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di Antonello Anappo (on line dal 14/03/2006, 914 letture) |
Alle 19,45 dell’8 settembre 43 Badoglio annuncia per radio l’armistizio con gli Alleati. Tre quarti d’ora dopo le truppe tedesche sono alla periferia sud di Roma. Alle 20,30 i paracadutisti della 2a div. Fallschirmjäger espugnano il caposaldo di Vitinia, il deposito carburanti di Mezzocammino e il blocco stradale che precede Ponte della Magliana. Alle 21 sono al “Quinto caposaldo”, un complesso difensivo delimitato dal ponte, dalle batterie di artigliera poste sulla scalinata del Palazzo dell’Impero e da forte Ostiense, dove si trovano 800 uomini del 1° reggimento della 21a div. Granatieri di Sardegna. I Tedeschi chiedono di parlamentare col comandante di caposaldo Meoli. Ma è una trappola: Meoli è fatto prigioniero, mentre il delegato tedesco, condotto al comando della Garbatella, apostrofa il gen. Solinas dicendo che ‘la guerra degli Italiani è finita’. Solinas regisce con un ultimatum: se entro le 22,10 non saranno restituiti uomini e blocco stradale i granatieri attaccheranno. Due vampe sulla collina E42 segnano l’apertura del fuoco e l’assalto, condotto dal III battaglione. I tedeschi rispondono con un contrattacco in massa di paracadutisti e artiglieri, e lanciano altri 4 attacchi simultanei verso i capisaldi n. 6, 7 e 8 e dentro l’E42. A Mezzanotte la mischia è furibonda. I registri annotano: “situazione critica”. E Solinas scrive: “Salve di artiglieria, raffiche di mitragliatrici, scoppi di bombe a mano si susseguono senza interruzione”. All’una la Fallschirmjäger sferra un nuovo attacco. I feriti sono accolti nelle case della Montagnola e all’ospedale allestito dalle suore di S. Anna al forte. Si raccontano episodi eroici: Suor Teresina affronta armata di un crocifisso in ottone un tedesco a mitra spianato; le altre suore incuranti delle bombe raccolgono i feriti dal campo di battaglia; la croce rossa sulle giubbe, mancando il colorante, è dipinta col sangue. Nella notte al forte arrivano armi e munizioni, ma è ormai iniziato l’ultimo decisivo attacco tedesco: cadono il ponte e il Palazzo dell’Impero, e i granatieri arretrano dentro il forte. Alle 5,50 le artiglierie italiane vengono ridirette dai tedeschi contro il bastione di forte Ostiense. Alle 7, racconta il cappellano Don Pietro, “non c’era più un vetro sano”. Quando il forte viene incendiato tocca a lui formalizzare la resa. Quando tutto sembra perduto arrivano in rinforzo 3 squadroni dei Lancieri di Montebello con autoblindo e semoventi, insieme ad un battaglione di allievi carabinieri e 200 guardie coloniali. Alle 7 il col. Giordani lancia più attacchi simultanei disorientando i tedeschi, e il II battaglione si reimpossessa dell’E42. L’azione principale è sotto il cavalcavia ferroviario dell’Ostiense: carabinieri e coloniali, in inferiorità di artiglierie, costringono i tedeschi ad arretrare. Orlando De Tommaso, comandante degli allievi carabinieri, morirà da eroe: “mosse i suoi all’attacco con slancio superbo. Dopo tre ore di aspra lotta non esitava a balzare in piedi allo scoperto, sulla strada furiosamente battuta. Colpito a morte da una raffica di arma automatica, cadeva gridando: ‘Avanti, viva l’Italia!’”. I tedeschi arretrano, i coloniali li incalzano. Alle 10 del mattino anche il Quinto caposaldo è riconquistato. Le luci del giorno contano 38 morti e portano la battaglia alla Montagnola, con i civili a fianco dei regolari. Il partigiano De Filippi, il fornaio Roscioni e il cap. Incannamorte diventeranno eroi. Il giorno seguente la battaglia è S. Paolo, poi S. Giovanni e Termini. Il 12 Roma è occupata: lo sarà fino al 4/6/44.
