Tutti i contenuti dell'Archivio Archivio    »    Faldone n. 77 - B.037 - Casa del Fascio n. 77    »    Monografia n. 299 - Camillo, fascista n. 44 n. 299

Camillo, fascista n. 44

di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)

 

Entra nella monografia

Versione in PDF (BETA 1.0)

 

In questa monografia:

A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Camillo, fascista n. 44 - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: La Casa del Fascio - Casa Rosa - Caproni, maestro senza metodo - In nome del Papa Re - Fratel Policarpo - Arvalia e la linea del tempo - La Casa Petrella - Calpurnia, la nobile rivale - Portunus, il ragazzo sul delfino - Casa Vittoria - Pag. 16: La IV di Copertina.

 

 

Camillo, fascista n. 44

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casa del Fascio

La Casa del Fascio Portuense “Luigi Platania” aveva - come tutti i gruppi rionali della Federazione dell’Urbe - una sua burocrazia: produceva tessere, registri e documenti.

Essi sono oggi in gran parte conservati alla Biblioteca nazionale di Firenze. Il Fondo Riva Portuense possiede una tessera di iscrizione, e precisamente la n. 44, emessa il 26 luglio 1936 per il fascista Camillo […] e firmata dal caporione Vito [...]. Per entrambi si è scelto di tenere coperti i cognomi, trattandosi di cognomi locali.

La tessera, pieghevole su quattro facciate e stampata in robusto cartone nelle tipografie del Resto del Carlino a Bologna, presenta in epigrafe la scritta PNF (Partito Nazionale Fascista), il nome del gruppo rionale, i numerali II e XV (ad indicare rispettivamente il secondo anno dell’Impero e il quindicesimo della rivoluzione fascista), il busto marziale del dittatore.

Le facciate interne riportano rispettivamente i dati anagrafici del tesserato e il giuramento personale di fedeltà al Duce e alla sua causa. Il giuramento recita: « Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze, e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione fascista ». In quarta si trova il bollo a secco del gruppo rionale. Esso presenta al centro il simbolo littorio, mentre un doppio giro riporta i riferimenti del Fascio rionale Portuense.

 

 

La Casa del Fascio

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casa del Fascio a largo La Loggia

La Casa del Fascio di via Portuense, 549 è un edificio di matrice razionalista, composto di caserma della Milizia, Uffici corporativi e torre.

La caserma nasce verosimilmente intorno al 1925, anno in cui le “camicie nere” del Partito Nazionale Fascista sono regolarizzate nel Corpo della Milizia e dotate di strutture di acquartieramento nella periferia romana. Con abile artificio costruttivo la caserma si sviluppa longitudinalmente e a perpendicolo con la strada, in modo che sia impossibile dall’esterno rilevarne le notevoli volumetrie o stimare la reale presenza di militi. Gli uffici (probabilmente Fascio locale, Gioventù Littoria, Dopolavoro) affacciavano invece su strada, con un fronte a parallelepipedo, sormontato dal corpo torre in travertino, la cui visuale raggiungeva Corviale e Vigna Pia. Al primo piano si apre la balconata circolare, dalla quale i dirigenti del PNF arringavano alla comunità locale adunata nello slarghetto antistante, oggi scomparso.

È stato osservato che “la ricerca architettonica, specialmente nelle proporzioni del corpo torre” (arch. G. Tantini) e l’abile camuffamento delle volumetrie militari denotano suggestivamente l’intervento di un progettista autorevole, il cui nome rimane però custodito negli archivi militari. L’intera struttura risulta sostenuta da un telaio in cemento armato, con solai e coperture anch’essi in cemento armato, mentre i tamponamenti in muratura non hanno funzione portante. Questa caratteristica edilizia fa della Casa del Fascio il primo edificio portuense moderno.

Dalle tessere del PNF locale apprendiamo che la caserma sovrintendeva al vasto territorio di Portuense e Monteverde. Essa rimase in funzione sicuramente fino alla caduta del fascismo nel luglio 1943, ma non passò immediatamente ad altre funzioni: il CLN di Portuense e Monteverde sorse infatti altrove, sul Lungotevere degli Anguillara. Nel dopoguerra la Casa del Fascio è riutilizzata prima come Casa del Popolo e poi come abitazione e attività commerciale.

 

La Casa del Fascio è una caserma dismessa del c.d. Ventennio, sita in via Portuense, 549, al Portuense.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e risulta funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970667A, Banchini R. - cat. Tantini G.).

 

 

Casa Rosa

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casa Rosa, cimitero degli animali (scorcio)

Casa Rosa è un cimitero interamente dedicato agli animali, con 800 tombe di cani e gatti, insieme a conigli, oche, piccioni, pappagalli, cavalli, una scimmia e un leone.

