Arvalia e la linea del tempo
di AA.VV. (a cura di Antonello Anappo)
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In questa monografia: A pag. 1: La Copertina. Pagine 2 e 3: Arvalia e la linea del tempo - Appunti di viaggio (scheda tecnica). Pagine 4 e 5: Il reportage fotografico. Pagine da 6 a 15: I 7 quartieri di Arvalia - Arvalia - Il Tevere - La Necropoli di Pozzo Pantaleo - Camillo, fascista n. 44 - Le tombe portuensi - Rodari e l’UFO di Montecucco - La Rectaflex - Le Terme di Pozzo Pantaleo - La Mansio della Via Portuensis - Pag. 16: La IV di Copertina. |
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Arvalia e la linea del tempo di Antonello Anappo
L’Archivio Storico Portuense segue un modello lineare del tempo, con gli eventi ordinati in sequenza, secondo l’ordine del prima e del poi. Taluni eventi sono chiamati cesure storiche, perché - portando con sé un cambiamento del tipo di società - determinano anche un passaggio di epoca. Il modello ha individuato nella storia locale 8 eventi di cesura e, conseguentemente, 9 epoche. L’Epoca arcaica va dalle origini al 509 a.C., anno della cacciata del re Tarquinio il Superbo e dell’instaurazione della Repubblica. Questa nuova fase si chiude nel 31 a.C., quando Ottaviano, sconfitti i rivali, assume il potere assoluto. L’Impero termina a Roma con una data simbolica, il 410 d.C., anno del saccheggio dei Goti. Il lungo sonno del Medioevo termina nel 1471, con l’avvento di Papa Sisto IV e dei suoi successori rinascimentali, grandi frequentatori della Tenuta della Magliana. Abbiamo scelto di unificare la breve stagione del Rinascimento ai due secoli della Decadenza (Seicento e Settecento), facendo terminare questa epoca nel 1799, con l’arrivo delle truppe napoleoniche. Segue una fase di straordinaria fioritura urbanistica, il Primo Ottocento, segnata dalla nascita del Catasto e dagli slanci riformatori dei papi-re. La Repubblica Romana del 1848 avvia una nuova epoca, quella del Risorgimento e della nascita del Regno unitario d’Italia. La Marcia su Roma del 1922 apre il Ventennio fascista, che si conclude con la Liberazione del 1944. Da qui ai giorni nostri parliamo infine di Epoca contemporanea. Il modello comprende anche due epoche supplementari: il Futuro, dove classifichiamo i beni culturali progettati ma non ancora realizzati, e una categoria residuale, che include i beni paesistici, per i quali la nozione del tempo storico non rileva. |
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I 7 quartieri di Arvalia di Antonello Anappo
Nulla è difficile come tracciare un confine. Ma, poiché agli archivi servono le classificazioni, abbiamo dovuto scegliere uno tra i due modelli di suddivisione toponomastica di Roma disponibili: quello Sainjust-Nathan del 1909 in rioni, quartieri e suburbi, e quello del 1977 in circoscrizioni e zone. Abbiamo scelto per quest’ultimo - il più recente e vicino alla percezione dei cittadini - che si basa sulla partizione della Capitale in 19 circoscrizioni (oggi municipi), e ciascun municipio in zone urbanistiche omogenee, dette comunemente quartieri (sebbene il termine sia improprio). Nel XV Municipio i quartieri sono: Marconi (A), Portuense (B), Magliana Nuova (C), Trullo (D), Magliana Vecchia (E), Corviale (F) e Ponte Galeria (G). Magliana Nuova è detta anche Pian Due Torri, e in questo caso Magliana Vecchia è detta solo Magliana, senza attributi. Il modello utilizza confini razionali e storici (naturali come corsi d’acqua e linee di crinale o artificiali come la Via Portuense, la ferrovia, il GRA). In alcuni casi sono state forzate le estensioni storiche, ad esempio con l’inclusione di Borgata Magliana nel Trullo e Santa Passera nel Portuense. Più complicato è il caso delle nuove centralità urbane, sorte dopo il 1977, di cui il modello non tiene conto, come Muratella, Piana del Sole, ecc. Esse si trovano ancora classificate nei due grandi contenitori esterni di Magliana Vecchia e Ponte Galeria. Ce ne scusiamo in anticipo con i lettori. |