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Sommario: » Battaglia al Quinto ca... |
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Il Vecchio Ponte della Magliana In costruzione. (Antonello Anappo)
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Le insegne del Reggimento Magliana La Collezione di Rivaportuense ha recuperato lo specimen cartonato (cm 12,50 x 17,50) delle insegne militari del XIII° Reggimento di artiglieria campale "Magliana", distintosi per valore nella battaglia dell'8/9/'43 al Ponte della Magliana. Le insegne riportano sul medesimo scudo i simboli locali affiancati da quelli del corpo dei Granatieri: la Lupa (Acca Larentia, madre degli Arvali) che allatta i gemelli Romolo e Remo, e i Quattro mori di Sardegna. Lo scudo è sormontato da elementi di artiglieria con il n. 13 indicativo del reggimento ed un elmo che identifica l'appartenenza di corpo. Il cartiglio propone il motto: "DURA LA VOLONTA'; FERMA LA FEDE". Il retro contiene un appunto che permette di identificare il contingente con certezza: "13° Gr.A.cam. Magliana" (gruppo di artiglieria da campagna). Il 13° Magliana - efficiente ed armato con cannoni 75/27, obici 100/17 e mortai da 81 mm. - tenne testa con strenuo valore alle artiglierie mobili della II Fallshirmjager Division germanica, al Ponte della Magliana (8-9 settembre 1943). Il gen. Solinas, nelle sue memorie sulla tragica notte della Magliana, riporta che furono gli Artiglieri ad aprire la battaglia, allo scadere dell'ultimatum italiano: "Alle 22,10 precise due vampe sulla collina dell'Esposizione mi annunciavano, prima del suono dei colpi, che i pezzi dislocati sul Caposaldo n. 5 avevano aperto il fuoco". L'ultimatum nasceva da un'imboscata tedesca: "Mi assalì allora un impeto di sdegno - scrsse Solinas - , e decisi senz'altro di dare la parola al cannone". (Antonello Anappo)
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La Chiesa inferiore di Santa Passera La Chiesa inferiore di Santa Passera è un luogo di culto dell’VIII secolo (su preesistenza), da taluni considerato in origine una domus ecclesiae. Si trova al civico 1 di via di Santa Passera, con accesso dai locali della sagrestia della Chiesa superiore. Per quanto noto, la proprietà è di ente ecclesiasico e di interesse archeologico; non è direttamente visibile da strada (è al di sotto del piano stradale); attualmente non è visitabile (restauri in corso). È stata studiata dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e del paesaggio di Roma (scheda inventariale 00970730A, Banchini R. - cat. Peixoto J.R.). (Antonello Anappo)
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L’ipogeo dei martiri Ciro e Giovanni è una camera sepolcrale romana, di modeste dimensioni, datata tra la fine del II e l’inizio del III sec. d.C., nella quale avrebbero riposato in epoca altomedievale le spoglie dei due santi egiziani. Esso viene realizzato al di sotto del piano di calpestio del Mausoleo di Santa Passera, all’epoca in cui questo era già saturo di sepolture. Vi si accede da una ripida scaletta; l’ambiente trae luce unicamente dal foro della scala e da un’apertura centrale nella volta. Già in antico lo spazio interno viene ridotto, con una controparte sul lato ovest, per ricavarne ulteriori spazi funerari. La decorazione pittorica è oggi quasi completamente perduta: non solo per gli straripamenti del vicino Tevere, ma soprattutto per le spicconature di quanti, nel tempo, hanno cercato senza esito di recuperare le reliquie dei martiri. I pochi resti si presentano campiti su un fondo d’intonaco chiaro delimitato da fascioni, partiture semicircolari e quadranti rossi, con soggetti di repertorio funerario, a fresco con dense pennellate senza linee di contorno. Nella parete nord vi è il c.d. Ciclo della dea Dike, con la dea, un volatile e un pugile; nella parete sud vi è una pecora; nella volta grandi stelle decorative a 6 e 8 punte). La controparte si presenta coperta di uno spesso strato pittorico con soggetti non riconoscibili, sul quale, a fine XIII sec., è stata aggiunta una Natività, oggi perduta. L’ipogeo, interrato dopo il 1706, è stato riscoperto nel 1904. (Antonello Anappo)
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