare ad un raptus di bramosia. Ancora, si attribuisce alla dea un magico bocciolo che portava alla gravidanza senza l’intervento maschile. Ne avrebbe fatto uso Giunone per concepire Marte, allorché, stufa dei continui tradimenti di Giove, si decise a negargli i doveri coniugali. Flora aveva a Roma due templi: uno al Quirinale e uno al Circo massimo.

 

 

Caecinia Bassa, famelica maledizione

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Carme funerario di Caecinia Bassa

I Romani accettavano con serenità la morte e per lo più confidavano in un aldilà. Tuttavia consideravano particolarmente ingiusta la morte che superata l’età infantile sopraggiungesse prima della pubertà.

Spesso le epigrafi funerarie la chiamano “mors iniqua” e contengono invettive. L’epitaffio della piccola Cæcinia Bassa (II sec. d.C.), tuttavia, contiene una rabbiosa maledizione. Con rispetto, ne raccontiamo la storia.

Il suo carme funerario (14 righe conservate al Museo nazionale romano) è in prima persona: “Qui giaccio. Sono Bassa, fanciulla che non conobbe la maturità (Hic sum Bassa, virgo pudica)”. La morte la coglie prima dei 10 anni (undecimum annum mi non licuit perducere), nonostante le invocazioni agli dèi dei genitori. La maledizione è rivolta a chiunque se ne rallegri ad alta voce (quis forte gaudet de morte iniqua): “Cerere lo farà morire di fame (Ceres perficiat fame)”.

Il riferimento al culto arvalico di Cerere e il rinvenimento a S. Bibiana (dove nel VII sec. giungono le spoglie dei martiri portuensi e materiali locali di reimpiego) fanno ritenere Cæcinia originaria della Magliana.

 

 

La Lupa, Faustolo, i Gemelli

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La Lupa. Particolare dall'incisione Romolo e Remo allattati dalla Lupa di B. Pinelli

La Lupa compare sin dal mito di fondazione di Roma, e in quello portuense dell’incontro tra l’etrusco Faustolo (Tarun) e la meretrice latina Acca Larentia.

Secondo il linguista Carlo De Simone le parole Roma, Romolus e ficus ruminalis avrebbero una matrice comune nell’etrusco ruma (mammella), che evocherebbe il leggendario allattamento di Romolo e Remo da parte della Lupa. Come l’uomo il lupo è un mammifero, capace di gravidanze gemellari, e la circostanza di un allattamento è rara ma non impossibile.

Secondo taluni il termine Lupa starebbe ad indicare la stessa Acca Larenzia. Così afferma Lattanzio, che, ricordando il passato da meretrice di Acca, le dà l’epiteto di lupa, che in latino significa prostituta. Versioni simili si ritrovano in Livio e Ovidio (cfr. Historiae I, 4 e Fasti III, 55).

Il pastore Faustolo (Tarun), dunque, prende in consegna i gemelli dalla Lupa e li accoglie nella sua casa, dove un recente lutto aveva strappato alla moglie Acca uno dei suoi dodici figli. Acca assume il ruolo mistico della pietosa nutrice, nobile figura protettiva, nonostante il suo passato di lupa. Dall’arrivo di Romolo e Remo Acca esce rigenerata, riguadagnando la gioia perduta nel lutto. I due gemelli crescono così, con i loro undici fratelli di adozione, nella serenità in un mondo di pastori. Li ritroviamo forti e adulti, pronti a vendicare il nonno Numitore e a fondare una Città.

 

 

La Lupa di Roma

di Antonello Anappo

 

 

 
 
La Lupa allatta Romolo e Remo. Rubens, oggi ai Musi capitolini

La Lupa è un animale sacro al dio Marte, nume tutelare del popolo latino, presente sin dal mito della fondazione di Roma.

La Lupa compare sotto il ficus ruminalis del Palatino, nell’atto di allattare i gemelli Romolo e Remo, abbandonati dai servitori di Amulio in una cesta alle correnti del Tevere. La personificazione della Lupa è presente inoltre in tutte e tre le culture originarie di Roma: presso gli Etruschi aveva il nome di Aita (con caratteri di divinità infernale); presso i Sabini quello di Soranus (purificatrice e fecondante); infine presso i Latini quello di Lupercus (divinità legata alla pastorizia).

Il nome Lupercus sembra derivare dalla fusione di lupus (lupo) e hirpus (capro). La festa annuale, i Lupercalia, si teneva nella Grotta Palatina il 15 febbraio, con l’augurio sacrale di proteggere le greggi dai lupi, purificare, preparare l’arrivo della imminente primavera. Il rito consisteva nel sacrificio di un cane e di una capra. Per estensione la festa propiziava anche la fecondità delle donne adulte, che i Sacerdotes Luperci, colpivano simbolicamente con dei fuscelli.

L’immagine più famosa della Lupa è il bronzo etrusco del V sec. a.C. conservato in Campidoglio, per il quale Antonio Pollaiolo realizzò nel 1471 la coppia dei Gemellini, in omaggio al mito fondativo dell’Urbe.

 

 

Acca, dea della Magliana

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Acca Larenzia (Pietro da Cortona, Romolo e Remo raccolti da Faustolo, 1643, particolare)

Acca è una divinità minore, associata a Dia-Cerere e legata all’augurio sacrale di fecondità della terra seminata, grazie al favore dei Lari. Acca prende gli attributi di Larentia e Mater Larum (madre dei Lari); peraltro la parola arcaica “akka” significa anch’essa “madre”.

Macrobio (nei Saturnalia I, 10) descrive Acca come una affascinante prostituta, offerta in trofeo per una partita a dadi fra il custode del tempio di Ercole e un prestante straniero. Alla vittoria di quest’ultimo Acca si concede con sublime trasporto, tanto che lo straniero, commosso, si rivela nella sua vera identità – egli era infatti il dio Ercole -, consigliandole in ricompensa di seguire ciecamente il primo uomo che avesse incontrato.

Acca si imbatte in Taruzio, anziano possidente etrusco, proprietario delle terre in riva destra, alla Magliana. Acca ne diviene la sposa, adeguandosi con devozione ai nuovi costumi e onorando il culto dei Lari.

Quando l’anziano marito muore Acca si ritrova padrona di una fortuna immensa, che cede al Popolo di Roma con una solenne donazione all’Ara Maxima, per poi affrontare la morte mistica immergendosi nelle acque del Velabro. I Romani, in segno di gratitudine, le dedicano la festa annuale dei Larentalia, il 23 dicembre, solstizio d’inverno.

 

 

Credits:

On line dal 11/10/2011, 220 letture.