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Arvalia di Antonello Anappo
Arvalia è la quindicesima suddivisione amministrativa del Comune di Roma, posta a sud-ovest del centro città lungo la riva destra del Tevere. È assai difficile fissare una data iniziale, nella storia del territorio. I grandi mammiferi del Pleistocene, concentrati nella Piana di Ponte Galeria, attirano una precoce presenza dell’Homo sapiens; tuttavia i primi insediamenti stanziali risalgono solo all’Età del bronzo. Dal X sec. a.C. si assiste allo scontro tra Fenici, Greci ed Etruschi di Vejo per il controllo della rotta commerciale del Tevere e delle sue Saline. La tradizione colloca l’incontro con i Latini nell’VIII sec. a.C., con il matrimonio fra Tarun/Faustolo (etrusco) e Acca Larentia (latina), leggendaria nutrice di Romolo e dei suoi 11 fratelli, i Fratres Arvales, ai quali la più antica religiosità romana attribuisce il ruolo di propiziare raccolti generosi. Da allora la fascia a sud dell’Urbe (il Suburbium) è legata nei destini alla Capitale dello Stato Romano (poi degli Stati della Chiesa e dello Stato unitario italiano). La moderna circoscrizione si costituisce nel 1966, assumendo dal 1972 i confini attuali: a est e a sud il corso del Tevere, a ovest l’Autostrada Roma-Civitavecchia, a nord la Via Portuense, via del Casaletto, via della Pisana e strade minori, su una superficie di circa 71 km quadrati. Dal 2001 la circoscrizione diventa municipio e dal 2004 assume il nome di Municipio XV Arvalia-Portuense. Il territorio è oggi suddiviso in sette zone urbanistiche: Marconi, Magliana Nuova, Portuense, Corviale, Trullo, Magliana Vecchia e Ponte Galeria. La popolazione, al 31 dicembre 2008, è di 150.876 abitanti, con una densità di 2129 abitati/kmq. La sede municipale è Villa Bonelli. |
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Il Tevere di Antonello Anappo
Il fiume Tevere è il maggior corso d’acqua dell’Italia centrale. Nasce in Romagna sul Monte Fumaiolo, a 1268 m sul livello del mare, e, dopo un percorso di 403 km tra Toscana, Umbria e Lazio, si getta nel Mar Tirreno. A Roma scorre a quota +15/20 m slm, in una valle delimitata ad ovest dalla Dorsale Monte Mario-Monte Piche (+139 slm a Monte Mario, +60 slm al Monte delle Piche), e ad est dai tradizionali Sette colli di Roma (+40/50 slm) e dall’Altopiano Casilino (+50/60 slm). Il Tevere è alimentato da due sorgenti stabili: il Peschiera e le Acque Marce. Tuttavia, a causa dell’impermeabilità dell’alveo, gli apporti maggiori provengono da tre suoi affluenti: il Paglia, la Nera e l’Aniene, che ne determinano il carattere stagionale e torrentizio, ben descritto dal poeta Virgilio con le parole: « Tevere, fiume vorticoso e quieto insieme ». Negli ultimi 30 anni la portata media (misurata dal Servizio idrografico a partire dal 1921 in 232 metri cubi al secondo) è diminuita e si è fatta più regolare, per via della captazione di acqua potabile e delle dighe. I valori massimi si registrano a febbraio; i minimi ad agosto. Il livello del pelo d’acqua (misurato dall’Idrometro di Ripetta fin dal 1704) si classifica in quattro livelli: magra (inferiore a 5 m), ordinario (5-7), intumescenza (7-10) e piena (10-13). Nella sua storia il Tevere ha registrato, per circa quaranta volte, stati di piena straordinaria (13-16 m) o eccezionale (oltre). |
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La Necropoli di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli e Antonello Anappo