La prima sepoltura risale al 1923. Il veterinario Antonio Molon, proprietario della pensione per cani di via dell’Imbrecciato, ricevette da Mussolini l’insolita richiesta di seppellire una gallina, amata compagna di giochi dei suoi figli. Si aggiungono poco dopo i cani di Casa Savoia e negli anni successivi la moglie Rosa Molon e il figlio Luigi accolgono via via i cani di Peppino De Filippo, Sandro Pertini, Palma Bucarelli, Aldo Fabrizi, Federico Fellini e il gatto di Anna Magnani.

Il All’ingresso un monumento commemora “quelli che non hanno un padrone”; all’interno (1600 mq) la stele con la “Preghiera del cane” di Jerome si affianca al tempietto della gatta Stellina, al busto del gatto Isidoro, alle lapidi dell’oca Barbarossa, della leonessa Greta e del coniglio Tappo. Vi sono tombe familiari (una ha forma a piramide) o accoppiate, come per i piccioni Pizzica e Pennacchione.

Le iscrizioni dichiarano affetto e riconoscenza (“piccolo grande bassotto”, “ciao, gigante buono”, “grazie per la compagnia”) e talvolta accennano ad una dimensione celeste (“continua ad amarci da lassù”). Una scritta “danke” ringrazia in tedesco la micetta Emma. Al gatto Arturo è dedicato un elogio in latino.

 

 

Caproni, maestro senza metodo

di Pamela Di Lodovico e Antonello Anappo

 

 

 
 
Giorgio Caproni, maestro alla Scuola Pascoli

Un convegno ricorda in questi giorni Giorgio Caproni, maestro elementare, poeta e critico letterario.

Caproni nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno e trascorre l’infanzia a Genova. La famiglia, di origini modeste, lo incoraggia agli studi musicali e alla lettura. Conosce i nuovi poeti dell’epoca: Ungaretti, Barbaro e soprattutto Montale, rimanendo colpito dagli Ossi di seppia. Scrive versi suoi, che dal 1933 pubblica su riviste letterarie. Conseguita l’abilitazione magistrale, dal 1935 insegna alla scuola elementare di Loco di Rovegno, in Val Trebbia. Pubblica il volumetto Come un’allegoria e nel 1938 Ballo a Fontanigorda, ispirato dall’incontro con la sua futura sposa, Rosa Rettagliata, cui si rivolge con il nome letterario di Rina.

Con lei si trasferisce a Roma, dove prende servizio come insegnante ordinario alla Scuola Pascoli. Il soggiorno romano dura solo quattro mesi. Il richiamo alle armi e lo scoppio della Seconda guerra mondiale lo portano sul Fronte occidentale. Dopo l’8 settembre 1943 Caproni entra nella Resistenza, nella brigata partigiana della Val Trebbia, maturando l’adesione al Partito Socialista.

Dopo la Liberazione riprende ad insegnare a Roma, nelle scuole Pascoli e Crispi. Affronta un problema immediato: i ragazzi non vanno a scuola. Decide di andarli a cercare. Su un registro del 1946 annota con grafia nervosa: « Accordàtomi con il Signor Direttore ho fatto un giro nelle case dei recidivi e ora le frequenze sono tornate alla normalità ». L’abitudine di scrivere cronache scolastiche lo accompagnerà per tutta la carriera: perplessità e soddisfazioni, ostacoli burocratici, ritardi, tutto con un’umanità profondissima e lucida.

Negli Anni Cinquanta collabora a ritmi frenetici con La Nazione, L’Avanti, Mondo operaio, Il Punto, La fiera Letteraria. Traduce dal francese il Tempo ritrovato di Proust, cui seguono altri classici: Fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Céline, Bel-ami di Maupassant. Conosce scrittori e intellettuali - tra cui Pratolini, Cassola e Fortini - ma si tiene alla larga dai salotti letterari. Rifiuta opportunità di comodo disimpegno, convinto della dignità del ruolo di maestro. Su un registro del 1952 annota soddisfatto: « È che a furia di far parlare questi marmocchi, facendo finta di ‘non insegnare’, sono in parte riuscito a far loro coordinare le idee ». Il 1959 è l’anno di Il passaggio di Enea, in cui ordina i temi ricorrenti - Livorno, Genova, il viaggio, la madre, la guerra, la Resistenza - con perizia metrica e chiarezza di sentimenti, mescolando lingua popolare e lingua colta, raccontando l’attaccamento sofferto al quotidiano e all’epica casalinga.