La Necropoli di Pozzo Pantaleo è la maggiore delle quattro sezioni note della Necropoli Portuense (le altre sono: via Belluzzo, via Bianchi, via Ravizza). Nel 1951, durante lo sbancamento del terreno di proprietà Purfina - compreso fra la Via Portuense, via Quirino Majorana, via della Magliana Antica e la Ferrovia Roma-Pisa -, affiorano due camere sepolcrali scavate nel tufo (colombarî) e un settore cimiteriale parallelo ad esse, con ambienti scavati nel tufo, fosse e recinti per la deposizione di anfore cinerarie. La campagna del 1983-1989 porta alla luce altri due ambienti, appartenenti a un edificio funerario in laterizi, nel quale i defunti sono deposti in formae (al di sotto di tegole). Nella campagna del 1998-99 emerge il Mausoleo circolare in laterizi, in seguito foderato di malta idraulica e reimpiegato come cisterna, dal quale potrebbe forse derivare il toponimo altomedievale di Pozzo Pantaleo. Insieme ai resti funerari, le campagne archeologiche hanno restituito anche variegate testimonianze del vissuto dell’area: un tratto della Via Campana (strada basolata con crepidine), una probabile stazione di sosta (mansio) e un edificio termale. Nel 1996 si è indagato sul lato opposto della Via Portuense: il ritrovamento di una serie di tombe a camera lascia supporre che la necropoli abbia dimensioni assai maggiori della porzione scavata. Nel 2010 è iniziata una campagna sotto il ponte ferroviario: il terreno - oggi di proprietà ENI e in parte delle Ferrovie e del Comune - pertanto non è accessibile. Le cancellate perimetrali a tondini del tipo Soprintendenza consentono ai passanti la vista dall’esterno. Nel 2010, in una porzione non interessata da ritrovamenti su via della Magliana Antica, è stato realizzato un parco giochi e saranno realizzati dei parcheggi. |
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Camillo, fascista n. 44 di Antonello Anappo
La Casa del Fascio Portuense “Luigi Platania” aveva - come tutti i gruppi rionali della Federazione dell’Urbe - una sua burocrazia: produceva tessere, registri e documenti. Essi sono oggi in gran parte conservati alla Biblioteca nazionale di Firenze. Il Fondo Riva Portuense possiede una tessera di iscrizione, e precisamente la n. 44, emessa il 26 luglio 1936 per il fascista Camillo […] e firmata dal caporione Vito [...]. Per entrambi si è scelto di tenere coperti i cognomi, trattandosi di cognomi locali. La tessera, pieghevole su quattro facciate e stampata in robusto cartone nelle tipografie del Resto del Carlino a Bologna, presenta in epigrafe la scritta PNF (Partito Nazionale Fascista), il nome del gruppo rionale, i numerali II e XV (ad indicare rispettivamente il secondo anno dell’Impero e il quindicesimo della rivoluzione fascista), il busto marziale del dittatore. Le facciate interne riportano rispettivamente i dati anagrafici del tesserato e il giuramento personale di fedeltà al Duce e alla sua causa. Il giuramento recita: « Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze, e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione fascista ». In quarta si trova il bollo a secco del gruppo rionale. Esso presenta al centro il simbolo littorio, mentre un doppio giro riporta i riferimenti del Fascio rionale Portuense. |
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Le tombe portuensi di Moena Giovagnoli
Nel 1996, durante saggi di scavo per la posa di cavi dell’alta tensione, emergono sulla Via Portuense in località Pozzo Pantaleo dei resti di edifici funerari romani. Si tratta di una serie allineata di tombe a camera, le cui celle sono ordinate secondo l’asse del vicino tratto di Via Campana, individuato e scavato fra il 1983 e il 1989. Le celle sono variamente delimitate da muri in opera mista, reticolata e laterizia, con pareti ornate con stucchi e intonaci dipinti. Talvolta sulle pareti si aprono le nicchiette di colombari (dove venivano deposte le urne funerarie) o dei recinti (piccoli spazi chiusi per la deposizione delle ollette con le ceneri dei defunti più poveri). Le pavimentazioni sono in opus spicatum (a listelli alternati, a comporre il disegno di spighe) e talvolta musivum (a mosaico). Tra di esse la tomba più interessante è quella detta di