Continua ad insegnare. I vecchi scolari ricordano il Trenino Rivarossi al centro di un’aula sgombrata dai banchi, i concertini di violino, gli schizzi sulla lavagna per invogliare al disegno, ma anche le bocciature sdegnose ai disegni stereotipati o di maniera. Caproni sa di essere amato e rispettato. E ricambia con garbo e sorridente comprensione. Nel 1961 scrive: « Son tutti di 8 anni. Mi salgono sulle spalle, sulle ginocchia. Finiranno col saltarmi anche in testa, come i piccioni di Piazza Grande. Sono morto di fatica ma mi trovo bene tra i piccioni! ».

Nel 1965 pubblica Congedo del viaggiatore cerimonioso e poi Terzo libro. Passa a una metrica spezzata, esclamativa, con una sintassi ansiosa che riflette la scoperta dall’assurdità dell’esistenza. È di questi anni l’amicizia con il giovane collega Pier Paolo Pasolini. Nel frattempo cerca la via per far crescere umanamente e intellettualmente i suoi scolari, senza ricette predefinite, definendosi un « maestro senza metodo ». Incoraggia la spontaneità, educa alla curiosità e allo stupore, inventa le lezioni fuori programma, fa fare le ricerche nella Bibliotechina scolastica, organizza la visita alla fabbrica Ferrobedò. Soprattutto, apre un varco alla poesia, in una didattica ancora basata sull’apprendimento mnemonico. La burocrazia scolastica, da sempre sospettosa dell’anticonformismo, lo guarda con diffidenza. Caproni ricorda: « Ero la disperazione dei direttori didattici! ».

Dopo il pensionamento arriva il grande successo di pubblico, con Il muro di terra, del 1975. Seguono i volumetti Erba francese e Franco cacciatore, fino all’ultimo libro, il Conte di Kevenhuller del 1986. L’ultima produzione, segnata da un’aspra solitudine, accenna ad una religiosità senza fede. Caproni scrive: « Ah, mio dio. Mio Dio. Perché non esisti? ». Muore il 22 gennaio 1990, lasciando Res amissa alla pubblicazione postuma.

Il libro Feci il maestro per caso, di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, rilegge gli appunti di Caproni in oltre 30 registri e si interroga, raccogliendo gli insegnamenti del Maestro, sulle sfide della scuola attuale. La biblioteca personale del poeta e materiali del Fondo Caproni sono oggi alla Biblioteca di via Cardano.

 

 

In nome del Papa Re

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Scalino del Cardinale

Nel 1866 una sanguinosa faida oppone i popolani di Villa Jacobini agli zuavi pontifici. È una storia di donne e di coltelli, sullo scenario complesso degli scontri tra i “patrioti” e sostenitori di Pio IX, ultimo papa re.

Gli “zouaves” sono arrivati a Roma da molto lontano. Sono in origine unità di fanteria berbere, regolarizzate nell’esercito francese dal 1830 e distintesi eroicamente ad Algeri, Sebastopoli, Balaclava, e Palestro, nella Seconda guerra d’indipendenza italiana. Dal 1860 sono sotto ingaggio a Roma, al comando di La Morcière e De Charette. Gli zuavi “romani” sono prevalentemente francesi, belgi, americani, canadesi e irlandesi, conosciuti per una certa grevità e guasconeria, ma animati da fede sincera ed assoluta dedizione alla monarchia papalina. Senza conoscere fatica lavorano alla costruzione di trincee contro l’odiato Garibaldi e al tramonto è possibile vederli rincasare alla villa-caserma dei Santucci lungo via Portuense, cantando con enfasi i versi finali dell’“Evviva Pio”: “La corona che cinge sua fronte / non si strappa / la regge il Signor!”.

Il racconto popolare vuole che questi giovani dai capelli ed occhi chiari, dalle uniformi sgargianti con i calzoni a sbuffo, la cintura di tela, la giacca corta e il fez, abbiano subito infiammato i cuori delle popolane portuensi. E pare anche che qualche zuavo, forse dopo aver ecceduto nel vino all’Osteria del Cardinale, abbia pure ecceduto in galanterie, rifiutandosi però di convolare a nozze riparatrici.

I congiunti delle fanciulle disonorate pensano in un primo tempo di lavare l’affronto secondo la consuetudine cavalleresca, in singolar tenzone con il profanatore. Ma il “pubblico ristoro dell’affronto” viene precluso. Con Garibaldi alle porte e la Sede pontificia vacillante, gli zuavi sono l’ultima milizia effettiva di Santa Romana Chiesa contro l’armata dei “senza-Dio”: eliminare anche uno solo tra gli zuavi avrebbe avuto un pericoloso risvolto antinazionale, e con ogni probabilità avrebbe esposto la Tenuta Jacobini alle rappresaglie di un potere temporale disfatto ma ancora crudelmente rabbioso.

La contromossa degli uomini validi di Vigna Jacobini, comunque, non tarda ad arrivare. Si decide quindi per l’« accoppamento », la pugnalata volante sulle spalle di norma riservata agli « infami », cui segue la sparizione del corpo senza lasciare traccia.

Per nascondere i corpi i popolani ricorrono ad un singolare stratagemma, che lascia supporre l’implicita approvazione dei Signori locali. “Poiché le rappresaglie militari non sono un'invenzione recente - ha scritto Stelvio Coggiatti, sulla Strenna del 1972 - i gelosi vendicatori escogitano un momentaneo ma sicuro nascondiglio per i resti mortali di quei soldati, vincitori di battaglie amatorie, ma caduti in azioni di rappresaglia”. Il nascondiglio sono le botti vuote: le salme vengono deposte sul fondo, e le botti sono ben allineate con le altre piene di buon vino, nelle cantine di Vigna Jacobini.

 

 

Fratel Policarpo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Fratel Policarpo - immagine aerea

Il Fratel Policarpo è un istituto di vita religiosa associata e un centro giovanile, con all’interno una cappella per il culto.

Si costituisce l’11 febbraio 1995, nell’ambito dell’ANSPI (Associazione nazionale San Paolo), che promuove la formazione di circoli giovanili e oratorî. Prende il nome dal religioso francese Frère Polycarpe, al secolo Jéan-Hippolyte Gondre (1801-1858). Nato da umili origini nel villaggio alpino di La Motte, diviene maestro elementare ed entra nella Société du Sacré Coeur de Jésus di Lione, occupandosi del noviziato e dell’amministrazione, fino a divenirne superiore generale. Seppur malato di polmonite e febbri tifiche, Policarpo conduce uno stile di vita austero, utilizzando persino il cilicio.

Il Sacro Cuore si era costituito nel 1821 ad opera di André Coindre, nel quadro della c.d. rievangelizzazione della Francia dopo i fermenti della Rivoluzione. Fra il 1843 e il 1846 Fratel Policarpo ne riscrive la regola, ispirandosi alle costituzioni dei Gesuiti e dei Fratelli delle Scuole cristiane. Nel 1847 promuove le prime case in America, arrivando a costituirne, tra Francia e Stati Uniti, ben 82.

Il complesso presenta oggi impianti sportivi per la danza, ginnastica, nuoto e sport di squadra. Organizza corsi di teatro, visite a luoghi d’arte e della fede e soggiorni alpini. Ospita, in un’ala dell’edificio, un centro polifunzionale.

 

 

Arvalia e la linea del tempo

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Pianta delle Grandi tenute portuensi frontistanti il Tevere

L’Archivio Storico Portuense segue un modello lineare del tempo, con gli eventi ordinati in sequenza, secondo l’ordine del prima e del poi. Taluni eventi sono chiamati cesure storiche, perché - portando con sé un cambiamento del tipo di società - determinano anche un passaggio di epoca. Il modello ha individuato nella storia locale 8 eventi di cesura e, conseguentemente, 9 epoche.

L’Epoca arcaica va dalle origini al 509 a.C., anno della cacciata del re Tarquinio il Superbo e dell’instaurazione della Repubblica. Questa nuova fase si chiude nel 31 a.C., quando Ottaviano, sconfitti i rivali, assume il potere assoluto. L’Impero termina a Roma con una data simbolica, il 410 d.C., anno del saccheggio dei Goti. Il lungo sonno del Medioevo termina nel 1471, con l’avvento di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, grandi frequentatori della Tenuta della Magliana. Abbiamo scelto di unificare la breve stagione del Rinascimento ai due secoli della Decadenza (Seicento e Settecento), facendo terminare questa epoca nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche.

Segue una fase di straordinaria fioritura urbanistica, il Primo Ottocento, segnata dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformatori dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia una nuova epoca, quella del Risorgimento e della nascita del Regno unitario d’Italia. La Marcia su Roma del 1922 apre il Ventennio fascista, che si conclude con la Liberazione del 1944. Da qui ai giorni nostri parliamo infine di Epoca contemporanea.

Il modello comprende anche due epoche supplementari: il Futuro, dove classifichiamo i beni culturali progettati ma non ancora realizzati, e una categoria residuale, che include i beni paesistici, per i quali la nozione del tempo storico non rileva.