Petronia. Il mosaico del pavimento presenta uno schema decorativo ad arabesco vegetale e animale, in tessere nere su fondo bianco. L’iscrizione funeraria - studiata da Tomei nel 2006 - è in tessere di pasta vitrea, inserite nell’ordito. Essa porta una dedica con consacrazione ai Mani, le divinità dell’Oltretomba, offerta dai genitori per la defunta figlia Petronia. Tali ritrovamenti, in posizione esterna al terreno ex Purfina, dove erano già avvenuti significativi ritrovamenti archeologici, rafforzano l’ipotesi che la superficie della necropoli si estenda ben al di là dell’area oggetto di indagini. |
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Rodari e l’UFO di Montecucco di Antonello Anappo
Nel 1964 Gianni Rodari scrive un classico della letteratura per ragazzi - il romanzo La torta in cielo -, raccontando un colossale sbarco UFO sulla collina di Montecucco, al Trullo. La storia, scritta insieme agli scolari della signorina Maria Luisa Bigiaretti, maestra alla Elementare Collodi, appare prima a puntate sul Corriere dei Piccoli e poi nel 1966 come romanzo per l’editore Einaudi. «Un giorno è venuto nella mia classe», ha scritto la Maestra. «Non posso dimenticare il suo sorrisetto divertito, perché rimasi stupita nel vederlo proprio lì! I bambini presero subito confidenza. Rodari s’interessava di tutto. Se gli chiedevano qualcosa lui non rispondeva direttamente, ma li metteva in condizione di rispondere: questa è un’arte! Chiese il permesso di tornare ancora, per provare le sue storie, perché uno scrittore non sa mai se funzionano... E tornò, dicendo che voleva inventarne una tutta nuova, insieme ai bambini. I due protagonisti erano proprio due bimbi della classe, Paolo e Rita, così come sono reali gli altri personaggi della borgata». La storia è delle più semplici. Un oggetto non indentificato, dalla forma di una gigantesca torta, atterra sulla collina di Montecucco. Il vigile Meletti, papà di Paolo e Rita, accorre subito sul posto per difendere il quartiere, e alla Centrale operativa nessuno sa che pesci prendere. Tutti hanno paura: si teme una bomba H lanciata da un nemico misterioso. Ma Paolo e Rita hanno già capito che le cose stanno diversamente: uno scienziato pasticcione ha trasformato un fungo atomico nella più colossale torta mai cucinata! «Ce n’è per tutti i bambini di Roma!», esclama Paolo. E non rimane che chiamarli: la folla urlante dei piccoli inseguiti dalle mamme scavalca il cordone sanitario e invade la collina, per una scorpacciata liberatoria. «Quando ci presentò le prime pagine - ha scritto la Maestra - capii come si legge. Lui recitava! Cambiava la voce, faceva i rumori! Chiedeva il parere e ne teneva conto. Disse: ‘Che ci mettiamo sopra questa torta?’. E i bambini non finivano più di dire ingredienti! Li ritrovate tutti nel libro». In questa favola moderna i cattivi sono i “mostri” della Guerra fredda e i buoni sono i bambini, capaci di affrontare il futuro liberi dai pregiudizi. |
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La Rectaflex di Antonello Anappo
La Rectaflex è una palazzina del 1949, sede della breve esperienza produttiva delle macchine fotografiche Rectaflex. La compagine societaria si costituisce sul finire del 1946 - con amministratore Telemaco Corsi e stabilimenti provvisori nelle Officine SARA -, con lo scopo di produrre, partendo da brevetti dello stesso Corsi, la prima fotocamera italiana di tipo reflex, nei modelli Standard, 1000 e 2000. Nel 1948 un finanziamento della CISA di 300.000.000 di lire permette la costruzione della nuova palazzina di 4 piani, strutturata secondo i principi di Walter Gropius, con piani open-space e finestre a parete rivolte ad est. Nella palazzina trovano posto 6 reparti (Fresatura; Tornitura; Montaggio; Accessori; Collaudo semilavorati; Collaudo finale), oltre all’attrezzeria, i servizi e la mensa. Nelle vecchie strutture SARA vengono alloggiati i 2 reparti meno puliti (Galvanica e Verniciatura) e i magazzini. La Direzione e gli uffici dei disegnatori rimangono nella palazzina centrale della SARA. La produzione in serie inizia nel gennaio 1949. Si produrranno i modelli 3000, 4000 Duo-focus, Junior (classe economica), 16.000, Rotor (a obiettivi graduabili), 25.000, 30.000 e vasi modelli Special. Per testare la Gold (la reflex d’oro) verrà in visita, nel 1952, Papa Pio XII. In quel periodo la rivalità fra l’amministratore Corsi e il responsabile commerciale Baume segna una fase di crisi societaria, seguita dal fallimento dell’accordo con il Governo americano per la fornitura di 30.000 apparecchi fotografici e dalla successiva messa in liquidazione della fabbrica (1955). I nuovi proprietari, gli svizzeri della Contina, trasferiscono la produzione nel Principato del Liechtenstein: il modello 40.000, tuttavia, non vedrà mai la luce. Lo stabilimento romano, dopo una fase di abbadono, diventa negli anni Settanta Istituto tecnico Marconi ed è oggi sede del Centro polivalente di quartiere e della Biblioteca. |
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Le Terme di Pozzo Pantaleo di Moena Giovagnoli
Le Terme di Pozzo Pantaleo sono un edificio di età imperiale in opera laterizia e vittata (blocchetti di tufo), destinato alle abluzioni in acque calde e fredde (bagni), al ritrovo e la socialità. Tra il 1983 e il 1989 la Soprintendenza Archeologica di Roma rinviene i resti del calidarium (la sezione destinata ai bagni caldi e ai bagni di vapore). Il pavimento è retto da suspensurae, sorta di pilastrini al di sotto dei quali passa l’aria riscaldata prodotta dalla fornace (praefurnium). Nelle pareti sono presenti tubuli, ossia laterizi speciali a sezione rettangolare, anch’essi destinati alla circolazione dell’aria calda. I bagni si svolgevano in acque aromatizzate con spezie, profumi e talvolta vino, mentre il lavaggio vero e proprio si svolgeva con pietra pomice e cenere. È venuto alla luce anche un ambiente esterno, probabilmente parte del frigidarium (destinato ai bagni freddi) o del tepidarium (moderatamente riscaldato), con pavimenti in mosaico bianco e nero decorati con figure mitologiche. Attorno a questi ambienti dovevano trovarsi gli spogliatoi e una sala per i massaggi, non individuati. I resti delle terme sono oggi riparati dagli agenti atmosferici con una tettoia e sono chiusi al pubblico. |
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La Mansio della Via Portuensis di Moena Giovagnoli
La Mansio della Via Portuensis è un manufatto romano di epoca imperiale, identificato dagli archeologi come una sosta per viandanti, qualcosa di molto simile ad un moderno snack bar. Era possibile trovare ristoro, breve ospitalità e compagnia. Il sito emerge durante la campagna di scavi del 1983-1989. A margine dell’indagine principale (Via Campana e impianto termale) si esplora anche un settore periferico posto più ad ovest. Ne emerge un gruppo di ambienti in opera mista, ad oggi non completamente esaminati, posti in serie l’uno accanto all’altro, e affacciati sulla strada attraverso un porticato. Gli ambienti sono serviti da un doppio sistema idraulico (acque chiare e acque scure) alimentato dal vicino torrente e con cunicoli fognari per smaltire il refluo. Sono presenti anche una vasca impermeabile, foderata con malta idraulica, e un pozzo (per sopperire all’essiccazione estiva del torrente). I viandanti potevano godere della frescura della vasca e dell’ombra del porticato e, con l’occasione, consumare a pagamento un pasto frugale, un bicchiere di vino o, magari, un incontro amoroso. L’indagine di questo settore ha restituito anche i resti di due ambienti in opera laterizia appartenenti ad un edificio funerario, con ingresso opposto alla Via Campana, caratterizzati dalla presenza di sepolture in formae (sotto tegole). |
Credits:
On line dal 01/02/2011, 1339 letture.