 

 

La Casa Petrella

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casa Petrella. Casa Balzani, oggi Villa Bonelli, aveva probabilmente un aspetto simile

Casa Petrella è un edificio rurale di inizio Ottocento, sito in via dell’Imbrecciato, 212, al Portuense.

Per quanto noto, la proprietà è privata e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970745A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.).

 

 

Calpurnia, la nobile rivale

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Calpurnia, la terza moglie di Cesare

Calpurnia è la terza moglie di Caio Giulio Cesare: prima di lei c’erano state Cornelia (morta prematuramente) e Pompea (ripudiata).

Uniti in matrimonio dal 59 a.C., Caio Giulio l’ha salutata poco dopo le nozze, per impegnarsi nelle complesse fasi dell’ascesa al potere assoluto. Calpurnia ha atteso fiduciosa la fine del Bellum Gallicum e del Bellum civile, dedicandosi all’amministrazione delle proprietà familiari, urbane ed extraurbane. Ultima acquisita in ordine di tempo sono gli Horti portuensi tra Gianicolo e Magliana, dove pascolano bradi i cavalli sacri con cui Cesare ha varcato il Rubicone.

Il condottiero, vittorioso in Oriente, torna a Roma solo nel 46. E porta con sé la regina Cleopatra, ingombrante “preda” della guerra egiziana, che ospita proprio negli Horti, a debita distanza dall’Urbe e da Calpurnia. Calpurnia reagisce con misurato contegno romano. Conosce le infedeltà del marito e le sue intenzioni: Cesare sta lavorando ad una legge ad personam che gli consenta di avere due mogli, mentre il Senato preme affinché ripudi Calpurnia e sposi Cleopatra, allettato dalla prospettiva di acquisire l’Egitto (ancora formalmente indipendente) per via ereditaria. Chiusa in un severo silenzio, Calpurnia dalla Reggia Palatina scruta oltretevere gli Horti, dove la rivale si adopera nel trasformare il luogo desolato della sua cattività in una sfarzosa corte orientale.

Il popolo di Roma prende le parti di Calpurnia. Scrittori come Cicerone, graffiti murali e missive anonime la informano che Cesare il Conquistatore è stato ormai conquistato da Cleopatra, che non è la sua prima amante ma certo è la più pericolosa. Eppure Calpurnia rimarrà a fianco del marito fino all’ultimo, al mattino delle Idi di marzo del 44.

 

 

Portunus, il ragazzo sul delfino

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Il dio Portuno cavalca il delfino (Scavi al complesso termale di Pietra Papa)

Gli scavi archeologici di Pietra Papa (1939) hanno restituito l’immagine a fresco del dio Portuno che cavalca un delfino (inizio II sec. d.C.), oggi al Museo Nazionale Romano.

Portuno (Portumnus, o Portunus) è una divinità indigena, precedente cioè la formazione del Pantheon classico romano, invocata durante l’attraversamento delle due rive del Tevere, attività non priva di pericoli. Al dio sono affidati la piccola navigazione rivierasca, i commerci per via d’acqua, gli imbarchi e gli approdi. Secondo Marco Terenzio Varrore è « deus portuum portarumque », dio dei porti e delle porte, e secondo Georges Dumézil il suo nome contiene la radice indoeuropea « protu », che significa guado sul fiume.

Portunus è dunque il nume del passaggio, ma insieme dell’incontro e dello scambio, funzionale ad una comunità arcaica che vive del fiume e dell’umanità in transito lungo le sue rive. La sua festa pubblica annuale - i Portunalia - si celebra il 17 agosto, con un rito che prevede la purificazione delle chiavi nel fuoco. Il suo sacerdote, il flamen portunalis, è uno dei dodici flamini minori di Roma.

Portunus è raffigurato come un ragazzo su un delfino, imberbe o con un’ispida barba azzurro-verde (Apuleio: « Portunus caerulis barbis hispidus »). La sua presenza è annunciata dall’odore di alghe e incenso. Portunus compare anche nell’Eneide di Virgilio e nell’Adversus Nationes di Arnobio.

 

 

Casa Vittoria

di Antonello Anappo

 

 

 
 
Casa Vittoria (immagine aerea)

Casa Vittoria (già Società anonima Oliere, o Mendicicomio o Casa dei Vecchi) è una fabbrica dismessa, edificata nel 1895-1927, sita in via Portuense, 220, angolo via Q. Majorana al Portuense.

Per quanto noto, la proprietà è pubblica e funzionale; non è visitabile, è visibile da strada. È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970910A, Banchini R. - cat. Isgrò S.).

 

 

Credits:

On line dal 11/12/2007, 1723 letture.